Vangeli e Storia 1


Come sapete, quando il tempo me lo permette prendo in esame alcune delle teorie che girano in rete riguardo l’esistenza o meno di Gesù dal punto di vista storico. Teorie di questo tipo sono quelle del signor Emilio Salsi che è fermamente convinto che il Gesù di cui parlano i Vangeli non sia mai esistito e che addirittura non siano mai esistiti né gli apostoli né San Paolo. Trovate molte delle tesi del signor Salsi sul suo sito www.vangeliestoria.eu io qui mi occuperò di una di queste tesi. Di seguito troverete sempre in corsivo i miei interventi, mentre il testo dell’autore è riportato così com’è, pari pari dal suo sito.

Inoltre, come è mia abitudine cercherò quasi sempre di fornirvi dei collegamenti a siti, possibilmente non cattolici, per verificare quanto affermo, mentre la prova di quanto afferma l’autore rimane di sua personale responsabilità. Ma prima ancora delle prove, sempre importantissime, cerco sempre di fare un ragionamento puramente logico che, di solito, mostra l’insensatezza delle tesi complottiste perché moltiplica a dismisura la necessità di falsificazioni. Alla fine, naturalmente, ognuno è libero di rimanere con le proprie opinioni, purché sia chiaro che si tratta di opinioni.

 

 

Gli Apostoli non sono esistiti. Verifica storica.
Dopo la morte di Costantino il Grande i cristiani avviarono una progressiva e sistematica opera di abbattimento di Templi e altari politeisti. Nel 361 d.C., al fine di arrestare il processo persecutorio contro i pagani e le rispettive divinità, appena acclamato Imperatore dai suoi legionari, Flavio Claudio Giuliano, passato alla storia come “l’Apostata”, promulgò l”Editto della Tolleranza” sanzionando, con la legge, il rispetto reciproco fra tutti i culti praticati nell’Impero. 
Di tutt’altro avviso, nel 380 d.C., gli Imperatori Augusti, Flavio Teodosio, Flavio Graziano e Flavio Valentiniano, in nome di Dio, emanarono l”Editto di Tessalonica” con il quale imposero il Cattolicesimo come dottrina unica da professarsi nelle Province dell’Impero Romano. Fu stabilito, pertanto, che tutte le fedi pagane, comprese quelle cristiane eretiche, venissero dichiarate illegittime. L’anno seguente, in coerenza con l’Editto di Tessalonica, convocati i Vescovi dell’Impero nel “Concilio di Costantinopoli” del 381 d.C. fu confermato il precedente Credo niceno del 325 ma ne venne forzato l’assioma fino a comprendere la Santa Trinità. Purtuttavia, sino a quella data, i Cattolici ancora non riconoscevano nella madre di Cristo la Santissima Vergine “Theotókos”: la Madre del Signore.
Nel settembre del 394 d.C., presso l’attuale fiume Isonzo (Friuli), venne ingaggiata la conclusiva battaglia del Frigido che vide l’esercito pagano sconfitto dalle armate cristiane condotte da Teodosio I il Grande: fu così sancito il definitivo trionfo del Cattolicesimo.    

 

Quando muore Costantino il Grande non è che i cristiani iniziano a distruggere i templi pagani, in qualche caso è anche capitato, ma quello che succede nella maggior parte dei casi è che essi vengono semplicemente utilizzati come luoghi di culto cristiani (il che comporta tutta una serie di ovvie modifiche). E’ sufficiente pensare a quanti templi romani ancora oggi possiamo visitare e vedere che provano come i cristiani non li avessero distrutti. Flavio Claudio Giuliano è stato l’ultimo imperatore dichiaratamente pagano e aveva un rispetto tale per tutti i culti che si praticavano nell’impero da promulgare il 17 giugno 362 un editto con il quale stabiliva l’incompatibilità tra la professione di fede cristiana e l’insegnamento nelle scuole pubbliche. L’idea di Giuliano era che gli insegnanti pubblici dovessero distinguersi innanzi tutto per moralità e poi per capacità professionale. Questo la dice lunga sull’idea di tolleranza dell’imperatore Giuliano che non perseguitò mai apertamente i cristiani, ma che sicuramente non riteneva avessero pari dignità degli altri culti. Nello stesso tempo Giuliano si preoccupò di costituire una «chiesa» pagana, organizzata secondo criteri gerarchici che richiamavano quelli cristiani: al vertice era l’imperatore, nella sua qualità di pontefice massimo, seguito da sommi sacerdoti, responsabili ciascuno per ogni provincia i quali, a loro volta, sceglievano i sacerdoti delle diverse città.

L’Editto di Tessalonica non impone il Cattolicesimo come dottrina unica, bensì proclama il credo Niceno come religione ufficiale dell’Impero e illegale i culti pagani e l’arianesimo.

Il Concilio di Costantinopoli confermò il Credo Niceno, ma dal momento che era stato convocato anche per affrontare alcune nuove dottrine che negavano la divinità dello Spirito Santo affrontò e definì anche questo tema. Mi dispiace notare che sebbene, sostanzialmente, i fatti citati siano corretti essi sono presentati in una maniera che non è certo imparziale, ma costruita per spingere il lettore verso la tesi che si vuole dimostrare.

 

Qui potete verificare ciò che ho detto circa la figura di Flavio Claudio Giuliano: http://it.wikipedia.org/wiki/Flavio_Claudio_Giuliano e qui riguardo l’Editto di Tessalonica: http://it.wikipedia.org/wiki/Editto_di_Tessalonica

Infine se provate a cercare Editto della Tolleranza trovate quasi sempre citato l’editto del 313 di Costantino il Grande. E’ evidente quindi sin da subito che se anche vengono presentati fatti sostanzialmente storici li si presenta in modo tale da porre il cristianesimo sotto una luce, sin da subito, negativa. Questo ha poco a che fare con la ricerca della verità, quanto col cercare di dimostrare semplicemente la propria tesi (giusta o sbagliata che sia).


Una volta insediato Teodosio I come Signore unico dell’Impero Romano Cattolico, l’alto Clero redasse i nuovi codici biblici, intenzionalmente corredati dei riscontri storici del I secolo (ricavati dai rotoli giacenti nella bibioteca imperiale) al fine di comprovare la “sequela christi” iniziata con l’Avvento del “Salvatore” e i suoi successori (Mt 19,21). Alcuni anni dopo, a spese dello Stato, furono inviati i Clerici nelle Province dell’Impero a diffondere la “buona novella” manoscritta nei testi nuovi. Al contempo i Vescovi avviarono la distruzione di tutte le biblioteche private e provinciali, tranne quella imperiale e quella di Roma, quest’ultima assegnata in proprietà alla Chiesa di Pietro. Non è un caso, quindi, che la datazione dei Codici più antichi a noi pervenuti, come il Vaticanus e il Sinaiticus, sia oggi stimata al IV secolo con un metodo paleografico di massima; quest’ultimo molto meno preciso rispetto alle evidenze storiografiche ed ecclesiatiche trasmesse con la patrologia. Dalla comparazione della Storia con il Credo pervengono un insieme di dati che evidenziano l’evoluzione adattativa della dottrina cattolica vincente, diversa dalle precedenti cristiane nella rappresentazione teologica del “Salvatore Universale”. Dottrine cristiane antesignane oggi classificate come “apocrife”, “gnostiche” e “pseudo”. Infatti, per uniformare la sostanza e la raffigurazione della nuova divinità si rese obbligatorio convocare, nel corso del IV secolo, numerosi Concilii, sempre cruenti per le feroci vendette consumate ai danni degli Episcopi perdenti. 
Nel VI studio riportiamo la dimostrazione che i vangeli attuali furono trascritti ex novo in esecuzione del Credo cattolico, definito nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. Una dottrina alla quale, pochi anni dopo, venne aggiunta la “Natività” di Gesù, nei vangeli di Luca e Matteo, allo scopo di fornire la documentazione teologica utile ai Vescovi per decretare, nel Concilio di Efeso del 431 d.C., l’ultimo dogma che conclamò la SS. Vergine Maria, Madre del Signore: “Theotókos”. Per i Cattolici: Madre di Dio. 

 

Risulta ancora più evidente quanto affermavo poco sopra, a meno che l’autore non lo provi strada facendo non ci sono elementi storici per sostenere quanto sostiene lui, ovvero che nel IV secolo siano stati redatti i nuovi codici biblici aggiungendo i riscontri storici del I secolo al fine di comprovare la “sequela christi”(cioè manipolandoli). Riguardo i vangeli se ne conoscono diverse decine di manoscritti scritti su papiro e risalenti ai primi secoli del cristianesimo. I più antichi sono i seguenti:

  • Papiro 52 (Rylands): datato tra il 120-130, è un frammento di un singolo foglio contenente nel fronte e retro 5 versetti di Giovanni (18, 31-33; 37-38). La precisa datazione di questo papiro non è universalmente condivisa; le datazioni proposte vanno dall’inizio del II secolo, alla fine del II secolo all’inizio del III.
  • Papiro 66 (Bodmer II): datato al II secolo, contiene in 104 pagine danneggiate parti del Vangelo secondo Giovanni: i primi 14 capitoli quasi completi e parti degli altri 7.
  • Papiro 45 (Chester Beatty I): datato alla metà del III secolo, contiene in 30 fogli ampi frammenti dei vangeli.
  • Papiro 46 (Chester Beatty II): datato all’inizio del III secolo, contiene in 86 fogli frammenti del corpus paolino e della Lettera agli Ebrei.
  • Papiro 72 (Bodmer VIII): datato tra il III e il IV secolo, contiene frammenti delle epistole cattoliche più altri testi patristici.
  • Papiro 75 (Bodmer XIV-XV): datato all’inizio del III secolo, contiene in 27 fogli ampi frammenti di Luca e i primi 14 capitoli di Giovanni.
  • Papiro 64, meglio noto come Papiro Magdalen, è un antico manoscritto del Nuovo Testamento, contenente frammenti del Vangelo secondo Matteo, datato tra la fine del II e gli inizi del III secolo. L’ipotesi del papirologo Carsten Peter Thiede, secondo il quale il papiro andrebbe retro-datato all’anno 70 diventando dunque il più antico testimone del vangelo matteano, è rigettata dalla gran parte degli studiosi, ma ha reso famoso questo frammento.
  • Papiro 7Q4, datato dal paleografo Colin H. Roberts tra il 50 a.C. e il 50 d.C., conterrebbe secondo l’ipotesi O’Callaghan trascrizioni di parti del Nuovo Testamento. Nel caso di 7Q4 si sarebbe trattato di un frammento della Prima Lettera a Timoteo. La tesi, che ha avuto grande eco, e seppur sostenuta da altri esperti (Herbert HungerCarsten Peter Thiede, ecc.), non ha convinto tuttavia la maggior parte degli studiosi del campo, che continuarono a considerare i frammenti come non identificati.
  • Il Papiro 7Q5, ritrovato tra i manoscritti del Mar Morto delle grotte di Qumran e datato tra il 50 a.C. e il 50 d.C., contiene poche lettere (9 identificabili con certezza) che secondo l’ipotesi O’Callaghan (1972) corrispondono a Vangelo secondo Marco 6,52-53; l’identificazione avanzata da José O’Callaghan ha incontrato tuttavia lo scetticismo del mondo accademico.

A questi dobbiamo aggiungere i codici Vaticanus e Sinaiticus e nessuno di questi mostra differenze sostanziali, a dimostrazione che il testo dei Vangeli canonici non è stato modificato nel tempo. Comunque dal momento che l’autore afferma diversamente mi ripropongo di tornare sull’argomento nel momento in cui ci spiegherà il perché sostiene una tale tesi. Il resto delle informazioni di questo paragrafo sono, come spesso accade, una forma di pubblicistica anticattolica tipica di chi è anticlericale. E’ vero che ci furono roghi di libri e che ci furono diversi Concilii che portarono a una definizione più organica del credo cristiano, ma presentare questi fatti in maniera del tutto negativa e avulsa dal loro contesto storico li falsa nella loro realtà e serve non a comprendere il fatto, ma solo a gettare discredito sulla Chiesa. Per cui ha anche poco senso replicare nello specifico, però è utile osservare che il tono più che scientifico e distaccato è smaccatamente anticlericale e questo già pone dei dubbi sulla bontà di quanto proposto perché probabilmente inficiato da un pregiudizio a prescindere.

Qui potete verificare quanto vi ho detto sui Vangeli: http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo

  
Ma gli storici cristiani, diversamente dai propri condottieri militari, si dimostrarono incapaci di consultare i rotoli dei cronisti imperiali del I secolo. La superficialità con la quale gli scribi di Dio lessero le passate vicende, utili a prelevare dati e nomi famosi dei personaggi che dovevano interagire con gli eroi del cristianesimo primitivo, costerà molto cara al futuro potere ecclesiastico. Un potere assoluto che continuò anche dopo la disgregazione dell’Impero Romano… fino ad oggi. Un potere che, alla fine, dovrà fare i conti con il giudizio inappellabile della Storia: la stessa alla quale gli scrivani di Dio affidarono la “Verità” di Gesù Cristo. 
Storia, archeologia, numismatica, geotopografia, sono le discipline cardine della scienza razionale che ha iniziato a demolire l’oscurantismo superstizioso del Cristianesimo, come di ogni altro Credo, ad iniziare da quelli fondati sul monoteismo assoluto. Ma, dal Concilio di Costantinopoli, dovranno passare molti secoli prima che si avviasse il processo conclusivo in grado di emettere il verdetto irrevocabile della Storia… 

 

E’ chiaro che fino a ora abbiamo letto opinioni dell’autore, opinioni che sono chiaramente e dichiaratamente anticattoliche e che quindi fanno già sorgere dei dubbi sulla parzialità del suo lavoro. Inoltre c’è qui un punto su cui mi soffermerei perché viene detto che gli storici cristiani furono superficiali nella loro costruzione artificiosa e quindi si lascia intendere che commisero degli errori, errori che costeranno loro molto cari tanto che, e questa è una mia riflessione, per duemila e passa anni nessuno si è mai accorto di nulla, nessuno storico, laureato, che ha pubblicato libri sull’argomento si è mai accorto di nulla, fino al momento in cui l’autore, che non è storico di professione, che è dichiaratamente anticlericale ha scoperto tutto… mi sembra un po’ strano, ma vedremo, intanto non mi è chiaro, se gli storici furono così superficiali com’è che per 2000 anni non se ne è accorto nessuno? Ma magari ho frainteso tutto io, vedremo alla fine.
Alfred Loisy, sacerdote cattolico francese (1857 – 1940), teologo esegeta di fama internazionale, docente di ebraico e Antico Testamento, propugnava la critica storica scientifica, applicata agli scritti neotestamentari, come primo metodo da seguire per la ricerca sulle origini del Cristianesimo. Con i suoi studi il biblista contestò la storicità della “Passione e Resurrezione di Cristo” dimostrando, inoltre, che Gesù non volle essere il fondatore di una nuova religione, tanto meno di alcuna Chiesa. L’esegeta cattolico, previa una corretta analisi filologica, si spinse ad affermare che Gesù, storicamente, fu un “Nazireo”, non un “Nazaretano”, in quanto appartenente alla setta dei Nazirei, i consacrati a Dio che fecero voto di mantenere capelli e barba intonsi e astenersi dal bere bevande inebrianti (lo stesso voto di Sansone e, per i vangeli, di Giovanni Battista); pertanto l’identificazione intesa come “abitante di Nazareth” non era valida. 
In base agli scritti dello storico ebreo dell’epoca, Giuseppe Flavio, i Nazirei erano una setta di Giudei integralisti nazionalisti, avversari della dominazione pagana sulla terra d’Israele e, come tali, perseguitati sia dalla aristocrazia sacerdotale opportunista ebraica che dai Governatori romani o regnanti Erodiani.
L’ 8 aprile 1546, il Concilio di Trento decretò: «Il sacrosanto concilio tridentino … accoglie e venera tutti i libri, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi». Gli Scritti Sacri di Dio non potevano essere messi in discussione da nessuno, pertanto, come prevedibile, nel 1908 Loisy venne scomunicato dalla Chiesa Cattolica … e ad oggi nulla è cambiato: Dio non può sbagliare … secondo i credenti.

 

La vicenda di Lousy è corretta anche se avulsa dal suo contesto storico che vedeva la Chiesa Cattolica impegnata in una strenua lotta col modernismo. In ogni caso Lousy credeva all’esistenza di un Gesù storico, non lo ha mai negato almeno che sappia io, per comprendere meglio le sue posizioni riporto una sua citazione:

« Non ammettevo che Cristo avesse fondato la Chiesa né i sacramenti; professavo che i dogmi si erano formati gradualmente e che non erano immutabili; analoghe considerazioni esprimevo in merito all’autorità ecclesiastica, alla quale attribuivo la funzione di un apostolato d’educazione umana, senza riconoscerle in alcun modo un diritto assoluto, illimitato, sull’intelligenza e sulla coscienza dei credenti. Non mi limitavo dunque a criticare Harnack, ma insinuavo pure con discrezione, ma con efficacia, una riforma essenziale dell’esegesi ricevuta, della teologia ufficiale, del governo ecclesiastico in generale. »

(A. Loisy, Memorie, I, pp. 466-467.)

 

La sua ipotesi sul “Gesù Nazireo” è appunto un’ipotesi, non dimostrata, molto interessante. La frase del Concilio di Trento rischia di fuorviare, infatti il Concilio Vaticano II con la Dei Verbum ha chiarito meglio cosa si intende dicendo che Dio è autore del Nuovo e del Vecchio Testamento, ovvero che esso è inerrante (privo di errori) non dal punto di vista storico, ma dal punto di vista della salvezza personale (questo può piacere o non piacere, può essere condiviso oppure no, ma è quello che la Chiesa ha detto).

 

Sulla figura di Alfred Lousy vi segnalo http://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Loisy

Su come la Chiesa si pone nei confronti delle Scritture Sacre segnalo questo semplice link (che è Cattolico perché dov’è che si può leggere il pensiero della Chiesa se non dalla Chiesa?): http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s1c2a3_it.htm

Un biblista non deve limitarsi a comparare la documentazione evangelica con le testimonianze dei Padri della Chiesa per scoprire le numerose contraddizioni riscontrate nei testi dottrinali ad oggi pervenuti, ma il metodo più proficuo, ai fini dell’accertamento delle verità o delle falsificazioni, è quello di confrontare tali scritti e verificarne la corrispondenza attraverso analisi critiche più avanzate. Avvalendoci di informazioni comprovate contenute nella storiografia,escludiamo, inderogabilmente, l’utilizzo di qualunque congettura o ipotesi per cercare di “spiegare” determinate vicende descritte nei vangeli. Solo un presuntuoso sprovveduto può biasimare i documenti neotestamentari, fondamento della dottrina cristiana da oltre 1700 anni, limitandosi ad inventare teorie paradossali su cui costruire futili verità invece di basare le sue analisi su precise constatazioni di fatti realmente accaduti.

Curioso che si dica cosa un biblista deve o non deve fare, perché immagino che il biblista, in quanto tale avrà fatto un corso di studi dove gli sarà stato insegnato cosa deve o non deve fare. E’ un po’ come se io, che non sono ingegnere, dicessi a un ingegnere cosa deve o non deve fare quando fa l’ingegnere. Comunque prendiamo atto che l’autore dice che non utilizzerà nessuna congettura o ipotesi bensì precise constatazioni di fatti realmente accaduti. Ancora non è entrato nel merito, ma mi sovviene una considerazione se le sue analisi si baseranno davvero su precise constatazioni di fatti realmente accaduti e non su congetture o ipotesi vuol dire che tutti gli altri che come lui hanno proposto teorie “alternative” sul Gesù storico sono “presuntuosi sprovveduti” a meno che le loro conclusioni non coincidano con quelle dell’autore? Penso ad altre persone che su Internet hanno messo in discussione l’esistenza di Gesù storico. O forse ho compreso male io il pensiero dell’autore? Anche questo è possibile.

Per contro, anziché disquisire su cosa fecero o dissero Gesù, Apostoli e Maria Vergine – trattandosi di protagonisti oggetto di culto e descritti come autori di gesta, tanto mirabolanti quanto impossibili – primo dovere dei docenti di storia del Cristianesimo è quello di accertare che siano esistiti realmente indagando sui personaggi noti dell’epoca che, secondo i vangeli e la patrologia, risultano aver interagito con i “prodigiosi” Santi. Personaggi famosi, uomini veri, e per questo rintracciabili nelle fonti trascritte, supportate da archeologia, filologia, epigrafi, numismatica. 
La ricerca critica testuale può verificare se la narrazione dei rapporti, intercorsi fra i sacri interpreti della mitologia cristiana con le persone celebri di allora, si dimostra autentica, falsa o manomessa volutamente.

Tacito, Svetonio, Giuseppe Flavio, Cassio Dione, Plinio il Giovane, Esseni e Zeloti dei rotoli del Mar Morto, gli scribi patristici e molti altri, quando riportarono le cronache di allora, inconsapevolmente, hanno tramandato testimonianze, tali, che oggi permettono di ricostruire gli avvenimenti giudaici di duemila anni addietro e far luce sul vero messianismo (cristianesimo) primitivo del I secolo che dette origine, in epoca successiva, al mito di “Gesù Cristo”.

Curiose affermazioni che se prese alla lettera ci porterebbero a chiederci: se di Gesù, Maria e gli Apostoli viene messa in dubbio non l’aspetto religioso, ma proprio la loro stessa esistenza perché non applicare lo stesso metodo a ognuno dei personaggi con cui hanno interagito e che invece si da per scontato siano “uomini veri”? Inoltre Tacito, Svetonio e gli altri personaggi dubito che ci abbiano tramandato testimonianze in maniera inconsapevole dal momento che erano quasi tutti storici che scrivevano proprio con lo scopo di tramandare la storia. Ma proseguiamo nella lettura e vediamo dove l’autore vuole andare a parare perché forse sono io a non comprendere.

Al fine di garantire la verificabilità, sarà quindi nostro compito fondamentale approfondire le indagini storiche basandoci unicamente sulle risultanze testuali delle citazioni di provenienza diretta nonché sulle constatazioni archeologiche, evitando le espressioni superflue e preoccupandoci più della chiarezza che dell’eleganza, pur sapendo in anticipo che il nostro lavoro sarà incompleto ma già di per sé con esiti tali da essere attaccato dalla critica dogmatica con inaudita violenza. Studi che, a onor del vero, pur non essendo difficoltosi tuttavia richiedono l’impegno necessario per essere assimilati compiutamente.
Previa l’esclusione di una enorme, quanto superflua, bibliografia celebrativa cristiana, la conoscenza degli eventi lontani,tramite le fonti dellepoca, ci consente di procedere nella ricerca “dentro” un autentico apparato critico e dimostrare la falsificazione di tutti gli “Atti del Sinedrio” di Gerusalemme (il Supremo Tribunale Giudaico) riportati nei Vangeli e in “Atti degli Apostoli” (le gesta di “Gesù”, “san Pietro”, “san Paolo”, “santo Stefano”, ecc.). 

Siamo pronti a vederle queste fonti storiche e a leggere queste indagini, perchè fino ad adesso, in particolare quando si parla di attacchi di inaudita violenza della critica dogmatica e dell’esclusione di una enorme, quanto superflua bibliografia celebrativa cristiana si ha l’impressione da una parte di tanti discorsi superflui (proprio quello che l’autore ha detto di voler evitare) e dall’altra il rifiuto di tanta storiografia comunemente accettata, accademicamente comprovata, per il semplice fatto di non essere d’accordo col pensiero dell’autore, non per delle critiche oggettive e motivate. Però stiamo a vedere, magari tutto verrà poi motivato.

Ma l’analisi storiologica va oltre ed è in grado di scoprire il motivo delle mistificazioni e perché l’unico “Atto del Sinedrio” – a noi fatto pervenire nelle opere dello storico Giuseppe Flavio dalla morte di Erode il Grande sino al 66 d.C. – risulta essere soltanto quello di “Giacomo fratello di Gesù detto Cristo” … rivelatosi manomesso dagli scribi cristiani, come proveremo negli studi seguenti. 
Dagli “Atti” di un vero Sinedrio ebraico, mentre era in corso il “Processo a Gesù”, non sarebbe mai risultato che i Giudei osarono scagliare contro se stessi e i propri figli la maledizione riportata nei Vangeli (Mt 27,25):

“E tutto il popolo rispose: il suo sangue (di Gesù) ricada sopra di noi e i nostri figli”.

Una cronaca descritta da amanuensi talmente catechizzati al punto da far decadere la veridicità del “processo a Gesù” ancor prima che potesse iniziarsi. Infatti, un eminente sacerdote ebreo come Giuseppe, discendente dagli Asmonei per parte di madre e da Sommi Sacerdoti in linea paterna, così come tutti i Giudei di allora e di oggi, non avrebbe mai potuto riconoscere verosimile questo paradosso: gli Ebrei, dopo averlo osannato, fanno crocefiggere il proprio “Messia” divino e nel contempo si maledicono per l’eternità. L’evento, se per assurdo fosse accaduto, sarebbe stato di una tale gravità che lo storico sacerdote, ligio al proprio credo, l’avrebbe riferito nelle sue cronache, poiché, poco prima della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. ad opera di Tito, figlio dell’Imperatore Vespasiano, provvide personalmente a recuperare gli Atti del Sinedrio insieme a tutti i documenti conservati negli Archivi Pubblici (fatto che dimostreremo più avanti).

Aspettiamo di vedere le prove che l’autore porterà a sostegno della sua tesi, sopratutto quelle relative alla manomissione perché certe accuse non andrebbero fatte con leggerezza. Notiamo invece che fino ad ora l’autore ha solo portato ipotesi e supposizioni. Ad esempio il sostenere che quanto riportato da Matteo sia un Atto del Sinedrio e che lo stesso avrebbe dovuto essere riportato da Giuseppe Flavio è solo un’ipotesi, su cui si può convenire o meno, ma che sicuramente non è una prova.

La mancata citazione di ulteriori Atti del Sinedrio, da parte dello storico, ci porta ad indagare sugli “Atti degli Apostoli” e sui Vangeli perché quanto viene riferito in questi manoscritti, in ultima analisi, avremmo dovuto trovarlo negli Atti di un vero Sinedrio e riportati dall’ebreo nel XVIII Libro di “Antichità Giudaiche”: l’epoca di Gesù. 
E’ grazie alla storia che possiamo dimostrare l’insussistenza degli Apostoli, pertanto, apriamo il sacro testo, redatto dall’evangelista Luca che ne descrive le imprese miracolose, e diamo inizio al confronto tra il mito teologale della “Salvezza per la Vita Eterna” con … il razionalismo storico.

Sinceramente non capisco il nesso tra il fatto che ciò che è scritto nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli si debba anche ritrovare nel XVIII libro di Antichità Giudaiche. Questa a mio avviso è una pura congettura dell’autore, non supportata da alcun dato. L’impressione fino ad ora è che si voglia dimostrare una tesi e si mettano giù le pedine in maniera tale da dimostrarla, invece di fare semplicemente ricerca storica e vedere quali sono i risultati, inoltre i continui richiami sottointesi e no a una probabile falsificazione e manipolazione dei testi da parte dei cristiani fa già intuire che la ricerca storica dell’autore non è proprio imparziale, ma già orientata da una parte.
Parte I

 

Atti degli Apostoli

Dopo l’ascensione in cielo di Gesù, gli Apostoli, rimasti nella Città Santa, danno inizio alla diffusione della dottrina predicata da Cristo. Sotto il portico di Salomone e nelle piazze, emulando il loro “Maestro”, si esibiscono in guarigioni straordinarie, esaltano il popolo e attirano le folle delle città vicine “che accorrevano, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti. Il Sommo Sacerdote e i Sadducei, “pieni di livore”, li fanno arrestare con l’accusa di “aver predicato in nome di costui (Gesù Cristo) e, convocato il Sinedrio di Gerusalemme, il massimo Tribunale giudaico, avviano l’atto processuale minacciando di “metterli a morte” (At 5,12-33):

“Si alzò allora nel Sinedrio un fariseo, di nome Gamalièle, Dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini (gli Apostoli). Qualche tempo fa venne Theudas, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s’erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anchegli perì e quanti s’erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini (gli Apostoli) e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività(Cristianesimo) è di origine umana, verrà distrutta (come avvenuto a Theudas e Giuda il Galileo); ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere e li rimisero in libertà” (At 5,34-40).

Tutti i personaggi descritti nel brano sono realmente esistiti all’epoca, anche il sacerdote Gamalièle il cui figlio diverrà Sommo Sacerdote del Tempio nel 63 d.C. (Ant. XX 213); ma, dopo attento esame, la prima considerazione da fare è che questo evento, se fosse veramente accaduto, si è verificato quando il Re dei Giudei, Erode Agrippa I, era ancora vivo nella sua reggia in Gerusalemme. 
Infatti, al momento del sermone di Gamalièle sono vivi tutti gli Apostoli e fra questi, oltre a Simone Pietro, anche Giacomo il Maggiore il quale, secondo l’evangelista (At 12,1), verrà ucciso dallo stesso Re Agrippa (che regnò sulla Giudea dal 41 al 44 d.C.) prima di morire (44 d.C.). Seguiamo ora gli eventi accaduti in Giudea e descritti da Giuseppe Flavio nei resoconti storici del Libro XX di “Antichità Giudaiche” (Ant. XX cap.V, 97/102):

97. “Durante il periodo in cui Fado era Procuratore della Giudea (44-46 d.C.), un certo sobillatore di nome Theudas persuase la maggior parte della folla a prendere le proprie sostanze e a seguirlo fino al fiume Giordano. Affermava di essere un Profeta al cui comando il fiume si sarebbe diviso aprendo loro un facile transito. Con questa affermazione ingannò molti.
98. Fado però non permise loro di raccogliere il frutto della loro follia e inviò contro di essi uno squadrone di cavalleria che piombò inaspettatamente contro di essi uccidendone molti e facendone altri prigionieri; lo stesso Theudas fu catturato, gli mozzarono la testa e la portarono a Gerusalemme.
99. Questi furono gli eventi che accaddero ai Giudei nel periodo in cui era Procuratore Cuspio Fado 
(44 – 46 d.C.). 
100. Il successore di Fado fu Tiberio Alessandro 
(Procuratore dal 46 al 48 d.C.), figlio di quell’Alessandro che era stato Alabarca in Alessandria.
101. Fu sotto l’amministrazione di Tiberio Alessandro che in Giudea avvenne una grave carestia durante la quale la Regina Elena comprò grano dall’Egitto con una grande quantità di denaro e lo distribuì ai bisognosi, come ho detto sopra.
102. Oltre a ciò, Giacomo e Simone, figli di Giuda Galileo, furono sottoposti a processo e per ordine di Alessandro vennero crocefissi; questi era il Giuda che – come ho spiegato sopra – aveva aizzato il popolo alla rivolta contro i Romani, mentre Quirinio faceva il censimento in Giudea”.

Tali avvenimenti, separati fra loro da due o tre anni, sono la prova che il sacerdote Gamalièle non ha mai potuto pronunciare nel Sinedrio il discorso a difesa degli Apostoli perché in quello stesso momento il Profeta “Theudas” era ancora vivo. Infatti, facendo attenzione alle date, seguiamo la storia di Giuseppe Flavio:
– nel 44 d.C. muore Re Erode Agrippa I ma, essendo il figlio troppo giovane per governare, l’Imperatore Claudio decide di ricostituire la Provincia romana di Giudea, Samaria, Idumea, Galilea e Perea; di conseguenza …
– nel 44 d.C. gli fa subentrare, come Governatore della Provincia, il Procuratore Cuspio Fado che durante il suo incarico (44-46 d.C.) fa uccidere “Theudas”, la cui testa viene portata ed esibita in Gerusalemme come monito rivolto a chi volesse seguire il suo esempio;
– nel 46 d.C. il Procuratore Tiberio Alessandro sostituisce Cuspio Fado e, nel corso del suo mandato (46/48 d.C.), dopo un processo, dà l’ordine di crocifiggere Giacomo e Simone.

Pertanto, all’interno del Sinedrio convocato in seduta deliberante per decidere sulla sorte dei “dodici Apostoli”, da quanto abbiamo letto in “Atti”, come ha potuto l’evangelista Luca far dire a Gamalièle che “Theudas era già morto quando Erode Agrippa era ancora vivo … e Cuspio Fado (che avrebbe poi ucciso Theudas), non era ancora subentrato ad Agrippa

Fermiamoci e cerchiamo di analizzare i dati fin qui presentati perché effettivamente essi pongono un problema, non tornano i conti delle datazioni tra quanto affermato da Gamaliele negli Atti degli Apostoli e quanto riporta Giuseppe Flavio, come possiamo spiegare questa discrepanza? Abbiamo elementi che ci portino a darci una spiegazione?

Intanto vi segnalo questo link, dove potete recuperare l’intero testo di Antichità giudaica e verificare quanto stiamo per sostenere: http://www.alateus.it/Antichitait.pdf

 

Partendo da questi dati vediamo cosa possiamo dedurre o affermare:

–      Molto probabilmente Giuseppe Flavio e Gamaliele parlano di due Theudas diversi, perché Gamaliele è molto preciso e dice che a Theudas si aggregarono circa 400 uomini, mentre Giuseppe Flavio non cita numeri, ma un personaggio che appare molto più problematico del Theudas di cui parla Gamaliele, infatti parla “della maggior parte della folla”. Nel paragrafo successivo Giuseppe Flavio racconta della morte di ventimila uomini è facile quindi che la morte di 400 persone non la ritenesse poi così degna di nota.

–      Il Theudas di Gamaliele dice di “essere qualcuno”, quello di Giuseppe Flavio di essere un Profeta.

–      Dei seguaci del Theudas di Gamaliele è detto che si aggregarono a lui, dei seguaci del Theudas di Giuseppe Flavio è detto che presero le loro cose e lo seguirono fino al Giordano.

–      I seguaci del Theudas di cui parla Gamaliele è detto che si dispersero, mentre quelli che seguirono il Theudas di cui parla Giuseppe Flavio furono in molti uccisi e fatti prigionieri.

–      Il Theudas di Gamaliele viene semplicemente ucciso, il Theudas di Giuseppe Flavio è ucciso, decapitato e la sua testa portata a Gerusalemme.

Ci sono tutti gli elementi per ritenere che si tratti di due Theudas diversi, anche se non ne abbiamo la prova, inoltre la differenza di date ci lascia con un interrogativo perché, se non sono due Theudas diversi, ma lo stesso, è chiaro che una delle due fonti ha commesso un errore e anche questo è possibile, ma proseguendo con l’analisi scopriamo che sebbene Theudas sia un nome non certo comune era un nome che appare negli ossari di Gerusalemme di quel periodo (si veda ad esempio l’iscrizione 1255. Theudas, da come risulta dai documenti, era il nomignolo di tutta una serie di nomi greci quali: Theodoto, Theodoro etc..), inoltre all’epoca sappiamo che era comune avere due nomi, uno greco e uno ebraico, per cui Theudas potrebbe essere la versione greca di molti nomi ebraici. Infine è sempre Giuseppe Flavio che quando ci racconta della morte di Erode ci dice che a questa seguirono molti tumulti e non tutti ci sono riportati.

Naturalmente esistono anche altre possibilità, come il fatto che uno dei due scritti abbia fatto da fonte per l’altro e che i dati siano stati presi male, ma l’ipotesi più probabile, allo stato attuale credo sia che si tratti di due personaggi diversi.

Noi abbiamo constatato, semplicemente, che quel discorso era falso: Gamalièle non poté farlo perché Re Erode Agrippa e “Theudas erano ancora vivi entrambi. Fu scritto in epoca successiva da uno scriba cristiano con lo pseudonimo “Luca” e lo mise in bocca a Gamalièle, importante membro del Sinedrio vissuto realmente, per discolpare, in un processo del Tribunale giudaico, gli Apostoli arrestati, fra cui Simone e Giacomo, dall’accusa di istigazione uguale a quella di Theudas, Giuda il Galileo e i suoi figli Giacomo e Simone; accusa che comportava la pena di morte da parte dei Romani. Ma, poiché il discorso era (ed è) una assurdità è evidente che non fu fattopertanto era falso sia larresto che lassoluzioneperciò, a quella data, nessuno degli Apostoli era stato arrestato
Al contrario, al verso 102, come sopra abbiamo letto in “Antichità”, sia Giacomo che Simone, figli di Giuda il Galileo, “furono sottoposti a processo” e fatti giustiziare: quindi colpevoli e non più latitanti (nel 46/48 d.C., dopo la morte di Erode Agrippa).

Qui ci sono una serie di affermazioni che non tornano né per logica né per coerenza con quanto sostenuto in precedenza, vediamole:

–      Non è stato constatato, cioè provato che il discorso era falso, questa è solo una supposizione. Ci sono altre ipotesi, altrettanto, se non più valide, che fanno ritenere vero il discorso pronunciato da Gamaliele.

–      Si dice che questo discorso fu inventato per discolpare gli Apostoli, ma subito dopo si dice che non ci fu nessun arresto e nessuna assoluzione, quindi che senso aveva inventarsi questo discorso di Gamaliele? Sarebbe tutto inventato, ma a quale scopo? E dove sarebbe la prova di questa invenzione?

–      Si dice che il discorso di Gamaliele serviva ad assolvere gli Apostoli, ma non è vero, perché di per sé il discorso di Gamaliele non assolve nessuno, semplicemente dice non curatevi di loro perché se ciò che fanno è umano finirà da solo, se invece è da Dio non si riuscirà mai a farli tacere. Insomma questo sembra tutto tranne un’assoluzione. Oltretutto se si continua a leggere si scopre che gli apostoli vengono fustigati e viene loro intimato di non parlare più come facevano prima di essere liberati, che razza di assoluzione è?

–      Il Giacomo e Simone di cui si parla in Antichità qual è la prova che siano gli stessi Giacomo e Simone Apostoli?

Insomma, fino ad adesso abbiamo: libere interpretazioni, opinioni, supposizioni personali presentate come prove.

Contrariamente a quanto evidenziavano le vicende concrete, il vero scopo di san Luca era far apparire ai posteri che il Sinedrio aveva assolto gli “Apostoli”, fra cui Giacomo e Simone, dall’accusa, così come articolata in ipotesi da Gamalièle, di essere equiparati ai Profeti rivoluzionari Giuda il Galileo, i suoi figli Giacomo e Simone e Theudas. Imputazione, come abbiamo visto, fatta “smontare” da un Gamalièle che, nella realtà, non avrebbe potuto prevedere la morte improvvisa di Re Agrippa I, né l’incarico del Procuratore Cuspio Fado, né che questi avrebbe poi ucciso Theudas.  
Tale “Atto del Sinedrio”, inventato e riportato in “Atti degli Apostoli”, convocato mentre Erode Agrippa era ancora vivo, è una falsificazione tesa a fugare ogni dubbio sulla condotta zelota degli “Apostoli”, dissociandoli dai sobillatori Theudas e Giuda il Galileo, e ad introdurre l’altra menzogna correlata alla persecuzione dei successori di Cristo da parte di Agrippa: la “fuga” dal carcere di Simone Pietro per l’intervento di un angelo di Dio (sic! At 12,7) nonché l’uccisione di Giacomo, falsamente addebitata al Re da “l’evangelista” impostore.

Come può verificare chiunque legga il passo degli Atti degli Apostoli, il discorso di Gamaliele non assolve li apostoli né li condanna di nulla, semplicemente esprime un’opinione saggia riguardo a ciò che stava accadendo. Oltretutto se si continua a leggere si scopre che gli apostoli vengono fustigati e viene loro intimato di non parlare più come facevano prima di essere liberati, che razza di assoluzione è? Inoltre l’ipotesi ha proprio poco senso logico, ragioniamo per assurdo e supponiamo che sia come dice l’autore che l’obiettivo fosse quello di far apparire ai posteri che il Sinedrio aveva assolto gli Apostoli perché non scriverlo in maniera più semplice, diretta e chiara? Se si inventa si può inventare meglio,no? Invece Luca si sarebbe inventato un discorso che non assolve gli apostoli e che in più presenta un errore storico che chiunque poteva e può verificare? Tanto più se questo era stato fatto per “fugare ogni dubbio” lo si sarebbe fatto meglio, no? Invece in questo testo non c’è alcuna assoluzione da parte del Sinedrio, gli apostoli vengono fustigati e ripresi e solo dopo liberati.

In più il senso della frase di Gamaliele non è di dissociare gli Apostoli dai rivoluzionari che cita, bensì il contrario. Gamaliele dice: è venuto tizio ed è perito, è venuto caio ed è perito quindi non preoccupatevi di questi che se sono come tizio e caio periranno anche loro e se non lo sono, perché inviati da Dio, è inutile qualunque cosa faremo. Quindi esattamente il contrario di quanto sostiene l’autore perché con questo discorso Gamaliele associa gli Apostoli a Theudas e a Giuda il Galileo non li dissocia, è sufficiente leggere il testo per accorgersene.Il resto, al momento, sono solo illazioni dell’autore (come tutto il resto fino ad ora).

Risultato: un falso Atto del Sinedrio non poteva che essere nullo, pertanto la sua datazione e il suo scopo erano e sono nulli. Ne consegue che introdurre in “Atti degli Apostoli un finto Atto del Sinedrio di Gerusalemme, il Supremo Consiglio del Sommo Sacerdote del Tempio, con funzioni giudiziarie e amministrative (pur se asservito al potere imperiale di Roma), operante nel I secolo, è un reato cui si deve rispondere di fronte alla storia.

 

Risultato: Fino a questo momento nessuna prova, solo supposizioni personali per di più basate su un preconcetto di partenza che non è certificato dai dati che il testo riporta, infatti non vi è alcuna assoluzione degli apostoli e non solo non vi è nessun dissociamento degli Apostoli da Theudas e Giuda il Galileo, ma anzi proprio ad essi vengono paragonati. Esattamente il contrario di quanto afferma l’autore che, per le sue opinioni, non dovrà comunque rispondere a nessuno.

Luca non si sbagliò ma fu costretto ad inventare questo “Atto del Sinedrio” perché voleva impedire l’identificazione di un apostolo con lo stesso nome di uno dei fratelli di Gesù. Inoltre doveva nascondere la relazione che intercorreva fra gli altri apostoli (con l’identico appellativo dei restanti fratelli di Cristo) e Giuda il Galileo, un famoso capo della rivolta popolare giudaica iniziatasi il 6 d.C. contro la dominazione di Roma. A tale scopo citò Gamalièle, un noto fariseo Dottore della Legge (ricordato più volte da Giuseppe Flavio ma defunto molte generazioni prima dello scriba “lucano”), per fargli testimoniare il falso sia su Theudas che su Giuda il Galileo, facendo risultare che quest’ultimo morì prima del Profeta – grazie all’affermazione riferita nel brano descritto “dopo di lui (Theudas) sorse Giuda” – col preciso intento di impedire a chiunque di sapere che il Profeta era uno dei figli rivoluzionari di Giuda, il capo degli Zeloti ormai morto da tempo, e infine comprendere il vincolo parentale, con il dirompente nesso, derivante dalla corrispondenza tra i nomi dei fratelli di Gesù e quelli dei figli del Capo degli Zeloti.           

Non è che ripetendo all’infinito un concetto questo diventa vero, sopratutto quando, come abbiamo visto non ha alcun fondamento se non la propria opinione. Abbiamo già visto in precedenza come i fatti che abbiamo a disposizione non ci fanno presupporre per nulla quanto afferma l’autore. In ogni caso anche a un semplice passaggio logico, senza nulla sapere degli avvenimenti dell’epoca, la cosa fatica a stare in piedi. Se Giuda il Galileo, come dice l’autore, era famoso, le sue parentele erano conosciute, quindi non si capisce come la semplice “invenzione” di una frase da parte di Luca avrebbe dovuto cancellare tutto questo e se questo fosse stato fatto apposta con l’intento denunciato dall’autore allora perché non si è modificato anche il testo di Giuseppe Flavio? La cosa non ha molto senso perché se si fosse davvero inventare una frase per depistare o la si inventa bene, modificando anche le altre fonti, oppure non ha proprio senso farlo perchè non si ottiene nulla, anzi si ottiene esattamente il contrario.    

Oltre a fungere da “testimonianza”, fu spacciato per vero un “giudizio” di assoluzione emesso nel corso di unprocesso“, istruito appositamente nellambito del Sinedrio, poichè lo scriba redattore di “Atti” aveva letto “Antichità Giudaiche” di Giuseppe Flavio ed al verso 102, come abbiamo visto sopra, é riferito che Giacomo e Simone, figli di Giuda il Galileo, furono sottoposti a processo
Pertanto, l’astuto evangelista celebrò un finto “contro processo” apposta per diversificare gli eventi ed impedirne la sovrapposizione grazie alla “assoluzione” degli apostoli Giacomo e Simone; in contrasto agli omonimi Zeloti, Giacomo e Simone, i quali, viceversa, furono condannati alla crocefissione. Lo scriba cristiano, infatti, sapeva bene che entrambi gli apostoli erano anchessi “Zeloti” … e fra poco lo verificheremo anche noi.

Se chi ha scritto gli Atti degli apostoli ha letto “Antichità Giudaiche” che senso aveva riportare negli Atti una notizia falsa di proposito ben sapendo che in “Antichità Giudaiche” la notizia era riportata correttamente e poteva essere letta da altri? Quindi o si falsificava anche “Antichità Giudaiche” o la cosa non aveva molto senso e lo scriba sembra tutto tranne che astuto. Se chi ha scritto Atti conosceva Giuseppe Flavio è invece motivo per sostenere o l’errore o il fatto che si parli di un altro Theudas. Poi, tanto per ribadire l’ovvio, basta leggere, le parole di Gamaliele non sono di assoluzione e non dissociano gli apostoli da Giuda il Galileo, anzi li associano. Comunque continuiamo a leggere e vediamo se anche gli apostoli erano Zeloti, sperando che le verifiche di cui si parla abbiano una sostanza maggiore di quanto letto fino ad ora.

Uno studioso che, seguendo la narrazione dello storico ebreo, giunge ai paragrafi dal 97 al 102 del XX Libro di “Antichità”, laddove si parla di Theudas e di Giacomo e Simone, i due figli di Giuda il Galileo, si rende conto che sono versi manomessi e il 101 addirittura interpolato per intero, ossia “incollato” in quel punto del Libro. 
Esso si richiama ad una gravissima, luttuosa, carestia che afflisse i Giudei, già descritta dettagliatamente dall’ebreo qualche capitolo prima, la cui datazione era vitale per la dottrina cristiana: avrebbe permesso di individuare lanno in cui fu giustiziato “Gesù”, le cause e il contesto storico che provocò levento
Nell’argomento VIII dimostriamo la falsificazione della carestia riportata anche in “Atti degli Apostoli” e in “Historia Ecclesiastica” di Eusebio di Cesarea.

 

Dunque ecco un altro tassello che ci viene svelato, secondo l’autore, come sostenevamo anche noi poco sopra, anche Giuseppe Flavio doveva essere stato manomesso, naturalmente nel prosieguo leggeremo le motivazioni portate per sostenere una cosa del genere (se ce ne sono). Al momento mi limito a dire che se Giuseppe Flavio è stato manomesso proprio in quel punto, supponiamo sia vero, come possiamo fidarci delle informazioni che ci fornisce per screditare gli Atti degli Apostoli? E se Giuseppe Flavio è stato manomesso in quel passo perché chi ha scritto Atti avrebbe dovuto falsificare ancora le informazioni di Giuseppe Flavio già falsificate? Al momento la cosa non sembra avere molto senso, ma andiamo avanti a leggere magari le cose si chiariscono più avanti.

Ma procediamo per gradi e ritorniamo al testo di Giuseppe Flavio sopra riportato di (Ant. XX 97/102) sottoponendolo ad una analisi filologica. Notiamo che Giacomo e Simone erano due veri appellativi giudaici indicati col patronimico, mentre “Theudas” non era un nome bensì un attributo che nel greco antico (koiné) voleva dire “Luce di Dio”. 
Esso rende l’idea di una traduzione corretta dall’aramaico (Giuseppe scrisse le sue opere in tale idioma poi ne curò la versione in greco) ma non è accompagnato dal nome proprio né da quello del padre quindi non identificabile come dato storico da tramandare ai posteri; pur essendo evidente che si trattava di una persona importantissima se i Romani portarono la sua testa, nientemeno, dal fiume Giordano sino a Gerusalemme per esibirla alla popolazione come mònito.Lanomalia di questo attributo senza nome e senza patronimico è condivisa sia in “Atti degli Apostoli” (lo abbiamo visto col discorso di Gamalièle) che dal Vescovo Eusebio di Cesarea (IV sec. d.C.), il quale, unico storico oltre all’ebreo, riporta l’episodio esattamente come lo abbiamo letto sopra nella sua “Historia Ecclesiastica” (Libro II cap. 3°,11) identificando il Theudas di “Atti” con quello di “Antichità”; e questo importante dato, già da solo, ci consente di accertare chi fu il primo falsario cristiano a capire quanto fosse dirompente per la sua dottrina il vero nome di Theudas.
Grazie alla carica di rilievo e all’influenza che esercitò sull’Imperatore Costantino e la sua Corte, Eusebio fu il primo cristiano ad aver la possibilità di accedere agli Archivi Imperiali e visionare gli scritti di Giuseppe Flavio reinterpretandoli nella sua Historia allo scopo di impedire l’identificazione dei veri protagonisti evangelici.

Innanzitutto non siamo certi che “Theudas” significhi “Luce di Dio” esiste chi sostiene che il termine sia di origine semitica e significhi anche “proveniente dall’acqua” (se traduco bene quel “flowing with water”, ma non è detto) come si può verificare qui http://www.ccel.org/ccel/hitchcock/bible_names.txt oppure “dato da Dio” come riportato qui http://www.laparola.net/vocab/parole.php?parola=Qeud%A9j Quindi sarebbe interessante capire da dove risulta che voglia dire “Luce di Dio”. Per capire chi era Eusebio di Cesarea vi rimando qui http://it.wikipedia.org/wiki/Eusebio_di_Cesarea indubbiamente sulla sua opera ci sono giudizi divergenti, c’è chi non la ritiene affidabile pensando sia uno storico disonesto e chi invece ritiene questa critica esagerata e ingiusta, il problema dell’attendibilità di quanto riporta Eusebio nasce dal fatto che non solo i suoi scritti sono quasi tutti apologetici, ma lui per primo difende la menzogna come una buona medicina da usare a volte e quindi in molti casi i suoi scritti da apologetici diventano apologie. In realtà Eusebio fu il primo storico a “inventare” la storia ecclesiastica e molte delle sue opere si rifanno a Egesippo le cui opere abbiamo perso e i cui riferimenti abbiamo solo nelle opere di Eusebio.

Ma Eusebio falsificò Giuseppe Flavio? Avrebbe potuto farlo? Indubbiamente per il suo ruolo aveva accesso agli Archivi Imperiali, ma modificarli? E modificarne tutte le eventuali versioni in maniera tale che a noi giungesse solo quella che voleva lui? E’ altamente improbabile, anche se non impossibile del tutto. In ogni caso è bene sapere che i manoscritti più antichi che abbiamo delle Antichità Giudaiche sono del IX-X secolo d. C. (se vi incuriosisce la cosa potete verificarlo qui http://www.tertullian.org/rpearse/manuscripts/josephus_antiquities.htm).

Proviamo ora a ragionare, su quello che sappiamo e che è stato detto fino a ora, in maniera molto semplice e lineare. Giuseppe Flavio scrive le Antichità Giudaiche nel 93-94 d. C. ma qualcuno le manipola successivamente per inserire o nascondere qualcosa Le citazioni più antiche che abbiamo degli Atti degli Apostoli sono del II secolo d. C. (http://it.wikipedia.org/wiki/Atti_degli_Apostoli) e sarebbero stati manipolati per nascondere qualcosa, però manipolati in maniera evidentemente sbagliata perché confrontandoli con Antichità giudaiche la differenza balza subito all’occhio (ma non se ne è mai accorto nessuno fino ad adesso). Infine si sostiene che sia stato Eusebio di Cesarea a falsificare il tutto (Eusebio visse a cavallo tra il III e il IV secolo d. C.) quasi duecento anni dopo quando tutti i fatti erano già conosciuti dai contemporanei e ricordiamoci che fino all’editto di Costantino i cristiani morivano per ciò che credevano, quindi se avessero saputo che i veri protagonisti del Vangelo non erano quelli descritti nel Vangelo stesso per chi morivano? Insomma al momento l’intera ipotesi non ha molto senso e fa acqua, non solo dal punto storico (infatti non c’è una sola prova a sostegno di quanto affermato), ma sopratutto dal punto di vista logico.

Fra le centinaia di appellativi giudaici dell’epoca, con il patronimico aggiunto obbligatoriamente al nome proprio per identificare le persone, lunico da eliminarsi era quello di Giuda il Galileo. Qualsiasi altro sarebbe stato lasciato nella cronaca … tranne quello del fondatore, il 6 d.C., della “quarta filosofia zelota” (così la chiamò lo storico), nazionalista rivoluzionaria, che propugnava l’uso della forza per liberare la terra d’Israele dall’occupazione romana ed eliminare le caste sacerdotali, opportuniste corrotte, così come quelle dei ricchi privilegiati ebrei.
I copisti amanuensi cristiani non potevano lasciare intatte, in un documento storico, descrizioni di vicende che, una dopo l’altra, vedevano come protagonisti tre uomini, giustiziati dai Governatori imperiali, con i nomi corrispondenti a quelli di tre fratelli di Gesù (stiamo per verificarlo), per di più risultanti figli di colui che fu Capo degli Zeloti; di conseguenza fecero passare il titolo “Theudas” come se fosse un nome, dopo aver cancellato quello vero, ma, senza rendersene conto, firmarono la contraffazione con le proprie mani quando scrissero “sobillatore di nome Theudas”* nel testo originale greco. Basta rileggere i brani storici su riportati per verificare che l’ebreo Giuseppe Flavio ha citato i diversi protagonisti direttamente col rispettivo appellativo, senza mai specificare di nome: sarebbe stato superfluo in quanto già “nomi”. La necessità di evidenziare un attributivo come “nome” dipese proprio dal fatto che non lo era.

Non è vero che il patronimico era aggiunto obbligatoriamente ai nomi di persona, abbiamo diversi casi dove ciò non avviene anche nello stesso Giuseppe Flavio che, ad esempio, quando parla del procuratore Felice lo dice fratello di Pallante (cfr. Ant. 20.137 ma anche Bell. 2.247), nei Vangeli ad esempio Giovanni è detto il Battista e talvolta solo il Battista. Negli stessi passi citati dall’autore Giuda il Galileo non viene citato con il patronimico, ma con un appellativo. Insomma l’uso del patronimico era sicuramente l’uso prevalente, ma non era obbligatorio c’erano casi, più rari, in cui non si usava, in particolare quando il nome da solo era sufficiente a identificare la persona perché magari si trattava di un nome poco usato e molto conosciuto (Theudas può facilmente rientrare in questa casistica dal momento che coinvolse nella sua rivolta, secondo lo stesso Giuseppe Flavio, molte persone e la sua testa fu portata come esempio a Gerusalemme sicuramente si sapeva di chi si parlava dicendo Theudas). Per fare un discorso esatto bisogna andare a vedere il testo greco, ma soffermiamoci sulla traduzione italiana postata dall’autore e leggiamola nella sua interezza, infatti il testo dice: “un certo sobillatore di nome Theudas”, è vero che altrove non si trova il “di nome” prima del nome, ma altrettanto ovvio che la costruzione della frase, almeno in italiano è tesa a sminuire il personaggio (Flavio Giuseppe pur essendo ebreo scrive dalla parte dei romani) e quindi cerca di ridurne l’importanza per cui anche il nome viene sottolineato in maniera negativa. D’altra parte se il testo fosse stato alterato per chissà quale complotto perché non alterarlo del tutto cambiando completamente il nome? Perché lasciare comunque dei nomi, soprannomi o quant’altro che potevano essere rintracciati? Tutto questo come già mostrato fino a ora non ha senso logico, ma proseguiamo a leggere sperando che lo assuma prima della fine.

*  Il lemma originale giudaico, che Giuseppe Flavio tradusse in greco con “Luce di Dio”, significava “Uriel” אוּרִיאֵל

Nessun giudeo dell’epoca si chiamava così perché nella mitologia ebraica (cfr Bellum V 388) era l’angelo che, con la spada fiammeggiante di Dio, fece strage (185.000 uomini) di Assiri: l’intero esercito di Re Sennacherib il quale, dopo aver invaso il regno di Giuda, teneva sotto assedio Gerusalemme. Non fu un caso se il sedicente profeta Giuda “Theudas” adottò come soprannome un titolo divino che per quella gente personificava la suprema giustizia vendicativa di Yahweh contro gli aggressori della Terra Promessa al Suo popolo. Il santo appellativo calzava perfettamente con gli intenti degli Zeloti … ma Cuspio Fado non era un seguace del Credo israelita e, abbiamo letto, “Uriel” non lo impressionò affatto. 

Del resto, la leggenda semitica è un adattamento in chiave religiosa di un verosimile episodio bellico, accaduto nel 701 a.C., testimoniato da una tavoletta d’argilla trovata nel palazzo reale di Ninive e conservata presso il British Museum. 
In essa si riporta, più realisticamente, che “i capi dei Giudei pagarono 30 talenti d’oro e 800 d’argento oltre un immenso bottino” al Re Sennacherib per togliere l’assedio a Gerusalemme … và da sè che le gesta dei “santi” eroi dell’Antico Testamento sono soltanto una leggenda alla pari degli altri miti.

 

Questa nota è esemplificativa di un modo di approciarsi alla storia fortemente deviato dal desiderio di trovare conferma alle proprie ipotesi iniziali. Per comprenderlo è sufficiente dire che dell’assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib parla la Bibbia, il prisma di Taylor, la tavoletta d’argilla ora conservata nel British Museum, ma anche Erodoto. Confrontando le tre versioni lo storico scopre come il fatto accaduto viene raccontato da chi ha subito l’assedio, da chi ha vinto l’assedio e da una terza parte, se volete vedere come si affronta, in maniera corretta storicamente, un argomento simile vi segnalo questo pdf  http://www.linfadellulivo.it/wp-content/uploads/S.Ponchia_Assedio-di-Gerusalemme-ad-opera-di-Sennacherib.pdf

Abbiamo poi già detto che non è certo che Theudas significhi “Luce di Dio” e per sapere davvero quale fu il lemma originale giudaico che Giuseppe Flavio tradusse in greco bisognerebbe avere in mano l’originale giudaico di Giuseppe Flavio che noi abbiamo solo in greco. Comunque riguardo Uriel, se volete approfondire, vi segnalo questo link  http://it.wikipedia.org/wiki/Uriel … va da sé che fino a ora si sono prese delle, legittime, opinioni personali, spacciandole come verità supportate da fatti e dati storici che al momento non ci sono.
Riguardo a Giacomo e Simone rileviamo che manca la motivazione per cui, una volta processati, furono condannati alla crocefissione; non era infatti sufficiente la semplice discendenza da Giuda il Galileo, come imputazione, perché si sarebbe violata la legge romana (innanzitutto) e quella ebraica. Tanto più la prassi voluta dal diritto romano imponeva l’iscrizione del reato su di un cartello appeso al collo del giustiziato e l’evento successe quando Giuseppe Flavio aveva dieci anni. Inoltre, dal modo estemporaneo con il quale viene introdotto il par. 102 (basta rileggerlo) risulta chiaro che lo storico ebreo ha già parlato in un precedente passo delle gesta di entrambi gli Zeloti poiché vengono citati come fossero già conosciuti. 
La motivazione della discendenza, peraltro, sarebbe valsa subito anche per “Menahem”, il cui vero nome, lo dimostreremo, era Giuseppe, ultimo figlio di Giuda e fratello minore di “Jeshùa”, il quale morirà molto tempo dopo in circostanze precise ma non a causa della discendenza dal fondatore dello zelotismo. Giuseppe non poteva risultare fra gli “Apostoli” perché, all’epoca di “Gesù” adulto, era troppo giovane per essere riconosciuto capo carismatico in grado, con le sue profezie, di trascinare uomini disposti a rischiare la vita per un ideale nazional religioso.

 

Continuano le supposizioni e le ipotesi personali, non supportate da alcuna evidenza e tra l’altro non si capisce neanche bene quale sia la tesi fino a ora esposta se non che sia gli Atti degli Apostoli che Giuseppe Flavio sono stati volontariamente falsificati per nascondere qualcosa che però è rimasto in bella vista. Speriamo che tutto si chiarisca più avanti.

 
Lo stesso vale anche per Theudas: il semplice fatto che “sobillasse” i suoi seguaci ad attraversare il Giordano per i Romani non aveva alcuna importanza, perciò anche questo dimostra che la notizia originale è stata successivamente mutilata da scribi copisti come l’altra riguardante Giacomo e Simone. Ma perché “l’evangelista Luca” era talmente interessato a lui al punto di farlo dichiarare morto, da Gamalièle, anteriormente a Giuda il Galileo? Semplice: conosceva chi fosse realmente perché aveva letto “Antichità Giudaiche” prima che venissero censurate dagli amanuensi e, così come vi trovò scritto che i seguaci del Profeta erano quattrocento *, al contempo seppe che era figlio di Giuda il Galileo, mafacendo risultare che muore prima di lui, egli non potrà mai essere identificato come suo figlio.

 

Quindi ecco spiegato l’arcano: “Luca” aveva letto Antichità Giudaiche prima che venissero modificate e così aveva scoperto chi fosse realmente Theudas e sopratutto che era figlio di Giuda il Galileo, ma dal momento che voleva nascondere questo fatto: cioè la relazione padre-figlio tra Theudas e Giuda il Galileo si inventa l’espediente di far dire a Gamaliele che Theudas è morto prima di Giuda il Galileo così che nessuno possa pensare che il primo sia il figlio del secondo.

A questo punto bisogna ammettere che questo “Luca” era proprio geniale perchè ha tentato di nascondere qualcosa:

– che era in bella vista in Antichità Giudaiche, dal momento che lui lo lesse lì e che queste, sempre stando a questa teoria, sarebbero state modificate dopo;

– in una maniera poco intelligente, perché non si nasconde che Caio è figlio di Tizio facendo morire Caio prima di Tizio, infatti molti figli sono morti prima dei padri, ma, eventualmente, facendo nascere Caio prima di Tizio.

In tutta questa teoria abbiamo poi la falsificazione anche di Antichità Giudaiche, operata successivamente, presumibilmente, da Eusebio di Cesarea, almeno 150 anni dopo, quindi quando gli Atti degli Apostoli erano già conosciuti dai cristiani e che cosa fa Eusebio? Falsifica Antichità Giudaiche così male da creare una palese incongruenza con gli Atti degli Apostoli? Proprio quando aveva la possibilità di sistemare il tutto?

Spero vi rendiate conto anche voi come l’intera teoria della falsificazione, su questi presupposti, non sta in piedi.Così come è presentata sfida proprio la logica, senza andare a scomodare la Storia.
* Lo scriba falsario commise l’ingenuità di riportare questo dato storico preciso in “Atti degli Apostoli”, pur essendo destinato ad essere modificato in “Antichità”. Uno “squadrone di cavalleria” romana consisteva di 120 cavalieri, i quali, ben addestrati ed equipaggiati con armamento pesante, piombarono sugli Zeloti ed il suo capo massacrandoli agevolmente.   

 

E perchè lo si sarebbe dovuto censurare? E perchè chi operò tutte queste supposte manipolazioni non si preoccupò di armonizzare i testi? Una soluzione di questo tipo solleva molteplici problemi innanzitutto di ordine logico rispetto a quanti vorrebbe risolverne. Oltretutto si attribuiscono epiteti come “falsario” senza che vi sia alcuna prova del fatto, ma semplicemente l’opinione dell’autore.
La lettura comparata fra i vangeli con le fonti storiografiche dell’epoca ci consentirà, procedendo nello studio, di individuare nel famoso Capo Zelota il reale padre di “Jeshùa”. Ma non basta, la verità é definitivamente venuta a galla con la scoperta di Gàmala, la città di Giuda il Galileo, un potente Dottore della Legge che rivendicava il diritto a divenire Re dei Giudei, come riferito da Giuseppe Flavio (Ant. XVII 272).
Le analisi appena fatte vengono confermate dalla realtà archeologica nonché dalla descrizione di Gàmala dello storico ebreo la quale corrisponde esattamente alla narrazione dettagliata di Nazaret che ritroviamo in tutti i vangeli; al contrario, la città attuale di Nazaret non ha nulla che coincida con la sua esposizione riferita in tali documenti.
Si può prendere visione della dimostrazione pubblicata nella ricerca successiva.
Con questo periodo si conclude la prima parte dell’articolo, che mi sembra estremamente inconcludente, presenta delle ipotesi personali dell’autore che poggiano su ulteriori ipotesi che prevedono, per stare in piedi, la falsificazione di ulteriori testi, in epoche successive e in maniera anche abbastanza stolta perché poi lascerebbero una serie di riferimenti che permettono di accorgersi della manomissione. Inoltre le ipotesi fin qui addotte sono proprio prive di logica interna e lo dimostra quest’ultima asserzione che vorrebbe che la Nazareth descritta dai Vangeli sia in realtà Gamala, perché è la città di Giuda il Galileo, si dice che questa uguaglianza è anche dimostrata, magari andremo a vederla, ma se è dimostrata come è stato dimostrato tutto fino adesso è chiaro che sappiamo già cosa aspettarci: nessuna dimostrazione e lì dove il testo non collima con l’ipotesi a cui si vuole arrivare allora si afferma che il testo è stato falsificato. Un modo di approccio alla storia del tutto ideologico che non porta ad alcun risultato se non alla conferma del pregiudizio di partenza perché si fa di tutto perché risulti proprio così. Comunque noi andiamo avanti, anche con la seconda parte, magari tutto quello che fino a ora non c’è stato ci sarà.

 

La seconda parte la pubblicherò non appena possibile.

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