Corpus Domini

giugno 9, 2015

Sabato sera ho partecipato alla processione del Corpus Domini nella mia parrocchia, è stato emozionante, abbiamo deciso di esserci anche con i nostri bambini, onestamente avevo un po’ di paura che si stufassero, che scappassero (hanno compiuto quattro anni domenica), ma quando gli abbiamo detto che accompagnavamo Gesù si sono illuminati, volevano vederlo, seguirlo e cantavano camminando tranquilli nella processione. La festa del Corpus Domini, del Corpo del Signore, quel corpo donato per Amore, morto per Amore e che in ogni eucarestia si dona di nuovo a noi, per Amore. Un corpo debole, fragile, indifeso, che può essere facilmente offeso, martoriato, come lo è stato 2000 anni fa… un Amore che non si esaurisce mai… ricordo quello che mi ha detto poco tempo fa mia moglie tornata da messa: “Guardavo le persone prendere l’eucarestia e pensavo: quanto Amore, mio Dio, quanto Amore… e mi sono commossa”.
Poco prima a Verona, la mia città, per altre strade si era svolto il corteo del Gay Pride. Non ci sono stato, leggo il giorno dopo sul giornale, che è stata una manifestazione pacifica, con circa 5000 partecipanti (forse più), di persone che chiedono di essere accettate per come sono o per come vogliono essere, che chiedono di non essere discriminate, ma soprattutto chiedono il matrimonio. Poi alla fine dell’articolo leggo questa frase: «Verona è la città dell’amore e lo è per tutti quanti. Lasciatevi amare; questa città mostra intolleranza, ma ha anche un lato migliore», ha sottolineato Sebastiano Ridolfi, del Comitato organizzatore Verona Pride.
C’è qualcosa che stona… questo è l’amore che oggi c’è e domani chissà, quello è l’Amore che è per sempre… questo è l’amore che posso anche comprare, quello è l’Amore che posso solo ricevere o donare… questo è l’amore che chiede diritti quello è l’Amore che non chiede nulla… questo è l’amore che vive di sentimenti, quello è l’Amore che vive di scelte, anzi di una sola… questo è l’amore da cui puoi anche divorziare, sempre più velocemente, quello è l’Amore che ti fa alzare di notte perché tuo figlio si sveglia, sempre senza dire mai di no… questo è l’amore di cui parla il mondo, quello è l’Amore che ha vinto il mondo!

Ancora sul gender

maggio 26, 2015

Torno a parlare del gender, del genere, perché ultimamente nella mia città (Verona), la discussione al riguardo si è molto riscaldata, spesso impedendo ogni possibilità di confronto anzi partendo subito da una posizione di scontro, da una parte e dall’altra. Ma qual è il problema? Non sto qui a fare cronache o a riepilogare i fatti, ma sostanzialmente quello che è accaduto è che partendo da un presupposto assolutamente condivisibile, ovvero il rispetto dell’altro e quindi della sua diversità (questo è un concetto fondamentale quanto spesso dimenticato, l’altro è sempre diverso da me indipendentemente dal suo sesso, dal suo genere, dalla sua etnia, religione o dal suo supereroe preferito) si è usato questo per cercare di veicolare a scuola il rispetto di un’unica differenza ben specifica, quella relativa alle scelte sessuali (biologiche, di genere, di identità, poco importa, importa il senso globale della cosa). Questo ha chiaramente provocato paura nei genitori, me per primo, lo ammetto, perché l’idea che a scuola ai miei figli possano venire insegnate cose come la masturbazione oppure che, indipendentemente dal suo sesso biologico, mio figlio possa scegliere che genere sessuale avere è una cosa che mi disturba non poco, soprattutto perché non sono assolutamente d’accordo. Mentre mi trovo del tutto d’accordo sul fatto che mio figlio impari a rispettare tutti e per prime le sue compagne e che, se vuole, può anche giocare con pentole e ferro da stiro, mentre una bambina può giocare con pistole e macchinine, ma questo nulla ha a che fare col sesso.
Usare il rispetto, come cavallo di Troia per far passare un’ideologia è terribile, soprattutto se lo si fa sulle spalle dei nostri bambini, ecco perché molti genitori si sono spaventati e hanno alzato i toni. Certo questo non è bello, e forse è anche poco cristiano, proprio perché quasi mai permette un confronto, ma è comprensibile tenendo anche conto che questi atteggiamenti hanno, per fortuna, già bloccato iniziative reali che andavano in questa direzione (ad esempio i libretti dell’UNAR per gli insegnanti bloccati dal ministro Giannini proprio perché le voci si sono alzate). Questo va detto chiaramente, perché sia compreso da tutti, è vero i toni sono alti da entrambe le parti, ma perché si sta tentando di toccare la cosa più preziosa che abbiamo, i nostri figli, e lo si tenta di fare in maniera subdola, è impossibile chiederci di rimanere calmi e zitti. Sarebbe meglio rispondere sempre in maniera pacata, ma non sempre tutti ne sono capaci e, come genitore, li comprendo. Credo che, col massimo della serenità possibile (e vi assicuro che è difficile) dovremo anche ricordare che Mario Mieli, omosessuale, morto suicida a 30 anni e teorico dell’omosessualità, assunto a simbolo degli omosessuali (tanto è vero che ci sono circoli culturali a lui dedicati), scriveva nel saggio “Gay rivoluzionario” di Mario Mieli:
“Noi sodomizzeremo i vostri figli, simboli della vostra mascolinità debole, dei vostri sogni superficiali e delle vostre volgari menzogne. Li sedurremo nelle vostre scuole, nei vostri dormitori, nelle vostre palestre, nei vostri spogliatoi, nelle vostre arene, nei vostri seminari, nei vostri gruppi giovanili, nei bagni dei vostri teatri, nelle vostre caserme, nei vostri parcheggi, nei vostri club maschili, nelle vostre camere del Congresso, ovunque gli uomini sono insieme ad altri uomini. I vostri figli diventeranno i nostri lacchè e faranno ciò che vogliamo. Saranno plasmati di nuovo a nostra immagine. Ci desidereranno e ci adoreranno”.
Ora possiamo contestualizzare quanto vogliamo, mettere tutti i distinguo che vogliamo, ma se il pensiero omosessuale, mai rinnegato, anzi a volte esaltato è questo, allora la paura credo sia giustificata o almeno comprensibile.
Ma, come genitore e come cattolico, ho un’altra sfida che secondo me abbiamo tutti e di sicuro abbiamo noi cattolici: evitare la discriminazione. Sappiamo perché ci siamo passati tutti, che soprattutto i bambini e poi i ragazzi discriminano gli altri per tutto, anche solo perché non sono vestiti come loro, e nell’adolescenza si fa di tutto pur di farsi accettare dal gruppo… è questo meccanismo che dobbiamo rompere, scardinare, insegnando, prima di tutto con l’esempio che l’altro è sempre e comunque importante e amato e quindi non può mai essere discriminato. Il sesso, la razza, la politica, la religione, non c’entra nulla, fare queste differenze ci porta solo ad aumentare le distanze, invece l’altro è sempre mio fratello e come tale va rispettato prima ancora di essere amato.
A mio avviso questa è la vera sfida del cristiano, da sempre.

Per il resto rimaniamo sempre vigili e se possiamo però abbassiamo i toni, non l’allerta, quella mai.

Festival Biblico a Verona

maggio 17, 2015

Molti eventi sono già iniziati, ma da questa settimana si avrà l’inaugurazione ufficiale e poi si entrerà nel cuore del Festival Biblico qui a Verona.

Tra gli eventi che seguo personalmente vi segnalo il bellissimo percorso al Parco Natura Viva di Pastrengo sugli Animali e Piante nella Bibbia e la giornata di sabato dedicata a Tolkien, la mattina in seminario e il pomeriggio a Santa Maria in Chiavica e al caffè Casa Mazzanti dove incontreremo Claudio Antonio Testi. Spero sia l’occasione per incontrarsi di persona.

Di seguito trovate anche il programma che è comunque consultabile on-line sul sito www.festivalbiblico.it 

MAPPA def e programma 2015

Teoria del gender

aprile 21, 2015

Oggi volevo cercare di capire qualcosa di più di questa teoria, così, come faccio spesso, ho accantonato ogni lettura “di parte” e ho provato a cercare su wikipedia, questo è il link http://it.wikipedia.org/wiki/Studi_di_genere

Di seguito copio incollo alcune cose riportate su Wikipedia che mi sembrano molto interessanti:

Soprattutto ai loro inizi, ma in parte anche oggigiorno, gli studi di genere sono caratterizzati da una impronta politica ed emancipativa. Sono infatti strettamente connessi alla condizione femminile e a quella di soggetti minoritari. Non si limitano quindi a proporre teorie e applicarle all’analisi della cultura, ma mirano anche a realizzare cambiamenti in ambito della mentalità e della società. Sono strettamente legati ai movimenti di emancipazione femminile, omosessuale e delle minoranze etniche e linguistiche e spesso si occupano di problematiche connesse a oppressione razziale ed etnica

Questa prima parte mi sembra interessante perché subito ci fa capire, al di là del valore, che questo tipo di studi si pone sin da subito con uno scopo (che si può condividere oppure no), ma che non è solo quello di capire, bensì di capire per modificare.

Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno. Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:

  • il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio / femmina,
  • il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo / donna.

Sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri biologici si innesca il processo di produzione delle identità di genere. Traducono le due dimensioni dell’essere uomo e donna. Il genere è invece un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale. Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza, il genere sarebbe un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa

Ecco qui il nucleo della Teoria del Gender, davvero interessante, perché distingue chiaramente tra i caratteri biologici e l’identità del genere. Il primo pensiero, che non è mio, ma che ho sicuramente letto da qualche parte anche se non ricordo dove, è che pensavo esistesse un unico genere, quello umano. Può sembrare una battuta e inparte lo è, ma solo in parte, perché a furia di distinguo e differenziazzioni alle volte si perde di vista l’unità. Cioè rischiamo di dimenticarci, tutti, che siamo tutti esseri umani e in quanto tali dobbiamo essere rispettati al massimo grado.

Entrando un po’ nello specifico, da un lato trovo la teoria interessante, dall’altro un po’ slegata dalla realtà perché come posso io vivere la mia realtà biologica in maniera diversa da quella che è? Cioè posso io costruirmi un contesto che superi la mia realtà biologica? Non lo so, penso che sia possibile, ma sarebbe falso. Faccio un esempio, io sono un appassionato di supereroi, vorrei essere Superman, anzi io voglio essere Superman, di più mi sento Superman, ma la mia biologia non è quella di Superman, io non ho delle cellule che assorbono energia solare, non sono capace di emettere vista calorifica o a raggi X, e non ho nè la super forza, perché i miei muscoli non ce l’hanno, nè l’invulnerabilità, le mio ossa si spezzano. Quindi posso anche avere gli ideali di Superman, comportarmi come lui, ma tutta la mia biologia mi dice che non lo sono, cioè che non potrò mai avere unità tra quello che è il mio corpo e quello che è il mio desiderio. Che faccio allora? Mi illudo e vivo in illusione? Cerco di modificare il mio corpo? Cerco di modificare il mio desiderio? Accetto il mio corpo? Accetto il mio desiderio? Ecco credo che qui la risposta dipenda molto dall’educazione personale e dalla sensibilità di ognuno. Io farei una scelta che ritengo la migliore per la mia crescita come persona, ma non posso pretendere che lo facciano tutti. Quindi la scelta, come ogni scelta rimane personale, il mio è solo un discutere a livello teorico.

Poi scendo nella mia esperienza reale e vedo che nel mio essere marito e padre c’è anche una parte femminile, ma da dove viene? Dalla mia biologia? Dal mio condizionamento culturale (leggasi educazione)? Non lo so, ma c’è…

Vedo che i miei bambini giocano con quello che trovano e in casa mia c’erano i miei giochi (quindi robot e supereroi), mentre a casa di mia mamma trovano anche delle bambole con cui giocare… è un condizionamento culturale questo? E come fare per evitarlo? Fare scegliere loro? E come fanno a pochi giorni? a pochi mesi? A pochi anni? E anche farli scegliere non è condizionarli? Anche il nome che io ho scelto per loro non è un condizionamento? Il cibo che ho scelto per loro? Il tempo che posso o non posso passare con loro non li condiziona? Insomma il tutto mi sembra molto teorico e poco concreto…

Io ho capito una cosa, nel bene o nel male, in ogni momento riceviamo tantissimi stimoli che ci condizionano, ma l’obiettivo della vita non è essere liberi da condizionamenti per poter scegliere, l’obiettivo è Amare, sempre e comunque e questo lo puoi sempre fare, che tu sia maschio o femmina, o uomo o donna, Superman o costretto su una sedia a rotelle, che tu abbia pochi giorni o più di cento anni… Amare con la A maiuscola, come Cristo, non amare come oggi ci fa intendere il mondo…

Io sono cristiano

aprile 15, 2015

Un amica mi ha girato una mail con questo testo, se non ho capito male l’idea nasce dai Comboniani, io la riporto qui perché mi ci ritrovo e vi invito a condividerla con tutti quelli che conoscete e a meditare sul perché nessuno senta il bisogno di difendere i cristiani trucidati.

 

Dopo l’attentato terroristico alla rivista satirica Charlie, a difesa della libertà di stampa, TUTTI si sono dichiarati:“je suis charlie”    Dopo i continui atti terroristici e le stragi contro i cristiani, a difesa della libertà di religione, NESSUNO ha il coraggio di proclamarsi:                                                                                                                            “Io sono cristiano”   Il silenzio dell’Occidente contro queste barbarie è davvero inaudito ma io, contro questa cultura di  morte, mi dichiaro a favore della cultura dell’Amore e come cristiano PREGO il buon Dio affinché cambi i cuori dei Responsabili di tali orrori e li liberi dal potere di Satana.“io sono cristiano”e, noi cristiani, dobbiamo e possiamo solo PREGARE, PREGARE PREGARE!

Cristo è Risorto! E’ veramente Risorto

aprile 5, 2015

Resurrezione

ALLELUIA!

La settimana Santa

aprile 1, 2015

Siamo entrati già da Lunedì nella settimana Santa. Domenica, delle Palme, abbiamo letto la Passione di Gesù…

oggi è mercoledì non sono riuscito a scrivere prima, mi dispiace… ma mi chiedo e lo chiedo davvero a me per primo… ce lo ricordiamo che siamo nella settimana Santa? Noi credenti, non rischiamo davvero, come sempre di essere assorbiti da mille altre cose, dal necessario che bisogna fare e scordiamo quello che, di fatto, è il cuore dell’anno Liturgico? Domani la Cena del Signore, Venerdì la commemorazione della morte… non sono neanche feste di precetto… venerdì sarebbe richiesto il digiuno… saremo capaci di farlo? Io non lo so, chiederò aiuto allo Spirito, perché da solo non so davvero…

Di una cosa sono convinto però che tutti ci ricorderemo che Lunedì è Pasquetta…

Cristiani perseguitati

marzo 16, 2015

Siamo in Quaresima, ieri il Papa ha denunciato che il mondo cerca di ignorare il massacro dei cristiani. Qui e lì cercano in tutti i modi di attaccare la fede cristiana anche affermando che i Vangeli sono favole manipolate, ma chi sa o si preoccupa di quanti sono veramente i cristiani perseguitati e massacrati per la loro fede?

Qui trovate questo articolo di Gennaio da un fonte che non può essere dichiarata di parte http://www.iltempo.it/esteri/2015/01/18/150-milioni-di-cristiani-perseguitati-nel-mondo-1.1369181

Si parla di stime tra i 100 e i 150 milioni di cristiani uccisi per la loro fede e sembra che la situazione non sia destinata a migliorare…

Giovanni di Gamala, chi era costui?

marzo 9, 2015

Quasi tutti coloro che sostengono che i Vangeli sono stati contraffatti dalla Chiesa e che Gesù non è esistito ritengono che dietro la figura di Gesù si nasconda invece quella di Giovanni di Gamala. Ma chi è Giovanni di Gamala, e abbiamo prove storiche della sua esistenza?

Iniziamo da Wikipedia, come abbiamo già fatto per altri casi, ecco il link http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_di_Gamala leggiamo così, subito, in maniera molto chiara che Giovanni di Gamala è un personaggio inventato, frutto della fantasia di un romanziere del XIX secolo. Nonostante questo scopriamo anche che diversi studiosi hanno cercato di provarne l’esistenza, ma senza successo. Infine leggiamo che Emilio Salsi avrebbe trovato una traccia dell’esistenza storica di Giovanni di Gamala nei testi di Giuseppe Flavio. Se buttiamo un occhio però alla Discussione che è legata alla voce (basta cliccare in alto a sinistra dove c’è scritto Discussione), capiamo anche che le cose non sono proprio così chiare, infatti sembra che di Giovanni di Gamala in Giuseppe Flavio non ci siano davvero tracce.
Non starò a spiegarvi io il motivo semplicemente perché, cercando in rete, ho trovato due link che lo spiegano in maniera molto chiara e semplice e il primo: http://ateismoeliberta.forumattivo.eu/t917-c-e-giovanni-di-gamala-in-guerra-giudaica-di-g-flavio si trova addirittura su un forum di atei, quindi sicuramente non di parte.

Il secondo link https://forum.termometropolitico.it/661170-giovanni-di-gamala-e-esistito.html non solo mostra le pecche del modo di procedere del signor Salsi, ma di questo abbiamo già parlato, ma rivela anche il modo in cui viene trattato chi osa contraddirlo. Infatti nella discussione, recentissima, ci sono le risposte del signor Salsi, ma esse non entrano mai nel merito delle contestazioni che gli vengono fatte, anzi attaccano l’autore delle critiche alla sua teoria in maniera personale, cercano di ribaltare il discorso, cambiando argomento (il tema riguardava solo le prove dell’esistenza di Giovanni di Gamala in Giuseppe Flavio) e infine chiede un confronto pubblico non in un posto qualsiasi, ma alla Sapienza di Roma… insomma una reazione che ricorda più quella di chi è colpito in un punto dolente che quella di chi ha degli argomenti da presentare.

Concludendo, di Giovanni di Gamala non abbiamo alcuna prova storica che ne attesti l’esistenza, ma abbiamo la dichiarazione del suo autore che si tratta di un personaggio letterario inventato di sana pianta.

La Croce di spine

marzo 2, 2015

Tra i vari esperti di Gesù e del cristianesimo che si trovano in rete con le ipotesi più disparate mi sono imbattuto in Giancarlo Tranfo e la sua opera “La Croce di Spine”. L’autore, che ha un sito internet dove si può anche leggere qualche estratto del libro (http://www.yeshua.it/index.htm), delle note bibliografiche sull’autore stesso, qualche presa in giro più o meno bonaria della religione, in particolare cristiano/cattolica, in pratica sostiene la tesi secondo cui in realtà il Gesù presentato dai Vangeli non sia mai esistito, ma che in realtà dietro la sua figura si adombri Giovanni di Gamala. La tesi non è nuova, lo abbiamo già visto, e ne abbiamo mostrato l’infondatezza, ma magari Tranfo ha al suo arco delle frecce nuove che non abbiamo considerato, quindi ho provato a dare un’occhiata iniziale al suo sito. Così si può facilmente verificare come anche lui, alla pari di altri autori che sostengono tesi simili, è un autodidatta, il che di per sé non è una cosa negativa, ma vista l’esperienza passata mette subito un po’ sul chi va là chi legge. Infatti è probabile che un’autodidatta non padroneggi del tutto i metodi di indagine storica che normalmente chi opera in questo campo sa usare. Sono quindi passato a dare un’occhiata agli estratti del libro presenti sul sito e ho iniziato a leggere il primo, quello che riguarda il Testimonium Flavianum. E’ una pagina molto lunga che presenta il brano di Giuseppe Flavio in maniera apparentemente completa, ma che in realtà lo utilizza esclusivamente per confermare la propria tesi senza neanche degnarsi di prendere in considerazione ipotesi contrarie a quelle che sostiene l’autore. Infatti cita la versione, priva delle glosse, scoperta nel 1971 scritta in Siria nel X secolo dal vescovo e storico cristiano Agapio di Ierapoli che riporta una traduzione araba del Testimonium, ma lo liquida in pochissime parole che riporto fedelmente: “Non pensiamo sia il caso di spendere tempo a valutare la possibile autenticità di questa versione. Riteniamo che l’improbabile possibilismo espresso da frasi come “… ed era probabilmente il Cristo” (di fronte alle quali è difficile rimanere seri) tradisca l’evidente intento, da parte di un falsario intenzionalmente più cauto e accorto del precedente, di inseguire la credibilità persa con la versione nota del Testimonium per via dell’esagerata attestazione di divinità in essa riportata. Passiamo, dunque, ad altro.”
A questo punto è evidente che anche Tranfo non intende realmente analizzare le prove storiche a disposizione degli studiosi, bensì usarle per sostenere la tesi da cui parte.
C’ è uno schema ricorrente in tutti gli studiosi autodidatti che abbiamo analizzato fino ad ora:
– si parte da una posizione anticlericale dichiarata e che si riscontra leggendo i loro testi. Anzi alle volte è esplicitamente detto che l’obiettivo è far crollare la Chiesa.
– Di fronte ai problemi che un testo può porre, si sceglie di proposito la soluzione che può sostenere le proprie tesi senza analizzare le altre.
– Si scrive molto, ma in sostanza si ripetono sempre le stesse cose, quasi che, a furia di ripeterle, si voglia convincere il lettore.
– Ci si lamenta che queste tesi non vengono prese in considerazione dai media e dagli studiosi ufficiali, senza dire che in realtà a esempio Mauro Pesce, storico serio, non sempre allineato con le posizioni della Chiesa, ha risposto ad alcuni di questi scritti dicendo semplicemente che non sono storicamente fondati (e noi lo abbiamo dimostrato nel dettaglio). Inoltre nessuno scienziato di fama si metterebbe a discutere con uno sconosciuto, sui media, una teoria alternativa alla Fisica, ad esempio. Chi propone teorie nuove e diverse da quelle ufficiali prima di confrontarsi con chi ha già raggiunto alcuni traguardi e ha quindi certificato la sua competenza, deve compiere prima il suo percorso, magari facendo vagliare le sue tesi prima dai professori delle università della sua zona.
Quindi anche nel caso di Tranfo tutto si presenta sempre nello stesso modo, senza grosse variazioni, allora anche una analisi puntuale di quanto scritto su “La Croce di spine” diventa semplicemente una perdita di tempo e quindi anche io, come dice Tranfo riguardo il passo di Agapio, ho deciso di passare dunque ad altro…

Affitto…

febbraio 23, 2015

…il mio corpo. Il corpo è mio e ne faccio quello che voglio. Lo vendo, per strada o in un appartamento o in una macchina, per piacere. Vendo il mio seme, ciò che di più unico ho, il mio DNA, perché da qualche parte possa nascere un figlio che non conoscerò mai, ma che ha dentro di sé una parte di me. Affitto il mio utero perché qualcuno possa avere un figlio che io ho sentito crescere dentro di me, che io ho dato alla luce, ma è solo un prodotto, qualcun altro ha pagato per averlo… il corpo è mio e ne faccio quello che voglio, se mi va lo affitto e lo vendo anche…
…non so perché ma qualcosa mi stona.. forse è quel “mio” che mi sembra rimandi sempre e solo al possesso e mai alla cura… penso a quando dico ai miei bambini “Io sono tuo papà e ti voglio bene” con quel “tuo” non intendo che essi sono un mio possesso, ma che io mi prendo cura di loro.. che li amo…
… il possesso è il contrario dell’amore, non l’odio, perché il possesso toglie ogni libertà…
… e allora il corpo è mio e lo affitto o lo vendo, non importa, è mio!
…anche il sangue è mio però, ma c’è chi lo dona…
…anche il midollo è mio, ma lo si può donare… non so perché, ma sembra un mio diverso, no?
“Io sono il Signore tuo Dio”

Famiglia

febbraio 16, 2015

Una volta si parlava semplicemente di Famiglia, oggi bisogna distinguere tra Famiglia naturale e arcobaleno.
Una volta l’arcobaleno era semplicemente una meraviglia naturale, al massimo simbolo dell’Alleanza tra l’uomo e Dio.

Oggi l’arcobaleno è il simbolo di qualcosa di molto diverso.

Si diceva che lottare per i diritti delle famiglie arcobaleno nulla avrebbe tolto ai diritti delle famiglie naturali…

… ma oggi se fai una qualunque azione a vantaggio della Famiglia naturale (oggi l’aggettivo bisogna metterlo per evitare fraintendimenti) i difensori della Famiglia arcobaleno protestano…

…allora forse qualcuno mentiva?

Vangeli e Storia parte IV

febbraio 12, 2015

Ed eccoci arrivati all’ultima parte dell’analisi di questa ennesima opinione, priva di qualunque fondamento storico e spacciata come verità, che circola in rete.

Non semplici sviste ma errori gravi si riscontrano in continuazione nei testi sacri durante il corso evolutivo di un mito, inizialmente diverso, le cui varianti hanno richiesto secoli per celare le vicende sanguinose imposte dal fondamentalismo nazionalista giudaico in guerra contro la dominazione romana della terra d’Israele.

Abbiamo visto come in tanti casi l’errore sia solo una delle possibili spiegazioni, spesso non la più probabile. Oltretutto proprio per il grande numero di manoscritti che abbiamo dei Vangeli è abbastanza semplice individuare l’errore o l’aggiunta a posteriori. Le altre considerazioni sono semplicemente le opinioni personali dell’autore.

Gli attributi e le qualifiche dei protagonisti teologali, ripresi dai vangeli originali primitivi, richiesero un intervento “correttivo” da parte degli scribi cristiani quando la Chiesa ne comprese il vero significato.

Questa è una frase che, sinceramente, fatico a capire proprio nel suo significato italiano. Ne do quindi una mia interpretazione immaginando voglia dire che inizialmente i protagonisti dei Vangeli (Gesù e gli apostoli) erano descritti in un modo (secondo l’autore il modo reale), ma quando la Chiesa capì cosa questo significava allora fece degli interventi per correggere la cosa. Anche in questo caso il tutto mi sembra abbastanza incredibile da credere sulla base della pura logica perché questo implicherebbe:

– Che qualcuno abbia messo per iscritto le gesta di un gruppo di rivoluzionari (Gesù e i suoi discepoli), ma non una sola volta bensì più di una volta con accenti molto diversi fra di loro
– Che questo gruppo di rivoluzionari o i testi che parlavano di loro venissero ad un certo punto presi come punto di riferimento religioso
– Che tra i primi fedeli non si capisse che si trattava di rivoluzionari perché non si conosceva il vero significato di alcuni termini
– Che quando si è capito il significato di questi termini si è cercato di modificarli.
Insomma si vede chiaramente che si presuppone un processo estremamente assurdo e illogico nel suo sviluppo, al di là del fatto che non ci siano prove storiche a fondamento di tutto ciò chi lo sostiene dovrebbe prima di tutto spiegare come questo processo sarebbe potuto avvenire e perché, solo allora avrebbe senso cercare delle prove storiche. Prove che, allo stato attuale, rimangono del tutto assenti.

Un esempio di come sia stata eseguita la falsificazione di “Simone”, per trasformarlo in “Pietro figlio di Giona” (san Pietro), lo troviamo nei due “Novum Testamentum Graece et Latine” su riferiti, di cui riproduciamo copia:

dove possiamo notare, nel testo centrale in greco a destra (Mt 16,17), il vocabolo “Barionà” riferito a Simone – un aggettivo qualificativo che in aramaico significa “latitante, ricercato” – in greco non viene tradotto ma traslato con la lettera maiuscola in modo da farlo apparire un nome di persona: “Simon Barionà”. “Barionà”, come nome proprio di persona, nell’aramaico antico non è mai esistito, tanto meno in greco o latino, e la falsificazione diventa addirittura ridicola attraverso la comparazione delle traduzioni.
Infatti, a sinistra, nella versione latina, risalente almeno un paio di secoli dopo quella greca arcaica, successivamente fu diviso in “Bar Iona” con l’accento tolto sulla “a” finale; pertanto “Barionà” (latitante) diventa: Bar (“figlio di” in aramaico) Iona … filius Iona … figlio di Giona. βαριωνα’ (il “latitante” aramaico diventa Βαρ Ιωνα “figlio di”), quindi Bar Iona, infine, lo scriba, per non modificare ulteriormente il vocabolo originale, non può evitare un latino indeclinato errato, “filius Iona”, tradotto in italiano “figlio di Giona”.
Se “Iona” fosse stato veramente il nome di una persona avremmo dovuto trovarlo, sin dall’inizio, sempre separato da “bar” minuscolo, come per “filius” latino o “uios” ύιος greco; vocaboli usati spesso e senza problemi nei Vangeli … tranne in questo caso. Nel testo del 1861, in basso a destra in latino, “Pietro” non esiste: solo Simon Bar-Jona; e a sinistra, in greco, riporta Bar staccato. Nelle lingue latina e greca “Bar” e Βαρ non sussistono; allora sia nel testo latino che in quello greco Bar – Βαρ, come in aramaico, vorrebbero apparire “figlio”, ma, essendo traduzioni a suo tempo destinate a fedeli di lingua greca o latina, è assurdo tentare di farli passare come tali sapendo che in latino si dicono “filius” e in greco ύιος (ùios).
Un esempio lampante di quanto sostenevo prima, se questo è l’esempio che si ha di una manipolazione si vede come in realtà non ci fu nessuna manipolazione dal momento che è possibile risalire a tutti i passaggi e vedere com’era il testo in originale. Inoltre le affermazioni dell’autore oltre a non dimostrare nessun complotto, anzi mostrano il contrario, dimostrano anche come non ci sia alcun fondamento storico a quanto sostiene. Infatti “Bariona” col significato di fuorilegge appare solo nel VI secolo d. C. all’interno del Talmud babilonese e un’interessante studio sul termine si può trovare intorno a pagina 24 dell’opera “la favola di Cascioli” del biblista don Silvio Barbaglia. (http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf) che mostra anche quali sono i criteri di una seria ricerca storica.
In alto a destra, nel testo (Ioh= Gv 1,42), poiché il vocabolo “Cephas” in latino non esiste, si dice che deve (sic!) essere “interpretato Pietro”; anche nel greco antico, in alto a sinistra, “Kefaz” (Κηφας) non può ricorrere in tale idioma: è aramaico (sasso, pietra), ma ci viene imposto che … “significa Pietro”. In latino pietra = lapis, saxum; in greco =lithos, petra (minuscolo e mai “kefaz”).
Mi sembra banale, proprio perché nel testo viene usata una parola che nella lingua in cui è scritto il testo non esiste, invece di essere tradotta ne viene scritto a fianco il significato. Inoltre il Vangelo ci dice che è Gesù a cambiare il nome di Simone in Pietro e non perché è massiccio. Inoltre in nessun manoscritto risulta che ci sia stata un’aggiunta o una manomissione di questi passi quindi è l’autore che scrive così e che se voleva cambiare il nome per nascondere qualcosa poteva farlo direttamente. Cosa che non è stata fatta.
Le tre parole originali in aramaico erano Simon, kefaz, barionà che tradotte vogliono dire: Simone detto Kefaz (pietra, nel senso di “duro, massiccio”), latitante ricercato.
Quindi Simone detto Pietra (nel senso di “duro, massiccio” è un’interpretazione dell’autore) e “latitante ricercato” sarebbe la traduzione di “Bariona” di cui però non c’è alcuna attestazione storica prima del VI secolo d. C. In pratica due terzi del nome concordano con quanto dicono i Vangeli e a un terzo l’autore da un significato che conferma la sua tesi, ma la cui sostenibilità storica, alla luce dei dati che abbiamo, non è possibile.
Nella realtà Simone era uno dei fratelli zeloti già ricercato dai Romani sin da quando “Gesù” era ancora in vita e la sua identificazione era facilitata dalla vistosa corporatura massiccia. Fu un capo zelota e, come tale, consapevole di condurre una lotta integralista sino alla estrema conseguenza del martirio; di fatto avvenuto assieme al fratello Giacomo, tramite crocefissione, dopo la cattura per opera del Procuratore Tiberio Alessandro nel 46 d.C.
La mescolanza delle lingue e la manipolazione dei vocaboli tradotti furono, nel tempo, sfruttati volutamente, per travisarne il senso, da scribi professionisti consapevoli di trattare con ingenui credenti.
Questa è l’opinione dell’autore, legittima come ogni opinione, ma del tutto arbitraria dal punto di vita storico dal momento che, come abbiamo visto, fino ad ora non ha una sola prova a supporto.
Queste “tecniche” di traduzione sono soltanto uno dei modi con cui si può falsare il significato della vita di una persona e, se la Chiesa ha fatto “carte false” per trasformare “barionà” sino a farlo sparire nei Vangeli moderni, ciò sta a dimostrare che il significato di “latitante ricercato”, espresso dal testo originale, è reale, pertanto Essa lo considera veramente pericoloso e in contrasto alla nuova dottrina evolutasi nei secoli futuri da quella giudaica originale.
Ma il termine “barionà” non è sparito dai Vangeli moderni è ancora lì, tanto è vero che chiunque legge il testo originale (disponibile a tutti) se ne accorge. Il punto che non esistono motivi storici per tradurlo come vorrebbe l’autore. E la tecnica di continuare a ripetere una cosa senza spiegarne le motivazioni è una delle tecniche usate da chi non ha argomenti per le proprie tesi se non le proprie convinzioni.

Pertanto, nella consapevolezza che “Simone detto Kefaz” ci consente di scoprire in “san Simone Pietro” il capo zelota ricercato dai Romani, nessun prete, durante la messa, osa narrare dal pulpito la illuminante parabola della “regola” cui si atteneva il successore di Cristo dopo la Sua crocefissione, riferita in “Atti degli Apostoli”:

“Un uomo di nome Ananìa con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per se una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse:«Ananìa, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All’udire queste parole, Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano.
Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Si, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose” (At 5,1/11).
Che questo passo non venga letto in chiesa non è completamente vero, ad esempio http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/contenitore.asp?nf=lg00008_amb.asp&l0=2&l1=2&l2=-1&c1=At%205&p1=0 è il link al calendario liturgico Ambrosiano che permette la ricerca per brani dal quale si scopre che il brano in questione è letto il Venerdì della II settimana di Pasqua. Nella liturgia romana è vero che non viene letto, ma il passo è conosciuto, letto e commentato in diverse occasioni catechetiche.

Gli Zeloti erano Farisei rivoluzionari fuori legge, di conseguenza i sacerdoti appartenenti al Movimento di Liberazione Nazionale (lo stesso valeva per gli Esseni) non avevano la possibilità di riscuotere le decime dei raccolti (Ant. XX 181) spettanti per diritto ai sacerdoti Sadducei e Farisei conservatori filoromani.
Sarebbe interessante capire se questa considerazione è anch’essa un’opinione o se è supportata da fonti storiche, perché non tutti gli Zeloti erano conosciuti come tali, di conseguenze nulla vietava che eventuali sacerdoti Farisei che erano Zeloti in segreto riscuotessero le decime previste.

La scelta ideologica di condurre una lotta armata contro Roma indusse gli Zeloti, per finanziarsi, ad imporre tributi agli Ebrei possidenti adottando metodi persuasivi violenti. Alla guerriglia contro i “kittim” invasori, la maggioranza degli Esseni privilegiò la propaganda religiosa avvalendosi delle Profezie della Legge ancestrale per incitare le masse, mentre, per il loro sostentamento, si erano organizzati in comunità produttive, soprattutto agricole.

La Chiesa è sempre stata consapevole delle qualifiche rivoluzionarie di alcuni apostoli (quelli con nomi giudaici) e, ovviamente, ha tentato di reinterpretare il loro significato come ha fatto con i “boanerghès” Giovanni e Giacomo i quali, lo abbiamo visto sopra, da “figli dell’ira” (di Dio) sono stati declassati a “figli del tuono”. Nel merito, leggiamo come ha commentato il pontefice “teologo”, Benedetto XVI, ai fedeli, durante la Udienza Generale in Piazza San Pietro dell’11 Ottobre 2006, riguardo l’apostolo Simone:

“Luca lo definisce zelota … è ben possibile che Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina …” .

Queste frasi, sibilline e incerte, rappresentano tutt’oggi la posizione ufficiale della Chiesa: una “testimonianza” reticente in antitesi con la verità storica e con gli stessi vangeli.
In realtà di “sibillino e incerto” non c’è nulla nelle parole di Benedetto XVI, se c’è semplicemente la consapevolezza che i temi storici non si possono trattare con assoluti. E l’uomo che i Vangeli ci presentano come Simone, detto Pietro, mostra i tratti di una persona ricca di ardente zelo, non i tratti di un appartenente al movimento degli Zeloti. Per modificare questo bisognerebbe modificare tutto il Vangelo, non un solo termine.
Una sorta di “alibi” che può essere supportato solo dalla “buona fede” e dall’ignoranza di credenti – tenuti appositamente all’oscuro sui fatti realmente accaduti – ai quali viene detto, in sostanza, che Simone zelota, non era uno zelota … nonostante sui vangeli è scritto “zelota”.

Non è detto questo, ma viene semplicemente data un’interpretazione del termine legato al momento storico e al contesto in cui il testo è scritto. Facciamo un esempio, oggi come oggi il termine “compagno” indica una persona con cui si ha una relazione stabile, ma che non si vuole o non si può ufficializzare, cinquant’anni fa il termine “compagno” indicava un membro del Partito Comunista. Ora se qualcuno che non conosce il contesto legge il termine “compagno” senza nessuno che glielo contestualizzi e glielo interpreti rischia di prendere davvero fischi per fiaschi.
Infatti, basta scorrere l’Antico Testamento per accertarsi che “la Legge divina”, rammentata dal Papa, consisteva nella “Ira di Dio” che comandava la strage di qualsiasi pagano, donne e bambini compresi, avesse osato calpestare la Terra Promessa da Yahweh al suo popolo.
Ed esattamente da quali passi scaturisce questa uguaglianza? La Legge divina è qualcosa che è dato da Dio e l’uomo segue, l’Ira di Dio è lo sdegno personale di Dio verso il peccato. Due cose estremamente diverse. Naturalmente se ci sono passi che attestano quanto afferma l’autore li potremmo anche esaminare e valutare, ma detto così questo è l’ennesimo passaggio privo di alcun fondamento.
Ma, dal 6 d.C., data di fondazione del Movimento Nazionalista degli Zeloti, per loro mano la “Ira di Dio” si scagliò anche contro gli stessi connazionali. Questa “Legge divina” veniva imposta, come regola cruenta e con”ardente zelo”, da Simone Pietro agli adepti della sua comunità per finanziare la guerriglia zelota.
Questa è solo l’opinione dell’autore priva della benché minima prova storica. Abbiamo visto ampiamente come non ci sia alcuna prova che permetta di collegare Simon Pietro con gli zeloti, quindi ancor meno che questi imponesse regole cruente per finanziare chissà quale guerriglia.

La prima finalità della Chiesa di creare gli “Apostoli” fu dettata dalla necessità, messa in atto da ignoranti in storia e cultura giudaica, di nascondere nel “mucchio” i cinque fratelli zeloti e si ricollega alla necessità di replicare più “Marie”, apparentate come “sorelle” e “cognate” di Maria loro madre, per farli diventare “cugini”… ma in maniera scoordinata e contraddittoria fra gli stessi vangeli. Tale incoerenza, riscontrata nei testi “sacri”, dimostra il tentativo fallito degli autori di inventare nomi falsi poiché impossibilitati a fornire una base storica documentabile.
Gli Apostoli furono una creazione letteraria resasi necessaria, anche, per far apparire che il “cristianesimo”, diffuso da loro, era presente sin dal I secolo al fine di “dimostrare” che Gesù era venuto e si era sacrificato per salvare gli uomini dalla morte.
Tutto questo concetto è estremamente confuso e difficile da seguire. A prescindere dall’anticlericalismo anche dichiarato dell’autore, se volessimo comprendere come, storicamente, si sarebbe verificato il fenomeno che l’autore sostiene non ci si riesce. In sostanza si afferma che si volevano nascondere i nomi di cinque zeloti e quindi si replicano i nomi, se ne aggiungano altri, ma non era più semplice modificarli del tutto e basta? E poi dove si fanno queste falsificazioni? Su un testo già presente e che racconta imprese zelote (e allora i resti di quelle imprese dovevano rimanere in maniera molto evidente) o si crea un testo ex-novo ( e allora perché lasciare tutti questi riferimenti, stando a quanto sostiene l’autore?) ? Insomma questa teoria fa acqua da tutte le parti, almeno presentata così.
“Chiamati a sé i dodici apostoli, Gesù diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattia e di infermità” (Mt 10,1).

Secondo quanto riferito in “Atti” di Luca, i seguaci della dottrina cristiana, in soli tre decenni, si erano moltiplicati e diffusi, prima nelle province mediterranee dell’Impero poi ancora oltre, grazie alle dimostrazioni di miracoli straordinari fatti dagli “Apostoli”… dei cui nomi, come delle meravigliose sovrumane gesta ad essi accreditate, non esiste traccia in alcun documento degli storici d’epoca.
Se questa spropositata divulgazione, così come viene attestata in “Atti” – riconfermata ed ulteriormente esagerata da Eusebio di Cesarea “La dottrina di Cristo si diffuse nel mondo intero in breve tempo” (HEc. II 3) – fosse veramente avvenuta … proprio in virtù delle mirabolanti imprese ostentate pubblicamente dagli Apostoli come una sbalorditiva
“grazia divina”, tutti gli scribi dell’epoca ne avrebbero riportato le cronache.

La rapida espansione del cristianesimo è ancora oggi motivo di studio e in parte impossibile da spiegare del tutto, al contrario di quanto è possibile fare con altre religioni. Segno che non furono fattori sociali o culturali a provocarla. L’ipotesi più verosimile rimane quella della testimonianza personale di chi dava anche la vita per questa fede. E in questo caso, le conversioni o le testimonianze di fede fino al martirio erano i più straordinari dei miracoli.

In realtà la “documentazione” sull’esistenza degli “Apostoli” proviene solo da asceti cristiani, Padri Fondatori della Fede da essi propugnata, e da Episcopi Venerabilissimi, tutti “testimoni” della “veridicità” della propria dottrina, i cui manoscritti sono copie edite secoli dopo di loro, pertanto, anch’esse epurate ideologicamente.
Come dimostrano anche gli studi seguenti, ad iniziare da Paolo di Tarso, gli Apostoli degli scritti neotestamentari, semplicemente, non sono mai esistiti.
Gli studi seguenti non li abbiamo letti e vista la qualità di quanto prodotto fino ad ora e soprattutto vista la mancanza di ogni fondamento storico, avendo tante altre cose da fare e di meglio da leggere non credo che mi cimenterò. Il modo di procedere è chiaro e gli errori evidenti. Finisco solo dicendo che moltissimi degli autori antichi ci sono giunti grazie ai manoscritti copiati da uomini di Chiesa, che piaccia oppure no, di conseguenza dovremmo dubitare di tutti loro?

Vangeli e Storia parte III

gennaio 28, 2015

Proseguiamo con la disanima di questa teoria sull’origine dei Vangeli che si può facilmente trovare in rete (nelle parti precedenti che ho già pubblicato dovrei aver messo anche il link diretto al sito).

Parte III

Si tratta di testimonianze riguardanti la vita e la morte di cinque uominicon i nomi dei fratelli di “Gesù“, uguali a quelli dei figli di Giuda il Galileo. Uomini che lottarono, sino al martirio, per l’ideale in cui credettero.
Questi fratelli furono separati, in altri brani evangelici, volutamente – ma in modo talmente scoordinato al punto da dimostrarne le manomissioni – ed assegnati a padri inesistenti sposati a svariate “Marie”, fra cui una è addirittura citata come “sorella della madre di Gesù”, col suo stesso nome “Maria moglie di Cleofa”:

“Presso la croce di Gesù stavano sua madre (Maria) la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria di Màgdala” (Gv 19,25).
Tranne la “Maddalena”, queste “Marie” (sono 6 nei Vangeli e in “Atti”) risultano avere tutte figli con nomi (quelli di stretta osservanza giudaica) uguali fra loro, e uguali a quelli dei figli di Giuda, il potente Dottore della Legge, Signore di Gàmala … e fra poco lo accerteremo.

Aspettiamo di vedere come verrà accertato, sperando però che questa volta il procedimento sia più logico e rigoroso di quanto visto fino ad ora. Sottolineo solo questo continuo ripetere, come un mantra, che i Vangeli furono manomessi volutamente, ma in maniera tale che uno se ne poteva e se ne può accorgere facilmente. Quindi in pratica, perdonatemi l’espressione, secondo questa logica chi ha fatto la manomissione era un’idiota.

Per quanto concerne il mancato patronimico di (san) “Giuseppe”, questi non esisteva nei vangeli primitivi ma lo troviamo solo nella finta “Natività” e nel brano di Luca “… non é figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22): un interrogativo sciocco posto da paesani che avrebbero sicuramente saputo chi fosse il padre di “Gesù” dal momento che ne conoscevano la madre;

In realtà si tratta di quella che comunemente viene chiamata domanda retorica, cioè una domanda di cui si sa già la risposta e se si legge per intero il brano di Luca si capisce che la domanda denota stupore e incredulità. Inoltre non è solo Luca che dice Gesù figlio di Giuseppe, almeno per la gente, ma anche Matteo in tutto il capitolo 1 del suo Vangelo parla di Giuseppe come del padre ufficialmente riconosciuto di Gesù.

infatti l’amanuense non fece rispondere “Gesù” a questa domanda per evitarGli di mentire.

 

Che senso ha questa affermazione? Se davvero l’amanuense ha fatto quanto affermato dall’autore viene da chiedersi perché non togliere del tutto la domanda… cioè l’amanuense (chi sarà poi…) prima scrive una domanda che può mettere il suo personaggio in difficoltà, ma poi fa sì che egli non risponda così non deve mentire… molto contorta la cosa e oltretutto per persone che ci vengono presentate come dei manipolatori e mentitori patentati tutta questa remora per una bugia mi sembra eccessiva… insomma la considerazione non sta proprio in piedi, ma senza scomodare nessuna esegesi semplicemente usando la logica.
Gli scribi cristiani erano consapevoli che rivelando il vero padre di “Gesù”, Giuda il Galileo, fondatore del movimento nazionalista rivoluzionario degli Zeloti, non avrebbero potuto giustificare la dottrina della salvezza dell’Agnus Dei.

Qui siamo chiaramente ed evidentemente nel campo delle illazioni personali che non ha alcuna prova a sostegno a meno che una tale prova non venga mostrata più avanti.
Il mito del condottiero davidico, Salvatore del popolo di Israele dal dominio pagano, si evolse, successivamente, in un Messia universale estraneo all’integralismo ebraico violento, e fu proposto come docile “Agnello di Dio” da sacrificarsi a modo di una “Hostia” pagana, offerta – tramite il “prodigio” della transunstanziazionecreato in una frazione di pane –

quale pasto teofagico per la “vita eterna” degli adepti fra gli stessi “Gentili” convertiti. In contrasto con la nuova dottrina cristiana riguardante le gesta dei reali protagonisti, ebrei zeloti e martiri … quel mito doveva essere modificato.

Tutta questa è un’opinione personale dell’autore che fino a questo momento non è stata supportata da nessuna prova. Libero l’autore di credere in ciò che ritiene meglio, ma non è corretto proporre questo come un assoluto provato.

* Secondo i Cattolici e buona parte degli Ortodossi, cioè quasi tutta la cristianità: conversione della “Hostia” latina “vittima sacrificata alla divinità”, nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo presente nell’Eucaristia. Dai Cattolici è contenuto in un sottile disco di farina impastata, per gli Ortodossi in una frazione di pane intriso di vino.

Il rituale eucaristico con l’offerta del proprio corpo e sangue fu istituito da Cristo nell’ultima cena. Ma, a nessun Profeta dell’Antico Testamento, Dio “Yahweh” aveva mai “rivelato” l’Avvento di un Messia che si sarebbe fatto sacrificare e dividere in tante particole da far inghiottire ai “beati poveri di spirito” per la loro “salvezza eterna”. Siamo di fronte all’innesto di un rituale pagano nella religione ebraica tramite la riforma del leggendario, ancestrale, Messia davidico.

In realtà siamo di fronte a un’interpretazione del tutto personale dell’autore dell’eucarestia, come sempre legittima, ma del tutto lontana dal senso e dalla realtà dell’eucarestia stessa. Se poi volete capire qualcosa in più su cosa è, per un cristiano, l’eucarestia vi segnalo questo link di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Eucaristia
Ormai in contrasto con la nuova dottrina cristiana per le gesta dei veri protagonisti, martiri zeloti per la causa giudaica, quel mito doveva essere modificato.

Si fa davvero fatica a seguire la logica interna di certi ragionamenti. Ora l’autore ci sta dicendo che c’è un mito (quale? Quello di Cristo? Supponiamo intenda quello… noi non crediamo sia un mito, ma lui sì e quindi supponiamo intenda quello) che deve essere modificato perché in contrasto con la nuova dottrina cristiana (ma se la dottrina ha origine dal mito, secondo l’autore, perché modificarlo? Perché c’è un contrasto tra una dottrina e un mito inventato?) a causa delle gesta dei veri protagonisti che sono martiri zeloti (ah ecco, ma i conti non tornano lo stesso perché o il mito è mito o il mito parla di questi “veri protagonisti” e se è così perché usarlo per fondare il cristianesimo?). Insomma il tutto proprio non ha senso… o almeno io non riesco a vedercelo.

Infatti, come si può dimostrare col dettagliato esame pubblicato più avanti, anche le difformi “Natività di Gesù” furono riprese dalle “Immacolate Concezioni” politeiste orientali – inventando così “san Giuseppe, Maria Vergine e Gesù bambino” – ed aggiunte nei soli vangeli di Luca e Matteo in un periodo futuro.

 

Aspettiamo di vedere questo dettagliato esame, ma già, sul mio sito ho analizzato affermazioni di questo tipo dimostrandone tutta l’infondatezza.
I nomi dei fratelli corrispondono a quelli di alcuni “apostoli” ai quali manca “Giuseppe” poiché, ripetiamo, ultimo di loro era ancora troppo giovane all’epoca di “Gesù” per essere riconosciuto, come Profeta condottiero, da uomini pronti a dare la vita per una causa nazionalista.

Si continua a ripetere un concetto che, abbiamo visto, non ha alcun fondamento prendere solo ciò che interessa per dimostrare la propria tesi ignorando ciò che cozza con essa è sempre possibile farlo, ma non dimostra nulla. Anche qui, se la tesi dell’autore fosse corretta, la motivazione per cui manca il nome Giuseppe non ha senso, oltretutto dal momento che questo Giuseppe, dice l’autore successivamente diventerà importante e quindi sarebbe poi stato degno di essere in questo elenco vuol dire che i testi dei Vangeli sono stati scritti quasi a ridosso degli avvenimenti descritti, altrimenti si sarebbe potuto modificarli successivamente.

Giuseppe, soprannominato Menhaem, nel 66 d.C., a capo degli Zeloti attaccherà i Romani riuscendo a conquistare il potere ed insediarsi sul trono come Re dei Giudei.

“Fu allora che un certo Menhaem, figlio di Giuda detto il Galileo, un Dottore (della Legge) assai pericoloso che già ai tempi di Quirinio aveva rimproverato ai Giudei di riconoscere la Signoria dei Romani quando già avevano Dio come Signore …” (La Guerra Giudaica II 433; cap.17,8).
Per inciso, la dimostrazione che “Menhaem” corrisponde a Giuseppe, l’ultimo dei figli di Giuda il Galileo, sarà semplice come “l’uovo di Colombo”.

Aspettiamo allora di vedere questa semplice dimostrazione perché fino ad ora non abbiamo visto una sola dimostrazione che sia tale e anche adesso si dice che Giuseppe era soprannominato Menhaem come fosse un dato di fatto, ma in realtà non è così e infatti si dice che poi verrà dimostrato… vedremo…
Apostoli con qualifiche aggiunte come: “Zelota” o “Cananeo”, “Iscariota”, “Barionà” e “Boanerghès”, che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato” e “figli dell’ira” o “figli della collera”.

Non è esattamente così. Uno dei discepoli di Gesù, Simone, non Pietro, viene detto nel Vangelo di Luca come soprannominato lo Zelota e nei Vangeli di Marco e Matteo come il Cananeo. In realtà sembra che il vocabolo originario usato in Marco e Matteo sia un termine che non indica la provenienza da Cana di Galilea bensì si ricollega al movimento degli Zeloti, quindi una sorta di sinonimo di Zelota. Ma chi erano gli Zeloti? In sostanza dei terroristi per i romani, ma per gli ebrei erano un gruppo di nazionalisti. Potete dare un’occhiata qui per farvi un’idea http://it.wikipedia.org/wiki/Zelota

Riguardo all’etimologia di “Iscariota” che è molto dubbia vi rimando qui http://it.wikipedia.org/wiki/Giuda_Iscariota#Etimologia_di_.22Giuda_Iscariota.22

Il termine Bariona è invece normalmente tradotto come figlio di Giona, riferito a Simon Pietro, la lettura come latitante, ricercato è solo nel Talmud nel VII secolo d. C. e quindi molto tarda.

Sul termine Boanerghes è sufficiente leggersi questa breve pagina di Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes

Insomma si presentano come dati di fatto delle semplici ipotesi personali e si mettono insieme dati molto distanti tra di loro per sostenere la propria tesi. Un comportamento non proprio scientifico.
Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono accusati di essere “Galilei” nel vangelo di Matteo (Mt 26,69) “Anche tu(Simone Pietro) eri con Gesù il Galileo, pur sapendo che san Pietro era nativo di Betsàida (Gv 1,44) in Gaulanitidenon in Galilea.

 

Due semplici osservazioni:

  • Proprio il passo citato mostra come a Pietro non viene detto di essere Galileo, ma di accomagnarsi a Gesù il Galileo, una cosa ben diversa;
  • Betsaida è a nord del lago di Tiberiade (http://it.wikipedia.org/wiki/Betsaida) vicina alla Galilea e sappiamo che Pietro abitava a Cafarnao con la sua famiglia, quindi se anche fosse stato appellato come Galileo questo non sarebbe stato tanto insolito.

Lo storico giudeo Giuseppe attesta che i Galilei” erano gli ebrei più focosi e nazionalisti, pronti a ribellarsi; inoltre è importante sottolineare che “Galileo” era la qualifica che distingueva “Giuda il Galileo“, il quale, anche lui, non era nativo della Galilea ma della città di Gàmala (sempre in Gaulanitide) le cui rovine, ribadiamo, sono conformi alla Nazaret descritta nei vangeli. Pertanto “Galileo”, oltre indicare la regione di appartenenza era considerato anche sinonimo di “estremista ebreo”.

 

Sono tutte speculazioni che partono dall’assunto di voler dimostrare la tesi finale e non al contrario, non si possono assimilare due persone semplicemente perché entrambi erano detti Galilei, dal momento che molte altre persone erano, evidentemente, dette così. Oltretutto per far tornare i conti sembra che sia anche necessario spostare il luogo di nascita di Gesù da Nazareth a Gamala (che non è in Galilea come dice l’autore). Insomma il tutto è davvero troppo contorto e si basa su troppe ipotesi e nessuna prova concreta per poter essere reale.
I Galilei erano famosi per il coraggio con cui affrontavano la morte e il filosofo stoico Epitteto, alla fine del I secolo così li rappresenta: “Anche per follia uno può resistere a quelle cose (i supplizi), o per tradizione, come i Galilei  da “Dissertazioni del discepolo Arriano” (Digestae IV 6,6). Lo stesso discepolo di Epitteto, Arriano, in “Digestae II 9,19-21″ precisa che si tratta di “Giudei“.
Gli storici genuflessi odierni, ben coordinati fra loro per dare maggior peso alle menzogne, dichiarano sfrontatamente che Epittèto per “galilei” intendeva “cristiani seguaci di Gesù”. Dunque, in virtù della “fede”, i loro occhi stravedono e traducono Γαλιλαιοι (Galilei) e Ιουδαιοι (Giudei) con “Cristiani gesuiti”, pertanto considerano Epittèto una “sicura fonte extra cristiana”. E Wikipedia gli fà opportuna “eco” promuovendo una capillare “opera di apostolato”.

Cerchiamo di non soffermarci sulle provocazioni dell’autore, ma di ragionare invece sulla frase di Epitteto. E’ vero che la maggior parte degli storici ritiene che con “Galilei” qui Epitteto si riferisca ai Cristiani, ma è anche vero che la prova certa di questo non c’è, infatti se si va a vedere nei testi più antichi non troviamo un collegamento diretto “Cristiani/Galilei” ne troviamo molti in epoca successiva. Però se si prende l’intero periodo di Epitteto e non una sola frase si capisce che Epitteto intende i Cristiani. G. Jossa nel libro “I Cristiani e l’impero romano”, ed. Carocci, rist. 2006, pp. 97-102, traduce sempre il termine εθος con “abitudine” (non “ostinazione” o “tradizione” come fa l’autore). E nell’interpretare questo passaggio inquadra in generale il pensiero filosofico di Epittèto. Infatti Epitteto parla di disinteresse per moglie, figli, patrimonio (e qui si potrebbe anche pensare a gruppi simili agli Esseni o agli Esseni stessi), ma soprattutto di disinteresse per il corpo (το σωμα), cioè per il vivere o il morire. Jossa ritiene quindi che qui si parli dei Cristiani che non avevano paura della morte. Inoltre fa riferimento al clima di tensione del periodo e alla vocazione per il martirio. Tuttavia anche lui, tuttavia, non riesce a citare alcuna fonte antica a sostegno di una identificazione certa, univoca e veramente soddisfacente dei Cristiani con i Galilei e si limita a scrivere: “Nonostante le obiezioni spesso avanzate dagli studiosi, questi Galilei sono quasi certamente i Cristiani” (op. cit., p. 100).

Quindi ci sono ottimi motivi per questa identificazione che però non è certo e non è vero che gli storici sono come li descrive l’autore tanto è vero che lo stesso Jossa cita le obiezioni degli studiosi a questa interpretazioni. Quando si fa un lavoro di ricerca basato più sulle proprie convinzioni anticlericali che su fondamenti storici si rischia proprio questo.

Il movimento zelota fondato da Giuda il “Galileo” viene descritto da Giuseppe Flavio ancor più efficacemente:

“Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni…la maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione in tali circostanze che non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare lindifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene (Ant. XVIII cap. 1° 24).

Comprendiamo che i Romani, dal loro punto di vista, avevano forti motivi per catturare e uccidere gli Zeloti in quantofanatici nazionalisti si opponevano al dominio pagano, e questo valeva anche per i “fratelli di Gesù” i quali, come stiamo per verificare, corrispondono tutti ai figli di Giuda il Galileo.

 

Questo è da dimostrare, vediamo se ciò verrà fatto e come perché per quello che abbiamo visto fino ad ora non c’è alcun fondamento storico, ma solo le opinioni dell’autore.

Inoltre, sempre osservando la tabella degli “Apostoli”, si capisce che il Simone, qualificato come zelota, cananeo e sicario, é replicato.

Non è vero, la tabella non mostra questo, questo è il risultato che vede chi lo vuole ottenere. La tabella mostra, chiaramente, due apostoli di nome Simone con attributi diversi. Ora se questi attributi ci permettono di identificarli come lo stesso apostolo questo va dimostrato. E in ogni caso dobbiamo sempre chiederci perché si sarebbe dovuto storpiare un apostolo. Per nascondere qualcosa? Ma allora perché mantenergli lo stesso nome, non era più semplice cambiargli completamente nome? Comunque proseguiamo nella lettura e vediamo se arriva qualche prova che ci chiarisce il mistero.

E’ lo stesso Simone Pietro detto “Kefaz” in lingua semita, (evangelizzato in “Cefa”) che vuol dire “pietra”, indicato altresì come “barionà” che, sempre in aramaico, significa “latitante ricercato”: un sicario Zelota, una volta individuato, non poteva che darsi alla màcchia per non essere catturato e ucciso dai Romani.

“Evangelizzato”, in questo contesto, non vuol dire molto, i Vangeli sono scritti in greco e l’aramaico Kefa diventa Cefa in greco. Riguardo “Bariona” che normalmente è tradotto come “Figlio di Iona” cioè comunemente letto “Bar Iona”. L’attestazione di “bariona” col significato negativo dato dall’autore è molto più tarda, intorno all’VI secolo e quindi non può essere neanche un indizio che nei Vangeli fosse usato con quel significato. Sulla questione vi segnalo questo interessante testo: http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf

L’unico “apostolo” col nome di autentica tradizione giudaica, non appartenente alla cerchia dei fratelli, è Matteo.

Questo è una deduzione che l’autore cala qui dall’alto senza spiegarci su quali fonti e su quali basi sostiene una cosa del genere.

Esso viene chiamato anche Levi, con un impossibile doppio nome ebreo, indicato come “Pubblicano” e designato a testimoniare dal vero le vicende di Cristo sin dalla nascita.

In realtà se leggiamo Marco 2, 14 o Luca 5, 27 vediamo come il suo primo nome era Levi. Ora non si capisce perché l’autore sostiene che un doppio nome ebreo era impossibile, invece era solito il cambio di nome negli ebrei per indicare un cambiamento di vita. Pensiamo a quanto visto poco sopra con Simone detto Pietro, Saulo che diventa Paolo o pensiamo all’episodio di Sara ed Abramo dell’Antico Testamento quando anche a Sara viene cambiato il nome, quindi l’uso di un doppio nome non era cosa inusuale per gli ebrei.

Ma nella tabella notiamo che “Matteo Levi non esiste nel vangelo di Giovanni: é impossibile, non ha senso. Se fosse stato uno dei “dodici apostoli” avrebbe dovuto riferirlo anche “Giovanni”, a maggior ragione poiché gli scribi cristiani li fanno apparire entrambi “colleghi” redattori di vangeli.

Posta così la questione è fuorviante, quello che è necessario sottolineare è che Marco, Matteo e Luca fanno un elenco degli apostoli, mentre Giovanni no. Giovanni menziona alcuni apostoli quando ciò è coerente con ciò che sta narrando. Quindi il fatto che Matteo non appaia mai nel Vangelo di Giovanni (e non è l’unico apostolo) è una cosa possibilissima, perché i criteri seguiti dall’autore del Vangelo secondo Giovanni sono diversi da quelli seguiti dagli autori degli altri tre Vangeli. E nel metterli a confronto bisogna tenerne conto non ignorarlo per poter sostenere la tesi che più piace.
Nel vangelo di Matteo (lui stesso) si dichiara “Pubblicano”: altra assurdità. I Pubblicani erano gli esattori che riscuotevano i tributi dovuti all’Imperatore previa effettuazione di un censimento, pertanto, gli altri “apostoli” Zeloti e sicari, aderenti alla quarta filosofia zelota contro la tassazione di Roma lo avrebbero ucciso senza ripensamenti essendo un nemico ideologico da eliminare, come postulato dallo stesso Giuda il Galileo quando capeggiò la guerra contro il censimento decretato da Cesare Augusto:

Giuda si gettò nel partito della ribellione gridando che «questo censimento mirava a mettere in totale servitù» e incitava la Nazione ad un tentativo di indipendenza. I fanatici nazionalisti (gli Zeloti) «…non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà essere necessario, e la Divinità (Yahweh) ne avrebbe favorito l’impresa fino al successo»” (Ant. XVIII cap. 1° 5,6).

Questa non è un’assurdità. Infatti da un lato il fatto che nei Vangeli si trovino molti esempi di fatti imbarazzanti per i protagonisti (in effetti essere un pubblicano non era cosa di cui vantarsi) non fa altro che dimostrarne l’autenticità (se i testi fossero stati inventati certi particolari imbarazzanti sarebbero stati eliminati), dall’altro non si capisce perché il fatto che tra i dodici ci fosse un pubblicano dovrebbe avere come corollario l’assurdità, infatti un’ipotesi ben più fondata dovrebbe forse far pensare che allora il gruppo dei dodici non era una banda di zeloti come l’autore si è convinto a credere e come cerca di far credere anche a noi, ma senza nessuna prova storica se non le sue opinioni.

Matteo è un falso protagonista. Lo scriba cristiano che ideò quel nome, molto tempo dopo i fatti descritti, operò al solo scopo di rendere più credibile la propria “testimonianza” facendolo apparire un attore ebreo di quelle vicende.

Dire che è falso ciò che non coincide con le proprie ipotesi non è un modo corretto di procedere nell’analisi di un qualsivoglia documento. Ragionando così possiamo sempre dimostrare tutto e il contrario di tutto.
In realtà, il redattore di questo vangelo in greco, ripreso da un vangelo primitivo originale che fu tradotto, non poteva essere un giudeo, padrone dell’aramaico, perché non comprese il significato di “cananeo” e lo trascrisse in forma ellenizzata riferito a “Simone” (“qanana” in aramaico). L’accostamento prospettico, nella tabella, con “Simone Zelota” del vangelo di Luca non lascia dubbi.

Queste sono tutte supposizioni dell’autore che non si basano su un fondamento documentale o almeno se questo fondamento c’è non lo mostra, ma sembrano basarsi, più che altro, sulla volontà dell’autore di dimostrare la propria tesi.
Il vangelo di “Giovanni” riporta “Iscariota”, ma Giuseppe Flavio, in “Guerra Giudaica” riferisce, approfonditamente, nel cap. 8° del VII libro (par. 253/255), attraverso un ricordo lontano nel tempo, che i Sicari erano il braccio armato degli Zeloti, i seguaci della “quarta filosofia” fondata da Giuda il Galileo, ed agivano contro i propri connazionali filo romani a partire dal 6 d.C..

In realtà è abbastanza semplice verificare che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi e quindi l’aggettivo Iscariota riferito a Giuda non può intendersi come Sicario. Il vero significato di questo nome è ancora un mistero, ci sono diverse ipotesi sulle quali ancora oggi si sta lavorando. Per un interessante studio sull’argomento e anche per la dimostrazione che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi vi segnalo questo bel lavoro storico http://digilander.libero.it/Hard_Rain/ISCARIOTA.pdf che mostra oltretutto come si dovrebbe procedere nello studio dei manoscritti antichi. Comunque per riassumere brevemente la questione in Bell., 2.256, Giuseppe Flavio afferma che la prima azione compiuta dai sicari fu l’assassinio del sommo sacerdote Gionata, figlio di Anano, successore di Giuseppe “Caifa” dei vangeli. “Caifa” fu deposto assieme a Pilato, verso il 36 d.C.L’assassinio di Gionata fu commesso al tempo del regno di Nerone (54-68 d.C.) e quando era procuratore

Felice (52-60 d.C.) quindi restringendo gli anni possibili tra il 54 e il 60 d.C.

Che lo scriba evangelista con lo pseudonimo “Matteo” non sia stato un ebreo, né mai vissuto in Giudea, è dimostrato in altri molteplici passaggi del suo Vangelo, ad iniziare da quello riguardante l’insieme dei fratelli di “Gesù” indicati col nome della madre anziché col patronimico; inoltre, sulla “Natività” (come verifichiamo nel successivo studio), dimostra di non conoscere i luoghi, la storia giudaica dell’epoca di Cristo e l’Antico Testamento, cadendo, peraltro, in contraddizione grave con la sua qualifica di funzionario esattore “Pubblicano”.

In realtà al momento non c’è nessuna contraddizione, a meno che non venga dimostrato il contrario, chi scrive il Vangelo secondo Matteo dimostra una buona conoscenza dei luoghi e delle usanze ebraiche, se così non è bisognerebbe dimostrarlo non semplicemente dirlo. Il fatto che fosse un ebreo e un esattore delle tasse “Pubblicano” non è in contraddizione, anche Zaccheo nei Vangeli viene definito Pubblicano e se vi interessa capire cos’era un pubblicano leggete qui http://it.wikipedia.org/wiki/Pubblicano

Giuda detto Theudas era un Profeta “sobillatore”, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Simone che, insieme a Giovanni e Giuseppe (l’ultimo), costituiscono la cerchia di fratelli evangelici tutti con nomi di tradizione giudaica.

Un attimo, l’uguaglianza Theudas-Giuda non è stata dimostrata, anzi sembrerebbe proprio il contrario fino ad ora. Inoltre si stanno semplicemente prendendo dei nomi che in effetti sono uguali dicendo che allora anche le persone sono le stesse. Servono un po’ più di prove, al momento l’unica cosa che sembra dimostrare tutto questo discorso è che i nomi al tempo di Gesù erano più o meno sempre quelli (ecco il motivo di usare patronimici o attributi che distinguessero le persone) e che se si ignorano le prove storiche, ma ci si basa solo sull’analogia si può sostenere tutto e il contrario di tutto.

Solo questi nomi, autenticamente ebraici – dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk S.I., Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris, Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 – risultano accompagnati da qualifiche e attributi, quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio Fado nel 45 d.C.:
Zeloti” che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, indica i “fanatici nazionalisti”; “barionà”, in aramaico, vuol dire “latitante fuorilegge”; “Iskarioth” forma omofona grecizzata del latino “sicarius” (sicariota), l’attentatore armato di “sica”, un tipo di lungo pugnale ricurvo in uso all’epoca; “boanerghès” *, significa “figli dell’ira” o “figli della collera”; “cananeo” da “qanana” in aramaico, equivalente a “zelota”, e “galilei”, come “fuorilegge”.
Erano tutti figli di Giuda, ideatore dello zelotismo antiromano, detto “il Galileo”.

Abbiamo visto e mostrato in precedenza come ciascuno di questi attributi non significhi assolutamente quanto qui è affermato, ma supponiamo, ammesso e non concesso che l’autore abbia ragione in tutto il suo ragionamento, avremo quindi qualcuno o un gruppo che tenta di falsificare la storia di un gruppo di fuorilegge facendoli passare per dei santi, ma lasciando intatti tutti i nomi o soprannomi che avrebbero permesso di identificarli come fuorilegge. Che senso ha? L’intera ipotesi dell’autore oltre al fatto che non ha alcun fondamento storico, cade proprio nella fallacia logica.

* L’amanuense cristiano, con lo pseudonimo di “Giovanni detto anche Marco” – che trascrisse in greco un vangelo aramaico primitivo – nel versetto (Mc 3,17) riportò il vocabolo “βοανῆργε’ς” (leggi “Boanerghès”) e lo tradusse con la espressione Υἱòι βροντῆς (leggi “Uiòi Brontés”) che vuol dire “Figli del Tuono”. Egli intese, volutamente, documentare la voce come se quel concetto fosse testimoniato da un cittadino ellenico dell’epoca.
E’ oggi accertato che nessun greco di allora avrebbe mai detto o scritto “βοανῆργε’ς” (Boanerghès) per significare “Figli del Tuono” ma si sarebbe limitato a dire o scrivere Υἱòι βροντῆς.
Infatti, in tutta la letteratura greca classica, “βοανῆργε’ς”, citato nel vangelo, è lunico caso ove ricorre tale vocabolo; ne consegue che la parola non può avvalersi di alcuna etimologia, pur se scritta in tale lingua, ed è quanto risulta nei vocabolari.

Infatti la parola è di origine aramaica trascritta in caratteri greci, ma questo lo dice qualunque dizionario biblico. Non ha senso supporre chissà quale complotto che, anche se fosse, avrebbe avuto miglior esito cambiando del tutto il nome invece di tentare di dargli significati che, all’epoca, sarebbero stati subito smascherati da chi li ascoltava.
In realtà la fonetica è di origine ebraica, non greca, e il suo etimo lo ritroviamo in due sezioni del lemma: il primo, “boan e”, un modo di “bèn e” che significa “figli di”; il secondo, “rghès” la cui radice semitica indica “ira” o “collera”.
In ebraico antico, la lingua usata dai Dottori della Legge (Rabbini), בנירגש “benereghèsh” significa “figli dell’ira”. Pertanto“βοανῆργε’ς” (“Boanerghès”) vuol dire “Figli dell’ira” o “Figli della collera”. L’unica “ira” o “collera” cui richiamarsi nella società teocratica israelita, con la Terra Santa profanata dai pagani, era LIra di Yahweh, il Padre (Abba) del “popolo eletto” i cui figli prediletti, discendenti di Davide, non potevano che essere gli Zeloti. 

Sarebbe interessante avere delle fonti per queste affermazioni, io vi segnalo Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes che dice tutt’altro. Ora io non ho preclusioni di sorta, anche quanto affermato dall’autore potrebbe andare bene se fosse motivato citando delle fonti altrimenti diventa solo una storia (bella o brutta che sia)

  
Dunque la proposizione “Figli del Tuono”, secondo il progetto dello scriba cristiano che lo riferì, esprime un concetto riduttivo e fuorviante rispetto all’originale vocabolo ebraico il quale, effettivamente, rivela il medesimo intento ribelle nazionalista degli altri fratelli Zeloti.
Troviamo infine conferma, al brano di Marco appena citato, nel vangelo di Luca (Lc 9,53) ove Giovanni e Giacomo, i fratelli apostoli “Boanerghés”, intendono incendiare un villaggio della Samaria ma … vengono fermati da “Gesù”; nel contempo la storia ci insegna che i Giudei erano nemici dei Samaritani e in guerra tra loro, all’epoca di Cristo.

Perfetto quindi da una parte si vuole fuorviare modificando il senso di una parola mentre dall’altra si lascia integro un episodio che è piuttosto imbarazzante, infatti Gesù stesso ferma i suoi stessi discepoli. Senza andare in cerca del significato dei termini è proprio la logica che sta alla base di questo complotto che non regge lo vediamo in continuazione. Se si voleva davvero falsificare si poteva falsificare molto meglio.

E’ d’obbligo evidenziare che tali qualifiche rivoluzionarie sono riferite solo ad “apostoli fratelli che hanno lo stesso nome, di stretta osservanza giudaica, dei fratelli di “Gesù“. Al contrario, gli apostoli con nomi greci,senza alcuna designazione ribelle, vengono tutti cancellati dalla storia come dimostriamo ad iniziare da “Filippo” nello studio successivo su “Paolo di Tarso“: entrambi inventati.

A parte che non c’è nessun fondamento storico per uguagliare gli apostoli ai fratelli di Gesù (anzi Gesù stesso dice che nessuno è profeta in patria propria quando i suoi familiari lo ritengono matto), ma se anche fosse supponendo vera l’ipotesi dell’autore quello che non viene spiegato è perché non cambiare semplicemente i nomi scomodi con altri, magari greci e senza attributi. Tutto questa ipotesi del complotto non ha proprio senso, non regge a una analisi banalmente logica.
Gli appellativi escogitati successivamente, tutt’oggi in uso, sono serviti, attraverso contraffazioni delle traduzioni nelle varie lingue e la manipolazione dei termini originali, sia a celare le vere identità dei fratelli Zeloti dietro “santi apostoli”, sia a “replicarli” fino a raggiungere il numero, significativo giudaico, di “Dodici”, come fecero dichiarare a Cristo nel vangelo:

“Siederete anche voi (gli apostoli) su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28).

Questa è una pura congettura che oltretutto e anche abbastanza deboluccia come contenuto, pensate che addirittura c’è chi sostiene che i dodici apostoli rappresentino i dodici segni zodiacali. Comunque ripeto se fosse stato come dice l’autore non si spiega perché avremmo una contraffazione solo di alcuni nomi e in maniera tale da poter essere rintracciati e altri nomi aggiunti così giusto per arrivare a 12. Era sufficiente scrivere dodici nomi, senza attributi alcuni.

In particolare troviamo replicati: Simone detto “Pietro il Galileo” con Simone lo Zelota o il Cananeo (alcuni manoscritti riportano “Cananite”); Giacomo il Maggiore con Giacomo il Minore (quest’ultimo, alter ego del primo, viene cancellato dalla storia come provato nel successivo studio); Giuda detto Thaddaeus (traduzione latina volutamente fuorviante di Theudas) con Giuda detto Thomà (san Tommaso) e con Giuda Iskarioth (sicariota), qualifica grecizzata del latino attentatore assassino “sicarius”. A questo punto i lettori si saranno accorti che la sovrapposizione di “Giuda Iscariota” con “Giuda non Iscariota” cancella il famoso “bacio di Giuda”, divenuto simbolo infamante dell’inganno più abbiètto nel mondo cristiano.

In realtà anche senza alcuna conoscenza storica basta leggere per rendersi conto che non c’è nessuna replica di nessun personaggio, ma semplicemente i nomi usati dagli ebrei erano pochi e sempre quelli quindi spesso era necessario usare degli attributi, degli aggettivi, per identificare le varie persone. Ripeto basta la logica perché se l’obiettivo fosse stato quello di duplicare alcuni apostoli con lo scopo, non si capisce bene perché, di raggiungere il numero di 12, sarebbe stato sufficiente inventarsi altri nomi, magari di origine greca, invece di usare sempre gli stessi cambiando solo gli attributi. Infine non si capisce dove, come e perché la “sovrapposizione” di Giuda, come la chiama l’autore, cancellerebbe il famoso “bacio di Giuda”.
Oltre a quanto sopra rilevato (dopo la tabella) sulle contradditorie parentele di Giuda, leggiamo cosa dicono i vangeli in merito all’apostolo rinnegato dopo che questi aveva tradito “Nostro Signore Gesù” per trenta denari.
In Atti (1,18) il “testimone oculare” san Pietro riferisce un episodio raccapricciante:

“Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto poi, precipitando in avanti, si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le viscere.
L’altro apostolo, “testimone oculare” anche lui, Matteo, invece, così la racconta:
“Giuda, gettate le monete dargento nel Tempio, si allontanò ed andò ad impiccarsi (Mt 27,5).
Mentre san Paolo, nella I Lettera ai Corinzi (15,4-5), ci informa che:
“Cristo fu sepolto e resuscitato, il terzo giorno apparve a Cefa (Kefaz, san Pietro) e ai dodici apostoli”.
Essendo “dodici” vuol dire che fra essi era presente anche Giuda “il traditore” sempre vivo, infatti, questo apostolo, all’evangelista Giovanni non risulta che si sia suicidato.

E’ evidente che tali incompatibili deposizioni non hanno alcun valore probatorio se non dimostrare la montatura di un “apostolo”, sfruttata, peraltro, con fini ideologici legati a un nome che identificava l’odiata etnia giudaica accusata di aver ucciso “Gesù” senza averlo riconosciuto come proprio Messia Salvatore.

Il testo della prima lettera ai Corinzi, nel passo citato dice una cosa un po’ diversa da quella riportata, cioè: “1Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che 4fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.”

La differenza sta nel fatto che come riportato dall’autore sembra che Cristo sia apparso il terzo giorno a tutti e Dodici i discepoli, nel testo corretto si vede che c’è solo una consequenza di tempi nelle apparizioni, ma senza specificare esattamente quando. Quindi si dice, Cristo risorge e appare prima Cefa, poi a Dodici e poi ad altri. Inoltre si noti come in entrambi i testi venga citato Cefa, cioè Pietro, e poi i Dodici. E’ chiaro che qui con “i Dodici” non si intende il numero di persone, ma la qualifica, cioè a quella cerchia di amici più intimi. Se così non fosse e fosse come sostiene l’autore avremmo Tredici discepoli e non Dodici poiché anche Cefa andrebbe contato in questo numero. E’ la stessa cosa che accade quando, dopo una partita di calcio si parla di undici giocatori anche se durante la partita magari uno è stato espulso e la squadra ha in realtà giocato in dieci.

Infine la considerazione per cui nell’ipotetica, quanto strampalata, ipotesi di complotto dell’autore si sarebbe scelto Giuda come nome cui dare il ruolo peggiore perché identificava l’intera etnia giudaica è del tutto priva di senso, anche qui logico, dal momento che lo stesso Gesù era della tribù di Giuda in quanto discendente di Davide, quindi in realtà Giuda sarebbe stato un nome da onorare non da vituperare.
Alcuni esegeti clericali, consapevoli di questa assurdità evangelica, provano a rimediare ricorrendo a ipotetiche, personali, “rivelazioni divine” per tentare di giustificare le contraddizioni connesse a questa morte immaginaria (destino macabro teatrale o semplice suicidio?; proprietario terriero o nullatenente?) … sino a reinterpretare le “Sacre Scritture”, modificandole di fatto.

Sarebbe utile qualche esempio per capire di cosa effettivamente stiamo parlando, fino ad ora abbiamo però visto come l’autore stesso riesca a modificare le scritture per far dir loro non quello che dicono, ma ciò che lui vuole che dicano.
In realtà, come già dimostrato, il vero Giuda, autentico zelota sicario, fu ucciso da Cuspio Fado.

In realtà non è stato dimostrato alcunché, non è che le cose basta dirle per dimostrarle.

Escludendo gli apostoli replicati, i nomi di stretta osservanza ebraica, riportati come fratelli, sono:
GiovanniGiuda, SimoneGiacomo, e Giuseppe. Ad iniziare da Giovanni, uno dopo l’altro furono giustiziati dai Romani come martiri irredentisti, tranne l’ultimo, Giuseppe, troppo giovane all’epoca per militare come capo Zelota sicario.

Questa è una conclusione a cui giunge l’autore del tutto priva di fondamento storico come ha dimostrato fino ad ora, si basa solo sulle sue personali convinzioni per cui si è giocato con i nomi fino a quando non si sono lasciati quelli che si voleva rimanessero.

In contrasto furono aggiunti apostoli con appellativi derivati da aggettivi come san “Bartolomeo“, nome inesistente in greco e latino nel I secolo, il quale, separato dall’usueto “bar” aramaico biblico, diventa “bar tolomeo” che vuol dire “figlio di Tolomeo”. Poichè Tolomeo era un nome greco che significava “Valoroso”, adottato da alcuni sovrani egizi ellenizzati, quindi “Bartolomeo” significa “Figlio del Valoroso”, ma … un apostolo che non viene testimoniato nel vangelo del suo “collega apostolo” Giovanni è un vuoto, talmente vistoso e banale, più che sufficiente a dimostrarne l’inesistenza.

I Vangeli sinottici parlano di Bartolomeo, mentre Giovanni parla di Natanaele, si tendono a identificare queste due figure per cui Giovanni chiamerebbe l’apostolo col suo nome mentre gli altri tre userebbero il patronimico. In ogni caso non tutti gli studiosi sono concordi su questa interpretazione. Il fatto che Giovanni non nomini Bartolomeo, da solo, non ci permette di dire che il personaggio fu un aggiunta inventata (perché, se così fosse stato, non aggiungerlo anche al Vangelo di Giovanni dal momento che lo si era già aggiunto agli altri tre?).
Altro apostolo, semplice aggettivo, solo citato in “Atti degli Apostoli” poi dimenticato e lasciato senza gesta che ne attestino l’esistenza, è Andrea, dall’epiteto greco “andreas” che vuol dire “vigoroso”, una caratteristica di Simone a lui “affratellata” così: “vigoroso, fratello di Simone”;

http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_apostolo questa è la pagina di Wikipedia, fonte non cattolica, dedicata all’apostolo Andrea. Se si leggono i passi dei Vangeli citati è chiaro come “Andrea” non può essere un semplice aggettivo di Simone, molte frasi non avrebbero proprio senso. Oltretutto non si capisce l’utilità di un’operazione di questo genere.

o, ancora, san Tommaso, dall’aramaico “thomà” che significa “gemello”, o dal greco “didymos” anch’esso equivalente a “gemello”, sino al punto di escogitare uno strano sostantivo composto da due aggettivi in due lingue diverse con le iniziali maiuscole “Tommaso detto anche Didimo” (Gv 11,16) che vuol dire “Gemello detto anche Gemello”, privo di significato e … molto buffo. Un nome così insensato non poteva appartenere a nessuno sulla faccia della terra; è solo un errore commesso da uno stupido scriba intento a manipolare la traduzione in greco di un testo senza essere padrone dell’aramaico.

In realtà Giovanni, che scrive per gente che parlava il Greco e non l’aramaico, dice “Tommaso chiamato Didimo” perché specifica a chi, come noi non sa l’aramaico (ma noi non sappiamo neanche il Greco) che Tommaso, vuol dire Gemello (Dydimos in greco). E’ come se dicesse: “Tommaso, che vuol dire Didimo”. Tutto qui, nessun nome senza senso, nessun complotto ma una cosa semplice semplice e terra terra. E anche qui nella teoria del complotto quella a vacillare è la logica, perché uno scriba che avesse voluto manipolare il testo senza conoscere l’aramaico come avrebbe atto ad azzeccare proprio il vocabolo Dydimo che in greco, guarda caso, è l’equivalente di Thoma in aramaico? Allora o conosceva l’aramaico e quindi si sarebbe reso conto di essere di fronte a un nome senza senso oppure non lo conosceva e allora non si capisce perché avrebbe scelto il vocabolo greco che traduceva esattamente quello aramaico… naturalmente la spiegazione più semplice e logica è che chi ha scritto conoscesse entrambe le lingue e volesse spiegare all’uditorio Greco il significato del nome aramaico.

Anche questo apostolo fuoriesce dalla storia poiché dal vangelo letto da Eusebio di Cesarea risulta che Giuda e Tommaso (“Thomà” in aramaico) sono la stessa persona:

«Dopo l’ascensione di Gesù, Giudadetto anche Tomaso, mandò ad Abgar l’Apostolo Thaddaeus»” (HEc. I 13,11).

Poiché la sovrapposizione Giuda-Tommaso cancella un apostolo, nella tabella ne rimarrebbero undici: fatto assurdo. Questa è la prova evidente che i vangeli furono ulteriormente modificati dopo Eusebio di Cesarea, ma noi abbiamo dimostrato sopra che Thaddaeus, in realtà, era Giuda Theudas. Si trattava di un sedicente Profeta zelota con due qualifiche aggiunte al vero appellativo semita: Giuda. La dottrina cristiana non poteva ammettere la violenta genesi zelota ebraica dei fratelli di Cristo senza coinvolgere anche Lui, pertanto questi furono celati nel “mucchio” di “Dodici Apostoli” dei quali alcuni nomi risultano consueti attributi aramaici traslati scorrettamente in lingua greca. Semplici aggettivi che, col trascorrere dei secoli, grazie all’ignoranza dei fedeli sul vero significato originario, furono accettati e adottati come nomi di persone.

In diversi testi, Tommaso è chiamato anche Giuda, non solo da Eusebio di Cesarea, infatti lo ritroviamo chiamato così anche nella Didaché, nel Vangelo di Tommaso e nelle opere di Tarziano il Siro. Ora che Giuda fosse il suo vero nome e Tommaso un soprannome è probabile, ma non ne abbiamo la prova d’altra parte affermare con sicurezza che poiché in Eusebio di Cesarea è chiamato Giuda Tommaso allora costui è Giuda Theudas è un salto privo di qualunque logica e prova. Il fatto che alcuni aggettivi siano poi diventati nomi o viceversa è una prassi normale che capita in tutte le culture, ad esempio il nome Beniamino oggi indica anche il preferito di un gruppo di persone, così come si usa Giuda per indicare un traditore, nessun complotto, normale evoluzione dei nomi.

Nella tabella degli apostoli, il solo vangelo di Giovanni, riporta “Natanaele” che in semitico “celestiale” voleva dire “Dono di Dio”: non era un appellativo usato dal popolo ebraico nel I secolo. Era un antico attributo biblico fatto passare per nome, a conferma, come già riferito, che gli scribi cristiani redattori dei vangeli non erano Giudei.

Cosa significa “semitico “celestiale””? Poi cosa significa che non era un nome usato dagli ebrei nel I secolo, ma era un antico attributo biblico? Antico quanto? Precedente al I secolo? E attributo di chi? Siamo sicuri che non sia stato mai riferito a una persona? E quindi i “falsari” non erano Giudei, ma hanno preso un antico attributo biblico in lingua semitica e l’hanno spacciato come nome? Come avrebbero potuto farlo se non fossero stati Giudei? Come facevano a conoscere la lingua semitica e addirittura un antico attributo biblico? Se davvero si fosse trattato di falsari non Giudei la cosa più semplice sarebbe stato l’utilizzo di un nome nella propria lingua, c’erano già diversi nomi greci. Anche qui nessun complotto semplicemente la narrazione che usa nomi del tempo, tutto qui.
Ovviamente, l’inesistente Natanaele viene ignorato dagli altri evangelisti mentre “Giovanni” riferisce che Natanaele riceve lannuncio dellAvvento di Gesù Cristo da parte di Filippo (Gv 1,45) …

Questo dovrebbe far riflettere, nell’ipotesi sostenuta dall’autore, ovvero di essere in presenza a dei falsi ben congegnati bisognerebbe dare una spiegazione sul perchè di queste differenze che invece potevano essere benissimo e senza alcuna difficoltà armonizzate a tavolino. Invece il fatto che ci siano tali differenze prova l’autenticità degli scritti evangelici, infatti ogni autore racconta la parte che gli interessa mettendo in risalto gli aspetti che lui ritiene importanti.

ma, nello studio successivo su “Paolo di Tarso”, dimostriamo, storia alla mano, che l’apostolo Filippo non è mai esistitodi conseguenza anche Natanaele è una finzione…come gli altri “Apostoli”.

Questa dimostrazione non l’ho letta per cui non posso giudicarne la bontà, certo è che se il livello della dimostrazione è pari a quanto visto fino ad ora siamo ben lontani dal dimostrare alcunché.

Una invenzione scollegata fra gli stessi evangelisti ed estremamente imbarazzante per la Chiesa al punto che, senza alcuna base o riferimento storico, evangelico, filologico, i Suoi esegeti azzardano che Natanaele viene comunemente(sic!) identificato con san Bartolomeo (Figlio del Valoroso)”. Solo un visionario mistico può intravedere una correlazione fra i nomi “Dono di Dio” e “Figlio del Valoroso”, affinché possano essere accomunati; pertanto ogni ulteriore commento diventa superfluo …

In realtà diventa superfluo commentare affermazioni di questo tipo dal momento che Bartolomeo è un patronimico e Natanaele un nome, è un po’ come il “Pelide Achille” dove Achille è il nome e Pelide vuol dire solo Figlio di Peleo, abbiamo visto più volte come essendo i nomi propri pochi e sempre quelli si usava spesso il patronimico. In ogni caso l’identificazione di Natanaele con Bartolomeo non è certo, è proposta da molti studiosi, ma non accettata da tutti, ma da qui a sostenere quanto sostiene l’autore ci vuole un salto di logica non indifferente e infatti neanche lui è in grado di spiegare come, anche all’interno della sua teoria del complotto, ciò sia possibile.

ad iniziare da quello sull’annuncio dell’Avvento di Gesù fatto “testimoniare” da un inesistente Filippo e della “rivelazione” del “Figlio di Dio” tuttuno con il “Padre”, come stabilito nel “Credo” dai Vescovi cristiani in vari Concili indetti nel corso del IV secolo (tre secoli dopo Cristo).

L’inesistenza di Filippo è tutta ancora da dimostrare. E’ vero che il Credo venne stabilito nel corso del IV secolo, ma ciò che nel Credo è affermato era già creduto da tempo seppur con alcune differenze interpretative o con differenti sfumature tra le varie Chiese, ecco che allora i Concili mettono ordine e rendono ufficiale il Credo.

“Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci? Credetimiio sono nel Padre e il Padre è in me” 
(Gv 14,9-11). “…questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea …” (Gv 12,21).

Gli amanuensi che “incollarono” in modo posticcio questo “Filippo” nei loro vangeli non avevano la reale conoscenza dei luoghi in cui decisero far muovere i loro fantasiosi personaggi al punto di ubicare Betsàida in Galilea anzichè in Gaulanitide dove essa era edificata e successivamente ingrandita, dopo la morte di Erode il Grande, da suo figlio il Tetrarca Erode Filippo, appartenendo al territorio da lui ereditato (Ant. XVIII cap. 2° 28).

Tenendo conto che l’attuale sito dove è stata identificata l’antica Betsaida è in effetti in Gaulanitide, ma dista meno di un paio di chilometri dal confine con la Galilea.

Che i confini della Galilea non è certo siano sempre stati così rigidi.

Che lo stesso Giuseppe Flavio parla di questa città come una citta della Gaulanitide inferiore, in Antichità Giudaiche, XVIII, 4 chiama un certo Giuda della Gaulanitide come “galileo” (come lo stesso autore ripete più sotto con altri intenti).

E’ quindi possibile che all’epoca Betsaida fosse una città definita a volte come Galilea e a volte no, nulla di misterioso quindi.
Lo stesso problema investe anche gli apostoli Andrea, Giacomo e san Pietro, tutti nativi in Galilea a Betsàida: “Filippo era di Betsàida, la città di Andrea Simone Pietro (Gv 1,44); in Galilea come il personaggio “Gesù”, evidenziando, di fatto, le concrete gèsta dei nazionalisti integralisti Galilei. Infatti, nei vangeli di Matteo e Luca, a noi pervenuti, si afferma che Simone Pietro e “Gesù” furono accusati di essere “Galilei“: “Anche tu, Simoneeri con Gesùil Galileo(Mt 26,71); “«In verità, anche questo (Simone Pietro) era con Lui (Gesù)è anche lui (Simone) un Galileo!»” (Lc 22,59).

Non potendo riconoscere il significato zelota di “Galileo” attribuito a Gesù e a Pietro, di fronte alla contraddizione geografica di una Betsàida erroneamente indicata in Galilea dall’evangelista, alcuni esegeti clericali odierni azzardano l’ipotesi di una seconda Betsàida sita in Galilea; altri si limitano, timidamente, a dichiararne incerta l’ubicazione fingendo di ignorare la collocazione precisa indicata da Giuseppe Flavio. L’errore geografico attinente a Betsàida, commesso dallo scriba cristiano, dimostra il rimaneggiamento dei vangeli originali al fine di sviare il significato del lemma “Galileo”, inteso come “ribelle”, per farlo sembrare “abitante nativo della Galilea”.

L’unica cosa che l’errore, se davvero di errore si tratta, prova è che chiunque può fare un errore. Infatti se supponiamo, nella logica dell’autore, che si volesse nascondere che con “Galileo” si intendeva un significato “zelota” perché usare il termine di continuo? Inoltre indicare la città di Betsaida in Gaulanitide avrebbe significato distanziare questi apostoli dalla Galilea ed era più semplice eliminare l’epiteto o modificarlo quando era citato altrove. In definitiva la logica dell’autore è decisamente contorta, la spiegazione più semplice è appunto quella dell’errore oppure quella di un confine che, vista la vicinanza, non fosse poi così stabile.

Poiché in quella regione era concentrato il maggior numero di Ebrei integralisti, lo abbiamo provato appena sopra, con il generico termine di “Galilei” gli storici indicavano tutti i Giudei fanatici nazionalisti, in lotta contro il dominio romano, votati al martirio e costretti a pene strazianti una volta individuati e catturati.

E’ vero che il termine “Galileo” era usato con una valenza dispregiativa perché comunque la Galilea era un regione disprezzata, sia perché era la regione in cui c’era una maggiore mescolanza di razze, sia perché in quella regione si trovavano gli ebrei più facinorosi. Ma se è vero che il termine “Galileo” aveva anche il valore di cui sopra è anche vero che aveva il valore, molto semplice di “proveniente dalla regione della Galilea”, come di fatto era Gesù. Quindi se molto probabilmente un ebreo facinoroso era chiamato “Galileo”, ciò non vuol dire che un abitante della Galilea fosse chiamato “Galileo” in quanto facinoroso.

La accezione comune del vocabolo “Galileo”, lo stesso attribuito a Giuda il Galileo (nativo di Gàmala in Gaulanitide, non in Galilea), ovviamente, valeva anche per i suoi veri figli: “Gesù” e “Simone Pietro”, entrambi accusati nei vangeli di essere “Galilei” sovversivi.

Ripetiamo, se uno era detto “Galileo” semplicemente perché nato in Galilea non automaticamente era anche un sovversivo. Quest’ultimo punto andrebbe provato e non solo affermato. Fino ad ora l’autore non ha provato nulla di tutto ciò, ma ha semplicemente presentato delle sue opinioni, valide come tante altre, ma prive di fondamento storico.

Per una migliore comprensione dei protagonisti evangelici, a riprova che in realtà erano capi ebrei Zeloti, si rende necessario rimarcare, ulteriormente, che la descrizione di Gàmala (la città di Giuda il Galileo), equivale alla rappresentazione della Nazaret riferita nei vangeli. Viceversa, come dimostriamo nel’apposito studio, la Nazaret odierna non ha niente in comune con la città di Cristo.
Pertanto la patria di Gesù e dei suoi fratelli era Gàmala, la roccaforte degli Zeloti, unica città a non essersi mai sottomessa al dominio romano sino agli inizi del 68 d.C., quando fu costretta a capitolare dopo tredici mesi di assedio da parte dell’esercito di Re Agrippa II cui si aggiunsero le legioni romane di Vespasiano e Tito che la rasero al suolo.

L’identificazione di Nazareth con Gamala è un’opinione dell’autore che parla anche di una dimostrazione che io non ho letto, ma se la qualità della dimostrazione è simile a quanto letto fino ad ora ci troviamo di fronte non ad una dimostrazione, ma a una semplice opinione che si sostiene collegando fra loro dati molto distanti tra di loro e che, al momento attuale, i documenti non ci permettono di collegare. Nulla fino ad ora dimostra la tesi dell’autore, l’unica cosa dimostrata è il desiderio dell’autore di crederci, desiderio che piega i dati storici alle proprio necessità.


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