La Croce di spine

marzo 2, 2015

Tra i vari esperti di Gesù e del cristianesimo che si trovano in rete con le ipotesi più disparate mi sono imbattuto in Giancarlo Tranfo e la sua opera “La Croce di Spine”. L’autore, che ha un sito internet dove si può anche leggere qualche estratto del libro (http://www.yeshua.it/index.htm), delle note bibliografiche sull’autore stesso, qualche presa in giro più o meno bonaria della religione, in particolare cristiano/cattolica, in pratica sostiene la tesi secondo cui in realtà il Gesù presentato dai Vangeli non sia mai esistito, ma che in realtà dietro la sua figura si adombri Giovanni di Gamala. La tesi non è nuova, lo abbiamo già visto, e ne abbiamo mostrato l’infondatezza, ma magari Tranfo ha al suo arco delle frecce nuove che non abbiamo considerato, quindi ho provato a dare un’occhiata iniziale al suo sito. Così si può facilmente verificare come anche lui, alla pari di altri autori che sostengono tesi simili, è un autodidatta, il che di per sé non è una cosa negativa, ma vista l’esperienza passata mette subito un po’ sul chi va là chi legge. Infatti è probabile che un’autodidatta non padroneggi del tutto i metodi di indagine storica che normalmente chi opera in questo campo sa usare. Sono quindi passato a dare un’occhiata agli estratti del libro presenti sul sito e ho iniziato a leggere il primo, quello che riguarda il Testimonium Flavianum. E’ una pagina molto lunga che presenta il brano di Giuseppe Flavio in maniera apparentemente completa, ma che in realtà lo utilizza esclusivamente per confermare la propria tesi senza neanche degnarsi di prendere in considerazione ipotesi contrarie a quelle che sostiene l’autore. Infatti cita la versione, priva delle glosse, scoperta nel 1971 scritta in Siria nel X secolo dal vescovo e storico cristiano Agapio di Ierapoli che riporta una traduzione araba del Testimonium, ma lo liquida in pochissime parole che riporto fedelmente: “Non pensiamo sia il caso di spendere tempo a valutare la possibile autenticità di questa versione. Riteniamo che l’improbabile possibilismo espresso da frasi come “… ed era probabilmente il Cristo” (di fronte alle quali è difficile rimanere seri) tradisca l’evidente intento, da parte di un falsario intenzionalmente più cauto e accorto del precedente, di inseguire la credibilità persa con la versione nota del Testimonium per via dell’esagerata attestazione di divinità in essa riportata. Passiamo, dunque, ad altro.”
A questo punto è evidente che anche Tranfo non intende realmente analizzare le prove storiche a disposizione degli studiosi, bensì usarle per sostenere la tesi da cui parte.
C’ è uno schema ricorrente in tutti gli studiosi autodidatti che abbiamo analizzato fino ad ora:
– si parte da una posizione anticlericale dichiarata e che si riscontra leggendo i loro testi. Anzi alle volte è esplicitamente detto che l’obiettivo è far crollare la Chiesa.
– Di fronte ai problemi che un testo può porre, si sceglie di proposito la soluzione che può sostenere le proprie tesi senza analizzare le altre.
– Si scrive molto, ma in sostanza si ripetono sempre le stesse cose, quasi che, a furia di ripeterle, si voglia convincere il lettore.
– Ci si lamenta che queste tesi non vengono prese in considerazione dai media e dagli studiosi ufficiali, senza dire che in realtà a esempio Mauro Pesce, storico serio, non sempre allineato con le posizioni della Chiesa, ha risposto ad alcuni di questi scritti dicendo semplicemente che non sono storicamente fondati (e noi lo abbiamo dimostrato nel dettaglio). Inoltre nessuno scienziato di fama si metterebbe a discutere con uno sconosciuto, sui media, una teoria alternativa alla Fisica, ad esempio. Chi propone teorie nuove e diverse da quelle ufficiali prima di confrontarsi con chi ha già raggiunto alcuni traguardi e ha quindi certificato la sua competenza, deve compiere prima il suo percorso, magari facendo vagliare le sue tesi prima dai professori delle università della sua zona.
Quindi anche nel caso di Tranfo tutto si presenta sempre nello stesso modo, senza grosse variazioni, allora anche una analisi puntuale di quanto scritto su “La Croce di spine” diventa semplicemente una perdita di tempo e quindi anche io, come dice Tranfo riguardo il passo di Agapio, ho deciso di passare dunque ad altro…

Affitto…

febbraio 23, 2015

…il mio corpo. Il corpo è mio e ne faccio quello che voglio. Lo vendo, per strada o in un appartamento o in una macchina, per piacere. Vendo il mio seme, ciò che di più unico ho, il mio DNA, perché da qualche parte possa nascere un figlio che non conoscerò mai, ma che ha dentro di sé una parte di me. Affitto il mio utero perché qualcuno possa avere un figlio che io ho sentito crescere dentro di me, che io ho dato alla luce, ma è solo un prodotto, qualcun altro ha pagato per averlo… il corpo è mio e ne faccio quello che voglio, se mi va lo affitto e lo vendo anche…
…non so perché ma qualcosa mi stona.. forse è quel “mio” che mi sembra rimandi sempre e solo al possesso e mai alla cura… penso a quando dico ai miei bambini “Io sono tuo papà e ti voglio bene” con quel “tuo” non intendo che essi sono un mio possesso, ma che io mi prendo cura di loro.. che li amo…
… il possesso è il contrario dell’amore, non l’odio, perché il possesso toglie ogni libertà…
… e allora il corpo è mio e lo affitto o lo vendo, non importa, è mio!
…anche il sangue è mio però, ma c’è chi lo dona…
…anche il midollo è mio, ma lo si può donare… non so perché, ma sembra un mio diverso, no?
“Io sono il Signore tuo Dio”

Famiglia

febbraio 16, 2015

Una volta si parlava semplicemente di Famiglia, oggi bisogna distinguere tra Famiglia naturale e arcobaleno.
Una volta l’arcobaleno era semplicemente una meraviglia naturale, al massimo simbolo dell’Alleanza tra l’uomo e Dio.

Oggi l’arcobaleno è il simbolo di qualcosa di molto diverso.

Si diceva che lottare per i diritti delle famiglie arcobaleno nulla avrebbe tolto ai diritti delle famiglie naturali…

… ma oggi se fai una qualunque azione a vantaggio della Famiglia naturale (oggi l’aggettivo bisogna metterlo per evitare fraintendimenti) i difensori della Famiglia arcobaleno protestano…

…allora forse qualcuno mentiva?

Vangeli e Storia parte IV

febbraio 12, 2015

Ed eccoci arrivati all’ultima parte dell’analisi di questa ennesima opinione, priva di qualunque fondamento storico e spacciata come verità, che circola in rete.

Non semplici sviste ma errori gravi si riscontrano in continuazione nei testi sacri durante il corso evolutivo di un mito, inizialmente diverso, le cui varianti hanno richiesto secoli per celare le vicende sanguinose imposte dal fondamentalismo nazionalista giudaico in guerra contro la dominazione romana della terra d’Israele.

Abbiamo visto come in tanti casi l’errore sia solo una delle possibili spiegazioni, spesso non la più probabile. Oltretutto proprio per il grande numero di manoscritti che abbiamo dei Vangeli è abbastanza semplice individuare l’errore o l’aggiunta a posteriori. Le altre considerazioni sono semplicemente le opinioni personali dell’autore.

Gli attributi e le qualifiche dei protagonisti teologali, ripresi dai vangeli originali primitivi, richiesero un intervento “correttivo” da parte degli scribi cristiani quando la Chiesa ne comprese il vero significato.

Questa è una frase che, sinceramente, fatico a capire proprio nel suo significato italiano. Ne do quindi una mia interpretazione immaginando voglia dire che inizialmente i protagonisti dei Vangeli (Gesù e gli apostoli) erano descritti in un modo (secondo l’autore il modo reale), ma quando la Chiesa capì cosa questo significava allora fece degli interventi per correggere la cosa. Anche in questo caso il tutto mi sembra abbastanza incredibile da credere sulla base della pura logica perché questo implicherebbe:

- Che qualcuno abbia messo per iscritto le gesta di un gruppo di rivoluzionari (Gesù e i suoi discepoli), ma non una sola volta bensì più di una volta con accenti molto diversi fra di loro
- Che questo gruppo di rivoluzionari o i testi che parlavano di loro venissero ad un certo punto presi come punto di riferimento religioso
- Che tra i primi fedeli non si capisse che si trattava di rivoluzionari perché non si conosceva il vero significato di alcuni termini
- Che quando si è capito il significato di questi termini si è cercato di modificarli.
Insomma si vede chiaramente che si presuppone un processo estremamente assurdo e illogico nel suo sviluppo, al di là del fatto che non ci siano prove storiche a fondamento di tutto ciò chi lo sostiene dovrebbe prima di tutto spiegare come questo processo sarebbe potuto avvenire e perché, solo allora avrebbe senso cercare delle prove storiche. Prove che, allo stato attuale, rimangono del tutto assenti.

Un esempio di come sia stata eseguita la falsificazione di “Simone”, per trasformarlo in “Pietro figlio di Giona” (san Pietro), lo troviamo nei due “Novum Testamentum Graece et Latine” su riferiti, di cui riproduciamo copia:

dove possiamo notare, nel testo centrale in greco a destra (Mt 16,17), il vocabolo “Barionà” riferito a Simone – un aggettivo qualificativo che in aramaico significa “latitante, ricercato” – in greco non viene tradotto ma traslato con la lettera maiuscola in modo da farlo apparire un nome di persona: “Simon Barionà”. “Barionà”, come nome proprio di persona, nell’aramaico antico non è mai esistito, tanto meno in greco o latino, e la falsificazione diventa addirittura ridicola attraverso la comparazione delle traduzioni.
Infatti, a sinistra, nella versione latina, risalente almeno un paio di secoli dopo quella greca arcaica, successivamente fu diviso in “Bar Iona” con l’accento tolto sulla “a” finale; pertanto “Barionà” (latitante) diventa: Bar (“figlio di” in aramaico) Iona … filius Iona … figlio di Giona. βαριωνα’ (il “latitante” aramaico diventa Βαρ Ιωνα “figlio di”), quindi Bar Iona, infine, lo scriba, per non modificare ulteriormente il vocabolo originale, non può evitare un latino indeclinato errato, “filius Iona”, tradotto in italiano “figlio di Giona”.
Se “Iona” fosse stato veramente il nome di una persona avremmo dovuto trovarlo, sin dall’inizio, sempre separato da “bar” minuscolo, come per “filius” latino o “uios” ύιος greco; vocaboli usati spesso e senza problemi nei Vangeli … tranne in questo caso. Nel testo del 1861, in basso a destra in latino, “Pietro” non esiste: solo Simon Bar-Jona; e a sinistra, in greco, riporta Bar staccato. Nelle lingue latina e greca “Bar” e Βαρ non sussistono; allora sia nel testo latino che in quello greco Bar – Βαρ, come in aramaico, vorrebbero apparire “figlio”, ma, essendo traduzioni a suo tempo destinate a fedeli di lingua greca o latina, è assurdo tentare di farli passare come tali sapendo che in latino si dicono “filius” e in greco ύιος (ùios).
Un esempio lampante di quanto sostenevo prima, se questo è l’esempio che si ha di una manipolazione si vede come in realtà non ci fu nessuna manipolazione dal momento che è possibile risalire a tutti i passaggi e vedere com’era il testo in originale. Inoltre le affermazioni dell’autore oltre a non dimostrare nessun complotto, anzi mostrano il contrario, dimostrano anche come non ci sia alcun fondamento storico a quanto sostiene. Infatti “Bariona” col significato di fuorilegge appare solo nel VI secolo d. C. all’interno del Talmud babilonese e un’interessante studio sul termine si può trovare intorno a pagina 24 dell’opera “la favola di Cascioli” del biblista don Silvio Barbaglia. (http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf) che mostra anche quali sono i criteri di una seria ricerca storica.
In alto a destra, nel testo (Ioh= Gv 1,42), poiché il vocabolo “Cephas” in latino non esiste, si dice che deve (sic!) essere “interpretato Pietro”; anche nel greco antico, in alto a sinistra, “Kefaz” (Κηφας) non può ricorrere in tale idioma: è aramaico (sasso, pietra), ma ci viene imposto che … “significa Pietro”. In latino pietra = lapis, saxum; in greco =lithos, petra (minuscolo e mai “kefaz”).
Mi sembra banale, proprio perché nel testo viene usata una parola che nella lingua in cui è scritto il testo non esiste, invece di essere tradotta ne viene scritto a fianco il significato. Inoltre il Vangelo ci dice che è Gesù a cambiare il nome di Simone in Pietro e non perché è massiccio. Inoltre in nessun manoscritto risulta che ci sia stata un’aggiunta o una manomissione di questi passi quindi è l’autore che scrive così e che se voleva cambiare il nome per nascondere qualcosa poteva farlo direttamente. Cosa che non è stata fatta.
Le tre parole originali in aramaico erano Simon, kefaz, barionà che tradotte vogliono dire: Simone detto Kefaz (pietra, nel senso di “duro, massiccio”), latitante ricercato.
Quindi Simone detto Pietra (nel senso di “duro, massiccio” è un’interpretazione dell’autore) e “latitante ricercato” sarebbe la traduzione di “Bariona” di cui però non c’è alcuna attestazione storica prima del VI secolo d. C. In pratica due terzi del nome concordano con quanto dicono i Vangeli e a un terzo l’autore da un significato che conferma la sua tesi, ma la cui sostenibilità storica, alla luce dei dati che abbiamo, non è possibile.
Nella realtà Simone era uno dei fratelli zeloti già ricercato dai Romani sin da quando “Gesù” era ancora in vita e la sua identificazione era facilitata dalla vistosa corporatura massiccia. Fu un capo zelota e, come tale, consapevole di condurre una lotta integralista sino alla estrema conseguenza del martirio; di fatto avvenuto assieme al fratello Giacomo, tramite crocefissione, dopo la cattura per opera del Procuratore Tiberio Alessandro nel 46 d.C.
La mescolanza delle lingue e la manipolazione dei vocaboli tradotti furono, nel tempo, sfruttati volutamente, per travisarne il senso, da scribi professionisti consapevoli di trattare con ingenui credenti.
Questa è l’opinione dell’autore, legittima come ogni opinione, ma del tutto arbitraria dal punto di vita storico dal momento che, come abbiamo visto, fino ad ora non ha una sola prova a supporto.
Queste “tecniche” di traduzione sono soltanto uno dei modi con cui si può falsare il significato della vita di una persona e, se la Chiesa ha fatto “carte false” per trasformare “barionà” sino a farlo sparire nei Vangeli moderni, ciò sta a dimostrare che il significato di “latitante ricercato”, espresso dal testo originale, è reale, pertanto Essa lo considera veramente pericoloso e in contrasto alla nuova dottrina evolutasi nei secoli futuri da quella giudaica originale.
Ma il termine “barionà” non è sparito dai Vangeli moderni è ancora lì, tanto è vero che chiunque legge il testo originale (disponibile a tutti) se ne accorge. Il punto che non esistono motivi storici per tradurlo come vorrebbe l’autore. E la tecnica di continuare a ripetere una cosa senza spiegarne le motivazioni è una delle tecniche usate da chi non ha argomenti per le proprie tesi se non le proprie convinzioni.

Pertanto, nella consapevolezza che “Simone detto Kefaz” ci consente di scoprire in “san Simone Pietro” il capo zelota ricercato dai Romani, nessun prete, durante la messa, osa narrare dal pulpito la illuminante parabola della “regola” cui si atteneva il successore di Cristo dopo la Sua crocefissione, riferita in “Atti degli Apostoli”:

“Un uomo di nome Ananìa con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per se una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse:«Ananìa, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All’udire queste parole, Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano.
Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Si, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose” (At 5,1/11).
Che questo passo non venga letto in chiesa non è completamente vero, ad esempio http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/contenitore.asp?nf=lg00008_amb.asp&l0=2&l1=2&l2=-1&c1=At%205&p1=0 è il link al calendario liturgico Ambrosiano che permette la ricerca per brani dal quale si scopre che il brano in questione è letto il Venerdì della II settimana di Pasqua. Nella liturgia romana è vero che non viene letto, ma il passo è conosciuto, letto e commentato in diverse occasioni catechetiche.

Gli Zeloti erano Farisei rivoluzionari fuori legge, di conseguenza i sacerdoti appartenenti al Movimento di Liberazione Nazionale (lo stesso valeva per gli Esseni) non avevano la possibilità di riscuotere le decime dei raccolti (Ant. XX 181) spettanti per diritto ai sacerdoti Sadducei e Farisei conservatori filoromani.
Sarebbe interessante capire se questa considerazione è anch’essa un’opinione o se è supportata da fonti storiche, perché non tutti gli Zeloti erano conosciuti come tali, di conseguenze nulla vietava che eventuali sacerdoti Farisei che erano Zeloti in segreto riscuotessero le decime previste.

La scelta ideologica di condurre una lotta armata contro Roma indusse gli Zeloti, per finanziarsi, ad imporre tributi agli Ebrei possidenti adottando metodi persuasivi violenti. Alla guerriglia contro i “kittim” invasori, la maggioranza degli Esseni privilegiò la propaganda religiosa avvalendosi delle Profezie della Legge ancestrale per incitare le masse, mentre, per il loro sostentamento, si erano organizzati in comunità produttive, soprattutto agricole.

La Chiesa è sempre stata consapevole delle qualifiche rivoluzionarie di alcuni apostoli (quelli con nomi giudaici) e, ovviamente, ha tentato di reinterpretare il loro significato come ha fatto con i “boanerghès” Giovanni e Giacomo i quali, lo abbiamo visto sopra, da “figli dell’ira” (di Dio) sono stati declassati a “figli del tuono”. Nel merito, leggiamo come ha commentato il pontefice “teologo”, Benedetto XVI, ai fedeli, durante la Udienza Generale in Piazza San Pietro dell’11 Ottobre 2006, riguardo l’apostolo Simone:

“Luca lo definisce zelota … è ben possibile che Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina …” .

Queste frasi, sibilline e incerte, rappresentano tutt’oggi la posizione ufficiale della Chiesa: una “testimonianza” reticente in antitesi con la verità storica e con gli stessi vangeli.
In realtà di “sibillino e incerto” non c’è nulla nelle parole di Benedetto XVI, se c’è semplicemente la consapevolezza che i temi storici non si possono trattare con assoluti. E l’uomo che i Vangeli ci presentano come Simone, detto Pietro, mostra i tratti di una persona ricca di ardente zelo, non i tratti di un appartenente al movimento degli Zeloti. Per modificare questo bisognerebbe modificare tutto il Vangelo, non un solo termine.
Una sorta di “alibi” che può essere supportato solo dalla “buona fede” e dall’ignoranza di credenti – tenuti appositamente all’oscuro sui fatti realmente accaduti – ai quali viene detto, in sostanza, che Simone zelota, non era uno zelota … nonostante sui vangeli è scritto “zelota”.

Non è detto questo, ma viene semplicemente data un’interpretazione del termine legato al momento storico e al contesto in cui il testo è scritto. Facciamo un esempio, oggi come oggi il termine “compagno” indica una persona con cui si ha una relazione stabile, ma che non si vuole o non si può ufficializzare, cinquant’anni fa il termine “compagno” indicava un membro del Partito Comunista. Ora se qualcuno che non conosce il contesto legge il termine “compagno” senza nessuno che glielo contestualizzi e glielo interpreti rischia di prendere davvero fischi per fiaschi.
Infatti, basta scorrere l’Antico Testamento per accertarsi che “la Legge divina”, rammentata dal Papa, consisteva nella “Ira di Dio” che comandava la strage di qualsiasi pagano, donne e bambini compresi, avesse osato calpestare la Terra Promessa da Yahweh al suo popolo.
Ed esattamente da quali passi scaturisce questa uguaglianza? La Legge divina è qualcosa che è dato da Dio e l’uomo segue, l’Ira di Dio è lo sdegno personale di Dio verso il peccato. Due cose estremamente diverse. Naturalmente se ci sono passi che attestano quanto afferma l’autore li potremmo anche esaminare e valutare, ma detto così questo è l’ennesimo passaggio privo di alcun fondamento.
Ma, dal 6 d.C., data di fondazione del Movimento Nazionalista degli Zeloti, per loro mano la “Ira di Dio” si scagliò anche contro gli stessi connazionali. Questa “Legge divina” veniva imposta, come regola cruenta e con”ardente zelo”, da Simone Pietro agli adepti della sua comunità per finanziare la guerriglia zelota.
Questa è solo l’opinione dell’autore priva della benché minima prova storica. Abbiamo visto ampiamente come non ci sia alcuna prova che permetta di collegare Simon Pietro con gli zeloti, quindi ancor meno che questi imponesse regole cruente per finanziare chissà quale guerriglia.

La prima finalità della Chiesa di creare gli “Apostoli” fu dettata dalla necessità, messa in atto da ignoranti in storia e cultura giudaica, di nascondere nel “mucchio” i cinque fratelli zeloti e si ricollega alla necessità di replicare più “Marie”, apparentate come “sorelle” e “cognate” di Maria loro madre, per farli diventare “cugini”… ma in maniera scoordinata e contraddittoria fra gli stessi vangeli. Tale incoerenza, riscontrata nei testi “sacri”, dimostra il tentativo fallito degli autori di inventare nomi falsi poiché impossibilitati a fornire una base storica documentabile.
Gli Apostoli furono una creazione letteraria resasi necessaria, anche, per far apparire che il “cristianesimo”, diffuso da loro, era presente sin dal I secolo al fine di “dimostrare” che Gesù era venuto e si era sacrificato per salvare gli uomini dalla morte.
Tutto questo concetto è estremamente confuso e difficile da seguire. A prescindere dall’anticlericalismo anche dichiarato dell’autore, se volessimo comprendere come, storicamente, si sarebbe verificato il fenomeno che l’autore sostiene non ci si riesce. In sostanza si afferma che si volevano nascondere i nomi di cinque zeloti e quindi si replicano i nomi, se ne aggiungano altri, ma non era più semplice modificarli del tutto e basta? E poi dove si fanno queste falsificazioni? Su un testo già presente e che racconta imprese zelote (e allora i resti di quelle imprese dovevano rimanere in maniera molto evidente) o si crea un testo ex-novo ( e allora perché lasciare tutti questi riferimenti, stando a quanto sostiene l’autore?) ? Insomma questa teoria fa acqua da tutte le parti, almeno presentata così.
“Chiamati a sé i dodici apostoli, Gesù diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattia e di infermità” (Mt 10,1).

Secondo quanto riferito in “Atti” di Luca, i seguaci della dottrina cristiana, in soli tre decenni, si erano moltiplicati e diffusi, prima nelle province mediterranee dell’Impero poi ancora oltre, grazie alle dimostrazioni di miracoli straordinari fatti dagli “Apostoli”… dei cui nomi, come delle meravigliose sovrumane gesta ad essi accreditate, non esiste traccia in alcun documento degli storici d’epoca.
Se questa spropositata divulgazione, così come viene attestata in “Atti” – riconfermata ed ulteriormente esagerata da Eusebio di Cesarea “La dottrina di Cristo si diffuse nel mondo intero in breve tempo” (HEc. II 3) – fosse veramente avvenuta … proprio in virtù delle mirabolanti imprese ostentate pubblicamente dagli Apostoli come una sbalorditiva
“grazia divina”, tutti gli scribi dell’epoca ne avrebbero riportato le cronache.

La rapida espansione del cristianesimo è ancora oggi motivo di studio e in parte impossibile da spiegare del tutto, al contrario di quanto è possibile fare con altre religioni. Segno che non furono fattori sociali o culturali a provocarla. L’ipotesi più verosimile rimane quella della testimonianza personale di chi dava anche la vita per questa fede. E in questo caso, le conversioni o le testimonianze di fede fino al martirio erano i più straordinari dei miracoli.

In realtà la “documentazione” sull’esistenza degli “Apostoli” proviene solo da asceti cristiani, Padri Fondatori della Fede da essi propugnata, e da Episcopi Venerabilissimi, tutti “testimoni” della “veridicità” della propria dottrina, i cui manoscritti sono copie edite secoli dopo di loro, pertanto, anch’esse epurate ideologicamente.
Come dimostrano anche gli studi seguenti, ad iniziare da Paolo di Tarso, gli Apostoli degli scritti neotestamentari, semplicemente, non sono mai esistiti.
Gli studi seguenti non li abbiamo letti e vista la qualità di quanto prodotto fino ad ora e soprattutto vista la mancanza di ogni fondamento storico, avendo tante altre cose da fare e di meglio da leggere non credo che mi cimenterò. Il modo di procedere è chiaro e gli errori evidenti. Finisco solo dicendo che moltissimi degli autori antichi ci sono giunti grazie ai manoscritti copiati da uomini di Chiesa, che piaccia oppure no, di conseguenza dovremmo dubitare di tutti loro?

Vangeli e Storia parte III

gennaio 28, 2015

Proseguiamo con la disanima di questa teoria sull’origine dei Vangeli che si può facilmente trovare in rete (nelle parti precedenti che ho già pubblicato dovrei aver messo anche il link diretto al sito).

Parte III

Si tratta di testimonianze riguardanti la vita e la morte di cinque uominicon i nomi dei fratelli di “Gesù“, uguali a quelli dei figli di Giuda il Galileo. Uomini che lottarono, sino al martirio, per l’ideale in cui credettero.
Questi fratelli furono separati, in altri brani evangelici, volutamente – ma in modo talmente scoordinato al punto da dimostrarne le manomissioni – ed assegnati a padri inesistenti sposati a svariate “Marie”, fra cui una è addirittura citata come “sorella della madre di Gesù”, col suo stesso nome “Maria moglie di Cleofa”:

“Presso la croce di Gesù stavano sua madre (Maria) la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria di Màgdala” (Gv 19,25).
Tranne la “Maddalena”, queste “Marie” (sono 6 nei Vangeli e in “Atti”) risultano avere tutte figli con nomi (quelli di stretta osservanza giudaica) uguali fra loro, e uguali a quelli dei figli di Giuda, il potente Dottore della Legge, Signore di Gàmala … e fra poco lo accerteremo.

Aspettiamo di vedere come verrà accertato, sperando però che questa volta il procedimento sia più logico e rigoroso di quanto visto fino ad ora. Sottolineo solo questo continuo ripetere, come un mantra, che i Vangeli furono manomessi volutamente, ma in maniera tale che uno se ne poteva e se ne può accorgere facilmente. Quindi in pratica, perdonatemi l’espressione, secondo questa logica chi ha fatto la manomissione era un’idiota.

Per quanto concerne il mancato patronimico di (san) “Giuseppe”, questi non esisteva nei vangeli primitivi ma lo troviamo solo nella finta “Natività” e nel brano di Luca “… non é figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22): un interrogativo sciocco posto da paesani che avrebbero sicuramente saputo chi fosse il padre di “Gesù” dal momento che ne conoscevano la madre;

In realtà si tratta di quella che comunemente viene chiamata domanda retorica, cioè una domanda di cui si sa già la risposta e se si legge per intero il brano di Luca si capisce che la domanda denota stupore e incredulità. Inoltre non è solo Luca che dice Gesù figlio di Giuseppe, almeno per la gente, ma anche Matteo in tutto il capitolo 1 del suo Vangelo parla di Giuseppe come del padre ufficialmente riconosciuto di Gesù.

infatti l’amanuense non fece rispondere “Gesù” a questa domanda per evitarGli di mentire.

 

Che senso ha questa affermazione? Se davvero l’amanuense ha fatto quanto affermato dall’autore viene da chiedersi perché non togliere del tutto la domanda… cioè l’amanuense (chi sarà poi…) prima scrive una domanda che può mettere il suo personaggio in difficoltà, ma poi fa sì che egli non risponda così non deve mentire… molto contorta la cosa e oltretutto per persone che ci vengono presentate come dei manipolatori e mentitori patentati tutta questa remora per una bugia mi sembra eccessiva… insomma la considerazione non sta proprio in piedi, ma senza scomodare nessuna esegesi semplicemente usando la logica.
Gli scribi cristiani erano consapevoli che rivelando il vero padre di “Gesù”, Giuda il Galileo, fondatore del movimento nazionalista rivoluzionario degli Zeloti, non avrebbero potuto giustificare la dottrina della salvezza dell’Agnus Dei.

Qui siamo chiaramente ed evidentemente nel campo delle illazioni personali che non ha alcuna prova a sostegno a meno che una tale prova non venga mostrata più avanti.
Il mito del condottiero davidico, Salvatore del popolo di Israele dal dominio pagano, si evolse, successivamente, in un Messia universale estraneo all’integralismo ebraico violento, e fu proposto come docile “Agnello di Dio” da sacrificarsi a modo di una “Hostia” pagana, offerta – tramite il “prodigio” della transunstanziazionecreato in una frazione di pane –

quale pasto teofagico per la “vita eterna” degli adepti fra gli stessi “Gentili” convertiti. In contrasto con la nuova dottrina cristiana riguardante le gesta dei reali protagonisti, ebrei zeloti e martiri … quel mito doveva essere modificato.

Tutta questa è un’opinione personale dell’autore che fino a questo momento non è stata supportata da nessuna prova. Libero l’autore di credere in ciò che ritiene meglio, ma non è corretto proporre questo come un assoluto provato.

* Secondo i Cattolici e buona parte degli Ortodossi, cioè quasi tutta la cristianità: conversione della “Hostia” latina “vittima sacrificata alla divinità”, nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo presente nell’Eucaristia. Dai Cattolici è contenuto in un sottile disco di farina impastata, per gli Ortodossi in una frazione di pane intriso di vino.

Il rituale eucaristico con l’offerta del proprio corpo e sangue fu istituito da Cristo nell’ultima cena. Ma, a nessun Profeta dell’Antico Testamento, Dio “Yahweh” aveva mai “rivelato” l’Avvento di un Messia che si sarebbe fatto sacrificare e dividere in tante particole da far inghiottire ai “beati poveri di spirito” per la loro “salvezza eterna”. Siamo di fronte all’innesto di un rituale pagano nella religione ebraica tramite la riforma del leggendario, ancestrale, Messia davidico.

In realtà siamo di fronte a un’interpretazione del tutto personale dell’autore dell’eucarestia, come sempre legittima, ma del tutto lontana dal senso e dalla realtà dell’eucarestia stessa. Se poi volete capire qualcosa in più su cosa è, per un cristiano, l’eucarestia vi segnalo questo link di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Eucaristia
Ormai in contrasto con la nuova dottrina cristiana per le gesta dei veri protagonisti, martiri zeloti per la causa giudaica, quel mito doveva essere modificato.

Si fa davvero fatica a seguire la logica interna di certi ragionamenti. Ora l’autore ci sta dicendo che c’è un mito (quale? Quello di Cristo? Supponiamo intenda quello… noi non crediamo sia un mito, ma lui sì e quindi supponiamo intenda quello) che deve essere modificato perché in contrasto con la nuova dottrina cristiana (ma se la dottrina ha origine dal mito, secondo l’autore, perché modificarlo? Perché c’è un contrasto tra una dottrina e un mito inventato?) a causa delle gesta dei veri protagonisti che sono martiri zeloti (ah ecco, ma i conti non tornano lo stesso perché o il mito è mito o il mito parla di questi “veri protagonisti” e se è così perché usarlo per fondare il cristianesimo?). Insomma il tutto proprio non ha senso… o almeno io non riesco a vedercelo.

Infatti, come si può dimostrare col dettagliato esame pubblicato più avanti, anche le difformi “Natività di Gesù” furono riprese dalle “Immacolate Concezioni” politeiste orientali – inventando così “san Giuseppe, Maria Vergine e Gesù bambino” – ed aggiunte nei soli vangeli di Luca e Matteo in un periodo futuro.

 

Aspettiamo di vedere questo dettagliato esame, ma già, sul mio sito ho analizzato affermazioni di questo tipo dimostrandone tutta l’infondatezza.
I nomi dei fratelli corrispondono a quelli di alcuni “apostoli” ai quali manca “Giuseppe” poiché, ripetiamo, ultimo di loro era ancora troppo giovane all’epoca di “Gesù” per essere riconosciuto, come Profeta condottiero, da uomini pronti a dare la vita per una causa nazionalista.

Si continua a ripetere un concetto che, abbiamo visto, non ha alcun fondamento prendere solo ciò che interessa per dimostrare la propria tesi ignorando ciò che cozza con essa è sempre possibile farlo, ma non dimostra nulla. Anche qui, se la tesi dell’autore fosse corretta, la motivazione per cui manca il nome Giuseppe non ha senso, oltretutto dal momento che questo Giuseppe, dice l’autore successivamente diventerà importante e quindi sarebbe poi stato degno di essere in questo elenco vuol dire che i testi dei Vangeli sono stati scritti quasi a ridosso degli avvenimenti descritti, altrimenti si sarebbe potuto modificarli successivamente.

Giuseppe, soprannominato Menhaem, nel 66 d.C., a capo degli Zeloti attaccherà i Romani riuscendo a conquistare il potere ed insediarsi sul trono come Re dei Giudei.

“Fu allora che un certo Menhaem, figlio di Giuda detto il Galileo, un Dottore (della Legge) assai pericoloso che già ai tempi di Quirinio aveva rimproverato ai Giudei di riconoscere la Signoria dei Romani quando già avevano Dio come Signore …” (La Guerra Giudaica II 433; cap.17,8).
Per inciso, la dimostrazione che “Menhaem” corrisponde a Giuseppe, l’ultimo dei figli di Giuda il Galileo, sarà semplice come “l’uovo di Colombo”.

Aspettiamo allora di vedere questa semplice dimostrazione perché fino ad ora non abbiamo visto una sola dimostrazione che sia tale e anche adesso si dice che Giuseppe era soprannominato Menhaem come fosse un dato di fatto, ma in realtà non è così e infatti si dice che poi verrà dimostrato… vedremo…
Apostoli con qualifiche aggiunte come: “Zelota” o “Cananeo”, “Iscariota”, “Barionà” e “Boanerghès”, che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato” e “figli dell’ira” o “figli della collera”.

Non è esattamente così. Uno dei discepoli di Gesù, Simone, non Pietro, viene detto nel Vangelo di Luca come soprannominato lo Zelota e nei Vangeli di Marco e Matteo come il Cananeo. In realtà sembra che il vocabolo originario usato in Marco e Matteo sia un termine che non indica la provenienza da Cana di Galilea bensì si ricollega al movimento degli Zeloti, quindi una sorta di sinonimo di Zelota. Ma chi erano gli Zeloti? In sostanza dei terroristi per i romani, ma per gli ebrei erano un gruppo di nazionalisti. Potete dare un’occhiata qui per farvi un’idea http://it.wikipedia.org/wiki/Zelota

Riguardo all’etimologia di “Iscariota” che è molto dubbia vi rimando qui http://it.wikipedia.org/wiki/Giuda_Iscariota#Etimologia_di_.22Giuda_Iscariota.22

Il termine Bariona è invece normalmente tradotto come figlio di Giona, riferito a Simon Pietro, la lettura come latitante, ricercato è solo nel Talmud nel VII secolo d. C. e quindi molto tarda.

Sul termine Boanerghes è sufficiente leggersi questa breve pagina di Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes

Insomma si presentano come dati di fatto delle semplici ipotesi personali e si mettono insieme dati molto distanti tra di loro per sostenere la propria tesi. Un comportamento non proprio scientifico.
Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono accusati di essere “Galilei” nel vangelo di Matteo (Mt 26,69) “Anche tu(Simone Pietro) eri con Gesù il Galileo, pur sapendo che san Pietro era nativo di Betsàida (Gv 1,44) in Gaulanitidenon in Galilea.

 

Due semplici osservazioni:

  • Proprio il passo citato mostra come a Pietro non viene detto di essere Galileo, ma di accomagnarsi a Gesù il Galileo, una cosa ben diversa;
  • Betsaida è a nord del lago di Tiberiade (http://it.wikipedia.org/wiki/Betsaida) vicina alla Galilea e sappiamo che Pietro abitava a Cafarnao con la sua famiglia, quindi se anche fosse stato appellato come Galileo questo non sarebbe stato tanto insolito.

Lo storico giudeo Giuseppe attesta che i Galilei” erano gli ebrei più focosi e nazionalisti, pronti a ribellarsi; inoltre è importante sottolineare che “Galileo” era la qualifica che distingueva “Giuda il Galileo“, il quale, anche lui, non era nativo della Galilea ma della città di Gàmala (sempre in Gaulanitide) le cui rovine, ribadiamo, sono conformi alla Nazaret descritta nei vangeli. Pertanto “Galileo”, oltre indicare la regione di appartenenza era considerato anche sinonimo di “estremista ebreo”.

 

Sono tutte speculazioni che partono dall’assunto di voler dimostrare la tesi finale e non al contrario, non si possono assimilare due persone semplicemente perché entrambi erano detti Galilei, dal momento che molte altre persone erano, evidentemente, dette così. Oltretutto per far tornare i conti sembra che sia anche necessario spostare il luogo di nascita di Gesù da Nazareth a Gamala (che non è in Galilea come dice l’autore). Insomma il tutto è davvero troppo contorto e si basa su troppe ipotesi e nessuna prova concreta per poter essere reale.
I Galilei erano famosi per il coraggio con cui affrontavano la morte e il filosofo stoico Epitteto, alla fine del I secolo così li rappresenta: “Anche per follia uno può resistere a quelle cose (i supplizi), o per tradizione, come i Galilei  da “Dissertazioni del discepolo Arriano” (Digestae IV 6,6). Lo stesso discepolo di Epitteto, Arriano, in “Digestae II 9,19-21″ precisa che si tratta di “Giudei“.
Gli storici genuflessi odierni, ben coordinati fra loro per dare maggior peso alle menzogne, dichiarano sfrontatamente che Epittèto per “galilei” intendeva “cristiani seguaci di Gesù”. Dunque, in virtù della “fede”, i loro occhi stravedono e traducono Γαλιλαιοι (Galilei) e Ιουδαιοι (Giudei) con “Cristiani gesuiti”, pertanto considerano Epittèto una “sicura fonte extra cristiana”. E Wikipedia gli fà opportuna “eco” promuovendo una capillare “opera di apostolato”.

Cerchiamo di non soffermarci sulle provocazioni dell’autore, ma di ragionare invece sulla frase di Epitteto. E’ vero che la maggior parte degli storici ritiene che con “Galilei” qui Epitteto si riferisca ai Cristiani, ma è anche vero che la prova certa di questo non c’è, infatti se si va a vedere nei testi più antichi non troviamo un collegamento diretto “Cristiani/Galilei” ne troviamo molti in epoca successiva. Però se si prende l’intero periodo di Epitteto e non una sola frase si capisce che Epitteto intende i Cristiani. G. Jossa nel libro “I Cristiani e l’impero romano”, ed. Carocci, rist. 2006, pp. 97-102, traduce sempre il termine εθος con “abitudine” (non “ostinazione” o “tradizione” come fa l’autore). E nell’interpretare questo passaggio inquadra in generale il pensiero filosofico di Epittèto. Infatti Epitteto parla di disinteresse per moglie, figli, patrimonio (e qui si potrebbe anche pensare a gruppi simili agli Esseni o agli Esseni stessi), ma soprattutto di disinteresse per il corpo (το σωμα), cioè per il vivere o il morire. Jossa ritiene quindi che qui si parli dei Cristiani che non avevano paura della morte. Inoltre fa riferimento al clima di tensione del periodo e alla vocazione per il martirio. Tuttavia anche lui, tuttavia, non riesce a citare alcuna fonte antica a sostegno di una identificazione certa, univoca e veramente soddisfacente dei Cristiani con i Galilei e si limita a scrivere: “Nonostante le obiezioni spesso avanzate dagli studiosi, questi Galilei sono quasi certamente i Cristiani” (op. cit., p. 100).

Quindi ci sono ottimi motivi per questa identificazione che però non è certo e non è vero che gli storici sono come li descrive l’autore tanto è vero che lo stesso Jossa cita le obiezioni degli studiosi a questa interpretazioni. Quando si fa un lavoro di ricerca basato più sulle proprie convinzioni anticlericali che su fondamenti storici si rischia proprio questo.

Il movimento zelota fondato da Giuda il “Galileo” viene descritto da Giuseppe Flavio ancor più efficacemente:

“Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni…la maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione in tali circostanze che non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare lindifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene (Ant. XVIII cap. 1° 24).

Comprendiamo che i Romani, dal loro punto di vista, avevano forti motivi per catturare e uccidere gli Zeloti in quantofanatici nazionalisti si opponevano al dominio pagano, e questo valeva anche per i “fratelli di Gesù” i quali, come stiamo per verificare, corrispondono tutti ai figli di Giuda il Galileo.

 

Questo è da dimostrare, vediamo se ciò verrà fatto e come perché per quello che abbiamo visto fino ad ora non c’è alcun fondamento storico, ma solo le opinioni dell’autore.

Inoltre, sempre osservando la tabella degli “Apostoli”, si capisce che il Simone, qualificato come zelota, cananeo e sicario, é replicato.

Non è vero, la tabella non mostra questo, questo è il risultato che vede chi lo vuole ottenere. La tabella mostra, chiaramente, due apostoli di nome Simone con attributi diversi. Ora se questi attributi ci permettono di identificarli come lo stesso apostolo questo va dimostrato. E in ogni caso dobbiamo sempre chiederci perché si sarebbe dovuto storpiare un apostolo. Per nascondere qualcosa? Ma allora perché mantenergli lo stesso nome, non era più semplice cambiargli completamente nome? Comunque proseguiamo nella lettura e vediamo se arriva qualche prova che ci chiarisce il mistero.

E’ lo stesso Simone Pietro detto “Kefaz” in lingua semita, (evangelizzato in “Cefa”) che vuol dire “pietra”, indicato altresì come “barionà” che, sempre in aramaico, significa “latitante ricercato”: un sicario Zelota, una volta individuato, non poteva che darsi alla màcchia per non essere catturato e ucciso dai Romani.

“Evangelizzato”, in questo contesto, non vuol dire molto, i Vangeli sono scritti in greco e l’aramaico Kefa diventa Cefa in greco. Riguardo “Bariona” che normalmente è tradotto come “Figlio di Iona” cioè comunemente letto “Bar Iona”. L’attestazione di “bariona” col significato negativo dato dall’autore è molto più tarda, intorno all’VI secolo e quindi non può essere neanche un indizio che nei Vangeli fosse usato con quel significato. Sulla questione vi segnalo questo interessante testo: http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf

L’unico “apostolo” col nome di autentica tradizione giudaica, non appartenente alla cerchia dei fratelli, è Matteo.

Questo è una deduzione che l’autore cala qui dall’alto senza spiegarci su quali fonti e su quali basi sostiene una cosa del genere.

Esso viene chiamato anche Levi, con un impossibile doppio nome ebreo, indicato come “Pubblicano” e designato a testimoniare dal vero le vicende di Cristo sin dalla nascita.

In realtà se leggiamo Marco 2, 14 o Luca 5, 27 vediamo come il suo primo nome era Levi. Ora non si capisce perché l’autore sostiene che un doppio nome ebreo era impossibile, invece era solito il cambio di nome negli ebrei per indicare un cambiamento di vita. Pensiamo a quanto visto poco sopra con Simone detto Pietro, Saulo che diventa Paolo o pensiamo all’episodio di Sara ed Abramo dell’Antico Testamento quando anche a Sara viene cambiato il nome, quindi l’uso di un doppio nome non era cosa inusuale per gli ebrei.

Ma nella tabella notiamo che “Matteo Levi non esiste nel vangelo di Giovanni: é impossibile, non ha senso. Se fosse stato uno dei “dodici apostoli” avrebbe dovuto riferirlo anche “Giovanni”, a maggior ragione poiché gli scribi cristiani li fanno apparire entrambi “colleghi” redattori di vangeli.

Posta così la questione è fuorviante, quello che è necessario sottolineare è che Marco, Matteo e Luca fanno un elenco degli apostoli, mentre Giovanni no. Giovanni menziona alcuni apostoli quando ciò è coerente con ciò che sta narrando. Quindi il fatto che Matteo non appaia mai nel Vangelo di Giovanni (e non è l’unico apostolo) è una cosa possibilissima, perché i criteri seguiti dall’autore del Vangelo secondo Giovanni sono diversi da quelli seguiti dagli autori degli altri tre Vangeli. E nel metterli a confronto bisogna tenerne conto non ignorarlo per poter sostenere la tesi che più piace.
Nel vangelo di Matteo (lui stesso) si dichiara “Pubblicano”: altra assurdità. I Pubblicani erano gli esattori che riscuotevano i tributi dovuti all’Imperatore previa effettuazione di un censimento, pertanto, gli altri “apostoli” Zeloti e sicari, aderenti alla quarta filosofia zelota contro la tassazione di Roma lo avrebbero ucciso senza ripensamenti essendo un nemico ideologico da eliminare, come postulato dallo stesso Giuda il Galileo quando capeggiò la guerra contro il censimento decretato da Cesare Augusto:

Giuda si gettò nel partito della ribellione gridando che «questo censimento mirava a mettere in totale servitù» e incitava la Nazione ad un tentativo di indipendenza. I fanatici nazionalisti (gli Zeloti) «…non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà essere necessario, e la Divinità (Yahweh) ne avrebbe favorito l’impresa fino al successo»” (Ant. XVIII cap. 1° 5,6).

Questa non è un’assurdità. Infatti da un lato il fatto che nei Vangeli si trovino molti esempi di fatti imbarazzanti per i protagonisti (in effetti essere un pubblicano non era cosa di cui vantarsi) non fa altro che dimostrarne l’autenticità (se i testi fossero stati inventati certi particolari imbarazzanti sarebbero stati eliminati), dall’altro non si capisce perché il fatto che tra i dodici ci fosse un pubblicano dovrebbe avere come corollario l’assurdità, infatti un’ipotesi ben più fondata dovrebbe forse far pensare che allora il gruppo dei dodici non era una banda di zeloti come l’autore si è convinto a credere e come cerca di far credere anche a noi, ma senza nessuna prova storica se non le sue opinioni.

Matteo è un falso protagonista. Lo scriba cristiano che ideò quel nome, molto tempo dopo i fatti descritti, operò al solo scopo di rendere più credibile la propria “testimonianza” facendolo apparire un attore ebreo di quelle vicende.

Dire che è falso ciò che non coincide con le proprie ipotesi non è un modo corretto di procedere nell’analisi di un qualsivoglia documento. Ragionando così possiamo sempre dimostrare tutto e il contrario di tutto.
In realtà, il redattore di questo vangelo in greco, ripreso da un vangelo primitivo originale che fu tradotto, non poteva essere un giudeo, padrone dell’aramaico, perché non comprese il significato di “cananeo” e lo trascrisse in forma ellenizzata riferito a “Simone” (“qanana” in aramaico). L’accostamento prospettico, nella tabella, con “Simone Zelota” del vangelo di Luca non lascia dubbi.

Queste sono tutte supposizioni dell’autore che non si basano su un fondamento documentale o almeno se questo fondamento c’è non lo mostra, ma sembrano basarsi, più che altro, sulla volontà dell’autore di dimostrare la propria tesi.
Il vangelo di “Giovanni” riporta “Iscariota”, ma Giuseppe Flavio, in “Guerra Giudaica” riferisce, approfonditamente, nel cap. 8° del VII libro (par. 253/255), attraverso un ricordo lontano nel tempo, che i Sicari erano il braccio armato degli Zeloti, i seguaci della “quarta filosofia” fondata da Giuda il Galileo, ed agivano contro i propri connazionali filo romani a partire dal 6 d.C..

In realtà è abbastanza semplice verificare che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi e quindi l’aggettivo Iscariota riferito a Giuda non può intendersi come Sicario. Il vero significato di questo nome è ancora un mistero, ci sono diverse ipotesi sulle quali ancora oggi si sta lavorando. Per un interessante studio sull’argomento e anche per la dimostrazione che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi vi segnalo questo bel lavoro storico http://digilander.libero.it/Hard_Rain/ISCARIOTA.pdf che mostra oltretutto come si dovrebbe procedere nello studio dei manoscritti antichi. Comunque per riassumere brevemente la questione in Bell., 2.256, Giuseppe Flavio afferma che la prima azione compiuta dai sicari fu l’assassinio del sommo sacerdote Gionata, figlio di Anano, successore di Giuseppe “Caifa” dei vangeli. “Caifa” fu deposto assieme a Pilato, verso il 36 d.C.L’assassinio di Gionata fu commesso al tempo del regno di Nerone (54-68 d.C.) e quando era procuratore

Felice (52-60 d.C.) quindi restringendo gli anni possibili tra il 54 e il 60 d.C.

Che lo scriba evangelista con lo pseudonimo “Matteo” non sia stato un ebreo, né mai vissuto in Giudea, è dimostrato in altri molteplici passaggi del suo Vangelo, ad iniziare da quello riguardante l’insieme dei fratelli di “Gesù” indicati col nome della madre anziché col patronimico; inoltre, sulla “Natività” (come verifichiamo nel successivo studio), dimostra di non conoscere i luoghi, la storia giudaica dell’epoca di Cristo e l’Antico Testamento, cadendo, peraltro, in contraddizione grave con la sua qualifica di funzionario esattore “Pubblicano”.

In realtà al momento non c’è nessuna contraddizione, a meno che non venga dimostrato il contrario, chi scrive il Vangelo secondo Matteo dimostra una buona conoscenza dei luoghi e delle usanze ebraiche, se così non è bisognerebbe dimostrarlo non semplicemente dirlo. Il fatto che fosse un ebreo e un esattore delle tasse “Pubblicano” non è in contraddizione, anche Zaccheo nei Vangeli viene definito Pubblicano e se vi interessa capire cos’era un pubblicano leggete qui http://it.wikipedia.org/wiki/Pubblicano

Giuda detto Theudas era un Profeta “sobillatore”, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Simone che, insieme a Giovanni e Giuseppe (l’ultimo), costituiscono la cerchia di fratelli evangelici tutti con nomi di tradizione giudaica.

Un attimo, l’uguaglianza Theudas-Giuda non è stata dimostrata, anzi sembrerebbe proprio il contrario fino ad ora. Inoltre si stanno semplicemente prendendo dei nomi che in effetti sono uguali dicendo che allora anche le persone sono le stesse. Servono un po’ più di prove, al momento l’unica cosa che sembra dimostrare tutto questo discorso è che i nomi al tempo di Gesù erano più o meno sempre quelli (ecco il motivo di usare patronimici o attributi che distinguessero le persone) e che se si ignorano le prove storiche, ma ci si basa solo sull’analogia si può sostenere tutto e il contrario di tutto.

Solo questi nomi, autenticamente ebraici – dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk S.I., Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris, Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 – risultano accompagnati da qualifiche e attributi, quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio Fado nel 45 d.C.:
Zeloti” che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, indica i “fanatici nazionalisti”; “barionà”, in aramaico, vuol dire “latitante fuorilegge”; “Iskarioth” forma omofona grecizzata del latino “sicarius” (sicariota), l’attentatore armato di “sica”, un tipo di lungo pugnale ricurvo in uso all’epoca; “boanerghès” *, significa “figli dell’ira” o “figli della collera”; “cananeo” da “qanana” in aramaico, equivalente a “zelota”, e “galilei”, come “fuorilegge”.
Erano tutti figli di Giuda, ideatore dello zelotismo antiromano, detto “il Galileo”.

Abbiamo visto e mostrato in precedenza come ciascuno di questi attributi non significhi assolutamente quanto qui è affermato, ma supponiamo, ammesso e non concesso che l’autore abbia ragione in tutto il suo ragionamento, avremo quindi qualcuno o un gruppo che tenta di falsificare la storia di un gruppo di fuorilegge facendoli passare per dei santi, ma lasciando intatti tutti i nomi o soprannomi che avrebbero permesso di identificarli come fuorilegge. Che senso ha? L’intera ipotesi dell’autore oltre al fatto che non ha alcun fondamento storico, cade proprio nella fallacia logica.

* L’amanuense cristiano, con lo pseudonimo di “Giovanni detto anche Marco” – che trascrisse in greco un vangelo aramaico primitivo – nel versetto (Mc 3,17) riportò il vocabolo “βοανῆργε’ς” (leggi “Boanerghès”) e lo tradusse con la espressione Υἱòι βροντῆς (leggi “Uiòi Brontés”) che vuol dire “Figli del Tuono”. Egli intese, volutamente, documentare la voce come se quel concetto fosse testimoniato da un cittadino ellenico dell’epoca.
E’ oggi accertato che nessun greco di allora avrebbe mai detto o scritto “βοανῆργε’ς” (Boanerghès) per significare “Figli del Tuono” ma si sarebbe limitato a dire o scrivere Υἱòι βροντῆς.
Infatti, in tutta la letteratura greca classica, “βοανῆργε’ς”, citato nel vangelo, è lunico caso ove ricorre tale vocabolo; ne consegue che la parola non può avvalersi di alcuna etimologia, pur se scritta in tale lingua, ed è quanto risulta nei vocabolari.

Infatti la parola è di origine aramaica trascritta in caratteri greci, ma questo lo dice qualunque dizionario biblico. Non ha senso supporre chissà quale complotto che, anche se fosse, avrebbe avuto miglior esito cambiando del tutto il nome invece di tentare di dargli significati che, all’epoca, sarebbero stati subito smascherati da chi li ascoltava.
In realtà la fonetica è di origine ebraica, non greca, e il suo etimo lo ritroviamo in due sezioni del lemma: il primo, “boan e”, un modo di “bèn e” che significa “figli di”; il secondo, “rghès” la cui radice semitica indica “ira” o “collera”.
In ebraico antico, la lingua usata dai Dottori della Legge (Rabbini), בנירגש “benereghèsh” significa “figli dell’ira”. Pertanto“βοανῆργε’ς” (“Boanerghès”) vuol dire “Figli dell’ira” o “Figli della collera”. L’unica “ira” o “collera” cui richiamarsi nella società teocratica israelita, con la Terra Santa profanata dai pagani, era LIra di Yahweh, il Padre (Abba) del “popolo eletto” i cui figli prediletti, discendenti di Davide, non potevano che essere gli Zeloti. 

Sarebbe interessante avere delle fonti per queste affermazioni, io vi segnalo Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes che dice tutt’altro. Ora io non ho preclusioni di sorta, anche quanto affermato dall’autore potrebbe andare bene se fosse motivato citando delle fonti altrimenti diventa solo una storia (bella o brutta che sia)

  
Dunque la proposizione “Figli del Tuono”, secondo il progetto dello scriba cristiano che lo riferì, esprime un concetto riduttivo e fuorviante rispetto all’originale vocabolo ebraico il quale, effettivamente, rivela il medesimo intento ribelle nazionalista degli altri fratelli Zeloti.
Troviamo infine conferma, al brano di Marco appena citato, nel vangelo di Luca (Lc 9,53) ove Giovanni e Giacomo, i fratelli apostoli “Boanerghés”, intendono incendiare un villaggio della Samaria ma … vengono fermati da “Gesù”; nel contempo la storia ci insegna che i Giudei erano nemici dei Samaritani e in guerra tra loro, all’epoca di Cristo.

Perfetto quindi da una parte si vuole fuorviare modificando il senso di una parola mentre dall’altra si lascia integro un episodio che è piuttosto imbarazzante, infatti Gesù stesso ferma i suoi stessi discepoli. Senza andare in cerca del significato dei termini è proprio la logica che sta alla base di questo complotto che non regge lo vediamo in continuazione. Se si voleva davvero falsificare si poteva falsificare molto meglio.

E’ d’obbligo evidenziare che tali qualifiche rivoluzionarie sono riferite solo ad “apostoli fratelli che hanno lo stesso nome, di stretta osservanza giudaica, dei fratelli di “Gesù“. Al contrario, gli apostoli con nomi greci,senza alcuna designazione ribelle, vengono tutti cancellati dalla storia come dimostriamo ad iniziare da “Filippo” nello studio successivo su “Paolo di Tarso“: entrambi inventati.

A parte che non c’è nessun fondamento storico per uguagliare gli apostoli ai fratelli di Gesù (anzi Gesù stesso dice che nessuno è profeta in patria propria quando i suoi familiari lo ritengono matto), ma se anche fosse supponendo vera l’ipotesi dell’autore quello che non viene spiegato è perché non cambiare semplicemente i nomi scomodi con altri, magari greci e senza attributi. Tutto questa ipotesi del complotto non ha proprio senso, non regge a una analisi banalmente logica.
Gli appellativi escogitati successivamente, tutt’oggi in uso, sono serviti, attraverso contraffazioni delle traduzioni nelle varie lingue e la manipolazione dei termini originali, sia a celare le vere identità dei fratelli Zeloti dietro “santi apostoli”, sia a “replicarli” fino a raggiungere il numero, significativo giudaico, di “Dodici”, come fecero dichiarare a Cristo nel vangelo:

“Siederete anche voi (gli apostoli) su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28).

Questa è una pura congettura che oltretutto e anche abbastanza deboluccia come contenuto, pensate che addirittura c’è chi sostiene che i dodici apostoli rappresentino i dodici segni zodiacali. Comunque ripeto se fosse stato come dice l’autore non si spiega perché avremmo una contraffazione solo di alcuni nomi e in maniera tale da poter essere rintracciati e altri nomi aggiunti così giusto per arrivare a 12. Era sufficiente scrivere dodici nomi, senza attributi alcuni.

In particolare troviamo replicati: Simone detto “Pietro il Galileo” con Simone lo Zelota o il Cananeo (alcuni manoscritti riportano “Cananite”); Giacomo il Maggiore con Giacomo il Minore (quest’ultimo, alter ego del primo, viene cancellato dalla storia come provato nel successivo studio); Giuda detto Thaddaeus (traduzione latina volutamente fuorviante di Theudas) con Giuda detto Thomà (san Tommaso) e con Giuda Iskarioth (sicariota), qualifica grecizzata del latino attentatore assassino “sicarius”. A questo punto i lettori si saranno accorti che la sovrapposizione di “Giuda Iscariota” con “Giuda non Iscariota” cancella il famoso “bacio di Giuda”, divenuto simbolo infamante dell’inganno più abbiètto nel mondo cristiano.

In realtà anche senza alcuna conoscenza storica basta leggere per rendersi conto che non c’è nessuna replica di nessun personaggio, ma semplicemente i nomi usati dagli ebrei erano pochi e sempre quelli quindi spesso era necessario usare degli attributi, degli aggettivi, per identificare le varie persone. Ripeto basta la logica perché se l’obiettivo fosse stato quello di duplicare alcuni apostoli con lo scopo, non si capisce bene perché, di raggiungere il numero di 12, sarebbe stato sufficiente inventarsi altri nomi, magari di origine greca, invece di usare sempre gli stessi cambiando solo gli attributi. Infine non si capisce dove, come e perché la “sovrapposizione” di Giuda, come la chiama l’autore, cancellerebbe il famoso “bacio di Giuda”.
Oltre a quanto sopra rilevato (dopo la tabella) sulle contradditorie parentele di Giuda, leggiamo cosa dicono i vangeli in merito all’apostolo rinnegato dopo che questi aveva tradito “Nostro Signore Gesù” per trenta denari.
In Atti (1,18) il “testimone oculare” san Pietro riferisce un episodio raccapricciante:

“Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto poi, precipitando in avanti, si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le viscere.
L’altro apostolo, “testimone oculare” anche lui, Matteo, invece, così la racconta:
“Giuda, gettate le monete dargento nel Tempio, si allontanò ed andò ad impiccarsi (Mt 27,5).
Mentre san Paolo, nella I Lettera ai Corinzi (15,4-5), ci informa che:
“Cristo fu sepolto e resuscitato, il terzo giorno apparve a Cefa (Kefaz, san Pietro) e ai dodici apostoli”.
Essendo “dodici” vuol dire che fra essi era presente anche Giuda “il traditore” sempre vivo, infatti, questo apostolo, all’evangelista Giovanni non risulta che si sia suicidato.

E’ evidente che tali incompatibili deposizioni non hanno alcun valore probatorio se non dimostrare la montatura di un “apostolo”, sfruttata, peraltro, con fini ideologici legati a un nome che identificava l’odiata etnia giudaica accusata di aver ucciso “Gesù” senza averlo riconosciuto come proprio Messia Salvatore.

Il testo della prima lettera ai Corinzi, nel passo citato dice una cosa un po’ diversa da quella riportata, cioè: “1Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che 4fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.”

La differenza sta nel fatto che come riportato dall’autore sembra che Cristo sia apparso il terzo giorno a tutti e Dodici i discepoli, nel testo corretto si vede che c’è solo una consequenza di tempi nelle apparizioni, ma senza specificare esattamente quando. Quindi si dice, Cristo risorge e appare prima Cefa, poi a Dodici e poi ad altri. Inoltre si noti come in entrambi i testi venga citato Cefa, cioè Pietro, e poi i Dodici. E’ chiaro che qui con “i Dodici” non si intende il numero di persone, ma la qualifica, cioè a quella cerchia di amici più intimi. Se così non fosse e fosse come sostiene l’autore avremmo Tredici discepoli e non Dodici poiché anche Cefa andrebbe contato in questo numero. E’ la stessa cosa che accade quando, dopo una partita di calcio si parla di undici giocatori anche se durante la partita magari uno è stato espulso e la squadra ha in realtà giocato in dieci.

Infine la considerazione per cui nell’ipotetica, quanto strampalata, ipotesi di complotto dell’autore si sarebbe scelto Giuda come nome cui dare il ruolo peggiore perché identificava l’intera etnia giudaica è del tutto priva di senso, anche qui logico, dal momento che lo stesso Gesù era della tribù di Giuda in quanto discendente di Davide, quindi in realtà Giuda sarebbe stato un nome da onorare non da vituperare.
Alcuni esegeti clericali, consapevoli di questa assurdità evangelica, provano a rimediare ricorrendo a ipotetiche, personali, “rivelazioni divine” per tentare di giustificare le contraddizioni connesse a questa morte immaginaria (destino macabro teatrale o semplice suicidio?; proprietario terriero o nullatenente?) … sino a reinterpretare le “Sacre Scritture”, modificandole di fatto.

Sarebbe utile qualche esempio per capire di cosa effettivamente stiamo parlando, fino ad ora abbiamo però visto come l’autore stesso riesca a modificare le scritture per far dir loro non quello che dicono, ma ciò che lui vuole che dicano.
In realtà, come già dimostrato, il vero Giuda, autentico zelota sicario, fu ucciso da Cuspio Fado.

In realtà non è stato dimostrato alcunché, non è che le cose basta dirle per dimostrarle.

Escludendo gli apostoli replicati, i nomi di stretta osservanza ebraica, riportati come fratelli, sono:
GiovanniGiuda, SimoneGiacomo, e Giuseppe. Ad iniziare da Giovanni, uno dopo l’altro furono giustiziati dai Romani come martiri irredentisti, tranne l’ultimo, Giuseppe, troppo giovane all’epoca per militare come capo Zelota sicario.

Questa è una conclusione a cui giunge l’autore del tutto priva di fondamento storico come ha dimostrato fino ad ora, si basa solo sulle sue personali convinzioni per cui si è giocato con i nomi fino a quando non si sono lasciati quelli che si voleva rimanessero.

In contrasto furono aggiunti apostoli con appellativi derivati da aggettivi come san “Bartolomeo“, nome inesistente in greco e latino nel I secolo, il quale, separato dall’usueto “bar” aramaico biblico, diventa “bar tolomeo” che vuol dire “figlio di Tolomeo”. Poichè Tolomeo era un nome greco che significava “Valoroso”, adottato da alcuni sovrani egizi ellenizzati, quindi “Bartolomeo” significa “Figlio del Valoroso”, ma … un apostolo che non viene testimoniato nel vangelo del suo “collega apostolo” Giovanni è un vuoto, talmente vistoso e banale, più che sufficiente a dimostrarne l’inesistenza.

I Vangeli sinottici parlano di Bartolomeo, mentre Giovanni parla di Natanaele, si tendono a identificare queste due figure per cui Giovanni chiamerebbe l’apostolo col suo nome mentre gli altri tre userebbero il patronimico. In ogni caso non tutti gli studiosi sono concordi su questa interpretazione. Il fatto che Giovanni non nomini Bartolomeo, da solo, non ci permette di dire che il personaggio fu un aggiunta inventata (perché, se così fosse stato, non aggiungerlo anche al Vangelo di Giovanni dal momento che lo si era già aggiunto agli altri tre?).
Altro apostolo, semplice aggettivo, solo citato in “Atti degli Apostoli” poi dimenticato e lasciato senza gesta che ne attestino l’esistenza, è Andrea, dall’epiteto greco “andreas” che vuol dire “vigoroso”, una caratteristica di Simone a lui “affratellata” così: “vigoroso, fratello di Simone”;

http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_apostolo questa è la pagina di Wikipedia, fonte non cattolica, dedicata all’apostolo Andrea. Se si leggono i passi dei Vangeli citati è chiaro come “Andrea” non può essere un semplice aggettivo di Simone, molte frasi non avrebbero proprio senso. Oltretutto non si capisce l’utilità di un’operazione di questo genere.

o, ancora, san Tommaso, dall’aramaico “thomà” che significa “gemello”, o dal greco “didymos” anch’esso equivalente a “gemello”, sino al punto di escogitare uno strano sostantivo composto da due aggettivi in due lingue diverse con le iniziali maiuscole “Tommaso detto anche Didimo” (Gv 11,16) che vuol dire “Gemello detto anche Gemello”, privo di significato e … molto buffo. Un nome così insensato non poteva appartenere a nessuno sulla faccia della terra; è solo un errore commesso da uno stupido scriba intento a manipolare la traduzione in greco di un testo senza essere padrone dell’aramaico.

In realtà Giovanni, che scrive per gente che parlava il Greco e non l’aramaico, dice “Tommaso chiamato Didimo” perché specifica a chi, come noi non sa l’aramaico (ma noi non sappiamo neanche il Greco) che Tommaso, vuol dire Gemello (Dydimos in greco). E’ come se dicesse: “Tommaso, che vuol dire Didimo”. Tutto qui, nessun nome senza senso, nessun complotto ma una cosa semplice semplice e terra terra. E anche qui nella teoria del complotto quella a vacillare è la logica, perché uno scriba che avesse voluto manipolare il testo senza conoscere l’aramaico come avrebbe atto ad azzeccare proprio il vocabolo Dydimo che in greco, guarda caso, è l’equivalente di Thoma in aramaico? Allora o conosceva l’aramaico e quindi si sarebbe reso conto di essere di fronte a un nome senza senso oppure non lo conosceva e allora non si capisce perché avrebbe scelto il vocabolo greco che traduceva esattamente quello aramaico… naturalmente la spiegazione più semplice e logica è che chi ha scritto conoscesse entrambe le lingue e volesse spiegare all’uditorio Greco il significato del nome aramaico.

Anche questo apostolo fuoriesce dalla storia poiché dal vangelo letto da Eusebio di Cesarea risulta che Giuda e Tommaso (“Thomà” in aramaico) sono la stessa persona:

«Dopo l’ascensione di Gesù, Giudadetto anche Tomaso, mandò ad Abgar l’Apostolo Thaddaeus»” (HEc. I 13,11).

Poiché la sovrapposizione Giuda-Tommaso cancella un apostolo, nella tabella ne rimarrebbero undici: fatto assurdo. Questa è la prova evidente che i vangeli furono ulteriormente modificati dopo Eusebio di Cesarea, ma noi abbiamo dimostrato sopra che Thaddaeus, in realtà, era Giuda Theudas. Si trattava di un sedicente Profeta zelota con due qualifiche aggiunte al vero appellativo semita: Giuda. La dottrina cristiana non poteva ammettere la violenta genesi zelota ebraica dei fratelli di Cristo senza coinvolgere anche Lui, pertanto questi furono celati nel “mucchio” di “Dodici Apostoli” dei quali alcuni nomi risultano consueti attributi aramaici traslati scorrettamente in lingua greca. Semplici aggettivi che, col trascorrere dei secoli, grazie all’ignoranza dei fedeli sul vero significato originario, furono accettati e adottati come nomi di persone.

In diversi testi, Tommaso è chiamato anche Giuda, non solo da Eusebio di Cesarea, infatti lo ritroviamo chiamato così anche nella Didaché, nel Vangelo di Tommaso e nelle opere di Tarziano il Siro. Ora che Giuda fosse il suo vero nome e Tommaso un soprannome è probabile, ma non ne abbiamo la prova d’altra parte affermare con sicurezza che poiché in Eusebio di Cesarea è chiamato Giuda Tommaso allora costui è Giuda Theudas è un salto privo di qualunque logica e prova. Il fatto che alcuni aggettivi siano poi diventati nomi o viceversa è una prassi normale che capita in tutte le culture, ad esempio il nome Beniamino oggi indica anche il preferito di un gruppo di persone, così come si usa Giuda per indicare un traditore, nessun complotto, normale evoluzione dei nomi.

Nella tabella degli apostoli, il solo vangelo di Giovanni, riporta “Natanaele” che in semitico “celestiale” voleva dire “Dono di Dio”: non era un appellativo usato dal popolo ebraico nel I secolo. Era un antico attributo biblico fatto passare per nome, a conferma, come già riferito, che gli scribi cristiani redattori dei vangeli non erano Giudei.

Cosa significa “semitico “celestiale””? Poi cosa significa che non era un nome usato dagli ebrei nel I secolo, ma era un antico attributo biblico? Antico quanto? Precedente al I secolo? E attributo di chi? Siamo sicuri che non sia stato mai riferito a una persona? E quindi i “falsari” non erano Giudei, ma hanno preso un antico attributo biblico in lingua semitica e l’hanno spacciato come nome? Come avrebbero potuto farlo se non fossero stati Giudei? Come facevano a conoscere la lingua semitica e addirittura un antico attributo biblico? Se davvero si fosse trattato di falsari non Giudei la cosa più semplice sarebbe stato l’utilizzo di un nome nella propria lingua, c’erano già diversi nomi greci. Anche qui nessun complotto semplicemente la narrazione che usa nomi del tempo, tutto qui.
Ovviamente, l’inesistente Natanaele viene ignorato dagli altri evangelisti mentre “Giovanni” riferisce che Natanaele riceve lannuncio dellAvvento di Gesù Cristo da parte di Filippo (Gv 1,45) …

Questo dovrebbe far riflettere, nell’ipotesi sostenuta dall’autore, ovvero di essere in presenza a dei falsi ben congegnati bisognerebbe dare una spiegazione sul perchè di queste differenze che invece potevano essere benissimo e senza alcuna difficoltà armonizzate a tavolino. Invece il fatto che ci siano tali differenze prova l’autenticità degli scritti evangelici, infatti ogni autore racconta la parte che gli interessa mettendo in risalto gli aspetti che lui ritiene importanti.

ma, nello studio successivo su “Paolo di Tarso”, dimostriamo, storia alla mano, che l’apostolo Filippo non è mai esistitodi conseguenza anche Natanaele è una finzione…come gli altri “Apostoli”.

Questa dimostrazione non l’ho letta per cui non posso giudicarne la bontà, certo è che se il livello della dimostrazione è pari a quanto visto fino ad ora siamo ben lontani dal dimostrare alcunché.

Una invenzione scollegata fra gli stessi evangelisti ed estremamente imbarazzante per la Chiesa al punto che, senza alcuna base o riferimento storico, evangelico, filologico, i Suoi esegeti azzardano che Natanaele viene comunemente(sic!) identificato con san Bartolomeo (Figlio del Valoroso)”. Solo un visionario mistico può intravedere una correlazione fra i nomi “Dono di Dio” e “Figlio del Valoroso”, affinché possano essere accomunati; pertanto ogni ulteriore commento diventa superfluo …

In realtà diventa superfluo commentare affermazioni di questo tipo dal momento che Bartolomeo è un patronimico e Natanaele un nome, è un po’ come il “Pelide Achille” dove Achille è il nome e Pelide vuol dire solo Figlio di Peleo, abbiamo visto più volte come essendo i nomi propri pochi e sempre quelli si usava spesso il patronimico. In ogni caso l’identificazione di Natanaele con Bartolomeo non è certo, è proposta da molti studiosi, ma non accettata da tutti, ma da qui a sostenere quanto sostiene l’autore ci vuole un salto di logica non indifferente e infatti neanche lui è in grado di spiegare come, anche all’interno della sua teoria del complotto, ciò sia possibile.

ad iniziare da quello sull’annuncio dell’Avvento di Gesù fatto “testimoniare” da un inesistente Filippo e della “rivelazione” del “Figlio di Dio” tuttuno con il “Padre”, come stabilito nel “Credo” dai Vescovi cristiani in vari Concili indetti nel corso del IV secolo (tre secoli dopo Cristo).

L’inesistenza di Filippo è tutta ancora da dimostrare. E’ vero che il Credo venne stabilito nel corso del IV secolo, ma ciò che nel Credo è affermato era già creduto da tempo seppur con alcune differenze interpretative o con differenti sfumature tra le varie Chiese, ecco che allora i Concili mettono ordine e rendono ufficiale il Credo.

“Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci? Credetimiio sono nel Padre e il Padre è in me” 
(Gv 14,9-11). “…questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea …” (Gv 12,21).

Gli amanuensi che “incollarono” in modo posticcio questo “Filippo” nei loro vangeli non avevano la reale conoscenza dei luoghi in cui decisero far muovere i loro fantasiosi personaggi al punto di ubicare Betsàida in Galilea anzichè in Gaulanitide dove essa era edificata e successivamente ingrandita, dopo la morte di Erode il Grande, da suo figlio il Tetrarca Erode Filippo, appartenendo al territorio da lui ereditato (Ant. XVIII cap. 2° 28).

Tenendo conto che l’attuale sito dove è stata identificata l’antica Betsaida è in effetti in Gaulanitide, ma dista meno di un paio di chilometri dal confine con la Galilea.

Che i confini della Galilea non è certo siano sempre stati così rigidi.

Che lo stesso Giuseppe Flavio parla di questa città come una citta della Gaulanitide inferiore, in Antichità Giudaiche, XVIII, 4 chiama un certo Giuda della Gaulanitide come “galileo” (come lo stesso autore ripete più sotto con altri intenti).

E’ quindi possibile che all’epoca Betsaida fosse una città definita a volte come Galilea e a volte no, nulla di misterioso quindi.
Lo stesso problema investe anche gli apostoli Andrea, Giacomo e san Pietro, tutti nativi in Galilea a Betsàida: “Filippo era di Betsàida, la città di Andrea Simone Pietro (Gv 1,44); in Galilea come il personaggio “Gesù”, evidenziando, di fatto, le concrete gèsta dei nazionalisti integralisti Galilei. Infatti, nei vangeli di Matteo e Luca, a noi pervenuti, si afferma che Simone Pietro e “Gesù” furono accusati di essere “Galilei“: “Anche tu, Simoneeri con Gesùil Galileo(Mt 26,71); “«In verità, anche questo (Simone Pietro) era con Lui (Gesù)è anche lui (Simone) un Galileo!»” (Lc 22,59).

Non potendo riconoscere il significato zelota di “Galileo” attribuito a Gesù e a Pietro, di fronte alla contraddizione geografica di una Betsàida erroneamente indicata in Galilea dall’evangelista, alcuni esegeti clericali odierni azzardano l’ipotesi di una seconda Betsàida sita in Galilea; altri si limitano, timidamente, a dichiararne incerta l’ubicazione fingendo di ignorare la collocazione precisa indicata da Giuseppe Flavio. L’errore geografico attinente a Betsàida, commesso dallo scriba cristiano, dimostra il rimaneggiamento dei vangeli originali al fine di sviare il significato del lemma “Galileo”, inteso come “ribelle”, per farlo sembrare “abitante nativo della Galilea”.

L’unica cosa che l’errore, se davvero di errore si tratta, prova è che chiunque può fare un errore. Infatti se supponiamo, nella logica dell’autore, che si volesse nascondere che con “Galileo” si intendeva un significato “zelota” perché usare il termine di continuo? Inoltre indicare la città di Betsaida in Gaulanitide avrebbe significato distanziare questi apostoli dalla Galilea ed era più semplice eliminare l’epiteto o modificarlo quando era citato altrove. In definitiva la logica dell’autore è decisamente contorta, la spiegazione più semplice è appunto quella dell’errore oppure quella di un confine che, vista la vicinanza, non fosse poi così stabile.

Poiché in quella regione era concentrato il maggior numero di Ebrei integralisti, lo abbiamo provato appena sopra, con il generico termine di “Galilei” gli storici indicavano tutti i Giudei fanatici nazionalisti, in lotta contro il dominio romano, votati al martirio e costretti a pene strazianti una volta individuati e catturati.

E’ vero che il termine “Galileo” era usato con una valenza dispregiativa perché comunque la Galilea era un regione disprezzata, sia perché era la regione in cui c’era una maggiore mescolanza di razze, sia perché in quella regione si trovavano gli ebrei più facinorosi. Ma se è vero che il termine “Galileo” aveva anche il valore di cui sopra è anche vero che aveva il valore, molto semplice di “proveniente dalla regione della Galilea”, come di fatto era Gesù. Quindi se molto probabilmente un ebreo facinoroso era chiamato “Galileo”, ciò non vuol dire che un abitante della Galilea fosse chiamato “Galileo” in quanto facinoroso.

La accezione comune del vocabolo “Galileo”, lo stesso attribuito a Giuda il Galileo (nativo di Gàmala in Gaulanitide, non in Galilea), ovviamente, valeva anche per i suoi veri figli: “Gesù” e “Simone Pietro”, entrambi accusati nei vangeli di essere “Galilei” sovversivi.

Ripetiamo, se uno era detto “Galileo” semplicemente perché nato in Galilea non automaticamente era anche un sovversivo. Quest’ultimo punto andrebbe provato e non solo affermato. Fino ad ora l’autore non ha provato nulla di tutto ciò, ma ha semplicemente presentato delle sue opinioni, valide come tante altre, ma prive di fondamento storico.

Per una migliore comprensione dei protagonisti evangelici, a riprova che in realtà erano capi ebrei Zeloti, si rende necessario rimarcare, ulteriormente, che la descrizione di Gàmala (la città di Giuda il Galileo), equivale alla rappresentazione della Nazaret riferita nei vangeli. Viceversa, come dimostriamo nel’apposito studio, la Nazaret odierna non ha niente in comune con la città di Cristo.
Pertanto la patria di Gesù e dei suoi fratelli era Gàmala, la roccaforte degli Zeloti, unica città a non essersi mai sottomessa al dominio romano sino agli inizi del 68 d.C., quando fu costretta a capitolare dopo tredici mesi di assedio da parte dell’esercito di Re Agrippa II cui si aggiunsero le legioni romane di Vespasiano e Tito che la rasero al suolo.

L’identificazione di Nazareth con Gamala è un’opinione dell’autore che parla anche di una dimostrazione che io non ho letto, ma se la qualità della dimostrazione è simile a quanto letto fino ad ora ci troviamo di fronte non ad una dimostrazione, ma a una semplice opinione che si sostiene collegando fra loro dati molto distanti tra di loro e che, al momento attuale, i documenti non ci permettono di collegare. Nulla fino ad ora dimostra la tesi dell’autore, l’unica cosa dimostrata è il desiderio dell’autore di crederci, desiderio che piega i dati storici alle proprio necessità.

Caro Gesù ti scrivo

dicembre 22, 2014

Mi rendo conto ora che sono quasi due mesi che non scrivo su questo blog, me ne dispiace, ma vi assicuro che dietro le quinte sto lavorando a nuovi articoli, ma ormai siamo anche prossimi al Natale e ci tengo a fare gli auguri a chi segue questo blog, ma anche a chi ci è capitato solo per caso. E, probabilmente, perché da quando sono papà ascolto molto canzoni per bambini vorrei farvi gli auguri con una canzone dello Zecchino d’Oro, si intitola “Caro Gesù ti scrivo” e a me piace molto. Credo che si potrebbe riflettere su quasi ogni sua frase, ma se dovessi sceglierne una credo che sarebbe questa: “Caro Gesù ti scrivo perché non ne posso più di quelli che sanno tutto e in questo tutto non ci sei tu”. Possiamo avere tutto, sapere tutto, fare tutto, ma se in questo tutto non c’è Lui, non c’è l’Amore, non vale nulla… invece basta una piccola cosa, una sola cosa, ma che contenga Lui, l’Amore e allora vale tutto… Che Gesù nasca nei vostri cuori, nelle vostre famiglie, tra coloro che amate… e poi non lasciatelo più andare via, tenetelo stretto… questo è l’augurio che vi faccio per questo Santo Natale.

Caro Gesù ti scrivo (“Zecchino d’oro” 1997 – musica e testo: M. Piccoli)

Caro Gesù ti scrivo per chi non ti scrive mai,

per chi ha il cuore sordo bruciato dalla vanità,

per chi ti tradisce per quei sogni che non portano a niente,

per chi non capisce questa gioia di sentirti sempre amico e vicino.

Caro Gesù ti scrivo per chi una casa non ce l’ha,

per chi ha lasciato l’Africa lontana e cerca un po’ di solidarietà,

per chi non sa riempire questa vita con l’amore e i fiori del perdono,

per chi crede che sia finita,

per chi ha paura del mondo che c’è e più non crede nell’uomo.

Gesù ti prego ancora: vieni a illuminare i nostri cuori soli,

a dare un senso a questi giorni duri,

a camminare insieme a noi.

Vieni a colorare il cielo di ogni giorno,

a fare il vento più felice intorno,

ad aiutare chi non ce la fa…

Caro Gesù ti scrivo perché non ne posso più di quelli che sanno tutto

e in questo tutto non ci sei tu,

perché voglio che ci sia più amore per quei fratelli che non hanno niente,

e che la pace, come il grano al sole, cresca e poi diventi pane d’oro di tutta la gente.

Gesù ti prego ancora: vieni a illuminare i nostri cuori soli,

a dare un senso ai giorni vuoti e amari,

a camminare insieme a noi.

Vieni a colorare il cielo di ogni giorno,

a fare il vento più felice intorno, ad aiutare chi non ce la fa…

Quell’anello d’oro

ottobre 25, 2014

Ultimamente mi sono trovato a parlare molto di matrimonio e mi è capitata da ascoltare una canzone dello Zecchino d’Oro del 2004, sentendola mi sono commosso… di seguito vi riporto il testo, se vi capita l’occasione ascoltatela, parla del matrimonio, ma lo fa dal punto di vista di un bambino, il punto di vista sicuramente più ingenuo, ma anche quello più vero…

Quell’anello d’oro

Solista:
è bello passeggiare per tutta la città,
Nei viali e nei giardini, guardando qua e là,
La piazza dei bambini fra un po’ si sveglierà,
Mi siedo ad aspettare vicino a te, papà,

Coro:
E quando guardo le tue mani, c’è qualcosa che…

Solista:
Lì nella tua mano, ti segue ovunque vai,
Qualunque cosa accada non l’abbandoni mai,
è quell’anello d’oro che porti lì con te,
Se tendi la tua mano, lui brilla verso me.

Coro:
è la tua buona stella che non ti lascia mai,
Lo vedo in ogni cosa, in tutto ciò che fai,
In ogni mia incertezza, in ogni mio perché,
Un bene più prezioso al mondo no, non c’è.

Solista:
è bello passeggiare giocando tra di noi,
Provare a scomparire per un minuto e poi…
Guardarti da lontano, sapere che ci sei:
“è meglio ritornare, oppure sono guai!”

Coro:
Ma poi mi stringi piano piano e c’è qualcosa che…

Solista
Lì nella tua mano, ti segue ovunque vai,

Coro:
Ovunque vai

Qualunque cosa accada, tu non lo lasci mai

Coro:
Ovunque vai

è quell’anello d’oro che porti lì con te,
Un bene più prezioso al mondo no, non c’è.

Coro:
Brilla come stella, non ti abbandona mai,
Lo vedo in ogni cosa, nel bene che mi dai,
In mille e più parole, in qualche gesto che
Mi basta per capire che sei vicino a me.

Solista:
è più di ogni ricchezza, è più di ogni tesoro…
è un dono dell’amore, quell’anello d’oro!

Coro:
Quell’anello d’oro!

Una croce pettorale?

ottobre 21, 2014

Un po’ di tempo fa sono stato contattato da mia zia perché lei fa parte di una comunità di preghiera del Rinnovamento dello Spirito e, in occasione di un pellegrinaggio, aveva acquistato per la sua comunità una riproduzione della croce indossata da Papa Francesco. Dopo averne fatto dono alla comunità, che è intitolata “Il Buon Pastore”, a un’altra persona della comunità è arrivato via mail il file pdf che potete scaricare anche voi da questo collegamento UNA CROCE PETTORALE. Questo file contiene un articolo tratto dalla “rivista” Chiesa Viva di luglio/agosto 2014. Prima di parlare dell’articolo bisogna dire che Chiesa Viva è una rivista leggibile on-line che ha da sempre attaccato la Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II in poi ritenendo sostanzialmente eretiche le posizioni assunte da quest’ultimo e vedendoci spesso dietro una regia massone, infatti non di rado ha segnalato la presenza, a suo avviso, di simboli massonici in ambienti ecclesiali. Questo tipo di posizione non è nuova e qui e lì ne ho già parlato, si tratta di persone che vedono la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II come un’altra rispetto a quella che l’ha preceduta e non solo ritengono quasi del tutto eretico ciò che il Vaticano II ha prodotto (ad esempio la riforma liturgica) tanto da arrivare a ritenere la sede di Pietro vacante, o con alcune varianti, occupata indebitamente. E’ chiaro che con questo tipo di atteggiamento mentale non si perde occasione per attaccare e cercare di vedere nella Chiesa odierna cose che non vanno e in questo solco si inserisce l’articolo in questione che, se leggete con attenzione, mira solo a seminare dubbi senza dare alcuna risposta. Ora proverò a prendere tutte le domande poste dal testo e a dare io qualche risposta perché seminare il dubbio, negare la speranza, instillare la paura mi sembra una tattica conosciuta da sempre, anzi oserei dire dai primi versetti della Genesi… ma San Paolo diceva, “omnia munda mundis” ovvero tutto è puro per chi guarda con occhi puri, ma se l’occhio è sporcato dal dubbio allora il rischio è che tutto ciò che si guarda diventi sporco e questo è proprio l’obietto dell’Avversario.

  1. Una croce pettorale?

E’ la prima domanda che si pone l’articolo ed è anche il titolo dell’articolo stesso. Per rispondere andiamo a vedere su http://it.cathopedia.org/wiki/Croce_pettorale cosa dice della Croce Pettorale:

“La croce pettorale è sempre in metallo prezioso, a volte arricchita anche da gemme, e può contenere una teca per reliquie. Viene portata appesa al collo con una catena o un cordone passanti attraverso l’anello apicale della croce oppure a questa raccordati tramite un pendente.” Inoltre secondo papa Benedetto XVI la croce pettorale «Non è un ornamento, né un gioiello. È il simbolo prezioso della nostra fede, il segno visibile e materiale del legame con Cristo». La croce di Papa Francesco è in argento, quindi un metallo prezioso e ha tutte le caratteristiche della croce pettorale, quindi perché dubitarne?

  1. Perché la croce pettorale adottata da Francesco non simboleggia la Redenzione del sacrificio di Cristo sulla Croce?

In ambito cristiano è sufficiente la croce a simboleggiare la Redenzione del sacrificio di Cristo, se si vanno a vedere molte delle croci pettorali dei Papi precedenti a Papa Francesco si può facilmente verificare che si trattava di croci ornate con gioielli, ma prive del crocifisso. In questo caso la croce Pettorale di Papa Francesco ricorda molto bene il sacrificio di Redenzione, in quanto non solo richiama la Crocifissione, ma anche il senso di quel sacrificio teso alla salvezza di tutta l’umanità, cioè di tutte le pecore del suo ovile.

  1. E’ stata forse sostituita col simbolo di Gesù, il Buon Pastore, che va alla ricerca della pecorella smarrita, per riportarla all’ovile, sulle sue spalle?

No, nessuna sostituzione. La Croce c’è ancora e mantiene il suo significato principale, al suo interno però si trova Gesù Buon Pastore che non è alla ricerca, ma ha già trovato la pecorella smarrita e l’ha riunita al gregge.

  1. Perché il “Buon Pastore” della Croce Pettorale di Francesco torna all’ovile con una pecora sulle spalle e col seguito di un intero gregge di pecore?

Dall’immagine sulla croce non si può dire che il Buon Pastore stia tornando all’ovile, ma molto probabilmente ci è già tornato e quindi mostra la pecora che ha recuperato e l’intero gregge. Il senso, simbolico, è che nessuna delle pecore si è perduta, anzi.

  1. Perché la pecora che il “Buon Pastore” porta sulle spalle ha una strana testa che “suggerisce” due corna?

Nessuna strana testa, quelle che, con molta molta fantasia si può ritenere suggeriscano due corna non sono altre che le orecchie della pecora, si vede benissimo nella seconda pagina dove c’è l’ingrandimento del volto. Teniamo inoltre conto che l’immagine è piccola e i dettagli non sono così ben definiti, di conseguenza se uno vuole ci può vedere qualunque cosa creda.

  1. Perché il “Buon Pastore” ha degli occhi cupi e spiritati simili a quelli del Baphomet, il dio della Massoneria?

Intanto cerchiamo di capire chi è Baphomet, da una semplice ricerca su Internet (non vi segnalo nessun link, provate a fare da voi la ricerca) si evince che Baphomet è sostanzialmente un idolo dalla testa barbuta e il corpo di capra che per la prima volta si trova associato ai cavalieri Templari. Una delle accuse mosse ai cavalieri era quindi che loro adorassero quest’idolo. Ora venendo allo sguardo del Cristo sulla Croce pettorale del Papa, proprio per le sue dimensioni diventa davvero difficile fare delle osservazioni sul suo sguardo e inoltre per fare un paragone bisognerebbe avere in mente un’immagine precisa con cui paragonarla per potersi rendere conto se c’è davvero somiglianza. Invece questa immagine di riferimento non viene data e si lascia solo il dubbio che però non ha alcun fondamento solido.

  1. Perché il volto del “Buon Pastore” non ha nulla di umano, ma è simile al “muso” del Baphomet, il dio della Massoneria?

Anche qui vale quanto detto prima, oltretutto quasi tutte le immagini di Baphometi che abbiamo richiamo la classica immagine del Diavolo con la testa da caprone e le differenze sono evidenti.

  1. Perché il Buon Pastore tiene la pecora sulle spalle incrociando le braccia come il Supremo Grande Ispettore Generale del 33° grado, il quale ha il compito di radunare tutta l’umanità sotto il vessillo della Chiesa Universale dell’Uomo di ispirazione satanica?

Il sovrano grande ispettore generale è il 33° e massimo grado nell’organizzazione massonica del rito scozzese. Il suo motto è Deus meumque ius (“Dio e il mio diritto”). Il titolo viene conferito all’unanimità dal supremo consiglio, l’organo di governo del rito scozzese il cui nome completo è appunto “Supremo consiglio dei sovrani grandi ispettori generali del 33º ed ultimo grado”. Quanti lo ricevono, infatti, ne entrano a far parte in qualità di membri “onorari” e successivamente è fra di loro che vengono scelti i membri “attivi” del Supremo Consiglio. Ora dire in quali occasioni usa incrociare le braccia e in che modo, non lo so e non ho trovato neanche rappresentazioni che lo dipingano in quel modo. Dall’altra parte è vero che, se si fa una ricerca per immagini con “Buon Pastore” su google si nota che la maggioranza di queste non ha le braccia del Cristo incrociate anche se ce ne sono alcune che lo rappresentano così. C’è quindi qui davvero un simbolismo nascosto che sfugge ai non adepti? Non credo, penso che ci sia una scelta artistica che semplicemente richiama l’attaccamento del Cristo alla pecorella smarrita.

  1. Perché il “Buon Pastore” sembra essere ispirato da una colomba-spirito-santo che piomba verso il basso, come viene rappresentata nei simboli del satanico Ordo Templis Orientis (O.T.O.) degli Illuminati di Baviera?

Il testo spiega anche bene, seppur brevemente, che cosa sia l’Ordo Templis Orientis, il fatto che però dimentica di dire è che esso viene fondato nel 1979 sebbene le sue origini possa farsi risalire al 1895 (per verificare è sufficiente una breve ricerca in rete) quindi è abbastanza logico che utilizzi simboli già presenti in altre realtà. Di per sé, anche se è vero che spesso la colomba che simboleggia lo Spirito Santo non è rappresentata in caduta verso il basso, in quella posizione ricorda molto il battesimo di Gesù e il movimento proprio di discesa dello Spirito Santo, come si può verificare facendo un’altra semplice ricerca su Internet.

In definitiva, riassumendo potremmo dire che ci troviamo di fronte a un tentativo di screditare col metodo del dubbio e dell’insinuazione l’autorità dell’attuale pontefice, un metodo diabolico, ovvero, andando all’etimologia del termine, un metodo che vuol dividere (il termine diavolo viene da dia-ballo che significa, in greco, “dividere” esattamente il contrario di sim-ballo che significa unire e da cui discende poi la parola “simbolo”) .

Il diritto di avere un bambino

settembre 18, 2014

E’ da un po’ che vorrei parlare di argomenti che riguardano la famiglia, ma faccio fatica perché, sinceramente, in questo contesto culturale confesso di avere una certa paura dell’aggressività di certe posizioni che non condivido. Qualcuno può pensare che stia esagerando, ma pensate che su questo blog la mia identità è pubblica e rintracciarmi è facile, e non pochi sono i commenti che arrivano astiosi e con minacce, e io ho una famiglia con due bambini piccoli. E’ un periodo strano questo, nel mondo molti cristiani sono perseguitati e muoiono in maniera atroce per la loro fede, ma sembra non importare a nessuno e in Italia a Torino, si fa una mostra di arte LGBT con un manifesto dove una donna sovrappeso e nuda calpesta con superbia alcune icone religiose che raffigurano il Cristo e la Madonna col bambino.

E’ difficile essere cristiani in questo clima che spesso genera paura se osi sostenere una tesi contraria non tanto alla maggioranza, ma a quella che passa come l’opinione comune (ma che poi, quando cominci a confrontarti serenamente scopri che tanto comune non è).

Quindi forse un po’ per codardia, un po’ per prudenza non tratterò tutti quei temi che volevo, ma qualcosa al riguardo lo volevo dire e in particolare su questo discorso che sento fare sempre più spesso e con sempre maggior frequenza sul “diritto di avere un bambino”.

Abbiamo visto due uomini gioire abbracciando un bambino appena uscito dal ventre della donna che lo ha portato in grembo per nove mesi. Abbiamo letto della possibilità della fecondazione eterologa. Abbiamo letto sempre più spesso di donne in età piuttosto avanzata che hanno partorito figli. Insomma sembra che per avere un bambino le modalità siano davvero le più varie perché di fondo c’è questo “diritto ad avere un bambino” o magari il “diritto ad avere un figlio” che poi essendo, quasi sempre, il figlio un bambino (chiaramente uso il termine in senso neutro, ma ci siamo capiti spero) significa la stessa cosa.

Continuando a sentire questo ritornello c’era qualcosa che non mi tornava così ci ho pensato e forse ho capito cos’è che non quadra in tutto questo… ma il bambino, o figlio che sia, non è un essere umano? Non è un individuo? Non è un uomo? E quando mai un uomo ha avuto diritti di possesso su un altro uomo? Mai? Magari…

Invece li ha sempre avuti lì dove c’è stata la schiavitù, quando lo schiavo era proprietà del padrone e ce l’ha anche oggi, lì dove c’è la schiavitù… anche sessuale… provate a pensare: io posso pagare e ho il diritto a possedere il corpo per cui ho pagato…

Ecco cos’era che non mi tornava, era quel “diritto”… io non ho diritto ad avere un bambino perché la dignità della persona umana è unica e altissima e non è un oggetto che si compra o si vende… Perché? Per me che credo in Gesù Cristo il perché è semplice perché ogni persona vale il sangue di Dio! Dio, morendo in croce, ha mostrato concretamente l’altissimo valore di ogni persona umana.

Per te che non ci credi, spiegamelo tu, ma spiegamelo per favore o spiegami perché, secondo te, è vero il contrario…

Il diritto porta al possesso e il possesso è esattamente il contrario dell’Amore… ecco cos’è che non mi tornava…

E allora se non ho il diritto di avere un bambino, se avere un bambino non è un diritto, che cos’è?

Io penso che sia un dono, da accogliere…

I tuoi diritti li dai per scontati e portano a chiuderti nelle tue posizioni.

I doni sono inaspettati e ti meravigliano.

I tuoi diritti ci sono anche se tu non fai niente per loro.

I doni devi essere pronto a curarli perché non sai mai in che modo avranno bisogno di te.

I diritti sono dovuti.

I doni sono liberi.

I diritti sono possesso.

I doni sono Amore.

I diritti sono giusti.

I doni no.

I diritti sono per tutti uguali.

I doni sono proprio per te.

Però… c’è un però, lo so che ci stai pensando anche tu… perché sembra tutto bello (e lo è te lo assicuro, perché l’Amore è bello), ma se poi il dono non arriva?

Puoi fare una scelta: piangere e trasformare quel dono non ricevuto in un diritto o in una scusa per lamentarti oppure puoi scegliere di diventare tu dono, dono per qualcun altro… puoi adottare (ho una coppia di amici che ha fatto questa bellissima, ma difficile scelta), puoi prendere in affido, puoi anche solo ascoltare chi passa nella tua vita, liberamente… come un dono… come l’Amore…

I bambini Down, la logica e l’Amore

agosto 25, 2014

Ho saputo ieri, per caso, che lo scienziato orgogliosamente ateo, Richard Dawkins, ha affermato che mettere al mondo un bambino affetto dalla Sindrome di Down è immorale e a una donna che gli chiedeva consiglio su cosa fare col bambino Down che porta in grembo ha risposto qualcosa del tipo: “abortisci e ritenta”. Il tutto via Twitter. Se volete qualche dettaglio in più questo è il link di Repubblica, giornale di certo non cattolico.

Sostanzialmente Dawkins, autore del volume “L’illusione di Dio” sostiene che un bambino affetto dalla Sindrome di Down non può dare alcun contributo alla società, anzi, non lo dice, ma viene da pensarlo, è un peso, e quindi è illogico metterlo al mondo.

Molti si sono scandalizzati, ma in fondo temo che molti gli abbiano dato ragione (e se guardiamo la percentuale di bambini Down abortiti non c’è da stupirsi), il problema è che nell’ottica proposta da Dawkins lui ha ragione. Se ragioniamo in termini di utilità, se le persone valgono e hanno il diritto di venire al mondo solo in base a quanto possono essere utili al mondo allora Dawkins ha ragione. Se l’etica e la morale su cui ci basiamo è quella dell’utilità, allora Richard Dawkins ha ragione doppiamente perché in questo mondo Dio è un’illusione e ogni persona vale solo per quanto serve e la gravidanza e solo un processo come un altro (abortisci e riprova) quasi meccanico.

Se però cambiamo logica e da quella dell’utilitarismo passiamo a quella dell’Amore, se invece di chiederci se un bambino Down possa essere utile alla società ci chiediamo se può amare e se può essere amato, allora tutto diventa diverso, tutto acquista un senso più alto, più bello. Non tutti noi possiamo essere utili a questa società, non tutti noi abbiamo corpi belli e menti brillanti, non tutti noi vinceremo nobel o scriveremo libri, ma tutti noi qualunque sia il nostro livello di intelligenza e lo stato del nostro corpo possiamo amare. Tutti noi possiamo dire “Ti voglio bene” a qualcuno, tutti noi possiamo sacrificarci per qualcuno (nelle piccole cose, nel rimettere a posto, nel preparare un pranzo non parlo di grandi cose)… allora se la logica è quella dell’Amore Dawkins e chi la pensa come lui ha torto marcio perché tutti hanno diritto a vivere, per amare e per essere amati, e allora anche Dio non è un’illusione, ma il testimone più credibile di quell’Amore che arriva anche alla morte purché tu capisca quanto bello, unico, importante e speciale sei, anche se sei affetto dalla Sindrome di Down…

Vangeli e Storia parte II

agosto 13, 2014

Come sapete, quando il tempo me lo permette prendo in esame alcune delle teorie che girano in rete riguardo l’esistenza o meno di Gesù dal punto di vista storico. Teorie di questo tipo sono quelle del signor Emilio Salsi che è fermamente convinto che il Gesù di cui parlano i Vangeli non sia mai esistito e che addirittura non siano mai esistiti né gli apostoli né San Paolo. Trovate molte delle tesi del signor Salsi sul suo sito www.vangeliestoria.eu io qui mi occuperò di una di queste tesi. Di seguito troverete sempre in corsivo i miei interventi, mentre il testo dell’autore è riportato così com’è, pari pari dal suo sito.

Inoltre, come è mia abitudine cercherò quasi sempre di fornirvi dei collegamenti a siti, possibilmente non cattolici, per verificare quanto affermo, mentre la prova di quanto afferma l’autore rimane di sua personale responsabilità. Ma prima ancora delle prove, sempre importantissime, cerco sempre di fare un ragionamento puramente logico che, di solito, mostra l’insensatezza delle tesi complottiste perché moltiplica a dismisura la necessità di falsificazioni. Alla fine, naturalmente, ognuno è libero di rimanere con le proprie opinioni, purché sia chiaro che si tratta di opinioni.

Ho già analizzato la prima parte della prima delle tesi che si trovano sul sito del signor Salsi, ora proseguo con la seconda parte della stessa tesi.

 

Nominativi e qualifiche degli Apostoli nei vangeli canonici

  (qui c’era una tabella sui nomi degli apostoli presi dai Vangeli che non sono riuscito a riprodurre per una carenza tecnica del computer da cui opero)
Il vangelo di Giovanni, come concorda la maggioranza dei biblisti, era già concluso al verso 30 del 20° capitolo, e in esso non risultano mai i due apostoli Giovanni e Giacomo. Soltanto nel 21° e ultimo cap. (Gv 21,2), aggiunto in epoca posteriore, dopo la resurrezione di Cristo leggiamo: “…i figli di Zebedèo…” e basta. L’apostolo “Giovanni” non compare mai nel vangelo di Giovanni col risultato che “Giovanni” non conosce se stesso, neanche come apostolo, da qui la necessità di aggiungere un secondo finale, al verso 25 del cap. 21, ottenendo un doppione del precedente (Gv 21,2). 

 Che il capitolo 21 sia un’aggiunta successiva è vero ed è oltretutto chiarissimo, ma quasi tutti gli studiosi concordano neld ire che sia stata un’aggiunta della stessa mano che ha scritto i primi 20 capitoli. Per saperne di più vi segnalo questa pagina di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Giovanni
Come dimostreremo con le prossime analisi, il nome “Giovanni” non appare perché é Lui il Messia, “coperto” da un avatar inventato lasciato senza nome con l’intento di farlo sopravvivere alla sua morte: “il discepolo che Gesù amava”.   

 Vedremo cosa verrà dimostrato, certo che al momento questo discorso non è molto chiaro. Non si capisce bene, da una parte si afferma che il nome Giovanni non appare perché era Giovanni il Messia, dall’altra che ci si è inventato un’avatar senza nome con cui coprirlo affinché sopravvivesse alla sua morte… mah… detta così sembra solo un cortocircuito logico… se si voleva nascondere un nome bastava usarne un altro, e poi perché creare un’altra personalità a cui non dare nome? E cosa significa “farlo sopravvivere alla sua morte”? Davvero mi sfugge il senso logico del tutto, ma probabilmente è solo colpa mia.

Nella tabella constatiamo che l’apostolo Taddeo, “Taddaios” (in greco) “Thaddaeus” (in latino), è presente solo nei vangeli di Marco e Matteo ma, nelle rispettive lingue, era un nome inesistente nel I secolo; inoltre la loro similitudine poteva costituire una guida utile agli storici nel ricercare una corrispondenza con “Theudas” e, dopo averla intuita, sovrapporre il Profeta giudeo all’apostolo cristiano. Consapevole del rischio, nella tabella osserviamo che Luca ignora di proposito la scelta dei “Dodici” voluta da Cristo, secondo Matteo e Marco, e chiama Thaddaeus (Theudas) col suo vero nome:Giuda di Giacomo.

Affermare che il nome “Taddios”, “Thaddeus” fosse inesistente nel I secolo mi sembra un po’ azzardato, forse sarebbe più corretto dire che non ci sono altre attestazioni in queste lingue oltre quelle dei Vangeli. Ma se il problema era che questo nome richiamava quello di Theudas perché i Vangeli più antichi lo lasciano così? Perché nessuno lo modifica successivamente (Secondo le teorie dell’autore la modifica dei testi antichi era cosa semplice e fatta di frequente)? Invece se fosse come dice l’autore cioé che Luca ha modificato il nome di Taddeo perché non si scoprisse che in realtà questi era Teudas il risultato ottenuto è che in molti spesso hanno confuso Giuda Taddeo con Giuda Iscariota, cioè col Giuda traditore. Insomma Luca non avrebbe proprio fatto un gran servizio a questo personaggio. In realtà nei manoscritti di Marco e Matteo l’apostolo viene chiamato Taddeo, a volte Lebbeo e qualche rara volta Taddeo Lebbeo. Potete verificare qui http://it.wikipedia.org/wiki/Giuda_Taddeo   
Giuda di Giacomo. Tutti erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i suoi fratelli (At 1,13-14).
Il brano lucano, riferito a “Giuda di Giacomo”, non indica relazione di parentela, sebbene, nella “Lettera di Giuda” (1,1) lo stesso apostolo si definisca fratello di Giacomo. E’ questa “fratellanza”, inaccettabile dalla propria dottrina, il vero motivo per cui la Chiesa oggi “dubita della sua autenticità”, accampando ragioni diverse ma pretestuose, seppure si parli di più fratelli di “Gesù”. Essa ha scelto recentemente, fra i tanti codici manoscritti in Suo possesso, quelli che riportano “Giuda figlio di Giacomo”, fingendo di ignorare che altri amanuensi “testimoniarono” sul Codice Sinaitico Giuda fratello di Giacomo e, al contempo, fratello di “Gesù”, stando al vangelo (in seguito epurato), letto nel IV secolo dal Vescovo Eusebio di Cesarea, in base al quale il prelato dichiarò nella sua “Historia Ecclesiastica” (3,20): Giuda, dettofratello del Signore secondo la carne”, confermato nel 392 d.C. da san Girolamo in “De viris illustribus” al cap. IV dedicato a Giuda apostolo. Testimonianze significative – ma pericolose per “l’Immacolata Concezione” unigenita della Madonna, Madre di Dio* - da smentire con forzature impudenti come quella del vangelo di Giovanni (Gv 6,71), ove spunta fuori un Giuda, figlio di Simone Iscariota col risultato che anche suo fratello Giacomo sarebbe figlio di Simone Iscariota. 
Fra poco capiremo bene il movente che indusse i copisti cristiani a manomettere l’identità di questi “Giuda”.

 Qui di nascosto non c’è nulla, di vero è che la questione sui “fratelli “ di Gesù è molto complessa e aperta a diverse interpretazioni proprio perché nella lingua semitica il termine fratello aveva più di un significato e in quella greca parlata da chi greco non era, la cosidetta Koiné, abbiamo esempi del termine “fratello” usato col valore di cugino. A riprova che nulla è nascosto e che non è vero che si ignorano alcuni manoscritti a vantaggio di altri, vi rimando a questo link che non è di wikipedia, ma di cathopedia quindi chiaramente di parte, ma perché mostra in maniera molto chiara e corretta le problematiche della questione: http://it.cathopedia.org/wiki/Fratelli_di_Ges%C3%B9

* La “Vergine Maria”, sarà considerata “Madre di Dio” (Theotòkos – Lc 1,43) nel Concilio di Efeso del 431 d.C. con delibera imposta da san Cirillo; un secolo dopo la morte di Eusebio di Cesarea.

 Non è proprio così, è vero che il Concilio di Efeso nel 431 d. C. sancì il dogma, ma è anche vero che il titolo di Theotokos era usato già prima, per avere una breve illustrazione al riguardo vi segnalo: http://it.wikipedia.org/wiki/Theot%C3%B3kos
Alcuni codici anziché “Taddaios” (Taddeo) riportano “Lebbaios” (Lebbeo), altri fondono, senza alcun senso in quanto diverse, le due designazioni in “Lebbeo soprannominato Taddeo”, o viceversa. Fin qui si dimostra solo l’esigenza di modificare “san Taddeo” allontanadolo da un “Thaddaeus” troppo simile al vero “Theudas”. 

 La prima parte dell’affermazione è corretta, ma che questo dimostri la seconda parte è tutto da dimostrare, perdonatemi il gioco di parole. Infatti è vero che alcuni manoscritti riportano “Taddaios”, altri “Lebbaios” e altri scrivono “Lebbeo soprannominato Taddeo”, ma non si capisce come questo dimostri che si voglia nascondere il nome Taddeo perché troppo simile a Teuda, anzi si evidenzia il contrario perché Lebbeo è simile a Taddeo e addirittura abbiamo visto che alcuni manoscritti legano i due nomi. Se l’obiettivo era di nascondere il nome Taddeo non si poteva di certo fare in modo più inconcludente. L’unica spiegazione logica è che l’obiettivo non fosse quello, è più probabile che dal momento che i due nomi hanno radici dal significato simili (Taddeo viene da una radice che significa “petto” e Lebbeo da una radice che significa “cuore”) uno fosse il soprannome dell’altro.
Ma la ricerca chiarisce definitivamente queste manomissioni quando in manoscritti vetero latini, a loro volta ripresi da vangeli greci arcaici, leggiamo che Thaddaeus è chiamato “Giuda Zelota, come risulta nei codici contrassegnati secondo l’ordine dello “Apparato Biblico” nelle versioni vetus latinae “a,b,g,h,q”: a= vercellensis; b= veronensis; g= sangermanensis (Paris); h= claromontanus (Clermont); q= monacensis (Monaco). 

E’ vero che alcuni manoscritti in latino al posto di Giuda Taddeo hanno Giuda Zelota, ma quello che non è chiaro è come questo possa chiarire quelle che vengono qui chiamate manomissioni e che in realtà sono probabilmente o errori dei copisti o semplicemente variazioni dovute alla confusione sui nomi molti dei quali simili.
Quello che oggi viene definito come “Apparato Critico Biblico” consisteva di un elevato numero di vangeli, modificati ripetutamente sin dall’inizio, tradotti molti secoli addietro dal greco e trascritti in latino per essere diffusi in Europa, durante e in seguito la disgregazione dell’Impero Romano, allo scopo di soppiantare le credenze religiose autòctone 
illudendo quei popoli con la promessa della resurrezione dopo morti.

 Ecco un chiaro esempio di distorsione della storia e della realtà per propugnare la propria ideologia. Da sempre esistono innumerevoli manoscritti dei Vangeli, questi a volte presentano delle varianti tra di loro, ma varianti comunque marginali, mai sostanziali (cioè non è che si trova un Vangelo di Matteo che parla della morte di Cristo per crocifissione e un Vangelo di Matteo che parla della morte di Cristo per assideramento). A cosa sono dovute queste variazioni tra un manoscritto e l’altro? I manoscritti si chiamano così perché, sono scritti a mano (lo so è ovvio, ma alle volte è proprio l’ovvio che sfugge) e quindi nel copiare da un manoscritto all’altro ci possono essere delle sviste, degli errori o anche delle glosse (delle aggiunte) come può capitare? Semplicemente perché io che copio il manoscritto A, nello scrivere mi lascio andare e aggiungo un commento di lato, un mio personale commento a quello che sto copiando (tanto io lo so che è un mio commento e non parte del testo), poi quando qualcun altro copierà il mio manoscritto si troverà davanti il testo del manoscritto con anche il mio commento e senza sapere se quel commento è parte integrante o meno del testo decide di copiare anche quello e così si crea una glossa. I testi originari sono scritti in greco, ma poi ne vengono fatte anche delle copie in latino, perché? Non per illudere nessuno, ma per permettere la trasmissione di una fede in cui si credeva così tanto da dare spesso la vita. Per verificare quanto vi ho detto, a parte il buon senso, credo sia sufficiente cercare su un qualunque motore di ricerca “manoscritti dei Vangeli” e vedere quanti sono. Oltretutto un numero così alto di codici e manoscritti ci garantisce contro la manomissione e la falsificazione degli stessi proprio perché a volerli manomettere sarebbe stato impossibile modificarli tutti. Infine mi permetto una considerazione personale, il fatto che la Chiesa abbia accolto come canone i quattro Vangeli che sono tra di loro diversi sotto molti aspetti, anche nei dettagli, credo sia proprio la prova che non ci sia nulla da nascondere e che ciò che si voleva proporre al mondo era il messaggio di Cristo non i dettagli storici della sua vita terrena, altrimenti perché quattro Vangeli così diversi? Non sarebbe stato sufficiente uno solo dichiarando apocrifi gli altri?

Stabilito che “Thaddaeus” nella realtà era “Theudas” – dal significato “Luce di Dio”, un titolo riconosciuto ad un sedicente Profeta di nome Giuda - ritornando al “Giacomo” su richiamato, notiamo che Luca in “Atti degli Apostoli” non sente il dovere di specificare a quale “Giacomo” si riferisce, dei due che nomina in tale documento, e ciò significa che in origine c’era un solo Giacomo. 

Ecco credo che questo intero passaggio sia emblematico, perché fino a ora non si è stabilito o dimostrato un bel niente, si sono solo enunciate delle ipotesi, più o meno fantasiose, ma che non hanno come presupposto nessuna prova, semplicemente l’idea, anche questa mai provata, che i Vangeli siano stati creati ad arte o falsificati, per nascondere chissà quale informazione. L’unica cosa realmente verificabile è semplicemente una lontana assonanza tra “Thaddaeus” e “Theudas”, ma le assonanza da sole non vogliono dire nulla. Infine esemplare l’ultima frase dove dal momento che, si dice, Luca non specifica a quale Giacomo si riferisce allora ci doveva essere un solo Giacomo. Non ha senso, manca proprio il passaggio logico e soprattutto manca l’analisi di ipotesi alternative che possono essere più realistiche anche se meno funzionali alla tesi che si sta cercando di dimostrare. Quando si fa ricerca storica in questo modo non si fa ricerca storica, ma fantastoria.
Infatti in “Atti” non vediamo mai questi due “Giacomo” interagire affiancati e, fatto gravissimo, non viene riportato ilmartirio di Giacomo il Minore (il secondo): ne accertiamo la causa tramite apposita successiva indagine in cui si dimostra l’inesistenza di Giacomo detto “il Minore” o “il Giusto”. Infine, cadendo nel banale come abbiamo appena visto con Giuda, i vangeli accreditano anche questo “Giacomo” di troppe paternità (Alfeo, Clopa, Zebedeo e Cleofa) per poter essere giustificato storicamente come persona reale.

Premesso che vedremo successivamente che cosa verrà dimostrato con l’indagine di cui si parla (ma se è come le indagini viste fin qui non è che ci sia da aspettarsi molto). Giacomo detto “il Minore” nei Vangeli viene indicato come Giacomo d’Alfeo (Matteo 10,3, Marco 3,18, Luca 6,15, Atti 1,13). L’identificazione con un altro Giacomo di cui si parla nei Vangeli, figlio di Maria di Cleofa è successiva e non sicura, mentre l’identificazione con Giacomo “il Giusto” è un’identificazione che fa Eusebio di Cesarea su cui non pochi storici oggi come oggi sono in disaccordo. La frase sulle troppe paternità di Giacomo ha poco senso in quanto figlio di Zebedeo è l’altro Giacomo, quello detto il maggiore. Inoltre non possiamo escludere del tutto che Alfeo e Cleofa fossero nomi riferiti alla stessa persona. Infine il fatto che non venga riportato il martirio di Giacomo il Minore, di per sé non vuol dire nulla, ma rimandiamo all’indagine cui si accenna per capire se ci sono elementi validi per sostenere qualcosa di diverso.
Procediamo con l’analisi testuale evidenziando che Taddeo, ovvero Taddaios in greco e Thaddaeus in latino, erano nomi inesistenti in quelle lingue nel I secolo (verificare consultando i rispettivi vocabolari); furono traslazioni volutamente errate da un idioma all’altro per impedire l’identificazione dell’apostolo “Thaddaeus” col “Profeta Theudas” di nome Giuda, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Giovanni e di Simone, chiamati anche “Boanerghès”.

Come si può affermare che si tratti di “traslazioni volutamente errate”? Questa è, evidentemente, una congettura dell’autore tesa a dimostrare la sua tesi che comunque è decisamente debole, infatti se l’obiettivo era impedire l’identificazione di cui dice che senso avrebbe avuto fare delle modifiche che però lasciavano delle similitudini fonetiche, delle assonanze, tra i nomi in questione? Dal momento che i manoscritti, come abbiamo già detto, venivano ricopiati a mano non sarebbe costato nulla mettere dei nomi completamente e totalmente diversi. Proprio il fatto che non sia accaduto ciò dimostra che non c’era alcuna intenzione di nascondere nulla e che i due personaggi sono due personaggi completamente diversi. Infine il soprannome “Boanerghes” non è dato a Giovanni e Simone, ma ai fratelli Giacomo e Giovanni e Giuda Taddeo non è detto da nessuna parte fosse fratello di Giacomo fratello di Giovanni. Non perché a qualcuno piacerebbe che le cose fossero in un certo modo le cose stanno veramente in quel modo.

O meglio, se leggiamo l’insieme dei fratelli riportati nei Vangeli, risulta:

“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc 6,3);
“Non è forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone eGiuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt 13,55-56).

Sono tutti nomi di stretta tradizione giudaica ai quali manca “Giovanni” (uno dei “boanerghès”), indicato con “costui” perché, come stiamo per rilevare, è lui il soggetto di cui parlano i Giudei. Se fosse stato un qualsiasi ebreo di nome “Gesù” (Jeshùa) lo avrebbero chiamato in questo modo, senza problemi, come per i suoi fratelli; inoltre,violazione gravissima al costume giudaico, non viene identificato con il patronimico bensì col nome della madre: è evidente che, oltre il Suo, non doveva risultare neanche il nome del padre. Se i passi di “Marco” e “Matteo” li avesse scritti un vero testimone ebreo avrebbe riferito così:

“Non è Gesù, figlio di (bar) Giuseppe il carpentiere, il fratello di GiacomoGiuseppe, di Giuda e di Simone?”.

Teoria interessante che però presenta un enorme problema logico, infatti se si leggono i versi di Matteo precedenti a quelli citati ed esattamente Matteo 13, 53-54 si legge: “53 Or quando Gesù ebbe finite queste parabole, partì di là. 54 E recatosi nella sua patria, li ammaestrava nella lor sinagoga, talché stupivano e dicevano: Onde ha costui questa sapienza e queste opere potenti?” quindi il soggetto è Gesù, è chiarissimo, non c’è proprio alcun motivo di pensare diversamente e non si capisce perché dovrebbe invece essere Giovanni se non per sostenere la strana teoria dell’autore? Perché non viene usato il patronimico? Abbiamo già visto che ci sono casi, anche di autori ebraici dove il patronimico non è usato (basti pensare a Giovanni il Battista) e il riferimento solo alla madre forse è indice che il padre era morto da tempo. In ogni caso anche ammesso e non concesso che fosse come sostiene l’autore è sempre la logica a fare acqua perché che senso ha, se non voglio che una persona sia identificata, dare tutti i riferimenti corretti alla sua famiglia? Cioè lì vengono citati sia la madre che i suoi parenti (fratelli e/o cugini che fossero) se anche non viene citato il padre ho già abbastanza elementi per identificare di chi sto parlando, quindi la teoria del complotto o della falsificazione cade da sé.

Come sopra abbiamo visto, Giuda il Galileo era padre di Simone e Giacomo ma, essendo quest’ultimo fratello di Giuda Thaddaeus (vedi tabella), ovvero Giuda Theudas, ciò significa che Giuda il Galileo era anche suo padre. 

Che Simone e Giacomo fossero i nomi dei figli di Giuda il Galileo ce lo dice Giuseppe Flavio e in effetti è riportato il passo all’inizio di questa tesi. Quello che invece è un accostamento del tutto arbitrario dell’autore e per nulla dimostrato è che Giuda Thaddaeus fosse Giuda Theudas e che questi fosse il fratello del Giacomo figlio di Giuda il Galileo. Non c’è alcuna prova di questo anzi sembra proprio il contrario da quanto abbiamo visto fino ad ora e continuare a sostenere una tesi senza alcuna prova non la rende vera per il semplice fatto di ripeterla.
Poiché Giuda il Galileo fu capo degli Zeloti, il movimento ebraico estremista violento, gli evangelisti hanno dovuto individuare i fratelli di Gesù con il matronimico anziché col vero nome del genitore.

Cioè hanno solo nascosto il padre, come se, se davvero fosse stato così, tutti gli altri riferimenti familiari non sarebbero stati sufficienti a identificarlo. Se davvero si voleva fare questo era sufficiente modificare del tutto i nomi, in modo che non ci fosse alcuna somiglianza con quelli dei figli di Giuda il Galileo.

Lo scriba cristiano, altrònde, non poteva far nominare “Gesù” ai Giudei in quanto “Jeshùa” è inteso nei vangeli come “Salvatore Divino”, quindi non riconosciuto da Ebrei in “Attesa” del loro Messia Salvatore, al contrario degli evangelisti che hanno creduto nel Suo “Avvento” in epoca storica successiva.

Al di là del fatto che Gesù era un nome decisamente comune all’epoca (verificate qui http://it.wikipedia.org/wiki/Ges%c3%b9 o su qualunque altro sito preferiate), se i Vangeli, come sostiene l’autore sono stati manomessi e se, comunque, riportano accadimenti di parte che problema c’era a far chiamare Gesù tale dagli ebrei? Cioè non è che i Vangeli quando fa comodo riportano dati veri e quando fa comodo riportano dati artefatti… o l’una o l’altra…

Invero, se fosse stato il “Gesù Cristo” mirabile, come ci è stato inculcato oggi, i suoi paesani non l’avrebbero certo indicato come un semplice “carpentiere”.

E’ proprio l’indicarlo che significa il contrario. I Vangeli presentano Gesù come il Cristo e proprio per mostrare che non tutti lo hanno riconosciuto lo fanno chiamare “carpentiere”, come a dire ma chi è questo che parla così?

Infine, il primo a non chiamarsi mai “Gesù” fu proprio Lui: in nessun vangelo Cristo afferma di chiamarsi “Gesù“, ecco perchè non poteva essere il Suo vero nome (la analisi sul doppio significato del nome “Gesù” è pubblicata nell’XI argomento). 

Al di là del fatto che Gesù è chiamato tale in tutti i Vangeli, non è vero che lui non dica mai di chiamarsi così, è sufficiente andare a leggere il capitolo 18 del Vangelo di Giovanni per trovare che per ben due volte chi lo viene ad arrestare dice di star cercando “Gesù, il Nazareno” e Gesù, per due volte risponde: “Sono io!”. Tralasciamo l’analisi del capitolo XI perché prima è corretto finire questa e perché se lo stile è quello usato fino ad ora riteniamo sia poca cosa anche il contenuto.
E’ doveroso evidenziare che nel “Novum Testamentum Graece et Latine”, A. Merk – Roma – Pontificio Istituto Biblico, anno 1933, in una nota a fondo pagina, il curatore, sacerdote gesuita Agostino Merk, riferì che alcuni codici latini – classificati, D R (Epm E Q) ed altri greci classificati, S D 565 1424 1207 MUss 472 280 Ass Vr , risalenti al IX secolo – nel brano ora citato di Matteo (Mt 13,55-56) tra i fratellifigli di Maria, è presente anche Iohannes” “αννης”  
(Giovanni). Tali codici, da secoli utilizzati per indottrinare i popoli europei, sono stati contrassegnati con un asterisco (*) a significare che “non sono attendibili”. Ecco perché.

Bisognerebbe leggere prima che cosa riporta esattamente la nota citata (cosa che qui non è possibile), ma atteniamoci a quanto dice l’autore. Si tratta di manoscritti del IX secolo quindi di copie molto tarde dove gli errori in fase di copiatura possono essersi semplicemente sedimentati non rendendo il testo attendibile rispetto a copie ben più antiche. Quello che vale invece la pena sottolineare è come queste varianti sono presenti e vengono segnalate il che fa decadere del tutto la teoria del complotto perché sarebbe stato molto più semplice ed efficace fare sparire i manoscritti incriminati se realmente veicolavano informazioni che non si voleva fossero conosciute.

I lettori si saranno già resi conto del motivo per cui gli ecclesiatici della “Divina Provvidenza”, vere eminenze grigie nascoste, furono costretti a fare una cernita fra i manoscritti per eliminare quelli che includevano Giovanni dallinsieme dei figli di Maria. 

Questi manoscritti non furono eliminati, non è assolutamente vero, la prova è che esistono ancora, se ne parla e sono studiati. Semplicemente sono ritenuti meno attendibili di quelli più antichi. Invece il motivo per cui andassero eliminati sfugge completamente. Infatti se si voleva nascondere una cosa, bastava nasconderla completamente, non eliminare un nome qui e uno lì o modificarlo mantenendone l’assonanza, non ha proprio senso.

Gli esegeti avevano scoperto che bastava sottrarre dal totale dei figli di Maria, riferito nei codici “non attendibili” di Matteo, l’insieme dei fratelli citati nel vangelo di Marco (che indica “Gesù” con “costui”), per capire che “Gesù” (il cui vero significato è “Salvatore”) era Giovanni. Gli scribi cristiani del vangelo di Matteo sapevano che Giovanni era uno dei figli di Maria in base alla lettura del vangelo di Giovanni:

Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che Egli amava (Giovanni), disse alla madre: «donna,ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo:«Ecco tua madre!»…” (Gv 19,26).

 Ok, proviamo semplicemente a ragionare su quanto viene detto:

 

  • Prendiamo i figli di Maria citati nei codici “non attendibili” di Matteo.
  • A questi sottraiamo l’insieme dei fratelli (penso di Gesù) citati nel Vangelo di Marco.
  • Così facendo scopriamo che Gesù era Giovanni.
  • Però gli scribi cristiani lo sapevano già, senza bisogno di fare alcuna sottrazione, perché c’era scritto chiaramente (e la frase citata c’è scritta ancora oggi) nel Vangelo di Giovanni.

 Insomma un’operazione di insiemistica che non si capisce bene che c’azzecca perché prende un pezzo da una parte, un pezzo da un’altra per arrivare al risultato che vuole dimostrare, ma che però è già in bella vista da un’altra parte ancora (e allora perché nasconderlo? Se lo nascondo lo nascondo ovunque o non lo nascondo da nessuna parte). Non saprei proprio cosa altro commentare al riguardo perché mi sembra del tutto irrazionale e privo di ogni appiglio logico un modo di procedere di tal fatta.

Al fine di impedire lidentificazione di Giovanni con “Gesù”, gli amanuensi decisero di depistare i credenti dando alla madre di Giovanni il nome composto “Maria Salome”, laddove “Salome” è derivato dall’ebraico “Shalom” che significa “pace”; a questo punto non restava che assegnare a Giovanni un nuovo padre chiamato “Zebedeo” ed un solo fratello: Giacomo.

Ma, se si voleva davvero depistare i credenti non era più semplice dare alla madre di Giovanni un nome completamente diverso? Cioè per il padre, secondo l’autore, ci si inventa un nome completamente nuovo (Zebedeo) mentre per la madre no? E poi visto che ci siamo aggiungiamo anche un fratello, ma sì dai, però uno solo (e perché non una sorella?). Perdonatemi il tono scherzoso, che non vuole assolutamente deridere nessuno, ma semplicemente evidenziare la debolezza di questa teoria che fa proprio acqua sulla logica interna senza neanche bisogno di scomodare le fonti o fare chissà quale analisi sui testi.

Così facendo gli scribi separarono volutamente un significativo e pericoloso insieme dei fratelli ma, di “Giacomo”, fra gli apostoli, ve ne sono due: Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. 
Il problemaancora irrisolto per la Chiesaé conoscere il nome del padre di Giacomo il Minore, il martirio del quale non è riportato in “Atti”; un aspetto gravissimo che depone a sfavore delle testimonianze di tutti gli evangelisti i quali avrebbero dovuto distinguerli … se fossero esistiti due “Giacomo”. 

Allora gli evangelisti parlano di due “Giacomo” e non li distinguono? E non conosciamo il nome del padre di uno dei due Giacomo? A me sembra che sia sufficiente leggere i Vangeli dove uno è, come abbiamo appena detto ricordato come figlio di Zebedeo e l’altro è detto Giacomo d’Alfeo (Matteo 10,3, Marco 3,18, Luca 6,15, Atti 1,13). Il patronimico consente di distinguerlo chiaramente dall’altro apostolo di nome Giacomo. E’ poi la tradizione che chiama l’uno Giacomo il Maggiore, e l’altro Giacomo il Minore. Insomma, mi sembra abbastanza chiaro che tutto questo complotto non c’è.

 
Come attestato da Eusebio di Cesarea, il vangelo originale di Matteo era scritto in aramaico e, fra i tanti vangeli di “Matteo” tradotti in greco, la decisione di scartare quelli che, ancora oggi, contengono l’informazione completa sulla totalità dei fratelli, figli di Maria e moglie di un “carpentiere” non identificabile, fu ed è un’azione mirata ad impedire la conoscenza di fatti realmente accaduti che vedevano Zeloti, con i medesimi nomi dei fratelli di “Gesù”, agire nella stessa epoca contro il dominio pagano di Roma sulla terra di Israele.

Come afferma lo stesso autore i Vangeli “scartati” sono, ancora oggi, del tutto visionabili e studiabili quindi non si è voluto e non si vuole nascondere nulla. E’ il modo di porsi di fronte a questi testi che lascia diversi dubbi. Ad esempio se in questi Vangeli non è identificato il carpentiere sposo di Maria, questo non significa automaticamente che esso sia diverso da quel Giuseppe di cui parlano gli altri Vangeli. Non c’è nessuna prova per affermare questo se non la voglia dell’autore di sostenere la sua tesi.

Bisognava evitare il rischio che qualche storico curioso facesse ricerche pervenendo a risultati definitivi tanto veritieri quanto pericolosi per la dottrina cristiana, derivata da quella giudeo messianica riformata, poiché gli esegeti del Clero sapevano, e sanno, quali erano le testimonianze riferite nella storia: le stesse che, ancora oggi, siamo in grado di rinvenire progredendo negli studi avvalendoci della stessa metodologia applicata a Theudas.

Se la metodologia che si intende applicare è quella che abbiamo visto applicata a Theudas allora forse non vale la pena neanche di proseguire a leggere dal momento che abbiamo visto essere una metodologia profondamente inquinata dall’ideologia e che tende ad analizzare solo ciò che serve per dimostrare quello che si è già deciso essere vero. Riguardo la prima parte della frase faccio notare che i testi sono sempre stati studiabili e se qualche storico volesse fare le sue ricerche può sempre farle (e le ha fatte), se invece si voleva tenere nascosta chissà quale verità la cosa più semplice e logica, se questi testi davvero creavano problemi, era sufficiente distruggerli. Se oggi nessuno storico serio afferma cose del genere è perché, come abbiamo visto, non stanno proprio in piedi.

Il valore della testimonianza

agosto 6, 2014

Come ho scritto più volte e come dico ogni volta che si cade nell’argomento ho riscoperto la mia fede, ho davvero incontrato Gesù grazie ad un corso fatto ad Assisi. Un corso tenuto dai frati, molto concreto, fatto anche di passione che alla fine ti lascia entusiasta, ma ti da anche una direzione e delle regole chiare. Partecipare a questi corsi piace quasi a tutti, ma vedo molti che dopo rimangono imbrigliati in quell’atmosfera incapaci di uscirne. Vedo persone che dopo il primo momento di entusiasmo ne cercano ancora e ancora e ancora… senza capire che l’entusiasmo è bello, ma poi finisce e la vita vera è fatta di sacrificio silenzioso, di obbedienza riservata. Io penso che, come in ogni situazione, c’è la fase dell’adolescenza che è quella affascinata dalla bellezza, dalle farfalle nello stomaco, appunto dall’entusiasmo di ciò che ha appena sentito, ma poi da qui bisogna passare alla fase della maturità, di chi si mette in gioco davvero, di chi obbedisce anche se non ne ha voglia o non capisce, ma perché si fida. Insomma dall’innamoramento bisogna passare all’Amore vero, quello capace di dare la vita per l’altro. Ecco perchè in questa fase della mia fede quando mi segnalano le testimonianze di chi è ancora adolescente nella fede sono contento per loro e ringrazio Gesù, ma allo stesso tempo sento che io ho bisogno di altro, che queste testimonianze vanno bene per chi è lontano e/o vive la sindrome dell’eterno adolescente, ma io preferisco la testimonianza silenziosa di chi vive ogni giorno amando chi ha accanto. E cos’è la testimonianza silenziosa? Ho paura a parlarne perché facendolo rischia di non essere più “silenziosa”, ma allo stesso tempo credo che sia doveroso per comprendere la differenza. Naturalmente non posso che partire dalla mia realtà, ma spero che si possa facilmente capire poi come estenderla a tutte le altre. Amare, dare la vita per l’altro, per me significa cercare di far trovare la casa in ordine e pulita a mia moglie quando torna a casa dopo qualche ora o qualche giorno di assenza, anche se non ne ho voglia, se non lo ritengo necessario, se sono stanco dalla giornata lavorativa, ma so che per lei è importante. Significa fare servizio al corso dei Dieci Comandamenti in silenzio e andare per una settimana a sentire cose che so già, viaggiare ore in macchina col caldo, usare le mie ferie per questo e non perché mi viene chiesto di parlare, ma solo di essere lì e stare zitto e dare una mano praticamente se servisse, ma sopratutto esserci. Significa giocare coi miei bambini, quando magari avrei voglia di fare le mie cose o riposare. Significa partecipare a un ritiro che non ho voglia di fare perché so che lo vuol fare mia moglie. Significa imparare, sempre nel silenzio, a perdonare e amare anche chi mi ha fatto o mi fa del male, ma senza dimenticare per non permettergli di farmi male ancora se non è necessario. Significa tante altre cose e se avete notato ci sono spesso parole come “rinuncia”, “obbedienza”, “avrei voglia di fare altro” e questo potrebbe far pensare qualcuno che sia una cosa brutta, pesante, ma non è così e lo dice lo stesso Gesù, l’Amore è un giogo, cioè un peso da portare sulle spalle, comporta delle scelte, è inevitabile, ma è leggero e alla fine è bello.

Allora grazie a tutte le testimonianze, di ogni tipo, e grazie a Gesù perché permette che accada questa bellezza, ma non fermiamoci qui andiamo oltre. Lasciamo che la sua Parola metta radici, cresca e porti frutto, divenga cioè Matura… anche nella fede passiamo dall’adolescenza alla Maturità… e ce ne accorgeremo non quando sappiamo tante cose o quando abbiamo dato tanti consigli, ma quando appunto sapremo far trovare pulito a nostra moglie, giocare coi nostri figli, “sprecare” una settimana di ferie… per Amore, solo per Amore….

Il punto di vista di Dio

giugno 20, 2014

Oggi sto per mettervi a parte di una riflessione molto personale, non so se riuscirò ad esprimerla del tutto e se sarò sufficientemente chiaro. Spero di sì, ma confido nella vostra comprensione se così non fosse.

Da tre anni sono diventato papà di due gemelli, sono bellissimi e li adoro, ma allo stesso tempo ho scoperto e sto scoprendo che il mestiere del genitore è un mestiere duro per il quale nessuno ti prepara e per il quale devi lottare ogni giorno scoprendo e accettando anche i tuoi limiti. Di recente però mi sono fermato a riflettere e mi sono reso conto che, forse, comincio a capire un pochino il punto di vista di Dio…

Alle volte devo dire dei no e loro piangono e nel mio cuore piango anche io, ma non mi posso permettere di non dire no se voglio che crescano sani.

Alle volte devo sgridarli e dentro di me sto malissimo, ma devo farlo altrimenti rischiano di farsi e fare male o di crescere con abitudini profondamente sbagliate.

Alle volte dedico più tempo all’uno invece che all’altro, ma non perché voglio togliere qualcosa a qualcuno, solo perché in quel momento capita così e poi mi chiedo se l’altro si sente messo in secondo piano.

Alle volte mi chiedo cosa diventeranno da grandi, se saranno delle brave persone, se faranno scelte che condividerò oppure no, ma so che in ogni caso non potrei mai smettere di amarli.

Alle volte sento di fatti di cronaca agghiaccianti (persone apparentemente normali che sterminano la famiglia a sangue freddo) e mi chiedo e se un giorno mio figlio facesse una cosa del genere? Dovrebbe pagare per ciò che ha fatto, ma non credo che riuscirei mai a smettere di amarlo…

Alle volte penso a tutto questo e mi vedo io come figlio e Dio come padre e comincio a capirlo e poi penso a tutti gli altri uomini come figli e sempre lui come Padre e lo capisco un po’ di più… tante volte non ci approva, tante volte piange per ciò che facciamo, ma non può mai smettere di amarci perché un padre si arrabbia, punisce, soffre, magari anche impreca e non è d’accordo, ma non smette mai di amare…

Vangeli e Storia 1

giugno 4, 2014

Come sapete, quando il tempo me lo permette prendo in esame alcune delle teorie che girano in rete riguardo l’esistenza o meno di Gesù dal punto di vista storico. Teorie di questo tipo sono quelle del signor Emilio Salsi che è fermamente convinto che il Gesù di cui parlano i Vangeli non sia mai esistito e che addirittura non siano mai esistiti né gli apostoli né San Paolo. Trovate molte delle tesi del signor Salsi sul suo sito www.vangeliestoria.eu io qui mi occuperò di una di queste tesi. Di seguito troverete sempre in corsivo i miei interventi, mentre il testo dell’autore è riportato così com’è, pari pari dal suo sito.

Inoltre, come è mia abitudine cercherò quasi sempre di fornirvi dei collegamenti a siti, possibilmente non cattolici, per verificare quanto affermo, mentre la prova di quanto afferma l’autore rimane di sua personale responsabilità. Ma prima ancora delle prove, sempre importantissime, cerco sempre di fare un ragionamento puramente logico che, di solito, mostra l’insensatezza delle tesi complottiste perché moltiplica a dismisura la necessità di falsificazioni. Alla fine, naturalmente, ognuno è libero di rimanere con le proprie opinioni, purché sia chiaro che si tratta di opinioni.

 

 

Gli Apostoli non sono esistiti. Verifica storica.
Dopo la morte di Costantino il Grande i cristiani avviarono una progressiva e sistematica opera di abbattimento di Templi e altari politeisti. Nel 361 d.C., al fine di arrestare il processo persecutorio contro i pagani e le rispettive divinità, appena acclamato Imperatore dai suoi legionari, Flavio Claudio Giuliano, passato alla storia come “l’Apostata”, promulgò l”Editto della Tolleranza” sanzionando, con la legge, il rispetto reciproco fra tutti i culti praticati nell’Impero. 
Di tutt’altro avviso, nel 380 d.C., gli Imperatori Augusti, Flavio Teodosio, Flavio Graziano e Flavio Valentiniano, in nome di Dio, emanarono l”Editto di Tessalonica” con il quale imposero il Cattolicesimo come dottrina unica da professarsi nelle Province dell’Impero Romano. Fu stabilito, pertanto, che tutte le fedi pagane, comprese quelle cristiane eretiche, venissero dichiarate illegittime. L’anno seguente, in coerenza con l’Editto di Tessalonica, convocati i Vescovi dell’Impero nel “Concilio di Costantinopoli” del 381 d.C. fu confermato il precedente Credo niceno del 325 ma ne venne forzato l’assioma fino a comprendere la Santa Trinità. Purtuttavia, sino a quella data, i Cattolici ancora non riconoscevano nella madre di Cristo la Santissima Vergine “Theotókos”: la Madre del Signore.
Nel settembre del 394 d.C., presso l’attuale fiume Isonzo (Friuli), venne ingaggiata la conclusiva battaglia del Frigido che vide l’esercito pagano sconfitto dalle armate cristiane condotte da Teodosio I il Grande: fu così sancito il definitivo trionfo del Cattolicesimo.    

 

Quando muore Costantino il Grande non è che i cristiani iniziano a distruggere i templi pagani, in qualche caso è anche capitato, ma quello che succede nella maggior parte dei casi è che essi vengono semplicemente utilizzati come luoghi di culto cristiani (il che comporta tutta una serie di ovvie modifiche). E’ sufficiente pensare a quanti templi romani ancora oggi possiamo visitare e vedere che provano come i cristiani non li avessero distrutti. Flavio Claudio Giuliano è stato l’ultimo imperatore dichiaratamente pagano e aveva un rispetto tale per tutti i culti che si praticavano nell’impero da promulgare il 17 giugno 362 un editto con il quale stabiliva l’incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole pubbliche. L’idea di Giuliano era che gli insegnanti pubblici dovessero distinguersi innanzi tutto per moralità e poi per capacità professionale. Questo la dice lunga sull’idea di tolleranza dell’imperatore Giuliano che non perseguitò mai apertamente i cristiani, ma che sicuramente non riteneva avessero pari dignità degli altri culti. Nello stesso tempo Giuliano si preoccupò di costituire una «chiesa» pagana, organizzata secondo criteri gerarchici che richiamavano quelli cristiani: al vertice era l’imperatore, nella sua qualità di pontefice massimo, seguito da sommi sacerdoti, responsabili ciascuno per ogni provincia i quali, a loro volta, sceglievano i sacerdoti delle diverse città.

L’Editto di Tessalonica non impone il Cattolicesimo come dottrina unica, bensì proclama il credo Niceno come religione ufficiale dell’Impero e illegale i culti pagani e l’arianesimo.

Il Concilio di Costantinopoli confermò il Credo Niceno, ma dal momento che era stato convocato anche per affrontare alcune nuove dottrine che negavano la divinità dello Spirito Santo affrontò e definì anche questo tema. Mi dispiace notare che sebbene, sostanzialmente, i fatti citati siano corretti essi sono presentati in una maniera che non è certo imparziale, ma costruita per spingere il lettore verso la tesi che si vuole dimostrare.

 

Qui potete verificare ciò che ho detto circa la figura di Flavio Claudio Giuliano: http://it.wikipedia.org/wiki/Flavio_Claudio_Giuliano e qui riguardo l’Editto di Tessalonica: http://it.wikipedia.org/wiki/Editto_di_Tessalonica

Infine se provate a cercare Editto della Tolleranza trovate quasi sempre citato l’editto del 313 di Costantino il Grande. E’ evidente quindi sin da subito che se anche vengono presentati fatti sostanzialmente storici li si presenta in modo tale da porre il cristianesimo sotto una luce, sin da subito, negativa. Questo ha poco a che fare con la ricerca della verità, quanto col cercare di dimostrare semplicemente la propria tesi (giusta o sbagliata che sia).


Una volta insediato Teodosio I come Signore unico dell’Impero Romano Cattolico, l’alto Clero redasse i nuovi codici biblici, intenzionalmente corredati dei riscontri storici del I secolo (ricavati dai rotoli giacenti nella bibioteca imperiale) al fine di comprovare la “sequela christi” iniziata con l’Avvento del “Salvatore” e i suoi successori (Mt 19,21). Alcuni anni dopo, a spese dello Stato, furono inviati i Clerici nelle Province dell’Impero a diffondere la “buona novella” manoscritta nei testi nuovi. Al contempo i Vescovi avviarono la distruzione di tutte le biblioteche private e provinciali, tranne quella imperiale e quella di Roma, quest’ultima assegnata in proprietà alla Chiesa di Pietro. Non è un caso, quindi, che la datazione dei Codici più antichi a noi pervenuti, come il Vaticanus e il Sinaiticus, sia oggi stimata al IV secolo con un metodo paleografico di massima; quest’ultimo molto meno preciso rispetto alle evidenze storiografiche ed ecclesiatiche trasmesse con la patrologia. Dalla comparazione della Storia con il Credo pervengono un insieme di dati che evidenziano l’evoluzione adattativa della dottrina cattolica vincente, diversa dalle precedenti cristiane nella rappresentazione teologica del “Salvatore Universale”. Dottrine cristiane antesignane oggi classificate come “apocrife”, “gnostiche” e “pseudo”. Infatti, per uniformare la sostanza e la raffigurazione della nuova divinità si rese obbligatorio convocare, nel corso del IV secolo, numerosi Concilii, sempre cruenti per le feroci vendette consumate ai danni degli Episcopi perdenti. 
Nel VI studio riportiamo la dimostrazione che i vangeli attuali furono trascritti ex novo in esecuzione del Credo cattolico, definito nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. Una dottrina alla quale, pochi anni dopo, venne aggiunta la “Natività” di Gesù, nei vangeli di Luca e Matteo, allo scopo di fornire la documentazione teologica utile ai Vescovi per decretare, nel Concilio di Efeso del 431 d.C., l’ultimo dogma che conclamò la SS. Vergine Maria, Madre del Signore: “Theotókos”. Per i Cattolici: Madre di Dio. 

 

Risulta ancora più evidente quanto affermavo poco sopra, a meno che l’autore non lo provi strada facendo non ci sono elementi storici per sostenere quanto sostiene lui, ovvero che nel IV secolo siano stati redatti i nuovi codici biblici aggiungendo i riscontri storici del I secolo al fine di comprovare la “sequela christi”(cioè manipolandoli). Riguardo i vangeli se ne conoscono diverse decine di manoscritti scritti su papiro e risalenti ai primi secoli del cristianesimo. I più antichi sono i seguenti:

  • Papiro 52 (Rylands): datato tra il 120-130, è un frammento di un singolo foglio contenente nel fronte e retro 5 versetti di Giovanni (18, 31-33; 37-38). La precisa datazione di questo papiro non è universalmente condivisa; le datazioni proposte vanno dall’inizio del II secolo, alla fine del II secolo all’inizio del III.
  • Papiro 66 (Bodmer II): datato al II secolo, contiene in 104 pagine danneggiate parti del Vangelo secondo Giovanni: i primi 14 capitoli quasi completi e parti degli altri 7.
  • Papiro 45 (Chester Beatty I): datato alla metà del III secolo, contiene in 30 fogli ampi frammenti dei vangeli.
  • Papiro 46 (Chester Beatty II): datato all’inizio del III secolo, contiene in 86 fogli frammenti del corpus paolino e della Lettera agli Ebrei.
  • Papiro 72 (Bodmer VIII): datato tra il III e il IV secolo, contiene frammenti delle epistole cattoliche più altri testi patristici.
  • Papiro 75 (Bodmer XIV-XV): datato all’inizio del III secolo, contiene in 27 fogli ampi frammenti di Luca e i primi 14 capitoli di Giovanni.
  • Papiro 64, meglio noto come Papiro Magdalen, è un antico manoscritto del Nuovo Testamento, contenente frammenti del Vangelo secondo Matteo, datato tra la fine del II e gli inizi del III secolo. L’ipotesi del papirologo Carsten Peter Thiede, secondo il quale il papiro andrebbe retro-datato all’anno 70 diventando dunque il più antico testimone del vangelo matteano, è rigettata dalla gran parte degli studiosi, ma ha reso famoso questo frammento.
  • Papiro 7Q4, datato dal paleografo Colin H. Roberts tra il 50 a.C. e il 50 d.C., conterrebbe secondo l’ipotesi O’Callaghan trascrizioni di parti del Nuovo Testamento. Nel caso di 7Q4 si sarebbe trattato di un frammento della Prima Lettera a Timoteo. La tesi, che ha avuto grande eco, e seppur sostenuta da altri esperti (Herbert HungerCarsten Peter Thiede, ecc.), non ha convinto tuttavia la maggior parte degli studiosi del campo, che continuarono a considerare i frammenti come non identificati.
  • Il Papiro 7Q5, ritrovato tra i manoscritti del Mar Morto delle grotte di Qumran e datato tra il 50 a.C. e il 50 d.C., contiene poche lettere (9 identificabili con certezza) che secondo l’ipotesi O’Callaghan (1972) corrispondono a Vangelo secondo Marco 6,52-53; l’identificazione avanzata da José O’Callaghan ha incontrato tuttavia lo scetticismo del mondo accademico.

A questi dobbiamo aggiungere i codici Vaticanus e Sinaiticus e nessuno di questi mostra differenze sostanziali, a dimostrazione che il testo dei Vangeli canonici non è stato modificato nel tempo. Comunque dal momento che l’autore afferma diversamente mi ripropongo di tornare sull’argomento nel momento in cui ci spiegherà il perché sostiene una tale tesi. Il resto delle informazioni di questo paragrafo sono, come spesso accade, una forma di pubblicistica anticattolica tipica di chi è anticlericale. E’ vero che ci furono roghi di libri e che ci furono diversi Concilii che portarono a una definizione più organica del credo cristiano, ma presentare questi fatti in maniera del tutto negativa e avulsa dal loro contesto storico li falsa nella loro realtà e serve non a comprendere il fatto, ma solo a gettare discredito sulla Chiesa. Per cui ha anche poco senso replicare nello specifico, però è utile osservare che il tono più che scientifico e distaccato è smaccatamente anticlericale e questo già pone dei dubbi sulla bontà di quanto proposto perché probabilmente inficiato da un pregiudizio a prescindere.

Qui potete verificare quanto vi ho detto sui Vangeli: http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo

  
Ma gli storici cristiani, diversamente dai propri condottieri militari, si dimostrarono incapaci di consultare i rotoli dei cronisti imperiali del I secolo. La superficialità con la quale gli scribi di Dio lessero le passate vicende, utili a prelevare dati e nomi famosi dei personaggi che dovevano interagire con gli eroi del cristianesimo primitivo, costerà molto cara al futuro potere ecclesiastico. Un potere assoluto che continuò anche dopo la disgregazione dell’Impero Romano… fino ad oggi. Un potere che, alla fine, dovrà fare i conti con il giudizio inappellabile della Storia: la stessa alla quale gli scrivani di Dio affidarono la “Verità” di Gesù Cristo. 
Storia, archeologia, numismatica, geotopografia, sono le discipline cardine della scienza razionale che ha iniziato a demolire l’oscurantismo superstizioso del Cristianesimo, come di ogni altro Credo, ad iniziare da quelli fondati sul monoteismo assoluto. Ma, dal Concilio di Costantinopoli, dovranno passare molti secoli prima che si avviasse il processo conclusivo in grado di emettere il verdetto irrevocabile della Storia… 

 

E’ chiaro che fino a ora abbiamo letto opinioni dell’autore, opinioni che sono chiaramente e dichiaratamente anticattoliche e che quindi fanno già sorgere dei dubbi sulla parzialità del suo lavoro. Inoltre c’è qui un punto su cui mi soffermerei perché viene detto che gli storici cristiani furono superficiali nella loro costruzione artificiosa e quindi si lascia intendere che commisero degli errori, errori che costeranno loro molto cari tanto che, e questa è una mia riflessione, per duemila e passa anni nessuno si è mai accorto di nulla, nessuno storico, laureato, che ha pubblicato libri sull’argomento si è mai accorto di nulla, fino al momento in cui l’autore, che non è storico di professione, che è dichiaratamente anticlericale ha scoperto tutto… mi sembra un po’ strano, ma vedremo, intanto non mi è chiaro, se gli storici furono così superficiali com’è che per 2000 anni non se ne è accorto nessuno? Ma magari ho frainteso tutto io, vedremo alla fine.
Alfred Loisy, sacerdote cattolico francese (1857 – 1940), teologo esegeta di fama internazionale, docente di ebraico e Antico Testamento, propugnava la critica storica scientifica, applicata agli scritti neotestamentari, come primo metodo da seguire per la ricerca sulle origini del Cristianesimo. Con i suoi studi il biblista contestò la storicità della “Passione e Resurrezione di Cristo” dimostrando, inoltre, che Gesù non volle essere il fondatore di una nuova religione, tanto meno di alcuna Chiesa. L’esegeta cattolico, previa una corretta analisi filologica, si spinse ad affermare che Gesù, storicamente, fu un “Nazireo”, non un “Nazaretano”, in quanto appartenente alla setta dei Nazirei, i consacrati a Dio che fecero voto di mantenere capelli e barba intonsi e astenersi dal bere bevande inebrianti (lo stesso voto di Sansone e, per i vangeli, di Giovanni Battista); pertanto l’identificazione intesa come “abitante di Nazareth” non era valida. 
In base agli scritti dello storico ebreo dell’epoca, Giuseppe Flavio, i Nazirei erano una setta di Giudei integralisti nazionalisti, avversari della dominazione pagana sulla terra d’Israele e, come tali, perseguitati sia dalla aristocrazia sacerdotale opportunista ebraica che dai Governatori romani o regnanti Erodiani.
L’ 8 aprile 1546, il Concilio di Trento decretò: «Il sacrosanto concilio tridentino … accoglie e venera tutti i libri, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi». Gli Scritti Sacri di Dio non potevano essere messi in discussione da nessuno, pertanto, come prevedibile, nel 1908 Loisy venne scomunicato dalla Chiesa Cattolica … e ad oggi nulla è cambiato: Dio non può sbagliare … secondo i credenti.

 

La vicenda di Lousy è corretta anche se avulsa dal suo contesto storico che vedeva la Chiesa Cattolica impegnata in una strenua lotta col modernismo. In ogni caso Lousy credeva all’esistenza di un Gesù storico, non lo ha mai negato almeno che sappia io, per comprendere meglio le sue posizioni riporto una sua citazione:

« Non ammettevo che Cristo avesse fondato la Chiesa né i sacramenti; professavo che i dogmi si erano formati gradualmente e che non erano immutabili; analoghe considerazioni esprimevo in merito all’autorità ecclesiastica, alla quale attribuivo la funzione di un apostolato d’educazione umana, senza riconoscerle in alcun modo un diritto assoluto, illimitato, sull’intelligenza e sulla coscienza dei credenti. Non mi limitavo dunque a criticare Harnack, ma insinuavo pure con discrezione, ma con efficacia, una riforma essenziale dell’esegesi ricevuta, della teologia ufficiale, del governo ecclesiastico in generale. »

(A. Loisy, Memorie, I, pp. 466-467.)

 

La sua ipotesi sul “Gesù Nazireo” è appunto un’ipotesi, non dimostrata, molto interessante. La frase del Concilio di Trento rischia di fuorviare, infatti il Concilio Vaticano II con la Dei Verbum ha chiarito meglio cosa si intende dicendo che Dio è autore del Nuovo e del Vecchio Testamento, ovvero che esso è inerrante (privo di errori) non dal punto di vista storico, ma dal punto di vista della salvezza personale (questo può piacere o non piacere, può essere condiviso oppure no, ma è quello che la Chiesa ha detto).

 

Sulla figura di Alfred Lousy vi segnalo http://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Loisy

Su come la Chiesa si pone nei confronti delle Scritture Sacre segnalo questo semplice link (che è Cattolico perché dov’è che si può leggere il pensiero della Chiesa se non dalla Chiesa?): http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s1c2a3_it.htm

Un biblista non deve limitarsi a comparare la documentazione evangelica con le testimonianze dei Padri della Chiesa per scoprire le numerose contraddizioni riscontrate nei testi dottrinali ad oggi pervenuti, ma il metodo più proficuo, ai fini dell’accertamento delle verità o delle falsificazioni, è quello di confrontare tali scritti e verificarne la corrispondenza attraverso analisi critiche più avanzate. Avvalendoci di informazioni comprovate contenute nella storiografia,escludiamo, inderogabilmente, l’utilizzo di qualunque congettura o ipotesi per cercare di “spiegare” determinate vicende descritte nei vangeli. Solo un presuntuoso sprovveduto può biasimare i documenti neotestamentari, fondamento della dottrina cristiana da oltre 1700 anni, limitandosi ad inventare teorie paradossali su cui costruire futili verità invece di basare le sue analisi su precise constatazioni di fatti realmente accaduti.

Curioso che si dica cosa un biblista deve o non deve fare, perché immagino che il biblista, in quanto tale avrà fatto un corso di studi dove gli sarà stato insegnato cosa deve o non deve fare. E’ un po’ come se io, che non sono ingegnere, dicessi a un ingegnere cosa deve o non deve fare quando fa l’ingegnere. Comunque prendiamo atto che l’autore dice che non utilizzerà nessuna congettura o ipotesi bensì precise constatazioni di fatti realmente accaduti. Ancora non è entrato nel merito, ma mi sovviene una considerazione se le sue analisi si baseranno davvero su precise constatazioni di fatti realmente accaduti e non su congetture o ipotesi vuol dire che tutti gli altri che come lui hanno proposto teorie “alternative” sul Gesù storico sono “presuntuosi sprovveduti” a meno che le loro conclusioni non coincidano con quelle dell’autore? Penso ad altre persone che su Internet hanno messo in discussione l’esistenza di Gesù storico. O forse ho compreso male io il pensiero dell’autore? Anche questo è possibile.

Per contro, anziché disquisire su cosa fecero o dissero Gesù, Apostoli e Maria Vergine – trattandosi di protagonisti oggetto di culto e descritti come autori di gesta, tanto mirabolanti quanto impossibili – primo dovere dei docenti di storia del Cristianesimo è quello di accertare che siano esistiti realmente indagando sui personaggi noti dell’epoca che, secondo i vangeli e la patrologia, risultano aver interagito con i “prodigiosi” Santi. Personaggi famosi, uomini veri, e per questo rintracciabili nelle fonti trascritte, supportate da archeologia, filologia, epigrafi, numismatica. 
La ricerca critica testuale può verificare se la narrazione dei rapporti, intercorsi fra i sacri interpreti della mitologia cristiana con le persone celebri di allora, si dimostra autentica, falsa o manomessa volutamente.

Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, Cassio Dione, Plinio il Giovane, Esseni e Zeloti dei rotoli del Mar Morto, gli scribi patristici e molti altri, quando riportarono le cronache di allora, inconsapevolmente, hanno tramandato testimonianze, tali, che oggi permettono di ricostruire gli avvenimenti giudaici di duemila anni addietro e far luce sul vero messianismo (cristianesimo) primitivo del I secolo che dette origine, in epoca successiva, al mito di “Gesù Cristo”.

Curiose affermazioni che se prese alla lettera ci porterebbero a chiederci: se di Gesù, Maria e gli Apostoli viene messa in dubbio non l’aspetto religioso, ma proprio la loro stessa esistenza perché non applicare lo stesso metodo a ognuno dei personaggi con cui hanno interagito e che invece si da per scontato siano “uomini veri”? Inoltre Tacito, Svetonio e gli altri personaggi dubito che ci abbiano tramandato testimonianze in maniera inconsapevole dal momento che erano quasi tutti storici che scrivevano proprio con lo scopo di tramandare la storia. Ma proseguiamo nella lettura e vediamo dove l’autore vuole andare a parare perché forse sono io a non comprendere.

Al fine di garantire la verificabilità, sarà quindi nostro compito fondamentale approfondire le indagini storiche basandoci unicamente sulle risultanze testuali delle citazioni di provenienza diretta nonché sulle constatazioni archeologiche, evitando le espressioni superflue e preoccupandoci più della chiarezza che dell’eleganza, pur sapendo in anticipo che il nostro lavoro sarà incompleto ma già di per sé con esiti tali da essere attaccato dalla critica dogmatica con inaudita violenza. Studi che, a onor del vero, pur non essendo difficoltosi tuttavia richiedono l’impegno necessario per essere assimilati compiutamente.
Previa l’esclusione di una enorme, quanto superflua, bibliografia celebrativa cristiana, la conoscenza degli eventi lontani,tramite le fonti dellepoca, ci consente di procedere nella ricerca “dentro” un autentico apparato critico e dimostrare la falsificazione di tutti gli “Atti del Sinedrio” di Gerusalemme (il Supremo Tribunale Giudaico) riportati nei Vangeli e in “Atti degli Apostoli” (le gesta di “Gesù”, “san Pietro”, “san Paolo”, “santo Stefano”, ecc.). 

Siamo pronti a vederle queste fonti storiche e a leggere queste indagini, perchè fino ad adesso, in particolare quando si parla di attacchi di inaudita violenza della critica dogmatica e dell’esclusione di una enorme, quanto superflua bibliografia celebrativa cristiana si ha l’impressione da una parte di tanti discorsi superflui (proprio quello che l’autore ha detto di voler evitare) e dall’altra il rifiuto di tanta storiografia comunemente accettata, accademicamente comprovata, per il semplice fatto di non essere d’accordo col pensiero dell’autore, non per delle critiche oggettive e motivate. Però stiamo a vedere, magari tutto verrà poi motivato.

Ma l’analisi storiologica va oltre ed è in grado di scoprire il motivo delle mistificazioni e perché l’unico “Atto del Sinedrio” – a noi fatto pervenire nelle opere dello storico Giuseppe Flavio dalla morte di Erode il Grande sino al 66 d.C. – risulta essere soltanto quello di “Giacomo fratello di Gesù detto Cristo” … rivelatosi manomesso dagli scribi cristiani, come proveremo negli studi seguenti. 
Dagli “Atti” di un vero Sinedrio ebraico, mentre era in corso il “Processo a Gesù”, non sarebbe mai risultato che i Giudei osarono scagliare contro se stessi e i propri figli la maledizione riportata nei Vangeli (Mt 27,25):

“E tutto il popolo rispose: il suo sangue (di Gesù) ricada sopra di noi e i nostri figli”.

Una cronaca descritta da amanuensi talmente catechizzati al punto da far decadere la veridicità del “processo a Gesù” ancor prima che potesse iniziarsi. Infatti, un eminente sacerdote ebreo come Giuseppe, discendente dagli Asmonei per parte di madre e da Sommi Sacerdoti in linea paterna, così come tutti i Giudei di allora e di oggi, non avrebbe mai potuto riconoscere verosimile questo paradosso: gli Ebrei, dopo averlo osannato, fanno crocefiggere il proprio “Messia” divino e nel contempo si maledicono per l’eternità. L’evento, se per assurdo fosse accaduto, sarebbe stato di una tale gravità che lo storico sacerdote, ligio al proprio credo, l’avrebbe riferito nelle sue cronache, poiché, poco prima della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. ad opera di Tito, figlio dell’Imperatore Vespasiano, provvide personalmente a recuperare gli Atti del Sinedrio insieme a tutti i documenti conservati negli Archivi Pubblici (fatto che dimostreremo più avanti).

Aspettiamo di vedere le prove che l’autore porterà a sostegno della sua tesi, sopratutto quelle relative alla manomissione perché certe accuse non andrebbero fatte con leggerezza. Notiamo invece che fino ad ora l’autore ha solo portato ipotesi e supposizioni. Ad esempio il sostenere che quanto riportato da Matteo sia un Atto del Sinedrio e che lo stesso avrebbe dovuto essere riportato da Giuseppe Flavio è solo un’ipotesi, su cui si può convenire o meno, ma che sicuramente non è una prova.

La mancata citazione di ulteriori Atti del Sinedrio, da parte dello storico, ci porta ad indagare sugli “Atti degli Apostoli” e sui Vangeli perché quanto viene riferito in questi manoscritti, in ultima analisi, avremmo dovuto trovarlo negli Atti di un vero Sinedrio e riportati dall’ebreo nel XVIII Libro di “Antichità Giudaiche”: l’epoca di Gesù. 
E’ grazie alla storia che possiamo dimostrare l’insussistenza degli Apostoli, pertanto, apriamo il sacro testo, redatto dall’evangelista Luca che ne descrive le imprese miracolose, e diamo inizio al confronto tra il mito teologale della “Salvezza per la Vita Eterna” con … il razionalismo storico.

Sinceramente non capisco il nesso tra il fatto che ciò che è scritto nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si debba anche ritrovare nel XVIII libro di Antichità Giudaiche. Questa a mio avviso è una pura congettura dell’autore, non supportata da alcun dato. L’impressione fino ad ora è che si voglia dimostrare una tesi e si mettano giù le pedine in maniera tale da dimostrarla, invece di fare semplicemente ricerca storica e vedere quali sono i risultati, inoltre i continui richiami sottointesi e no a una probabile falsificazione e manipolazione dei testi da parte dei cristiani fa già intuire che la ricerca storica dell’autore non è proprio imparziale, ma già orientata da una parte.
Parte I

 

Atti degli Apostoli

Dopo l’ascensione in cielo di Gesù, gli Apostoli, rimasti nella Città Santa, danno inizio alla diffusione della dottrina predicata da Cristo. Sotto il portico di Salomone e nelle piazze, emulando il loro “Maestro”, si esibiscono in guarigioni straordinarie, esaltano il popolo e attirano le folle delle città vicine “che accorrevano, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti. Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, “pieni di livore”, li fanno arrestare con l’accusa di “aver predicato in nome di costui (Gesù Cristo) e, convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il massimo Tribunale giudaico, avviano l’atto processuale minacciando di “metterli a morte” (At 5,12-33):

“Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini (gli Apostoli). Qualche tempo fa venne Theudas, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anchegli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini (gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività(Cristianesimo) è di origine umana, verrà distrutta (come avvenuto a Theudas e Giuda il Galileo); ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in libertà” (At 5,34-40).

Tutti i personaggi descritti nel brano sono realmente esistiti all’epoca, anche il sacerdote Gamalièle il cui figlio diverrà Sommo Sacerdote del Tempio nel 63 d.C. (Ant. XX 213); ma, dopo attento esame, la prima considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è verificato quando il Re dei Giudei, Erode Agrippa I, era ancora vivo nella sua reggia in Gerusalemme. 
Infatti, al momento del sermone di Gamalièle sono vivi tutti gli Apostoli e fra questi, oltre a Simone Pietro, anche Giacomo il Maggiore il quale, secondo l’evangelista (At 12,1), verrà ucciso dallo stesso Re Agrippa (che regnò sulla Giudea dal 41 al 44 d.C.) prima di morire (44 d.C.). Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nei resoconti storici del Libro XX di “Antichità Giudaiche” (Ant. XX cap.V, 97/102):

97. “Durante il periodo in cui Fado era Procuratore della Giudea (44-46 d.C.), un certo sobillatore di nome Theudas persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un Profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti.
98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Theudas fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.
99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era Procuratore Cuspio Fado 
(44 – 46 d.C.). 
100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro 
(Procuratore dal 46 al 48 d.C.), figlio di quell’Alessandro che era stato Alabarca in Alessandria.
101. Fu sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una grave carestia durante la quale la Regina Elena comprò grano dall’Egitto con una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra.
102. Oltre a ciò, Giacomo e Simone, figli di Giuda Galileo, furono sottoposti a processo e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda che – come ho spiegato sopra – aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirinio faceva il censimento in Giudea”.

Tali avvenimenti, separati fra loro da due o tre anni, sono la prova che il sacerdote Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio il discorso a difesa degli Apostoli perché in quello stesso momento il Profeta “Theudas” era ancora vivo. Infatti, facendo attenzione alle date, seguiamo la storia di Giuseppe Flavio:
– nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I ma, essendo il figlio troppo giovane per governare, l’Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di Giudea, Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza …
– nel 44 d.C. gli fa subentrare, come Governatore della Provincia, il Procuratore Cuspio Fado che durante il suo incarico (44-46 d.C.) fa uccidere “Theudas”, la cui testa viene portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse seguire il suo esempio;
– nel 46 d.C. il Procuratore Tiberio Alessandro sostituisce Cuspio Fado e, nel corso del suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l’ordine di crocifiggere Giacomo e Simone.

Pertanto, all’interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere sulla sorte dei “dodici Apostoli”, da quanto abbiamo letto in “Atti”, come ha potuto l’evangelista Luca far dire a Gamalièle che “Theudas era già morto quando Erode Agrippa era ancora vivo … e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso Theudas), non era ancora subentrato ad Agrippa

Fermiamoci e cerchiamo di analizzare i dati fin qui presentati perché effettivamente essi pongono un problema, non tornano i conti delle datazioni tra quanto affermato da Gamaliele negli Atti degli Apostoli e quanto riporta Giuseppe Flavio, come possiamo spiegare questa discrepanza? Abbiamo elementi che ci portino a darci una spiegazione?

Intanto vi segnalo questo link, dove potete recuperare l’intero testo di Antichità giudaica e verificare quanto stiamo per sostenere: http://www.alateus.it/Antichitait.pdf

 

Partendo da questi dati vediamo cosa possiamo dedurre o affermare:

–      Molto probabilmente Giuseppe Flavio e Gamaliele parlano di due Theudas diversi, perché Gamaliele è molto preciso e dice che a Theudas si aggregarono circa 400 uomini, mentre Giuseppe Flavio non cita numeri, ma un personaggio che appare molto più problematico del Theudas di cui parla Gamaliele, infatti parla “della maggior parte della folla”. Nel paragrafo successivo Giuseppe Flavio racconta della morte di ventimila uomini è facile quindi che la morte di 400 persone non la ritenesse poi così degna di nota.

–      Il Theudas di Gamaliele dice di “essere qualcuno”, quello di Giuseppe Flavio di essere un Profeta.

–      Dei seguaci del Theudas di Gamaliele è detto che si aggregarono a lui, dei seguaci del Theudas di Giuseppe Flavio è detto che presero le loro cose e lo seguirono fino al Giordano.

–      I seguaci del Theudas di cui parla Gamaliele è detto che si dispersero, mentre quelli che seguirono il Theudas di cui parla Giuseppe Flavio furono in molti uccisi e fatti prigionieri.

–      Il Theudas di Gamaliele viene semplicemente ucciso, il Theudas di Giuseppe Flavio è ucciso, decapitato e la sua testa portata a Gerusalemme.

Ci sono tutti gli elementi per ritenere che si tratti di due Theudas diversi, anche se non ne abbiamo la prova, inoltre la differenza di date ci lascia con un interrogativo perché, se non sono due Theudas diversi, ma lo stesso, è chiaro che una delle due fonti ha commesso un errore e anche questo è possibile, ma proseguendo con l’analisi scopriamo che sebbene Theudas sia un nome non certo comune era un nome che appare negli ossari di Gerusalemme di quel periodo (si veda ad esempio l’iscrizione 1255. Theudas, da come risulta dai documenti, era il nomignolo di tutta una serie di nomi greci quali: Theodoto, Theodoro etc..), inoltre all’epoca sappiamo che era comune avere due nomi, uno greco e uno ebraico, per cui Theudas potrebbe essere la versione greca di molti nomi ebraici. Infine è sempre Giuseppe Flavio che quando ci racconta della morte di Erode ci dice che a questa seguirono molti tumulti e non tutti ci sono riportati.

Naturalmente esistono anche altre possibilità, come il fatto che uno dei due scritti abbia fatto da fonte per l’altro e che i dati siano stati presi male, ma l’ipotesi più probabile, allo stato attuale credo sia che si tratti di due personaggi diversi.

Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle non poté farlo perché Re Erode Agrippa e “Theudas erano ancora vivi entrambi. Fu scritto in epoca successiva da uno scriba cristiano con lo pseudonimo “Luca” e lo mise in bocca a Gamalièle, importante membro del Sinedrio vissuto realmente, per discolpare, in un processo del Tribunale giudaico, gli Apostoli arrestati, fra cui Simone e Giacomo, dall’accusa di istigazione uguale a quella di Theudas, Giuda il Galileo e i suoi figli Giacomo e Simone; accusa che comportava la pena di morte da parte dei Romani. Ma, poiché il discorso era (ed è) una assurdità è evidente che non fu fattopertanto era falso sia larresto che lassoluzioneperciò, a quella data, nessuno degli Apostoli era stato arrestato
Al contrario, al verso 102, come sopra abbiamo letto in “Antichità”, sia Giacomo che Simone, figli di Giuda il Galileo, “furono sottoposti a processo” e fatti giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo la morte di Erode Agrippa).

Qui ci sono una serie di affermazioni che non tornano né per logica né per coerenza con quanto sostenuto in precedenza, vediamole:

–      Non è stato constatato, cioè provato che il discorso era falso, questa è solo una supposizione. Ci sono altre ipotesi, altrettanto, se non più valide, che fanno ritenere vero il discorso pronunciato da Gamaliele.

–      Si dice che questo discorso fu inventato per discolpare gli Apostoli, ma subito dopo si dice che non ci fu nessun arresto e nessuna assoluzione, quindi che senso aveva inventarsi questo discorso di Gamaliele? Sarebbe tutto inventato, ma a quale scopo? E dove sarebbe la prova di questa invenzione?

–      Si dice che il discorso di Gamaliele serviva ad assolvere gli Apostoli, ma non è vero, perché di per sé il discorso di Gamaliele non assolve nessuno, semplicemente dice non curatevi di loro perché se ciò che fanno è umano finirà da solo, se invece è da Dio non si riuscirà mai a farli tacere. Insomma questo sembra tutto tranne un’assoluzione. Oltretutto se si continua a leggere si scopre che gli apostoli vengono fustigati e viene loro intimato di non parlare più come facevano prima di essere liberati, che razza di assoluzione è?

–      Il Giacomo e Simone di cui si parla in Antichità qual è la prova che siano gli stessi Giacomo e Simone Apostoli?

Insomma, fino ad adesso abbiamo: libere interpretazioni, opinioni, supposizioni personali presentate come prove.

Contrariamente a quanto evidenziavano le vicende concrete, il vero scopo di san Luca era far apparire ai posteri che il Sinedrio aveva assolto gli “Apostoli”, fra cui Giacomo e Simone, dall’accusa, così come articolata in ipotesi da Gamalièle, di essere equiparati ai Profeti rivoluzionari Giuda il Galileo, i suoi figli Giacomo e Simone e Theudas. Imputazione, come abbiamo visto, fatta “smontare” da un Gamalièle che, nella realtà, non avrebbe potuto prevedere la morte improvvisa di Re Agrippa I, né l’incarico del Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Theudas.  
Tale “Atto del Sinedrio”, inventato e riportato in “Atti degli Apostoli”, convocato mentre Erode Agrippa era ancora vivo, è una falsificazione tesa a fugare ogni dubbio sulla condotta zelota degli “Apostoli”, dissociandoli dai sobillatori Theudas e Giuda il Galileo, e ad introdurre l’altra menzogna correlata alla persecuzione dei successori di Cristo da parte di Agrippa: la “fuga” dal carcere di Simone Pietro per l’intervento di un angelo di Dio (sic! At 12,7) nonché l’uccisione di Giacomo, falsamente addebitata al Re da “l’evangelista” impostore.

Come può verificare chiunque legga il passo degli Atti degli Apostoli, il discorso di Gamaliele non assolve li apostoli né li condanna di nulla, semplicemente esprime un’opinione saggia riguardo a ciò che stava accadendo. Oltretutto se si continua a leggere si scopre che gli apostoli vengono fustigati e viene loro intimato di non parlare più come facevano prima di essere liberati, che razza di assoluzione è? Inoltre l’ipotesi ha proprio poco senso logico, ragioniamo per assurdo e supponiamo che sia come dice l’autore che l’obiettivo fosse quello di far apparire ai posteri che il Sinedrio aveva assolto gli Apostoli perché non scriverlo in maniera più semplice, diretta e chiara? Se si inventa si può inventare meglio,no? Invece Luca si sarebbe inventato un discorso che non assolve gli apostoli e che in più presenta un errore storico che chiunque poteva e può verificare? Tanto più se questo era stato fatto per “fugare ogni dubbio” lo si sarebbe fatto meglio, no? Invece in questo testo non c’è alcuna assoluzione da parte del Sinedrio, gli apostoli vengono fustigati e ripresi e solo dopo liberati.

In più il senso della frase di Gamaliele non è di dissociare gli Apostoli dai rivoluzionari che cita, bensì il contrario. Gamaliele dice: è venuto tizio ed è perito, è venuto caio ed è perito quindi non preoccupatevi di questi che se sono come tizio e caio periranno anche loro e se non lo sono, perché inviati da Dio, è inutile qualunque cosa faremo. Quindi esattamente il contrario di quanto sostiene l’autore perché con questo discorso Gamaliele associa gli Apostoli a Theudas e a Giuda il Galileo non li dissocia, è sufficiente leggere il testo per accorgersene.Il resto, al momento, sono solo illazioni dell’autore (come tutto il resto fino ad ora).

Risultato: un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo, pertanto la sua datazione e il suo scopo erano e sono nulli. Ne consegue che introdurre in “Atti degli Apostoli un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del Sommo Sacerdote del Tempio, con funzioni giudiziarie e amministrative (pur se asservito al potere imperiale di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si deve rispondere di fronte alla storia.

 

Risultato: Fino a questo momento nessuna prova, solo supposizioni personali per di più basate su un preconcetto di partenza che non è certificato dai dati che il testo riporta, infatti non vi è alcuna assoluzione degli apostoli e non solo non vi è nessun dissociamento degli Apostoli da Theudas e Giuda il Galileo, ma anzi proprio ad essi vengono paragonati. Esattamente il contrario di quanto afferma l’autore che, per le sue opinioni, non dovrà comunque rispondere a nessuno.

Luca non si sbagliò ma fu costretto ad inventare questo “Atto del Sinedrio” perché voleva impedire l’identificazione di un apostolo con lo stesso nome di uno dei fratelli di Gesù. Inoltre doveva nascondere la relazione che intercorreva fra gli altri apostoli (con l’identico appellativo dei restanti fratelli di Cristo) e Giuda il Galileo, un famoso capo della rivolta popolare giudaica iniziatasi il 6 d.C. contro la dominazione di Roma. A tale scopo citò Gamalièle, un noto fariseo Dottore della Legge (ricordato più volte da Giuseppe Flavio ma defunto molte generazioni prima dello scriba “lucano”), per fargli testimoniare il falso sia su Theudas che su Giuda il Galileo, facendo risultare che quest’ultimo morì prima del Profeta - grazie all’affermazione riferita nel brano descritto “dopo di lui (Theudas) sorse Giuda” – col preciso intento di impedire a chiunque di sapere che il Profeta era uno dei figli rivoluzionari di Giuda, il capo degli Zeloti ormai morto da tempo, e infine comprendere il vincolo parentale, con il dirompente nesso, derivante dalla corrispondenza tra i nomi dei fratelli di Gesù e quelli dei figli del Capo degli Zeloti.           

Non è che ripetendo all’infinito un concetto questo diventa vero, sopratutto quando, come abbiamo visto non ha alcun fondamento se non la propria opinione. Abbiamo già visto in precedenza come i fatti che abbiamo a disposizione non ci fanno presupporre per nulla quanto afferma l’autore. In ogni caso anche a un semplice passaggio logico, senza nulla sapere degli avvenimenti dell’epoca, la cosa fatica a stare in piedi. Se Giuda il Galileo, come dice l’autore, era famoso, le sue parentele erano conosciute, quindi non si capisce come la semplice “invenzione” di una frase da parte di Luca avrebbe dovuto cancellare tutto questo e se questo fosse stato fatto apposta con l’intento denunciato dall’autore allora perché non si è modificato anche il testo di Giuseppe Flavio? La cosa non ha molto senso perché se si fosse davvero inventare una frase per depistare o la si inventa bene, modificando anche le altre fonti, oppure non ha proprio senso farlo perchè non si ottiene nulla, anzi si ottiene esattamente il contrario.    

Oltre a fungere da “testimonianza”, fu spacciato per vero un “giudizio” di assoluzione emesso nel corso di unprocesso“, istruito appositamente nellambito del Sinedrio, poichè lo scriba redattore di “Atti” aveva letto “Antichità Giudaiche” di Giuseppe Flavio ed al verso 102, come abbiamo visto sopra, é riferito che Giacomo e Simone, figli di Giuda il Galileo, furono sottoposti a processo
Pertanto, l’astuto evangelista celebrò un finto “contro processo” apposta per diversificare gli eventi ed impedirne la sovrapposizione grazie alla “assoluzione” degli apostoli Giacomo e Simone; in contrasto agli omonimi Zeloti, Giacomo e Simone, i quali, viceversa, furono condannati alla crocefissione. Lo scriba cristiano, infatti, sapeva bene che entrambi gli apostoli erano anchessi “Zeloti” … e fra poco lo verificheremo anche noi.

Se chi ha scritto gli Atti degli apostoli ha letto “Antichità Giudaiche” che senso aveva riportare negli Atti una notizia falsa di proposito ben sapendo che in “Antichità Giudaiche” la notizia era riportata correttamente e poteva essere letta da altri? Quindi o si falsificava anche “Antichità Giudaiche” o la cosa non aveva molto senso e lo scriba sembra tutto tranne che astuto. Se chi ha scritto Atti conosceva Giuseppe Flavio è invece motivo per sostenere o l’errore o il fatto che si parli di un altro Theudas. Poi, tanto per ribadire l’ovvio, basta leggere, le parole di Gamaliele non sono di assoluzione e non dissociano gli apostoli da Giuda il Galileo, anzi li associano. Comunque continuiamo a leggere e vediamo se anche gli apostoli erano Zeloti, sperando che le verifiche di cui si parla abbiano una sostanza maggiore di quanto letto fino ad ora.

Uno studioso che, seguendo la narrazione dello storico ebreo, giunge ai paragrafi dal 97 al 102 del XX Libro di “Antichità”, laddove si parla di Theudas e di Giacomo e Simone, i due figli di Giuda il Galileo, si rende conto che sono versi manomessi e il 101 addirittura interpolato per intero, ossia “incollato” in quel punto del Libro. 
Esso si richiama ad una gravissima, luttuosa, carestia che afflisse i Giudei, già descritta dettagliatamente dall’ebreo qualche capitolo prima, la cui datazione era vitale per la dottrina cristiana: avrebbe permesso di individuare lanno in cui fu giustiziato “Gesù”, le cause e il contesto storico che provocò levento
Nell’argomento VIII dimostriamo la falsificazione della carestia riportata anche in “Atti degli Apostoli” e in “Historia Ecclesiastica” di Eusebio di Cesarea.

 

Dunque ecco un altro tassello che ci viene svelato, secondo l’autore, come sostenevamo anche noi poco sopra, anche Giuseppe Flavio doveva essere stato manomesso, naturalmente nel prosieguo leggeremo le motivazioni portate per sostenere una cosa del genere (se ce ne sono). Al momento mi limito a dire che se Giuseppe Flavio è stato manomesso proprio in quel punto, supponiamo sia vero, come possiamo fidarci delle informazioni che ci fornisce per screditare gli Atti degli Apostoli? E se Giuseppe Flavio è stato manomesso in quel passo perché chi ha scritto Atti avrebbe dovuto falsificare ancora le informazioni di Giuseppe Flavio già falsificate? Al momento la cosa non sembra avere molto senso, ma andiamo avanti a leggere magari le cose si chiariscono più avanti.

Ma procediamo per gradi e ritorniamo al testo di Giuseppe Flavio sopra riportato di (Ant. XX 97/102) sottoponendolo ad una analisi filologica. Notiamo che Giacomo e Simone erano due veri appellativi giudaici indicati col patronimico, mentre “Theudas” non era un nome bensì un attributo che nel greco antico (koiné) voleva dire “Luce di Dio”. 
Esso rende l’idea di una traduzione corretta dall’aramaico (Giuseppe scrisse le sue opere in tale idioma poi ne curò la versione in greco) ma non è accompagnato dal nome proprio né da quello del padre quindi non identificabile come dato storico da tramandare ai posteri; pur essendo evidente che si trattava di una persona importantissima se i Romani portarono la sua testa, nientemeno, dal fiume Giordano sino a Gerusalemme per esibirla alla popolazione come mònito.Lanomalia di questo attributo senza nome e senza patronimico è condivisa sia in “Atti degli Apostoli” (lo abbiamo visto col discorso di Gamalièle) che dal Vescovo Eusebio di Cesarea (IV sec. d.C.), il quale, unico storico oltre all’ebreo, riporta l’episodio esattamente come lo abbiamo letto sopra nella sua “Historia Ecclesiastica” (Libro II cap. 3°,11) identificando il Theudas di “Atti” con quello di “Antichità”; e questo importante dato, già da solo, ci consente di accertare chi fu il primo falsario cristiano a capire quanto fosse dirompente per la sua dottrina il vero nome di Theudas.
Grazie alla carica di rilievo e all’influenza che esercitò sull’Imperatore Costantino e la sua Corte, Eusebio fu il primo cristiano ad aver la possibilità di accedere agli Archivi Imperiali e visionare gli scritti di Giuseppe Flavio reinterpretandoli nella sua Historia allo scopo di impedire l’identificazione dei veri protagonisti evangelici.

Innanzitutto non siamo certi che “Theudas” significhi “Luce di Dio” esiste chi sostiene che il termine sia di origine semitica e significhi anche “proveniente dall’acqua” (se traduco bene quel “flowing with water”, ma non è detto) come si può verificare qui http://www.ccel.org/ccel/hitchcock/bible_names.txt oppure “dato da Dio” come riportato qui http://www.laparola.net/vocab/parole.php?parola=Qeud%A9j Quindi sarebbe interessante capire da dove risulta che voglia dire “Luce di Dio”. Per capire chi era Eusebio di Cesarea vi rimando qui http://it.wikipedia.org/wiki/Eusebio_di_Cesarea indubbiamente sulla sua opera ci sono giudizi divergenti, c’è chi non la ritiene affidabile pensando sia uno storico disonesto e chi invece ritiene questa critica esagerata e ingiusta, il problema dell’attendibilità di quanto riporta Eusebio nasce dal fatto che non solo i suoi scritti sono quasi tutti apologetici, ma lui per primo difende la menzogna come una buona medicina da usare a volte e quindi in molti casi i suoi scritti da apologetici diventano apologie. In realtà Eusebio fu il primo storico a “inventare” la storia ecclesiastica e molte delle sue opere si rifanno a Egesippo le cui opere abbiamo perso e i cui riferimenti abbiamo solo nelle opere di Eusebio.

Ma Eusebio falsificò Giuseppe Flavio? Avrebbe potuto farlo? Indubbiamente per il suo ruolo aveva accesso agli Archivi Imperiali, ma modificarli? E modificarne tutte le eventuali versioni in maniera tale che a noi giungesse solo quella che voleva lui? E’ altamente improbabile, anche se non impossibile del tutto. In ogni caso è bene sapere che i manoscritti più antichi che abbiamo delle Antichità Giudaiche sono del IX-X secolo d. C. (se vi incuriosisce la cosa potete verificarlo qui http://www.tertullian.org/rpearse/manuscripts/josephus_antiquities.htm).

Proviamo ora a ragionare, su quello che sappiamo e che è stato detto fino a ora, in maniera molto semplice e lineare. Giuseppe Flavio scrive le Antichità Giudaiche nel 93-94 d. C. ma qualcuno le manipola successivamente per inserire o nascondere qualcosa Le citazioni più antiche che abbiamo degli Atti degli Apostoli sono del II secolo d. C. (http://it.wikipedia.org/wiki/Atti_degli_Apostoli) e sarebbero stati manipolati per nascondere qualcosa, però manipolati in maniera evidentemente sbagliata perché confrontandoli con Antichità giudaiche la differenza balza subito all’occhio (ma non se ne è mai accorto nessuno fino ad adesso). Infine si sostiene che sia stato Eusebio di Cesarea a falsificare il tutto (Eusebio visse a cavallo tra il III e il IV secolo d. C.) quasi duecento anni dopo quando tutti i fatti erano già conosciuti dai contemporanei e ricordiamoci che fino all’editto di Costantino i cristiani morivano per ciò che credevano, quindi se avessero saputo che i veri protagonisti del Vangelo non erano quelli descritti nel Vangelo stesso per chi morivano? Insomma al momento l’intera ipotesi non ha molto senso e fa acqua, non solo dal punto storico (infatti non c’è una sola prova a sostegno di quanto affermato), ma sopratutto dal punto di vista logico.

Fra le centinaia di appellativi giudaici dell’epoca, con il patronimico aggiunto obbligatoriamente al nome proprio per identificare le persone, lunico da eliminarsi era quello di Giuda il Galileo. Qualsiasi altro sarebbe stato lasciato nella cronaca … tranne quello del fondatore, il 6 d.C., della “quarta filosofia zelota” (così la chiamò lo storico), nazionalista rivoluzionaria, che propugnava l’uso della forza per liberare la terra d’Israele dall’occupazione romana ed eliminare le caste sacerdotali, opportuniste corrotte, così come quelle dei ricchi privilegiati ebrei.
I copisti amanuensi cristiani non potevano lasciare intatte, in un documento storico, descrizioni di vicende che, una dopo l’altra, vedevano come protagonisti tre uomini, giustiziati dai Governatori imperiali, con i nomi corrispondenti a quelli di tre fratelli di Gesù (stiamo per verificarlo), per di più risultanti figli di colui che fu Capo degli Zeloti; di conseguenza fecero passare il titolo “Theudas” come se fosse un nome, dopo aver cancellato quello vero, ma, senza rendersene conto, firmarono la contraffazione con le proprie mani quando scrissero “sobillatore di nome Theudas”* nel testo originale greco. Basta rileggere i brani storici su riportati per verificare che l’ebreo Giuseppe Flavio ha citato i diversi protagonisti direttamente col rispettivo appellativo, senza mai specificare di nome: sarebbe stato superfluo in quanto già “nomi”. La necessità di evidenziare un attributivo come “nome” dipese proprio dal fatto che non lo era.

Non è vero che il patronimico era aggiunto obbligatoriamente ai nomi di persona, abbiamo diversi casi dove ciò non avviene anche nello stesso Giuseppe Flavio che, ad esempio, quando parla del procuratore Felice lo dice fratello di Pallante (cfr. Ant. 20.137 ma anche Bell. 2.247), nei Vangeli ad esempio Giovanni è detto il Battista e talvolta solo il Battista. Negli stessi passi citati dall’autore Giuda il Galileo non viene citato con il patronimico, ma con un appellativo. Insomma l’uso del patronimico era sicuramente l’uso prevalente, ma non era obbligatorio c’erano casi, più rari, in cui non si usava, in particolare quando il nome da solo era sufficiente a identificare la persona perché magari si trattava di un nome poco usato e molto conosciuto (Theudas può facilmente rientrare in questa casistica dal momento che coinvolse nella sua rivolta, secondo lo stesso Giuseppe Flavio, molte persone e la sua testa fu portata come esempio a Gerusalemme sicuramente si sapeva di chi si parlava dicendo Theudas). Per fare un discorso esatto bisogna andare a vedere il testo greco, ma soffermiamoci sulla traduzione italiana postata dall’autore e leggiamola nella sua interezza, infatti il testo dice: “un certo sobillatore di nome Theudas”, è vero che altrove non si trova il “di nome” prima del nome, ma altrettanto ovvio che la costruzione della frase, almeno in italiano è tesa a sminuire il personaggio (Flavio Giuseppe pur essendo ebreo scrive dalla parte dei romani) e quindi cerca di ridurne l’importanza per cui anche il nome viene sottolineato in maniera negativa. D’altra parte se il testo fosse stato alterato per chissà quale complotto perché non alterarlo del tutto cambiando completamente il nome? Perché lasciare comunque dei nomi, soprannomi o quant’altro che potevano essere rintracciati? Tutto questo come già mostrato fino a ora non ha senso logico, ma proseguiamo a leggere sperando che lo assuma prima della fine.

*  Il lemma originale giudaico, che Giuseppe Flavio tradusse in greco con “Luce di Dio”, significava “Uriel” אוּרִיאֵל

Nessun giudeo dell’epoca si chiamava così perché nella mitologia ebraica (cfr Bellum V 388) era l’angelo che, con la spada fiammeggiante di Dio, fece strage (185.000 uomini) di Assiri: l’intero esercito di Re Sennacherib il quale, dopo aver invaso il regno di Giuda, teneva sotto assedio Gerusalemme. Non fu un caso se il sedicente profeta Giuda “Theudas” adottò come soprannome un titolo divino che per quella gente personificava la suprema giustizia vendicativa di Yahweh contro gli aggressori della Terra Promessa al Suo popolo. Il santo appellativo calzava perfettamente con gli intenti degli Zeloti … ma Cuspio Fado non era un seguace del Credo israelita e, abbiamo letto, “Uriel” non lo impressionò affatto. 

Del resto, la leggenda semitica è un adattamento in chiave religiosa di un verosimile episodio bellico, accaduto nel 701 a.C., testimoniato da una tavoletta d’argilla trovata nel palazzo reale di Ninive e conservata presso il British Museum. 
In essa si riporta, più realisticamente, che “i capi dei Giudei pagarono 30 talenti d’oro e 800 d’argento oltre un immenso bottino” al Re Sennacherib per togliere l’assedio a Gerusalemme … và da sè che le gesta dei “santi” eroi dell’Antico Testamento sono soltanto una leggenda alla pari degli altri miti.

 

Questa nota è esemplificativa di un modo di approciarsi alla storia fortemente deviato dal desiderio di trovare conferma alle proprie ipotesi iniziali. Per comprenderlo è sufficiente dire che dell’assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib parla la Bibbia, il prisma di Taylor, la tavoletta d’argilla ora conservata nel British Museum, ma anche Erodoto. Confrontando le tre versioni lo storico scopre come il fatto accaduto viene raccontato da chi ha subito l’assedio, da chi ha vinto l’assedio e da una terza parte, se volete vedere come si affronta, in maniera corretta storicamente, un argomento simile vi segnalo questo pdf  http://www.linfadellulivo.it/wp-content/uploads/S.Ponchia_Assedio-di-Gerusalemme-ad-opera-di-Sennacherib.pdf

Abbiamo poi già detto che non è certo che Theudas significhi “Luce di Dio” e per sapere davvero quale fu il lemma originale giudaico che Giuseppe Flavio tradusse in greco bisognerebbe avere in mano l’originale giudaico di Giuseppe Flavio che noi abbiamo solo in greco. Comunque riguardo Uriel, se volete approfondire, vi segnalo questo link  http://it.wikipedia.org/wiki/Uriel … va da sé che fino a ora si sono prese delle, legittime, opinioni personali, spacciandole come verità supportate da fatti e dati storici che al momento non ci sono.
Riguardo a Giacomo e Simone rileviamo che manca la motivazione per cui, una volta processati, furono condannati alla crocefissione; non era infatti sufficiente la semplice discendenza da Giuda il Galileo, come imputazione, perché si sarebbe violata la legge romana (innanzitutto) e quella ebraica. Tanto più la prassi voluta dal diritto romano imponeva l’iscrizione del reato su di un cartello appeso al collo del giustiziato e l’evento successe quando Giuseppe Flavio aveva dieci anni. Inoltre, dal modo estemporaneo con il quale viene introdotto il par. 102 (basta rileggerlo) risulta chiaro che lo storico ebreo ha già parlato in un precedente passo delle gesta di entrambi gli Zeloti poiché vengono citati come fossero già conosciuti. 
La motivazione della discendenza, peraltro, sarebbe valsa subito anche per “Menahem”, il cui vero nome, lo dimostreremo, era Giuseppe, ultimo figlio di Giuda e fratello minore di “Jeshùa”, il quale morirà molto tempo dopo in circostanze precise ma non a causa della discendenza dal fondatore dello zelotismo. Giuseppe non poteva risultare fra gli “Apostoli” perché, all’epoca di “Gesù” adulto, era troppo giovane per essere riconosciuto capo carismatico in grado, con le sue profezie, di trascinare uomini disposti a rischiare la vita per un ideale nazional religioso.

 

Continuano le supposizioni e le ipotesi personali, non supportate da alcuna evidenza e tra l’altro non si capisce neanche bene quale sia la tesi fino a ora esposta se non che sia gli Atti degli Apostoli che Giuseppe Flavio sono stati volontariamente falsificati per nascondere qualcosa che però è rimasto in bella vista. Speriamo che tutto si chiarisca più avanti.

 
Lo stesso vale anche per Theudas: il semplice fatto che “sobillasse” i suoi seguaci ad attraversare il Giordano per i Romani non aveva alcuna importanza, perciò anche questo dimostra che la notizia originale è stata successivamente mutilata da scribi copisti come l’altra riguardante Giacomo e Simone. Ma perché “l’evangelista Luca” era talmente interessato a lui al punto di farlo dichiarare morto, da Gamalièle, anteriormente a Giuda il Galileo? Semplice: conosceva chi fosse realmente perché aveva letto “Antichità Giudaiche” prima che venissero censurate dagli amanuensi e, così come vi trovò scritto che i seguaci del Profeta erano quattrocento *, al contempo seppe che era figlio di Giuda il Galileo, mafacendo risultare che muore prima di lui, egli non potrà mai essere identificato come suo figlio.

 

Quindi ecco spiegato l’arcano: “Luca” aveva letto Antichità Giudaiche prima che venissero modificate e così aveva scoperto chi fosse realmente Theudas e sopratutto che era figlio di Giuda il Galileo, ma dal momento che voleva nascondere questo fatto: cioè la relazione padre-figlio tra Theudas e Giuda il Galileo si inventa l’espediente di far dire a Gamaliele che Theudas è morto prima di Giuda il Galileo così che nessuno possa pensare che il primo sia il figlio del secondo.

A questo punto bisogna ammettere che questo “Luca” era proprio geniale perchè ha tentato di nascondere qualcosa:

- che era in bella vista in Antichità Giudaiche, dal momento che lui lo lesse lì e che queste, sempre stando a questa teoria, sarebbero state modificate dopo;

- in una maniera poco intelligente, perché non si nasconde che Caio è figlio di Tizio facendo morire Caio prima di Tizio, infatti molti figli sono morti prima dei padri, ma, eventualmente, facendo nascere Caio prima di Tizio.

In tutta questa teoria abbiamo poi la falsificazione anche di Antichità Giudaiche, operata successivamente, presumibilmente, da Eusebio di Cesarea, almeno 150 anni dopo, quindi quando gli Atti degli Apostoli erano già conosciuti dai cristiani e che cosa fa Eusebio? Falsifica Antichità Giudaiche così male da creare una palese incongruenza con gli Atti degli Apostoli? Proprio quando aveva la possibilità di sistemare il tutto?

Spero vi rendiate conto anche voi come l’intera teoria della falsificazione, su questi presupposti, non sta in piedi.Così come è presentata sfida proprio la logica, senza andare a scomodare la Storia.
* Lo scriba falsario commise l’ingenuità di riportare questo dato storico preciso in “Atti degli Apostoli”, pur essendo destinato ad essere modificato in “Antichità”. Uno “squadrone di cavalleria” romana consisteva di 120 cavalieri, i quali, ben addestrati ed equipaggiati con armamento pesante, piombarono sugli Zeloti ed il suo capo massacrandoli agevolmente.   

 

E perchè lo si sarebbe dovuto censurare? E perchè chi operò tutte queste supposte manipolazioni non si preoccupò di armonizzare i testi? Una soluzione di questo tipo solleva molteplici problemi innanzitutto di ordine logico rispetto a quanti vorrebbe risolverne. Oltretutto si attribuiscono epiteti come “falsario” senza che vi sia alcuna prova del fatto, ma semplicemente l’opinione dell’autore.
La lettura comparata fra i vangeli con le fonti storiografiche dell’epoca ci consentirà, procedendo nello studio, di individuare nel famoso Capo Zelota il reale padre di “Jeshùa”. Ma non basta, la verità é definitivamente venuta a galla con la scoperta di Gàmala, la città di Giuda il Galileo, un potente Dottore della Legge che rivendicava il diritto a divenire Re dei Giudei, come riferito da Giuseppe Flavio (Ant. XVII 272).
Le analisi appena fatte vengono confermate dalla realtà archeologica nonché dalla descrizione di Gàmala dello storico ebreo la quale corrisponde esattamente alla narrazione dettagliata di Nazaret che ritroviamo in tutti i vangeli; al contrario, la città attuale di Nazaret non ha nulla che coincida con la sua esposizione riferita in tali documenti.
Si può prendere visione della dimostrazione pubblicata nella ricerca successiva.
Con questo periodo si conclude la prima parte dell’articolo, che mi sembra estremamente inconcludente, presenta delle ipotesi personali dell’autore che poggiano su ulteriori ipotesi che prevedono, per stare in piedi, la falsificazione di ulteriori testi, in epoche successive e in maniera anche abbastanza stolta perché poi lascerebbero una serie di riferimenti che permettono di accorgersi della manomissione. Inoltre le ipotesi fin qui addotte sono proprio prive di logica interna e lo dimostra quest’ultima asserzione che vorrebbe che la Nazareth descritta dai Vangeli sia in realtà Gamala, perché è la città di Giuda il Galileo, si dice che questa uguaglianza è anche dimostrata, magari andremo a vederla, ma se è dimostrata come è stato dimostrato tutto fino adesso è chiaro che sappiamo già cosa aspettarci: nessuna dimostrazione e lì dove il testo non collima con l’ipotesi a cui si vuole arrivare allora si afferma che il testo è stato falsificato. Un modo di approccio alla storia del tutto ideologico che non porta ad alcun risultato se non alla conferma del pregiudizio di partenza perché si fa di tutto perché risulti proprio così. Comunque noi andiamo avanti, anche con la seconda parte, magari tutto quello che fino a ora non c’è stato ci sarà.

 

La seconda parte la pubblicherò non appena possibile.

Dopo il Festival Biblico

maggio 30, 2014

Scusatemi l’assenza di questi giorni, ma dopo gli incontri del Festival Biblico mi è servito un po’ di tempo sia per riposare sia per riannodare le fila di tanti lavori che avevo lasciato in secondo piano (non ultimi alcuni articoli che sto preparando proprio per questo blog).

Intanto volevo ringraziare tutti quelli che hanno partecipato all’incontro di sabato mattina in Feltrinelli, eravamo una quarantina di persone a testimoniare sia l’amore per il Fantasy che quello per la Bibbia.

Invece nel pomeriggio all’incontro sul Gesù Storico credo che abbiamo superato il centinaio di presenze. I relatori sono stati bravissimi e chi ha partecipato era molto contento, segno questo che certe tematiche interessano tutti e affascinano sempre, spero sia possibile trattarle ancora in futuro e in maniera sempre più approfondita.


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