Guardate gli uccelli del cielo

maggio 8, 2017

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Siete tutti invitati e per saperne qualcosa in più...

Il leone

marzo 30, 2017

Ed ecco la seconda puntata sul leone: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/leone/

Il cammello

marzo 28, 2017

Vi segnalo questo link da cui potete vedere la prima puntata degli Animali nella Bibbia, dedicata al cammello: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/cammello/

Animali nella Bibbia

marzo 10, 2017

Animali nella Bibbia

Ogni sabato sera su Telepace Verona verrà trasmessa una puntata di questo programma (mentre nelle altre date indicate sarà replicata) che ho ideato e che vede la collaborazione del Parco Natura Viva, in particolare del suo direttore il dottor Cesare Avesani Zaborra e dello Zoo Biblico di Gerusalemme e del suo direttore Shai Doron. E’ un modo, credo nuovo, di vedere gli animali citati nella Bibbia perché dopo averli visti al Parco Natura Viva, andremo a scovarli rappresentati nelle chiese di Verona e a scoprire il loro valore simbolico/artistico/religioso, infine ci spostiamo a Gerusalemme per vedere come vivono oggi, in Terra Santa, gli animali di cui parla la Bibbia. Seguite il programma e fatemi sapere cosa ne pensate.

Della vita e della morte…

febbraio 28, 2017

Lo so, sono rimasto un po’ indietro col discorso sui Dubia, e oggi pensavo di riprenderlo, ma in questi giorni ho letto ancora una volta di qualcuno che voleva morire e tutti a stracciarsi le vesti perché lo Stato non glielo ha permesso… poi comunque questo qualcuno è morto, esattamente come voleva, in barba allo Stato… le cose che vorrei dire sarebbero molte, ma mi concentro solo su due… la prima è Saviano. Ma cosa c’entra? Da quando Roberto Saviano è un’autorità morale da ascoltare su questioni come queste? Secondo me è anche sopravvalutato come scrittore e di certi temi è capace di parlare solo se non ha contraddittorio, salvo piegarsi poi alla politica (come ha fatto dando, nel programma che faceva con Fazio diritto di replica a Maroni, ma non agli altri)… vabbè prendiamo atto di questa “novità”…

La seconda è che quest’uomo, che ha ritenuto di morire perché non ce la faceva più, e ha quindi ritenuto la sua vita inutile è riuscito a smuovere un’incredibile grancassa mediatica scegliendo la morte! Ma qualcuno lo conosceva prima? Non lo so, ora sicuramente lo conoscono molti di più…

E se avesse scelto la vita? Che cosa poteva combinare un uomo come questo!

E  i giornali e le associazioni che lo hanno sostenuto e gli hanno fatto da cassa di risonanza? Se tutti loro avessero scelto la vita e avessero messo le stesse energie nel cercare di migliorare la vita di chi vive questa situazione? Pensate cosa avrebbero potuto fare! Che movimento d’opinione, economico, politico avrebbero potuto generare da cui tutti coloro che vivono una vita con queste fatiche avrebbero potuto trarre coraggio, forza, determinazione, speranza, amore…

Invece è stata scelta la morte. Peccato!

Amoris Laetitia I dubia 6

febbraio 4, 2017

  • Dubbio numero 2:

    Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale “Amoris laetitia” (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

    La seconda domanda riguarda l’esistenza dei così detti atti intrinsecamente cattivi. Il n. 79 dell’enciclica “Veritatis splendor” di Giovanni Paolo sostiene che è possibile “qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie […] la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall’intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell’atto per tutte le persone interessate”.

    Così, l’enciclica insegna che ci sono atti che sono sempre cattivi, che sono vietati dalle norme morali che obbligano senza eccezione (“assoluti morali”). Questi assoluti morali sono sempre negativi, cioè, essi ci dicono che cosa non dovremmo fare. “Non uccidere”. “Non commettere adulterio”. Solo norme negative possono obbligare senza eccezione.

    Secondo “Veritatis splendor”, nel caso di atti intrinsecamente cattivi nessun discernimento delle circostanze o intenzioni è necessario. Anche se un agente segreto potesse strappare delle informazioni preziose dalla moglie del terrorista commettendo con essa un adulterio, così da salvare la patria (ciò che suona come un esempio tratto da un film di James Bond è stato già contemplato da San Tommaso d’Aquino nel “De Malo”, q. 15, a. 1). Giovanni Paolo II sostiene che l’intenzione (qui “salvare la patria”) non cambia la specie dell’atto (“commettere adulterio”) e che è sufficiente sapere la specie dell’atto (“adulterio”) per sapere che non va fatto.

    *

Che cosa dice il paragrafo 304 di Amoris Laetitia?

Ecco: 304. È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare».[347] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione.[348]

Non so se è chiaro l’oggetto su cui si discute, provo a riassumerlo.

I cardinali dicono, se Giovanni Paolo II ha detto che le cose sbagliate sono sbagliate indipendentemente dall’intenzione con cui vengono fatte (e per dire questo citano anche San Tommaso d’Aquino) allora questo è in contrasto con quanto affermato dal paragrafo 304 di Amoris Laetitia dove sembrerebbe che ci possano essere delle eccezioni?

A mio avviso sembra proprio di no, non ci vedo alcuna contraddizione tra i due paragrafi, anzi molta somiglianza, tra l’altro anche Amoris Laetitia cita San Tommaso e sottolinea come la norma generale presenta un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma quello su cui il Papa mette qui l’accento è di nuovo il cambio di prospettiva, non di norma. La norma non può essere misura dell’uomo, bensì un aiuto all’uomo e il caso particolare non è un’eccezione alla norma, non ci sono eccezioni alla norma (ripeto: mai disattendere né trascurare), ma di fronte alla norma c’è l’uomo e la norma è lì per aiutarlo, non per giudicarlo, sotterrarlo, ammazzarlo bensì per accoglierlo, amarlo, accompagnarlo… Quindi no, non è cambiato nulla, si chiede solo di non dimenticare la norma, ma di guardare all’uomo, sempre e comunque.

Amoris Laetitia I dubia 5

gennaio 20, 2017

Dubbio numero 1: Si chiede se, a seguito di quanto affermato in “Amoris laetitia” nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive “more uxorio” con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da “Familiaris consortio” n. 84 e poi ribadite da “Reconciliatio et paenitentia” n. 34 e da “Sacramentum caritatis” n. 29. L’espressione “in certi casi” della nota 351 (n. 305) dell’esortazione “Amoris laetitia” può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere “more uxorio”? La prima domanda fa particolare riferimento ad “Amoris laetitia” n. 305 e alla nota 351 a piè di pagina. La nota 351, mentre parla specificatamente dei sacramenti della penitenza e della comunione, non menziona i divorziati risposati civilmente in questo contesto e neppure lo fa il testo principale. Il n. 84 dell’esortazione apostolica “Familiaris consortio” di Papa Giovanni Paolo II contemplava già la possibilità di ammettere i divorziati risposati civilmente ai sacramenti. Esso menziona tre condizioni: – Le persone interessate non possono separarsi senza commettere una nuova ingiustizia (per esempio, essi potrebbero essere responsabili per l’educazione dei loro figli); – Essi prendono l’impegno di vivere secondo la verità della loro situazione, cessando di vivere insieme come se fossero marito e moglie (“more uxorio”), astenendosi dagli atti che sono propri degli sposi; – Essi evitano di dare scandalo (cioè, essi evitano l’apparenza del peccato per evitare il rischio di guidare altri a peccare). Le condizioni menzionate da “Familiaris consortio” n. 84 e dai successivi documenti richiamati appariranno immediatamente ragionevoli una volta che si ricorda che l’unione coniugale non è basata solo sulla mutua affezione e che gli atti sessuali non sono solo un’attività tra le altre che la coppia compie. Le relazioni sessuali sono per l’amore coniugale. Esse sono qualcosa di così importante, così buono e così prezioso, da richiedere un particolare contesto: il contesto dell’amore coniugale. Quindi, non solo i divorziati che vivono in una nuova unione devono astenersi, ma anche chiunque non è sposato. Per la Chiesa, il sesto comandamento “non commettere adulterio” ha sempre coperto ogni esercizio della sessualità umana che non sia coniugale, cioè, ogni tipo di atto sessuale al di fuori di quello compiuto col proprio legittimo sposo. Sembra che, se ammettesse alla comunione i fedeli che si sono separati o divorziati dal proprio legittimo coniuge e che sono entrati in una nuova unione nella quale vivono come se fossero marito e moglie, la Chiesa insegnerebbe, tramite questa pratica di ammissione, una delle seguenti affermazioni riguardo il matrimonio, la sessualità umana e la natura dei sacramenti: – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono, a certe condizioni, compiere legittimamente atti di intimità sessuale. – Un divorzio dissolve il vincolo matrimoniale. Le persone che non sono sposate non possono realizzare legittimamente atti sessuali. I divorziati e risposati sono legittimamente sposi e i loro atti sessuali sono lecitamente atti coniugali. – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Le persone che non sono sposate non possono compiere atti sessuali. Perciò i divorziati risposati civilmente vivono in una situazione di peccato abituale, pubblico, oggettivo e grave. Tuttavia, ammettere persone all’Eucarestia non significa per la Chiesa approvare il loro stato di vita pubblico; il fedele può accostarsi alla mensa eucaristica anche con la coscienza di peccato grave. Per ricevere l’assoluzione nel sacramento della penitenza non è sempre necessario il proposito di cambiare la vita. I sacramenti, quindi, sono staccati dalla vita: i riti cristiani e il culto sono in una sfera differente rispetto alla vita morale cristiana. *
Di seguito il mio pensiero

I cardinali prendono il primo dei “Dubia” e lo esplicitano meglio facendo anche riferimento  a precedenti documenti del Magistero. Quindi il primo dubbio riguarda Amoris Laetitia 305 e la nota 351. Andiamo a vedere cosa dicono questi due punti:

AL 305 Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».[349]In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».[350] A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.[351] Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».[352] La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.

 

E la nota 351: [351] In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).

Che cosa sta dicendo qui il Papa? Che chi vive in situazioni “irregolari” (il tema sono le coppie e quindi parla di coppie, ma credo che se anche ci mettessimo i singoli la parole del Papa avrebbero senso comunque) non deve essere “lapidato” dalla legge morale. Gesù di fronte all’adultera (Giovanni 8, 1-11) che è adultera, non ci sono dubbi, e che la legge di Mosè, quindi LA LEGGE, diceva di lapidare non dice di fare come dice la legge, ma neanche di non fare come dice la legge. Cambia la prospettiva, non risponde sì o no, dice: “Tu, sei davvero così in regola? Se sì procedi pure…” che vuol dire chiedere a chi ascolta di guardare la propria vita e quella di chi si sta giudicando e vedere in che tipo di relazione si è tra di noi. Alla donna poi Gesù cosa dice? “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno”. E poi le dice di andare, non di rimanere lì e la donna non chiede di rimanere con lui, e infine le dice di non peccare più. Ma sappiamo noi se quella donna davvero non ha più peccato? No, sappiamo che non è stata condannata. Sappiamo che la misericordia è più grande della legge, ma non che la donna non abbia più peccato.

Ma torniamo al Papa che poi dice come anche in una situazione oggettivamente di peccato, cioè dice che quella situazione è un peccato, non è una cosa bella, anzi, ma anche lì se non c’è una piena colpa soggettiva, può essere che ci sia la grazia di Dio e che in questa grazia si possa crescere con l’aiuto della Chiesa. E’ possibile questo? Certo il Vangelo lo dice di continuo, l’adultera di cui sopra è solo uno dei casi, la parabola del figliol prodigo (o del Padre misericordioso) parla di un figlio che perde del tutto la bussola, non si pente eppure viene accolto e amato ancora più di prima. E la Chiesa deve aiutare in questo cammino di discernimento, non condannare, non tagliare le gambe, ma far vedere quanto bello e importante sia anche un piccolo passo. E la nota? La nota dice che alle volte anche i sacramenti possono aiutare in questo e ne cita due: la confessione e l’eucarestia. Questo è quello che dice Papa Francesco.

I cardinali citano San Giovanni Paolo II e la Familiaris Consortio al n. 84.

Andiamo a vedere cosa dice esattamente questo documento, perché i cardinali lo riassumono schematizzandolo, ma forse il testo originale è un po’ ricco di norme su cosa si può o non può fare.

e) I divorziati risposati

L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.

Mi sembra intanto, come dicevo prima, che i cardinali non solo abbiano semplificato questo punto, ma lo abbiano proprio schematizzato troppo. A me sembra che San Giovanni Paolo II non volesse limitarsi a dare una serie di regole, ma metta al centro la persona che vive una situazione di sofferenza.

Poi qui viene detta la stessa cosa detta da Papa Francesco, anzi sottolineo questa frase: “Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Infine viene detto chiaramente che i divorziati risposati possono accedere alla comunione se rispettano quelle condizioni, tra cui il non avere gli atteggiamenti tipici degli sposi, ovvero fare l’amore. Ora ci rendiamo conto che per due persone che vivono insieme e si vogliono bene questo è estremamente difficile. Anche ai religiosi che fanno voto o promessa di castità si evita di farli vivere insieme a persone dell’altro sesso (si è provato in passato a forme conventuali miste, ma si creavano ovvi problemi). Proviamo a immaginare un caso concreto, supponiamo che due persone vivano insieme in questa situazione, sono divorziati risposati e prendono il fermo proponimento di non vivere “more uxorio”. Chiedono aiuto alla preghiera e ce la fanno, loro possono accedere alla comunione. Ora scendiamo ancora più nel concreto e supponiamo che capiti una volta, per umana debolezza, che i due cadano. Un momento di gioia, una notizia bella, una carezza in più e i due non riescono a tenere fede al loro proposito. Poi si confessano, ribadiscono il loro fermo proposito e vengono assolti e possono fare la comunione o sbaglio?  E questa situazione si può presentare più di una volta in una vita insieme che magari dura 20, 30 anni…

E in ogni caso supponiamo anche che i due non cadano mai in tentazione e vadano sempre a fare la comunione, cosa penserà la gente? Sono due divorziati risposati che fanno la comunione, danno scandalo? No, il Magistero dice di no. Allora dobbiamo mettergli un cartello che dica: Attenti questi sono divorziati, risposati, ma possono accedere all’Eucarestia perché non fanno gli atti propri del marito e della moglie?

Mi sembra di dilungarmi troppo, ma non riesco a vedere differenza tra ciò che dicono i due Papi. Papa Francesco sottolinea la necessità di cambiare la prospettiva, senza cambiare nulla della legge, esattamente come fa Gesù con l’adultera. Chiede che lo sguardo passi dalla norma alla persona reale, concreta non a una persona generale, ideale, finta… ma non dice ciò che si può o non si può fare (è già stato detto) dice di accogliere, accompagnare, aiutare a crescere…

Ma allora dell’esemplificazione finale dei cardinali quale delle tre è quella corretta?

A mio avviso nessuna delle tre perché tutte e tre dimenticano l’uomo, io proporrei questa:

Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono (non nel senso che sia loro lecito, ma nel senso che è possibile che capiti), perché essere umani, compiere atti di intimità sessuale, che sono peccato oggettivamente, ma di questo non averne soggettivamente coscienza. Compito della Chiesa è aiutarli a crescere nel prendere coscienza di questo. L’accesso all’Eucarestia non è consentito per queste persone, se non in certe particolari condizioni (ad esempio se li aiutasse a vivere la castità nella loro situazione), a un certo momento, dopo un ben preciso percorso che li porti a quanto enunciato da Papa Giovanni Paolo II potrebbe essere possibile. Ben sapendo che il proposito di una vita casta non significa l’effettiva riuscita sempre.

Forse ora mi è più chiaro perché il Papa non risponde, perché se la risposta deve essere solo Sì o No sembra semplicemente un giudizio di condanna sulla vita di tanti che invece avrebbero bisogno di essere accolte e accompagnati….

Amoris Laetitia, i Dubia 4

gennaio 13, 2017

  1. Nota esplicativa a cura dei quattro cardinaliIL CONTESTO

    I “dubia” (dal latino: “dubbi”) sono questioni formali poste al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo chiarificazioni circa particolari temi concernenti la dottrina o la pratica.

    Ciò che è particolare a riguardo di queste richieste è che esse sono formulate in modo da richiedere come risposta “sì” o “no”, senza argomentazione teologica. Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.

    Veniamo alla concreta posta in gioco.

    Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale “Amoris laetitia” sull’amore nella famiglia, si è sollevato un ampio dibattito, in particolare attorno al capitolo ottavo. Nello specifico, i paragrafi 300-305 sono stati oggetto di divergenti interpretazioni.

    Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.

    Animati da una preoccupazione pastorale per i fedeli, quattro cardinali hanno inviato una lettera al Santo Padre sotto forma di “dubia”, sperando di ricevere chiarezza, dato che il dubbio e l’incertezza sono sempre altamente detrimenti alla cura pastorale.

    Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana. In questo senso, ciò che è in gioco in “Amoris laetitia” non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.

    Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.

    Così, mentre la prima questione dei “dubia” concerne un tema pratico riguardante i divorziati risposati civilmente, le altre quattro questioni riguardano temi fondamentali della vita cristiana.

 

Inizia qui una parte molto interessante che, onestamente, non ho capito se fa parte della lettera originariamente inviata al Papa o se è stata aggiunta dopo nel momento in cui i Dubia sono stati resi pubblici, in modo da poter essere meglio compresi da tutti. In ogni caso, prima di procedere, mi permetto di sottolineare alcuni aspetti di quello che dicono i quattro cardinali (le parole in grassetto sono mie):

  • “Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.” Quindi questo non è il primo Papa le cui parole suscitano dubbi interpretativi, anzi sembra che questa sia una prassi, se non consueta, almeno normale per la Chiesa.
  • “Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.” Quindi molti sostengono una posizione, ma non tutti perché altri sostengono esattamente il contrario.
  • “Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana.” Quindi non è solo colpa delle parole del Papa che non sono chiare.

“In questo senso, ciò che è in gioco in “Amoris laetitia” non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.
Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.”

Questo è molto interessante, alla fine quei cinque paragrafi mettono in discussione più che altro l’approccio allo stile di vita cristiano, ovvero come deve vivere un cristiano… cose non da poco insomma…

Amoris Laetitia, i Dubia 3

gennaio 3, 2017

1.    Si chiede se, a seguito di quanto affermato in “Amoris laetitia” nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive “more uxorio” con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da “Familiaris consortio” n. 84 e poi ribadite da “Reconciliatio et paenitentia” n. 34 e da “Sacramentum caritatis” n. 29. L’espressione “in certi casi” della nota 351 (n. 305) dell’esortazione “Amoris laetitia” può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere “more uxorio”?

2.    Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale “Amoris laetitia” (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

3.    Dopo “Amoris laetitia” n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

4.    Dopo le affermazioni di “Amoris laetitia” n. 302 sulle “circostanze attenuanti la responsabilità morale”, si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: “le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta”?

5.    Dopo “Amoris laetitia” n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?
Ed ecco i  “Dubia” posti dai Cardinali in maniera il più semplice possibile, facendo riferimento ad altri documenti del Magistero. E’ mia intenzione affrontarli uno a uno, ma non subito perché gli stessi cardinali, nella loro lettera, aggiungono una spiegazione sui motivi dei loro dubbi e su ogni singola domanda. In attesa di arrivare a questa parte, vi suggerisco, se ne avete voglia di prendere l’Amoris Laetitia e leggere le parti che i cardinali citano e poi gli altri documenti e cominciare a vedere da soli di cosa si sta parlando e farvi una prima idea vostra. Tutti questo documenti si trovano facilmente e gratuitamente in rete.

Auguri

dicembre 31, 2016

Per farvi gli auguri per il 2017 che arriva ho rubato a mia moglie l’idea di utilizzare un pensiero di Santa Teresa di Calcutta…

madreteresa“Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno?
Sorridetevi gli uni gli altri; sorridete a vostra moglie, a vostro marito,
ai vostri figli, alle persone con le quali lavorate, a chi vi comanda;
sorridetevi a vicenda; questo vi aiuterà a crescere nell’amore,
perché il sorriso è il frutto dell’amore.”

Madre Teresa di Calcutta

 

Amoris Laetitia, i Dubia 2

dicembre 28, 2016

  1. La lettera dei quattro cardinali al papa

    Al Santo Padre Francesco
    e per conoscenza a Sua Eminenza il Cardinale Gerhard L. Müller

    Beatissimo Padre,

    a seguito della pubblicazione della Vostra Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” sono state proposte da parte di teologi e studiosi interpretazioni non solo divergenti, ma anche contrastanti, soprattutto in merito al cap. VIII. Inoltre i mezzi di comunicazione hanno enfatizzato questa diatriba, provocando in tal modo incertezza, confusione e smarrimento tra molti fedeli.

    Per questo, a noi sottoscritti ma anche a molti Vescovi e Presbiteri, sono pervenute numerose richieste da parte di fedeli di vari ceti sociali sulla corretta interpretazione da dare al cap. VIII dell’Esortazione.

    Ora, spinti in coscienza dalla nostra responsabilità pastorale e desiderando mettere sempre più in atto quella sinodalità alla quale Vostra Santità ci esorta, con profondo rispetto, ci permettiamo di chiedere a Lei, Santo Padre, quale supremo Maestro della fede chiamato dal Risorto a confermare i suoi fratelli nella fede, di dirimere le incertezze e fare chiarezza, dando benevolmente risposta ai “Dubia” che ci permettiamo allegare alla presente.

    Voglia la Santità Vostra benedirci, mentre Le promettiamo un ricordo costante nella preghiera.

    Card. Walter Brandmüller
    Card. Raymond L. Burke
    Card. Carlo Caffarra
    Card. Joachim Meisner

    Roma, 19 settembre 2016

Ecco il testo che accompagna e presenta al Papa i “Dubia”, sottolineo ancora come viene riconosciuta l’autorità del Papa e come, in effetti, i mezzi di comunicazione abbiano accentuato interpretazioni contrastanti dell’esortazione del Papa. Questo si sa capita spesso, perché i media tendono a piegare le parole del Papa secondo quello che è il loro pensiero. Si vuol far passare un’idea e su questa si martella e addirittura si piega la verità stessa. Questo, però, succede di continuo non certo solo nel caso del capitolo VIII di Amoris Laetitia.

Buon Natale, quello dove nasce Gesù

dicembre 19, 2016

Mancano pochi giorni, i centri commerciali sono sempre più pieni, le chiese no.

Noi cristiani diciamo di aspettare la nascita di un bambino, ma poi siamo i primi a infastidirci se i bambini vengono a messa e fanno rumore…

Sono andato a vedere una recita di Natale a teatro coi miei bambini, si è parlato di tutto, di Babbo Natale, dei regali, dello spirito del Natale, della Befana, dell’anno bisestile, dei bambini, ma Gesù guai a nominarlo neanche per sbaglio…

E’ vero, una volta il 25 dicembre si festeggiava qualcos’altro, non la nascita di Gesù…

E’ vero, il 25 dicembre è una data convenzionale anche se forse Gesù è nato davvero a dicembre…

Ma da 2000 anni a questa parte, la nostra storia ha sempre legato il Natale alla nascita di Gesù, altrimenti perché si chiamerebbe Natale?

Io vi faccio tanti auguri di un sereno, ma soprattutto Santo Natale, lo faccio con la mia famiglia e lo faccio con le parole di don Tonino Bello!

auguridontoninobello

Amoris Laetitia, i Dubia 1

dicembre 13, 2016

Quando riesco, ultimamente, cerco di parlare di alcuni punti di Amoris Laetitia che mi hanno particolarmente colpito, ma come vedete vado molto a rilento. Nel frattempo sembra che Amoris Laetita abbia colpito molti, anche all’interno della stessa Chiesa, tanto che addirittura quattro cardinali (ma sembra che dietro di loro ci siano molti più prelati e fedeli di quanti si crede) hanno posto dei quesiti al Papa, nella forma dei “Dubia” ovvero dei quesiti che richiedono una risposta che sia SI o NO. Sicuramente ne avete sentito parlare almeno come accenno. Questi quesiti cosa riguardano? Sostanzialmente un’unica parte dell’Amoris Laetitia, anzi cinque paragrafetti in tutto, dal 300 al 305 che trattano la questione delle persone sposate in chiesa e che poi hanno divorziato e contratto una nuova unione. Le domande che pongono i cardinali riguarda se chi si trova in questo stato possa o meno accedere al sacramento dell’Eucarestia. E il Papa cosa ha risposto? In realtà il Papa non ha ancora risposto, anche se forse una risposta si può cogliere da qualche intervento che ha fatto in diverse occasioni bisogna dire che, nello specifico, ai quattro cardinali il Papa non ha ancora risposto né SI né NO.

E se non ha risposto il Papa sicuramente non posso rispondere io, però credo sia interessante vedere, una parte alla volta la lettera e i “dubia” dei cardinali, per cercare di capire meglio quali siano i termini della questione, se davvero Amoris Laetitia pone questi problemi e poi magari vi dico il parere, che è quello che è, il mio parere e quindi vale come tale, con tutta la sua povertà di conoscenza, di studi, di capacità.

Iniziamo allora seguendo la struttura della lettera, io eventualmente aggiungerò qualcosa alla fine di ogni sezione.

 

1. Una premessa necessaria L’invio della lettera al Santo Padre Francesco da parte di quattro cardinali nasce da una profonda preoccupazione pastorale. Abbiamo constatato un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione, in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa. Abbiamo notato che anche all’interno del collegio episcopale si danno interpretazioni contrastanti del capitolo ottavo di “Amoris laetitia”. La grande Tradizione della Chiesa ci insegna che la via d’uscita da situazioni come questa è il ricorso al Santo Padre, chiedendo alla Sede Apostolica di risolvere quei dubbi che sono la causa di smarrimento e confusione. Il nostro è dunque un atto di giustizia e di carità. Di giustizia: colla nostra iniziativa professiamo che il ministero petrino è il ministero dell’unità, e che a Pietro, al Papa, compete il servizio di confermare nella fede. Di carità: vogliamo aiutare il Papa a prevenire nella Chiesa divisioni e contrapposizioni, chiedendogli di dissipare ogni ambiguità. Abbiamo anche compiuto un preciso dovere. Secondo il Codice di diritto canonico (can. 349) è affidato ai cardinali, anche singolarmente presi, il compito di aiutare il Papa nella cura della Chiesa universale. Il Santo Padre ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa. E pertanto informiamo della nostra iniziativa l’intero popolo di Dio, offrendo tutta la documentazione. Vogliamo sperare che nessuno interpreti il fatto secondo lo schema “progressisti-conservatori”: sarebbe totalmente fuori strada. Siamo profondamente preoccupati del vero bene delle anime, suprema legge della Chiesa, e non di far progredire nella Chiesa una qualche forma di politica. Vogliamo sperare che nessuno ci giudichi, ingiustamente, avversari del Santo Padre e gente priva di misericordia. Ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo nasce dalla profonda affezione collegiale che ci unisce al Papa, e dall’appassionata preoccupazione per il bene dei fedeli.

Card. Walter Brandmüller Card. Raymond L. Burke Card. Carlo Caffarra Card. Joachim Meisner
Quindi non è, lo dicono gli stessi cardinali, un attacco al Papa, non è uno scontro tra tradizionalisti e non, ma è una richiesta di chiarimento per dei dubbi che questo documento sembra sollevare. Inoltre i cardinali ribadiscono l’autorità del Papa, a cui si rimettono e sottolinenano come la decisione del Papa di non rispondere non solo sia legittima, ma secondo loro è “un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa”. Questo, credo, dovremmo ricordarcelo tutti, non è un attacco al Papa, al suo magistero, alla sua sovranità.

Educatori o giustizieri?

ottobre 28, 2016

Torno alla mia analisi dell’Amoris Laetitia sottolineando alcuni aspetti che, per motivi diversi, mi hanno colpito.

Alla fine del paragrafo 37 c’è questa frase:

“Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle.”

La parte precedente del paragrafo è comunque chiarissima, ma questa frase mi sembra riassuma tanti errori passati, presenti e futuri… miei prima di tutto.

Quante volte pretendiamo che ci si comporti in un certo modo perché è giusto, non perché siamo in grado di far vedere la bellezza di una scelta invece di un’altra.

Quante volte falliamo (fallisco) come educatore (soprattutto coi miei figli) perché non so far vedere loro quanto è bello fare le cose in un certo modo invece che in un altro… e perché? Forse perché in realtà questa bellezza io non la conosco davvero, ma solo per sentito dire e allora diventa difficile trasmetterla…

Questo è il compito della Chiesa, come gerarchia, come istituzione, ma anche come singoli fedeli: formare le coscienze, non sostituirsi ad esse.

E una coscienza ben formata è quella che sa vedere il bello e scegliere il bene, come ha insegnato Gesù, il bello e buon pastore…

In memoria di Dario Fo

ottobre 13, 2016

Ho appena appreso che è morto Dario Fo. Era un ateo convinto, dichiarato. Leggo sul Corriere del suo rapporto con Dio e ci sono alcune passaggi molto belli, li riporto qui di seguito perché credo aiutino a riflettere… tutti…

Forse resterete sorpresi come lui quando a volte — dice — cammina in un bosco o guarda la meraviglia del cielo: «No che non esiste. Non ci credo. Però…».

Papa Frabcesco «nega di essere comunista e dice che l’amore per i poveri è una bandiera del Vangelo prima che del marxismo, e sarà anche vero, però chi se lo ricordava più?».

La Natura un «prodigio che manda in crisi anche un ateo convinto come me».

«Se Dio non c’è chi è questo essere così geniale che in ogni momento ti lascia a bocca aperta?». Un’invenzione? Può darsi: anzi «la più grande invenzione della storia, come diceva Voltaire». Ma «uno così, beh, o ci fai uno sghignazzo» o alla fine «ti siedi davanti a Lui e gli dici: adesso parliamone».

Gesù che svuota l’Inferno: «Il che non vuol dire che il Male la fa franca. Chi fa il male vive male, la sua pena la sconta già qui».

«l’idea di una fine eterna, sparire per sempre, è insostenibile per la mente umana. Sappiamo che sarà così. Siamo polvere, mi dice la ragione. Ma poi… la fantasia, l’estro, la follia mi danno altre visioni. Che dire? Spero di venir sorpreso».

E sulla preghiera dice «Da bambino lo facevo. Da ateo non mi parrebbe corretto». Poi tira fuori una definizione che è uguale quella di Sant’Ignazio: «La preghiera è dialogo». E l’uomo ne ha bisogno fin dall’inizio dei tempi. «Io — confida, ed è uno dei due squarci più belli del libro — parlo con mia madre. Che faceva lo stesso con la sua». E racconta di quella volta in cui l’ateissima madre, quando l’altro suo figlio Fulvio era caduto in un pozzo sperduto ed era praticamente morto, prese a «invocare disperatamente proprio mia nonna, a sua volta morta da tempo: “Salvamelo! Salvamelo!”. E dalla notte spuntò una moto. Il medico. Mai saputo come mai passava di lì. Ma Fulvio fu salvo».