7.2 Monolatria e monoteismo

gennaio 30, 2012

Comunque non si può parlare di uno stato unico prima del X secolo avanti Cristo. Sin da tempi più antichi ciò che unificava il popolo di Israele era il suo monoteismo, la fede in JHWH, ma non solo, vi era anche la particolarità di un popolo che altrimenti rischiava di essere assorbito culturalmente dalle civiltà del Vicino Oriente. Inizialmente è facile che l’idea di dio ebraica fosse una monolatria divenuta poi monoteismo, infatti non si trova prima del Deuteronomio un vero e proprio monoteismo, ovvero un dio unico e universale.[1] Anche la religione ebraica presenta una sorta di antropomorfizzazione di JHWH, ma in realtà è Dio che ha proiettato il suo aspetto sulla creatura, non viceversa.[2] Tutto l’ebraismo si fonda sullo stretto rapporto tra Dio e il popolo da lui scelto e da lui guidato fino alla terra promessa, questo comporta un carattere personale della divinità. Dio è geloso, iroso, vendicativo, terribile, non è distaccato e imparziale.[3]  Il tratto fondamentale dell’identità religiosa ebraica era il rispetto dei precetti rivelati, comandamenti non solo di natura etica, ma anche di tipo rituale.[4] La creazione del mondo non è una creazione dal vuoto, ma è una organizzazione dal caos all’ordine, grazie al potere della parola. Il cosmo si regge sulla Parola e sullo Spirito di Dio e resta tale grazie alla costanza del patto che Dio ha stipulato con gli uomini. Se l’uomo viene meno al patto c’è un rischio cosmico perché il caos può prendere il sopravvento.[5] Anche la narrazione biblica del diluvio rientra in questo schema, pur avendo molte somiglianze con diverse narrazioni simili ha la peculiarità di essere l’occasione di ristabilire il patto, di dar vita a una seconda creazione.[6]


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 308-322.

[2] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 58.

[3] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp.308-322.

[4] STEFANI P., Gli ebrei, …, p. 39.

[5] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 74.

[6] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 88-89.

Presentazione Verona Minor Hierusalem

gennaio 26, 2012

Oggi non pubblico un altro capitolo della mia tesi, portate pazienza, ma vi segnalo un evento che mi riguarda che si terrà oggi pomeriggio a Verona. Alle 18, alla libreria Gheduzzi in Corso Sant’Anstasia ci sarà una presentazione del libro Verona Minor Hierusalem, edito da Gabrielli Editori, libro di cui sono curatore e di cui sono molto fiero. E’ un libro storico/artistico/religioso ed è quindi rivolto a tutti coloro che amano Verona, credenti e non credenti. penso sia un libro interessante anche per chi non è di Verona, ma pensa di venire a visitarla perché offre spunti inediti per un percorso turistico insolito che può essere anche un pellegrinaggio religioso per chi lo desidera. Oltretutto il libro è arricchito dalle bellissime foto di Marta Scandola (Marta ha il dono di saper cogliere l’essenza, l’anima di ciò che fotografa) e dall’introduzione di don Martino Signoretto.

Allora, se siete di Verona, vi aspetto numerosi.

Ebraismo

gennaio 16, 2012

La religione: cenni generali

7.1 Halakha e haggadha

Parlando di religione ebraica intendiamo parlare della religione del popolo ebraico che si formò dopo il suo insediamento in Palestina, in seguito si è usato anche il termine giudaismo per indicare la religione ebraica successiva alla distruzione del Tempio e quindi propria degli ebrei della diaspora.[1] Le nostre fonti più importanti sono quel corpo di testi che, comunemente, vengono chiamati dal cristianesimo: Antico Testamento. Nell’ebraismo però sono due i modi principali in cui la Parola è custodita, attuata e trasmessa: l’halakha e l’haggadà. La prima è la via normativa, mentre la seconda è la via della narrazione. Quindi l’halakha presenta gli insegnamenti da seguire, le regole e gli statuti che fanno da guida, ma anche i dibattiti sulle norme. Definire l’haggadà è invece molto più difficile, potremmo semplicemente dire che è tutto quello che non è halakha, ma in definitiva si tratta della narrazione.[2]

Dal Pentateuco, ossia dall’ebraica Torah, emerge una storia ebraica unitaria che inizia con la creazione e finisce con l’arrivo nella Terra Promessa. In realtà molte di queste vicende trovano dei corrispettivi in altre religioni, come ad esempio accade per il racconto del diluvio, ma la particolarità sta proprio nella loro continuità cronologica e nell’essere tutte inserite in quell’unico grande affresco che è il viaggio di Israele fino alla terra promessa. E’ evidente però che, da un punto di vista storico, le cose si siano svolte molto meno linearmente, visto che è abbastanza impensabile che un popolo si sia diviso esattamente in dodici tribù discendenti da dodici fratelli. E’ facile che il popolo di Israele, come popolo unico, e le dodici tribù della tradizione si siano costituite quando già gli ebrei erano entrati nella terra di Canaan.


[1] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, Editori Riuniti, Roma 1996, p. 3.

[2] STEFANI P., Gli ebrei, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 29-30.

UN VIAGGIO ITINERANTE INTRISO DI VERITA’ DA CAINO E ABELE A GESU’

gennaio 9, 2012

Oggi facciamo una pausa dal nostro itinerario storico-religioso tra la figura del santo e dell’eroe perché vorrei presentarvi questa intervista realizzata dal giornalista Nicola Di Ciomma a don Martino Signoretto sul suo libro “Tra Dio e l’umanità”. Del libro ve ne avevo già parlato io in precedenza e quindi sapete già quanto mi abbia colpito in positivo, per questo ho pensato di pubblicare questa intervista perché credo aiuti ancora di più a capire il valore e la profondità di questo testo. Poi ne approfitto per ringraziare pubblicamente tutti coloro che ieri hanno condiviso con me e mia moglie la gioia del battesimo dei nostri gemelli.

Davide Galati


 

Tra Dio e l’umanità

 

Intervista a don Martino Signoretto

 

Intercessione e Missione sono i cardini essenziali a cui aggrapparsi, per cui vivere e sperare ed accrescere la nostra Fede. E’ un disegno di chi ci ha creato e al quale non possiamo sottrarci. Un progetto che culmina nella storia attraverso il Dono del Cristo Risorto

 

di Nicola Di Ciomma

Tra Dio e l’umanità       don Martino Signoretto

Una storia che si consuma già fra le mura amiche di un fratricidio all’origine dei tempi e che ci consegna la prima vera e propria forma di ingiustizia. Ma poi è un tragitto, un percorso, un viaggio a braccetto fra Dio e gli uomini. Fra il celeste e l’effimero. E’ così che l’autore vuole farci capire, attraverso un dettagliato percorso (Caino e Abele, Abramo, Mosè, Salomone, l’orante del Salmo 122, Amos, Geremia, Giobbe e Gesù),  i concetti di Intercessione e Missione in un contesto edulcorato dal rispetto che l’uomo versa nei confronti del divino e delle speranze che in esso nutre. E Dio accoglie in modo del tutto personale le Preghiere di Intercessione. Le cambia, le rivede, e prende le proprie decisioni. Non usa lo stesso metro con tutti. Ci chiede una verifica, ci sprona ad intraprendere un percorso diverso, una Missione, offrendoci l’indelebile Intercessione del Figlio.

don Martino, da dov’è nata l’idea di questo libro?

“Posso dire che sia stata una sorta di  visione notturna. Qualche anno fa mi trovavo in Terra Santa e una notte sentii qualcuno pregare alla porta accanto. Scoprii solo in un secondo momento che la persona in questione era il Cardinal Maria Martini. Ebbi modo di conoscerlo, di approfondire e di leggere una delle prolusioni da lui tenute presso la ‘Hebrew University’ di Gerusalemme al riguardo della preghiera di intercessione. Al tempo ero abbastanza in crisi. Mi risultava difficile pregare per gli altri, anche se per un uomo di Dio sembra alquanto stonato. Intercedere significa‘mettersi in mezzo’,  pregare per gli altri, andare ad occupare il posto fra l’ingiustizia che esiste e Dio  stesso che deve implicarsi con noi. Mi si è scatenato così un viaggio interiore, mi si è aperta davanti un’autostrada che mi ha profondamente illuminato”.   

Intercessione e missione. Qual’ è la differenza?

Potrebbero sembrare a prima vista due parole opposte. Se ne analizziamo il loro significato puramente semplicistico, anche se reale,  potremmo convenire che l’intercessione è una preghiera verticale, cioè rivolta a Dio, mentre la missione è  un’azione orizzontale, cioè il partire, l’andare, fare la carità. Tipico esempio: ‘Preghi per me Padre!’ E giù una sfilza di Ave Maria e Padre Nostro. Lodevole, per carità, ma non basta Se noi però andiamo a sondare in profondità l’intercessione come il mettersi in gioco per gli altri, che magari ti hanno chiesto una preghiera perché hanno situazioni particolari, gravi, di ingiustizia e dalle quali non trovano la forza e la spinta per venirne fuori,vediamo che c’è anche Dio di mezzo. E questo diventa missione”.

Allora non c’è alcun dubbio. Intercessione e missione si intersecano.

“Certo. Con il passare del tempo si scopre che ciò per cui si intercede diventa lo scopo della nostra vita e di conseguenza missione pura”.

Perché in alcuni casi Dio accetta la Preghiera di Intercessione ed in altri no?

“Quasi tutte le preghiere di intercessione non vengono esaudite da Dio. Il tipo di richiesta fatta non trova un immediato esaudimento così come tale richiesta è stata formulata. Abramo non viene per niente esaudito. Mosè a metà, Giobbe in parte e dopo molte sofferenze con ‘grida’ di disperazione e, tutto sommato, anche se alla fine riceve il doppio di prima, il’maltolto’ non gli viene certo restituito. La cosa grande è che comunque vale sicuramente la pena di intercedere sempre perché, anche se la richiesta non trova compimento, si apre un percorso inedito che è quello della possibilità. La possibilità che le cose possano essere cambiate. Un esempio fortissimo è quello di Mosè che, dopo l’episodio del vitello d’oro, vuole sparire e morire assieme al proprio popolo di peccatori. Ma Dio lo ferma, lo inchioda di fronte alla sua missione. Ci sarà un castigo ma non immediato, per cui esiste il tempo non solo per rimediare ma addirittura per stravolgere in positivo le situazioni. Questo spiega quanto Dio sia solo ed esclusivamente dalla parte dell’uomo”.  

Lei non parla di Noè che comunque ha compiuto una missione importante voluta da Dio. Perché?

“Se dovessimo coinvolgere tutte le figure bibliche dal punto di vista di intercessione e missione ci vorrebbe sicuramente un’enciclopedia. Noè compie comunque una missione importante. E’ il giusto rimasto sulla terra che Dio sceglie per ricominciare daccapo. Paragonato alla storia di Sodoma e Gomorra potremmo dire che Noè è il ‘diluvio’, mentre Lot, nipote di  Abramo,  è ‘fuoco e zolfo’. Prima ci fu la distruzione di un intero mondo. Poi quella di Sodoma e Gomorra. Il paragone fra Noè ed Abramo, visto in questo senso, viene riportato da numerosi autori. La differenza di rilievo è che con Noè sono tutti uomini. Da lì riparte l’umanità intera. Non esiste ancora una vera e propria ‘Alleanza’ che Dio deciderà, in un secondo tempo, di stabilire con Abramo”.   

I proventi del suo libro saranno devoluti interamente per il progetto Tutti a scuola: scuole materne per i bambini beduini. Di cosa si tratta esattamente?

“E’ un progetto che parte dall’associazione Vento di Terra rivolto alle comunità Jahlin in Palestina nell’area compresa fra Gerusalemme e Gerico. La necessità scaturisce dalle richieste degli stessi beduini di conferire ai propri figli un minimo di istruzione. Ma la situazione è difficile sia per le condizioni politiche sia per quelle ambientali. I beduini hanno una vita nomade. Sono spesso costretti a circumnavigare strade ed autostrade per recarsi ai villaggi adiacenti per ricevere, dove ci sono, cure mediche. Non possono, secondo la legge israeliana, costruire queste scuole con mattoni, allora attraverso l’inventiva dell’associazione Vento di Terra sono stati utilizzati pneumatici usati. Il problema ricorrente è che spesso gli stessi israeliani falcidiano i beduini non solo dal punto di vista umano ma prettamente materiale. Con una scusa o l’altra distruggono le scuole e bisogna ricominciare. Con tende e pneumatici. Se questo non accadesse basterebbe veramente poco per proseguire indisturbati. Ci sono insegnanti preparati pronti a collaborare per quelli che sono gli obiettivi primari del progetto: migliorare l’educazione, il livello di scolarizzazione generale, e sviluppare soprattutto l’inserimento femminile nel mondo del lavoro dando la possibilità alle donne di lasciare i propri figli in mani sicure. Referente di questo progetto è Suor Alicia Vacas Moro Missionaria Comboniana residente a Gerusalemme”.  

6.8 Sacer ed Augustus

gennaio 5, 2012

Esistevano poi i due termini: sacer ed augustus. Augustus era usato per designare quelle persone o quegli oggetti che erano ripieni di potere mistico, ma man mano che gli auguri e la loro arte venivano ad avere sempre più una funzione consultiva il termine augustus fu ben presto sostituito dalle parole augur ed auguria, smettendo di appartenere al linguaggio religioso. E’ ritornato poi in auge con Ottaviano che se ne riappropriò per farne un uso diverso. La radice della parola è AUG, che significa forza e sempre da ricollegare alla stessa radice è, oltre al termine augure, anche auctoritas. Quindi augustus ha una triplice valenza, avendo in sé la fusione di tre concetti diversi: AUG, forza, augur, sacerdote, auctoritas, sorta di quasi sacralità. Sacer invece indicava ciò che era riservato e tenuto da parte per gli dèi sia dalla natura o dagli uomini. Nel sacri-ficium la vittima destinata veniva rimossa dal suo uso normale ed era destinata a qualcuno di invisibile, anche se poi parte di essa veniva consumata dagli uomini. Chi violava alcune regole o alcuni luoghi o anche le Vestali che rompevano il voto di castità erano, per la loro colpa, consacrati.[1] Ad esempio erano condannati duramente coloro che spostavano i termini, i confini di un campo, insieme ai loro buoi. Il colpevole era dichiarato sacer e messo al bando come rifiuto della società, poteva essere ucciso da chiunque senza che ciò fosse considerato omicidio.[2]

La frase sacer esto, nei tempi primitivi non era riferita ad alcun dio particolare, ma a tutto il mondo divino nei suoi rapporti col mondo umano. Successivamente sono sorte alcune distinzioni e colorazioni diverse sull’uso del termine e dei suoi sinonimi, assegnando ai tre ambiti, quello puramente divino, quello militare e quello sotterraneo, i tre termini: res sacrae, res sanctae e res religiosae. Le res sacrae sono quelle quae diis superis consecratae sunt, mentre le res religiosae quelle quae diis manibus relictae sunt. Le sanctae quoque res, velut muri et portae, quodammodo divini iuris sunt.[3] In definitiva notiamo come i latini usassero il termine sanctus sia per le persone che per le cose e se anche alle volte sembra che vi sia una sostanziale differenza col termine sacer, che indicherebbe il sacro per forza interna, in realtà l’analisi dei testi non ci permette di formulare questa contrapposizione. In molti casi, col passare del tempo la sfera semantica di sanctus si sovrappone a quella di sacer.[4]

A differenza di quanto abbiamo fatto per le altre religioni, a eccezione di quella greca, non abbiamo portato esempi di uomini santi, ma ci siamo soffermati sull’uso del termine santo. E’ stata una scelta necessaria per mettere in risalto come all’interno della cultura romana santo era colui che era inviolabile o che avesse dei costumi puri e una vita morale irreprensibile. Traducendo questo nel mondo romano e tenendo presente quanto abbiamo presentato complessivamente è facile dedurre come l’inviolabilità del sanctus è sempre legata a un elemento religioso e il romano migliore, sia in guerra che in pace era colui che conservava puri i costumi degli antenati, colui della cui vita si poteva dire che fosse irreprensibile. Era l’uomo che sapeva usare pietas verso gli dèi e verso la civitas. Come era tipico di Roma anche questo aspetto viene a essere legato alla realtà storica della res publica.

E’ quindi una santità quella romana storicizzata come l’eroismo, non ci sono fatti straordinari o sconvolgimenti dell’ordine, ma anzi è proprio un conservare l’ordine antico, i mores dei padri. C’è un rapporto estrinseco col divino nell’inviolabilità e c’è il riconoscimento della virtuosità del comportamento morale, quindi i primi due punti indicati da Festugière, ma non c’è alcuna relazione intrinseca, personale, non c’è mediazione tra il mondo degli dèi e quello degli uomini.


[1] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, pp. 129-130.

[2] PICCALUGA G., Terminus, …, pp. 112-113.

[3] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, p. 131.

[4] MILANI C., Lat. Locus sanctus, loca sancta, ebr. Maqom haqqodes, maqom qados, in Santuari e politica nel mondo antico a cura di Marta Sordi, Vita e Pensiero, Milano 1983, pp. 34-47.

 

Il santo a Roma

gennaio 4, 2012

6.7 Etimologia e tradizione della parola santo nell’antichità latina

Di come fosse usata la parola santo nel mondo Latino abbiamo già parlato all’inizio del nostro lavoro, ma riportiamo qui anche quelle considerazioni perché ci sono utili.

Il termine latino sanctus è il participio passato di sancio che significa: “render sacro, inviolabile, sanzionare”. Differisce da sacer perché implica un rito religioso.[1]

La parola sanctus veniva di volta in volta usata come qualificativa di cose, di uomini e di dei. Si applicava a tutto quello che era consacrato alla divinità o che stava nei pressi del culto, come i templi o le immagini divine: sanctissima templa, sanctissima sacella e simulacra sanctissima di cui Verre non ha l’audacia di impadronirsi, e in generale tutto quello che è sotto la tutela della religione.

Antiche superstizioni giustificano espressioni come arbor sancta, sanctae stirpes, sancti sententia montis, sancti custos Soractis; sancti fontes; flumen sanctum senza contare i luci sanctissimi frequentemente menzionati dagli scrittori. L’idea di rispetto religioso traspare chiaramente. Meno antica è la concezione che chiama santo tutto quello che è protetto per autorità e dichiarato inviolabile. Sanctum est quod ab iniuria hominum defensum atque munitum est, e i giureconsulti citano come esempi di res sanctae le mura e le porte della città. Né ci si stupisca per voler applicare a un bene pubblico un qualificativo che implica essenzialmente rispetto. Così impiegato, sanctus non esclude necessariamente la sfumatura religiosa. Tra i giureconsulti, Gaio parlando della distinzione tra il diritto divino e il diritto umano, attribuisce alla prima categoria le res sacrae et religiosae, e aggiunge:  sanctae quoque res, veluti muri et portae, quodammodo divini iuris sunt.  Per Ulpiano è santo ciò che si pone a metà strada tra il sacro e il profano: proprie dicimus sancta quae neque sacra neque profana sunt sed sanctione quadam confirmata.

La protezione più alta che si possa garantire alla proprietà o al diritto è quella della divinità. Il modo più efficace di assicurarne il rispetto è di investirla di una sorta di carattere sacro: sancire autem, dice Servius, proprie est sanctum aliquid, id est consecratum, facere fuso sanguine hostiae, et dictum sanctum quasi sanguine consecratum. Qualunque cosa si possa pensare di questa etimologia, ci permette di cogliere l’elemento religioso inseparabile dal termine SANCTUS impiegato nel senso giuridico che è inviolabilmente guardato. E’ del tutto naturale che lo stesso termine serva ad indicare le persone che hanno il privilegio dell’inviolabilità. Ad esempio gli ambasciatori, i tribuni, i censori o i re.

Sanctus di frequente indicava una vita irreprensibile e dai costumi puri. Ritroviamo diversi epitaffi sulle tombe della via Nomentana, ad esempio, dove il termine celebra l’innocenza e la virginità:

 

NORTINAE ANIMAE

SANCTISSIMAE ET

DULCISSIMAE VIXIT AN

NIS II DIEB. XVII[2]

VIRGINI SANCTISSIMAE[3]

 

E se ne potrebbero citare davvero molti, riferiti a persone completamente diverse per età e condizione sociale, in cui il termine sanctus viene usato per mettere in risalto la perfezione morale. Questa integrità di costumi portava con sé un naturale rispetto verso il soggetto di tale epiteto e gli dava, automaticamente, una certa autorità. Sono rari i casi in cui sanctus è associato a sacerdos, questo perché sanctus non implicava, necessariamente, presso i Romani una qualche relazione particolare dell’uomo con la divinità, anche se con l’appellativo di “santità” veniva definita la pietas verso gli dèi.[4] E qualità primaria dell’eroe protagonista del poema nazionale del mondo latino era appunto la pietas, non la forza, né l’ira o l’astuzia, parliamo ovviamente dell’Eneide.[5] La pietas è sempre seguita dalla fides, questo ci dicono Virgilio e Orazio. In Stazio la pietas è invocata come dea suprema e in Sallustio la ritroviamo ad ornare i templi degli dèi. Cicerone dice che la pietas è verso gli amici, i parenti, la patria, ma soprattutto verso gli dèi.[6] Santi erano chiamati gli uomini ispirati dagli dèi, come la Sibilla. Sanctus era anche appellativo degli dèi e sia Properzio che Fedro chiamano santo Ercole, l’eroe per eccellenza.[7]


[1] OLIVIERI D., s. v. Sancire in Dizionario Etimologico Italiano, Casa Editrice Ceschina, Milano pp. 610-611.

 

[2] Si veda CIL. VI, 7923.

[3] Si veda CIL. VI, 17224, 23823.

[4] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 3-8.

[5] DE LUCA G., Introduzione alla storia della pietà, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1962, p. 14.

[6] DE LUCA G., Introduzione alla storia della pietà, …, pp. 17-18.

[7] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 3-8.

6.6 Romolo, eroe?

gennaio 3, 2012

Non è da escludere che all’inizio la leggenda parlasse solo di Romolo e che la figura di Remo sia stata aggiunta successivamente per dare al consolato romano una consacrazione.[1] Dopo la morte si è sentita la necessità di divinizzare Romolo e lo si è identificato col dio Quirino.[2] Sono i senatori a fare a pezzi il cadavere di Romolo significando forse da una parte una corresponsabilità nella morte del re e dall’altra la volontà di appropriarsi collettivamente della regalità.[3] Ogni momento di fondazione di un nuovo ordine vuole una morte, così è stato per la morte di Remo, così sarà poi per la morte di Romolo.[4] Quirino è una divinità molto particolare, senza un carattere preciso e ben delineato, non può essere definito né una divinità agraria, né solo tribale, ma egli risponde un po’ a tutti i bisogni della comunità, sia in tempo di guerra che in tempo di pace.[5]

E’ evidente che con Romolo siamo di fronte a un eroe fondatore, anzi lo siamo con entrambi, con Romolo e Remo. Un eroe fondatore è segnato dalla nascita e la nascita gemellare, per diverse ragioni, è un segno non indifferente.[6] Poi subito dopo la nascita essi sono lasciati esposti e dovrebbe essere la morte certa se il dio non mandasse i suoi animali a prendersi cura di loro: la lupa e il picchio. La lupa ha diversi significati, innanzitutto è anche un animale infernale in quasi tutte le antiche civiltà occidentali e l’allattamento mostra un contatto col mondo dei morti che dona all’eroe la forza in virtù della sua natura particolare, esattamente come succede nei miti greci di Ercole, Teseo, Orfeo. Romolo è il primo uomo che entra nel reame dei morti a prendere posto fra gli dèi, è il primo uomo a trionfare sulla morte.[7] La lupa inoltre rappresenta l’ordine primordiale, quello che esisteva prima ancora della comparsa dell’uomo. L’apparizione di Romolo (e Remo) coincide col momento di creazione del cosmo, di un nuovo mondo, di una nuova epoca storica. Infatti essa incarna anche quella promiscuità sessuale che doveva esistere nei tempi primitivi.[8] La morte di Remo mette in evidenza un tratto costante nelle vite degli eroi. Il regno di Romolo inizia nel sangue così come finirà nel sangue, l’eroe è sempre e comunque principalmente un guerriero e infatti sono molte le guerre che intraprenderà (contro i Sabini, i Crustumeri, gli Antemnae, i Fidenati e i Veienti tra gli altri), ma egli è anche attivo in campo legislativo e religioso.[9]

Ora proviamo a verificare che risultato otteniamo applicando lo schema di Raglan alla figura di Romolo. Il primo punto trova piena corrispondenza, mentre i punti due, tre e quattro ci pongono più problemi. Romolo non sconfigge mostri e non supera prove, ma si riappropria del proprio diritto di nascita sconfiggendo chi lo aveva condannato a morte, oltretutto compie una serie di azioni guerriere che, senza ombra di dubbio, ne esaltano le capacità guerriere, ma non dimentichiamo, come dicevamo sopra che egli è anche il primo a fondare le prime istituzioni legislative e religiose. Manca invece ogni riferimento a una qualche particolarità fisica. I punti sei e sette sono soddisfatti alla perfezione, infatti egli viene rapito in cielo durante una funzione pubblica e non muore realmente ma diviene il dio Quirino. E proprio come Quirino egli è sempre a disposizione del suo popolo cosa questa che risponde anche al punto sette. Quindi l’eroe a Roma diviene figura storica, Romolo è una figura che sta proprio a cavallo tra l’eroe classico che abbiamo visto nelle altre religioni e in particolare in quella greca e il processo di storicizzazione dei miti tipico di Roma.


[1] RANK O., Il mito della nascita dell’eroe,  SugarCo, Milano 1987,  pp. 56-59.

[2] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, …, p. 16.

[3] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, …, p. 23.

[4] LIOU-GILLE B., Cultes “heroiques” romains, Société d’édition Les belles lettres, Paris 1980, p. 176.

[5] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, …, p. 30.

[6] LIOU-GILLE B., Cultes “heroiques” romains, …, p. 157.

[7] LIOU-GILLE B., Cultes “heroiques” romains, …, p. 206.

[8] LIOU-GILLE B., Cultes “heroiques” romains, …, pp. 160-163.

[9] LIOU-GILLE B., Cultes “heroiques” romains, …, pp. 170-17.

6.5 Romolo e Remo

gennaio 2, 2012

C’è però un eroe particolare nella storia di Roma, la cui leggenda, per quanto si sia cercato di darle una validità storica, è evidentemente di carattere mitologico. E’ la leggenda di Romolo e di suo fratello gemello Remo. Fabio Pittore, il più antico annalista romano ci riporta una versione del mito secondo cui il re Amulio, signore di Alba Longa, ordina che i gemelli nati da Ilia, figlia del suo predecessore Numitore, e concepiti col dio Marte vengano gettati nel fiume. I servi eseguono, ma quando è il momento di raggiungere il Tevere si accorgono che questi è straripato e che quindi diventa difficile, se non impossibile, arrivarci. Allora lasciano i bambini in una cassettina alla deriva nell’acqua bassa. Quando l’acqua comincia a ritirarsi, l’insolita imbarcazione urta una pietra e si rovescia, così i piccoli finiscono piangenti nel fango. I loro lamenti attirano l’attenzione di una lupa che aveva ancora le mammelle piene di latte avendo appena partorito. L’animale si prende cura dei piccoli che succhiano il latte e vengono leccati e accuditi. Inoltre un picchio vigila su di loro portando del cibo. Si noti che il picchio e la lupa sono animali sacri a Marte.

Un pastore scorge i bimbi e gli animali, meravigliato chiama i compagni che trovano i pargoli che si comportano con la lupa come fosse la loro madre. Tentano allora di allontanarla, ma senza successo. Dopo un po’ l’animale se ne va da solo, non certo per paura e sparisce in un luogo sacro al dio Fauno dove, da una gola nel monte, nasce una fonte d’acqua. I pastori possono così portare i bambini al loro capo Faustolo, convinti che gli dèi non vogliano che muoiano. La moglie di Faustolo aveva appena perso un figlio neonato, il marito le affida così la cura dei due gemelli e li chiama Romolo e Remo. Romolo dopo aver fondato Roma si stabilisce proprio vicino a dove si era capovolta la loro cassetta e il luogo dove la lupa era scomparsa viene chiamato da allora Lupercal e lì viene posta l’immagine stessa della lupa coi gemelli. La narrazione continua grazie al resoconto che ce ne offre Livio, da cui veniamo a sapere che Numitore era il primogenito di Proca e il vero erede al trono se non fosse stato che suo fratello più giovane, Amulio, lo scacciò prendendone il posto e uccidendone tutti gli eredi maschi mentre nominò la nipote Rea Silvia vestale, costringendola alla verginità, cosa che invece non accade a causa del dio Marte. Successivamente quando i gemelli sono cresciuti, vivono pascolando e difendendo le greggi finché Remo non viene fatto prigioniero da un gruppo di briganti e accusato di aver rubato il gregge di Numitore. Il vecchio re, intenzionato a punirlo, si accorge invece della somiglianza con la figlia e così si informa della sua origine. A quel punto tutto viene svelato e i gemelli si armano insieme al nonno per rivendicare i loro diritti. Amulio viene ucciso, Numitore ricollocato sul trono e i gemelli decidono di fondare una nuova città. Poco dopo la fondazione litigano ferocemente per decidere chi debba governarla e quando Remo scavalca le mura erette da poco e così oltraggia Romolo, questi lo uccide ottenendo il potere su quella che in futuro sarà Roma.

Grazie per il 2011

dicembre 31, 2011

Ho incontrato il Signore davvero nel febbraio del 2007, da quel momento, quasi 5 anni fa ho cercato di affidarmi totalmente a lui, di cercare veramente solo il regno dei cieli convinto che il resto mi sarebe stato dato comunque. Così ho smesso di cercare la pubblicazione dei miei scritti e mi sono concentrato su Dio. il risultato è stato una moglie, due splendidi bambini, l’essere invitato spesso a conferenze dove parlo di Gesù, l’aver pubblicato un libro importante come “Verona minor Hierusalem” e l’aver formato un contratto editoriale per un mio romanzo che vedrà la luce l’anno prossimo. Certo la vita è anche difficile e dura, sin dall’inizio abbiamo rischiato di perderli i nostri bambini, la crisi si fa sentire per tutti (mia moglie non lavora), ma abbiamo il Signore e nonostante tutto siamo felici. Grazie anche per questo 2011 e grazie per il 2012 che arriverà, aiutaci a mettere Te, sempre, al primo posto.

Grazie Gesù.

Buon Natale 2011

dicembre 24, 2011

A tutti voi che mi avete seguito in questo 2011, a tutti voi che siete capitati qui per caso, a tutti… io e la mia famiglia auguriamo un sereno Natale, ma sopratutto che il piccolo Gesù nasca nella vostra vita! AUGURI!

 

L’eroe a Roma

dicembre 20, 2011

6.4 Orazio Coclite e Muzio Scevola

Una caratteristica tipica della religione romana è di rinunciare alle genealogie mitiche per caratterizzare le proprie figure divine potenziando così il culto pubblico. Allo stesso modo mette da parte genealogie eroiche per caratterizzare i propri antenati potenziando così la capacità di predire il comportamento dei discendenti e le loro caratteristiche sociali dai loro antenati, dai maiores.[1] Non si tratta di una religione che non ha saputo creare dei miti, ma è una religione che non ha voluto avere miti, che li ha eliminati storicizzandoli.[2] Si pensi ad esempio ai fatti relativi a Orazio Coclite o Muzio Scevola, lo stesso L. Anneo Floro, epitomatore di Livio, afferma che se non se ne trovasse traccia negli annales, sembrerebbero delle favole. Georges Dumézil studiando proprio questi episodi, vede nei due personaggi un duplice tipo di eroe salvatore, uno guercio, l’altro monco, espressioni della sovranità magica e di quella giuridica. Sarebbero la trasposizione storica di quelle figure che in Scandinavia trovavano posto nei miti, come Odhinn e Tyr, mantenendo inoltre quel collegamento con le radici indoeuropee di cui abbiamo già accennato.[3] In realtà Brelich affrontando la stessa vicenda di Orazio Coclite ha dimostrato come esso potesse localizzarsi nell’ambito di un modello mitico comune al mondo greco-etrusco-italico, quindi più vicino alla storia di Roma di quanto non lo sia la preistoria indo-europea. Il “tipo-Cocles” era il corrispondente romano dell’italico Cacculus (fondatore di Praeneste), dell’etrusco Caus e del greco kyklops. Tutti avevano come caratteristiche comuni un difetto agli occhi, una correlazione col fuoco e con Volcanos-Hephaistos.[4] Invece la figura di Muzio Scevola sembra essere strettamente legata alla sua caratterizzazione giuridica, infatti egli sacrifica la mano destra per prestare garanzia di un patto che coinvolge un’intera comunità, inoltre l’unico colle di Roma che non era nominato col nome di un dio, ma con quello di un nomen gentilizio era il collis Mucialis sulla cui sommità esisteva il tempio di Dius Fidius.[5] I tre flamines maiores, quelli di Giove, Marte e Quirino, officiavano insieme il rito a Fides con la mano destra albo velata panno.[6]

Ecco che allora i periodi quasi totalmente leggendari in cui operano queste figure acquistano un valore essenziale per comprendere quei sistemi che presiedettero alla elaborazione della struttura dello stato, anche le mutilazioni qualificanti divengono espressive di qualità eccezionali nei personaggi che ne sono colpiti.[7] Tutto questo ci dimostra come gli eroi della religione romana si confondano con le figure che hanno fatto la storia della res publica.


[1] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, p. 37.

[2] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, …, p. 15.

[3] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 70-71.

[4] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 72-73.

[5] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 76-77.

[6] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, …, p. 67.

[7] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 82-83.

 

6.3 Le feste

dicembre 15, 2011

Tra le feste più importanti ricordiamo: i Quirinalia, celebrati nel giorno in cui fu ucciso Romolo; i Lemuria che, secondo Ovidio, sarebbero stati istituiti da Romolo per placare lo spirito di Remo e i Parentalia, festa a favore degli antenati.[1] I Lupercalia erano una selvaggia corsa di giovani nudi che sembra ricordasse il temporaneo disordine da cui sorgeva l’ordine cosmico.[2] Durante i Saturnalia, in dicembre, veniva concessa la libertà agli schiavi che banchettavano con i padroni e in talune occasioni erano addirittura da loro serviti. Era evidente l’intento di sospendere il normale ordine delle cose, infatti per quel giorno erano permessi i giochi d’azzardo, i tribunali non funzionavano, nessuno veniva punito, non si esigevano i debiti, non si portava la toga e così via. Si scioglievano inoltre i compedes di lana che legavano i piedi della statua del dio Saturno (i compedes erano i vincoli tipici degli schiavi).[3] I morti, anche se amati e rispettati erano sempre visti come la prima causa delle peggiori contaminazioni. Durante i giorni in loro onore (i Parentalia cadevano in febbraio mentre i Lemuria in maggio) i magistrati non portavano le insegne, i templi erano chiusi, i fuochi non bruciavano sugli altari e non potevano essere celebrati matrimoni. L’ultimo giorno dei Parentalia, detto Feralia c’era una grande festa pubblica e sulle tombe venivano poste delle offerte per i defunti, la stessa cosa accadeva durante i Lemuria. La differenza era che in questi giorni gli antenati lasciavano le tombe per tornare a visitare i luoghi dove avevano vissuto ed era necessario eseguire i giusti riti per allontanarli.[4]


[1] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, Il Bagatto, Roma 1984, p. 24.

[2] BRELICH A., Tre variazioni romane sul tema delle origini, …, pp. 81-82.

[3] BRELICH A., Tre variazioni romane sul tema delle origini, …, pp. 85-87.

[4] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, pp. 365-367.

6.2 Storia e mito

dicembre 13, 2011

La religione romana appare sin dall’inizio aperta alle innovazioni, ma allo stesso tempo, straordinariamente conservatrice.[1] Di alcune delle divinità più antiche i romani non conoscevano neppure il sesso e la cosa non li turbava per nulla, nel Campidoglio era conservato uno scudo che riportava l’iscrizione: Genio Romae, sive mas sive femina.[2] I signa che gli dèi inviavano erano un avvertimento che la pax con la città era compromessa, non si trattava di profezie. Appena possibile bisognava ripristinare la  condizione precedente con degli appropriati riti espiatori.

E’ il collegio sacerdotale, organo pubblico, a stabilire quali devono essere ed è lo stato a officiarli e a finanziarli, ognuno di questi riti era registrato negli annali pontificali. Infatti è Roma l’unica, vera, interlocutrice delle divinità. Gli dèi sono pienamente partecipi delle vicende della città. Si ritrova così a Roma, un fenomeno quasi unico, perché l’elemento divino interagisce con quello umano nell’ambito dello stesso tempo storico, si crea una fusione col tempo mitico. Le origini di Roma assumono la forma di un atto cosmogonico e i personaggi coinvolti nelle prime vicissitudini della città presentano tratti tipicamente mitici anche se hanno nomi di gentes storiche. A differenza di ciò che accadde in Grecia o in India, dove le origini del mondo e di ogni cosa dentro e fuori di esso erano state narrate e organizzate in immagini grandiose, i romani hanno descritto i loro inizi con la semplicità dei verbali, raccontando dei re che credevano avessero fondato la città, ma collocandoli in un tempo più vicino. Questi racconti romani però, svolgevano lo stesso ruolo di quelli delle altre mitologie e non erano meno fittizi, principalmente giustificavano e autentificavano i rituali, le leggi, i costumi, gli ideali e tutte le componenti della società romana.[3] I Romani pensavano storicamente, legati alla propria nazione e alla pragmaticità mentre gli indiani e i greci pensavano sotto forma di favole, cosmicamente e filosoficamente.[4] Si tratta di una commensurabilità tra “storia” ed “epopea”, vengono rimossi gli sfondi mitici, le lontananze e spesso il tutto si risolve in una tensione dialettica tra due nuclei: Romani e Sabini, patrizi e plebei. Mentre, sullo sfondo la città-Stato passa da una fase ancora protostorica a quella civitas portatrice dell’idea di res publica. Diventa allora “leggendaria” l’intera produzione annalistica, non perché irreale, ma perché con caratteristiche tipiche del mito, ancora più evidenti se si pensa che la fonte narrativa è religiosa: il collegio pontificale.[5] I pontefici distinguevano le loro sfere di competenza in base a due coppie di opposti estremamente chiari: sacer/profanus, publicus/privatus.[6]


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …,  pp. 216-229.

[2] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, p. 39.

[3] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, Ed. dell’Ateneo, Roma 1990, pp. 35-36.

[4] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, pp.116-117.

[5] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, Ed. dell’Ateneo, Roma 1988, pp. 52-53.

[6] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, …, p. 55.

Chi è il tuo eroe? Who is your Hero?

dicembre 2, 2011

Interrompo ancora la pubblicazione della mia tesi per un’iniziativa che in qualche modo è in tema, così accogliendo l’invito di Filippociak (vi invito a visitare il suo blog, laluceinsala.wordpress.com che è una miniera di informazioni sul cinema cattolico) stilo la mia personale classifica di 5 santi. Il tutto nasce dall’iniziativa “Who’s your Hero?” (che originariamente nasce su questo blog http://quadernetto.splinder.com/post/25705195/ma-che-santuomo-whos-your-hero ) simpatica che vuol essere lo spunto per parlare di queste grandi figure della nostra fede e che oltretutto vede anche, scherzosamente, i santi un po’ come i “supereroi” cattolici, quindi essendo io anche un appassionato di supereroi non potevo certo tirarmi indietro. Naturalmente, a scanso di equivoci, i santi coi supereroi non c’entrano assolutamente nulla, se quest’ultimi, in qualche modo possono avere tratti in comune con gli eroi mitologici coi santi questo non esiste e chi conosce davvero la natura dei santi questo lo sa benissimo.

Finita la premessa iniziamo con la classifica:

1)      San Davide Re, è festeggiato il 29 dicembre ed è ovviamente il santo a cui mi sento più legato anche e soprattutto perché ne porto il nome. Davide significa “l’amato” e io dal Signore mi sono sempre sentito davvero amato. Inoltre con Davide sento di condividere molti aspetti del suo rapporto con il Signore, in particolare lì dove Davide sbaglia maggiormente.

2)      San Raffaele, è festeggiato il 29 settembre, è uno dei tre arcangeli. Raffaele è il mio secondo nome e significa “Dio guarisce”. Da quando ho riscoperto, o meglio scoperto davvero la fede, apprezzo molto questo nome e da un lato spero di essere all’altezza e di portare un po’ di sollievo nelle vite delle persone che incontro e dall’altro mi ricorda sempre che il Signore mi è accanto, anche coi suoi angeli, per guarire ogni mia ferita.

3)      Sant’Agostino, è festeggiato il 28 agosto. E’ uno dei più grandi dottori della Chiesa e lo sento molto vicino a me. In molti tratti della sua vita mi ci rispecchio, il suo pensiero è spesso di una chiarezza e una logicità abbaglianti e le sue opere sono sempre un piacere da leggere. E’ un santo che ha davvero un respiro universale e fortemente razionale. Mi piace proprio.

4)      Santa Rita da Cascia, è festeggiata il 22 maggio ed è considerata la santa degli impossibili, ovvero la santa protettrice delle cause impossibili, così nella mia vita mi sono trovato molto spesso a rivolgermi a lei e, devo dire, l’impossibile (o meglio, ciò che a me sembrava impossibile) si è realizzato. Poi conoscendone la storia il mio affetto e stima per lei è cresciuto sempre più perché è riuscita davvero a rendere concreto il perdono e ad essere costruttrice di pace lì dove forse è più difficile, quando toccano la tua famiglia.

5)      Santa Caterina da Siena, è festeggiata il 29 aprile. E’ una santa che mi affascina in maniera misteriosa, non saprei neanche definire il perché ma la sento vicina e mi ritrovo a rivolgermi a lei non di rado. Mi sono ripromesso di approfondire le opere che le hanno guadagnato il titolo di Dottore della Chiesa, ma non ne ho ancora avuto il tempo. Se mai avessi una figlia, credo che la chiamerei Caterina.

Ecco fatto, non mi sono dilungato molto, ma spero di aver almeno colto lo spirito dell’invito, mi piacerebbe anche sapere dai visitatori di questo blog quali sono i loro santi preferiti e perché. Ora dovrei girare l’invito che ho ricevuto ad altri blog cattolici, ma per mia colpa non ne conosco. Ho sempre troppo poco tempo, anche per girare il web, così se qualcuno tra quelli che leggono ha un blog cattolico o conosce un blog cattolico a cui segnalare l’iniziativa lo faccia tranquillamente che gliene sarò grato.

Roma – La religione: cenni generali

dicembre 1, 2011

6.1 Le origini

La religione romana rimane, ancora oggi, una tra le meno conosciute e meno comprese nei suoi caratteri essenziali. E’ molto probabile, come appare da un’analisi linguistica condotta da Dumèzil sui termini usati per indicare i concetti politici e religiosi, che i Latini che per primi si insediarono sul colle Palatino fossero popolazioni di origine indoeuropea, infatti le radici di molti termini sono le stesse usate nell’India Vedica o nell’Iran più antico.[1]  Si veda ad esempio ritus che richiama il Veda ŗta e l’Iranico arta che indicano il tempo più adatto per un rituale, oppure il purus latino col pavate Vedico (“egli purifica”), castus con sasti (“colui che istruisce”).[2] Quando Roma vinceva le altre città si appropriava dei loro culti o per evocatio (un rituale diretto alla divinità protettrice della città nemica perché abbandonasse i suoi protetti e passasse dalla parte di Roma) oppure manteneva il culto locale e ne istituiva uno uguale nell’Urbe, ma senza subirne il fascino. Sarà solo quando entrerà in contatto con il raffinato mondo ellenistico che la sua civiltà si disgregherà rapidamente.

E’ in quest’epoca che fiorisce la letteratura e le arti romane e gli stessi studiosi sono già convinti che le loro divinità siano identiche a quelle greche. Esistono però alcune documentazioni della religione anteriore, purtroppo non è molto: documenti archeologici e il calendario festivo arcaico, nonché l’annalistica e i registri pontificali. Nel calendario arcaico delle festività risultano alcune divinità di cui neanche gli eruditi di epoca ellenistica erano riusciti a sapere nulla, mentre un nucleo di feste presente in ogni calendario successivo e a loro dedicate  ne testimonia l’antichità. Secondo la tradizione fu il re Numa che istituì le cariche sacerdotali. Esistevano vari tipi di sacerdozi pubblici articolati secondo compiti fondamentalmente distinti. I pontifices, guidati dal pontifex maximus, erano gli esperti della religione in generale. C’era poi il rex sacrorum che celebrava pochi riti dell’anno sacrale, gli augures che facevano parte di un altro collegium sacerdotale e avevano il compito di capire il consenso o il dissenso divino verso le imprese pubbliche.

Il collegio dei decem o quindecim viri sacris faciundis doveva consultare i libri Sibillini, testi oracolari di origine cumana, quando accadeva un avvenimento eccezionale. I flamines erano quindici, ognuno al servizio di una divinità, i tre maggiori erano quelli dediti al culto di Iuppiter, Mars e Quirinus.[3] Anche i segni che delimitavano i confini erano oggetto di culto, a loro veniva sacrificato durante i Terminalia, feste nelle quali, i proprietari dei terreni vicini ricevevano come offerte primizie, cereali, focacce, favi di miele e vino. Il rito prevedeva inoltre che essi venissero spalmati col sangue della vittima sacrificale, cinti di bende e ornati di corone e lucerne. Non era raro che presso i proprietari terrieri si celebrassero sacrifici sia pubblici che privati al dio Terminus.[4] Questi era il numen di ogni terminus, si identificava con ogni sasso, tronco o altro oggetto che segnasse il perimetro di un terreno, veniva considerato il custode della pace e dell’amicizia, nonché dei confini e quindi dell’integrità del patrimonio terriero. Terminus risiedeva anche in Campidoglio, all’interno del tempio di Iuppiter Optimus Maximus.[5] Lì gli era tributata una supplicatio publica con lo scopo di controllare i pericoli che minacciavano i fines dello Stato.[6]


[1] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, The University of Chicago Press, Chicago 1970, p. 16.

[2] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, p. 81.

[3] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 216-229

[4] PICCALUGA G., Terminus, Ed. dell’Ateneo, Roma 1974, pp. 118-119.

[5] PICCALUGA G., Terminus, …, pp. 122-123.

[6] PICCALUGA G., Terminus, …, p. 127.

 


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