Archive for the ‘Domande’ Category

Vaccini, la Chiesa cosa dice?

settembre 8, 2017

La settimana scorsa scrivevo di terrorismo e ora di vaccini, ma che ci azzeccano i vaccini con la fede e la religione?

Forse pochi lo sanno o forse molti lo hanno saputo in una maniera un po’ urlata, ma alcuni dei vaccini che usiamo sono stati prodotti, in origine, negli anni settanta da cellule di feti abortiti volontariamente. Ora questo per chi crede, si dichiara cattolico e vuole seguire la dottrina della Chiesa Cattolica (ho fatto la distinzione perché questi passaggi che sembrano ovvi, non lo sono tanto… ma questo è un altro discorso…) questo è un fatto importante, non da poco e così al riguardo si è pronunciata nel 2005 la Pontificia Accademia della Vita (potete leggere il testo qui vaccines_prepared_from_aborted_human_foetuses ) è molto interessante, ma in sostanza che cosa dice? Riassumo e semplifico:

  • da nessuna parte dice che non bisogna vaccinarsi
  • spiega quali sono i vaccini che derivano da questi aborti e la responsabilità morale di chi li usa.
  • questa responsabilità è diversa se ci sono o se non ci sono vaccini alternativi
  • dice che lì dove non ci sono vaccini alternativi è necessario lottare in tutti i modi possibili per ottenerli.

Personalmente ho scoperto cose che non sapevo, ma sono anche rimasto basito perché mentre molti fanno campagne (a mio avviso del tutto infondate) contro i vaccini a prescindere, non ho mai sentito di nessun gruppo di pressione cattolico per cercare di avere vaccini alternativi a questi. E il documento è del 2005, in realtà portato alla ribalta ora per ovvie ragioni, perché credo che prima lo ignorassero in molti.

Proprio per questo, a fine luglio del 2017, la stessa Pontificia Accademia della Vita è uscita con un comunicato che ha chiarito ulteriormente la questione (era necessario perché è stata strumentalizzata parecchio) e lo trovate qui: http://academiavita.org/_articles/324195660-vaccini_nota_amci_pav_cei.php

Che cosa dice? Leggetelo è corto, ma anche qui riassumo e semplifico:

– che quel documento del 2005 a breve verrà rivisto

– che ormai è tale la distanza tra le cellule di partenza e i vaccini attuali da non costituire più un problema morale

– che i vaccini sono sicuri, a parte rarissimi effetti collaterali e che non c’è nessuna relazione tra vaccini e autismo

– che è un obbligo morale garantire la copertura vaccinale per la sicurezza altrui.

In sostanza a me sembra che dica che è un obbligo morale vaccinarsi e che i vaccini sono, sostanzialmente sicuri.

Ora naturalmente è possibile che anche la Pontificia Accademia sia stata comprata dalle case farmaceutiche, d’altra parte ci sono cattolici che pensano che l’elezione di Papa Francesco sia stata truccata… insomma sapete com’è quando la Chiesa dice qualcosa che è più o meno allineata a come la pensiamo noi va tutto bene, quando dice qualcosa di diverso allora sta sbagliando la Chiesa, mica noi… perché noi sappiamo più della Chiesa cosa è giusto fare e non fare…

Benedetto XVI diceva che il cristiano adulto è colui che segue la Chiesa!

 

Come fermiamo i terroristi?

settembre 1, 2017

Di solito qui tratto argomenti religiosi o che hanno a che fare con la fede, quello del terrorismo invece sembra più un problema sociale, ma in realtà non c’è mai una netta distinzione tra i due ambiti (quello sociale e quello religioso). Qualcuno vorrebbe o pensa che la fede rimanga esclusivamente un fatto privato, ma non è così perché, come ogni cosa che io vivo nel privato, si riflette poi nel pubblico, nel sociale. Se litigo con mia moglie è chiaro che è un fatto privato, ma poi, molto probabilmente, il mio cattivo umore mi segue anche nei rapporti con gli altri che avrò durante la giornata. Lo stesso per la fede, se credo in un Dio che mi ama sempre e comunque o credo in un Dio che mi osserva dall’alto per guardare quando sgarro e punirmi, questo si rifletterà anche su come io mi rapporto con gli altri. Chiaramente ho esemplificato il concetto, ma spero si sia capito. Veniamo ora al terrorismo che spesso e volentieri si identifica in un credo, quello islamico, quindi la domanda come ci si difende? Come lo si ferma? Come si può impedire che accada di nuovo?

A questo  interrogativo io rispondo proponendo una mia, personale riflessione. Dobbiamo difenderci dal terrorismo con tutti i mezzi leciti a nostra disposizione, le forze di polizia, di Intelligence, di antiterrorismo ci sono per questo e devono poter operare al meglio e al massimo. E dopo l’atto di terrorismo che facciamo? Tutti, a parole, a condannare l’accaduto. Tutti a cercare eventuali complici e molti cominciano a pensare a come rispondere. Sembra che una rappresaglia sia necessaria e, non sempre, ma spesso la si attua. Ma è davvero necessaria? E soprattutto serve? Secondo me no.

Premesso quanto ho detto, che bisogna difendersi al meglio, secondo me la strada per evitare che si ripetano attacchi terroristici è un’altra, non è quella di far vedere che siamo più forti, che se ci colpiscono la pagheranno cara e così. Non serve a nulla perché intanto la gente è morta e il fatto che altra gente muoia non guarisce il dolore e non fa tornare in vita nessuno, anzi crea dolore dall’altra parte e aumenta l’odio complessivo.

Allora che risposta propongo io? La più difficile, forse, ma anche quella che credo funzioni davvero a lungo termine. Chi compie azioni terroristiche cresce nell’odio e si nutre di fanatismo, ma l’odio, il fanatismo dove proliferano? Dove crescono più facilmente? Lì dove c’è miseria, dove c’è disperazione, dove c’è la fatica quotidiana del vivere… Ecco allora la soluzione che vedo io, migliorare la qualità di vita delle popolazioni più deboli, più povere, che ora sono preda di guerre e carestie. Sospendere le guerre e far fiorire l’uomo nel suo essere completo. Allora sì, qualche fanatico e qualche seminatore d’odio ci sarà sempre, ma sarà la sua stessa gente, il suo stesso ambiente a soffocarlo sul nascere perché non troverà terreno fertile. A me la ricetta sembra semplice, ma non so perché, sono convinto che nessuno vorrà applicarla. Tutti pronti a combattere il terrorismo coi mezzi più sofisticati, ma di fronte alla proposta della pace e della prosperità… non so non credo che nessuno lo vorrà mai fare… alla fine le guerre sono un grande affare e il terrorismo un effetto collaterale che, se sfruttato bene, può anche tornare utile… almeno a me sembra così, anche se spero tanto, ma proprio tanto, di sbagliarmi.

I Down e il senso della vita

agosto 25, 2017

Ho letto in questi giorni, su diversi giornali, che, in Islanda sta scomparendo la sindrome di Down. Almeno stando ai titoli degli articoli, poi in realtà leggi bene e capisci che non è che sta scomparendo la sindrome perché si è trovata una cura, ma semplicemente si sta evitando di far nascere bambini con la sindrome di Down con una precisione chirurgica. Detto in altre parole, li si abortisce. Ora non vorrei discutere sul valore delle persone con sindrome di Down o sulle fatiche e le paure che crescere un figlio colpito da questa sindrome comporta. Io non le conosco, io non ho figli che hanno la sindrome di Down. Io ho figli che hanno altri problemi e quelli li conosco, credo però che queste fatiche ci siano, non sono ingenuo. Non credo che crescere un figlio Down sia semplice, ma temo che molto spesso lo sia per l’atteggiamento degli altri che per il bambino in sé. Credo, lo ripeto, perché non so…. so però che crescere un figlio è difficile, questo sì. Credo anche che avere un figlio Down porti gioia e affetto, credo, perché non lo so… Io so che crescere un figlio porta gioia e affetto, questo sì, lo so. Credo che le persone affette da sindrome Down siano persone buone, lo credo, non lo so perché non ho esperienza diretta, ma sapete perché lo credo? Perché non ho mai sentito di un assassino, di un serial killer, di un terrorista, di un maniaco, di un pedofilo Down… no, questi ho sempre sentito che erano persone “normali”…

Sono contrario all’aborto, senza se e senza ma, pur fermandomi di fronte alla persona che fa una scelta così terribile e senza condannarla. Con mia moglie abbiamo sempre deciso di accogliere tutto ciò che il Signore ci avrebbe donato, perché… crediamo… ma invece, chi non crede? Alla fine la sindrome di Down è considerata una malattia, io stesso ho iniziato dicendo che avevo sperato ne fosse stata trovata la cura, allora perché lasciar nascere una vita con una malattia se puoi evitarlo? Se sai che puoi evitargli ed evitare la sofferenza perché farlo nascere lo stesso? La domanda sembra sensata, chi è che vuole far soffrire volontariamente un figlio e se stesso? A me però ricorda tanto le domande di qualcuno che striscia sul terreno e sembra seducente e sembra aver ragione perché dice solo una parte della verità e su quella sposta la nostra attenzione e su quella vuole il nostro assenso.

Dove sta il trucco? Dov’è l’inganno? Dov’è la seduzione che ci fa sbagliare mira? A tutti, credenti e non? Nel senso della vita, o almeno in ciò che noi crediamo sia o debba essere il senso della vita. Non importa se credi in Gesù, Buddha, Allah o solo nello specchio di casa tua, importa che tu ti chieda qual è, secondo te, il senso della vita.

Se il senso della vita è stare bene, avere un bel fisico per attirare l’ammirazione degli altri, fare sesso, avere potere, soldi e poter fare tutto quello che vuoi allora sì che in una vita così un bambino Down non ci può stare… il problema però è che non ci posso stare neanche io, con i miei 10 e passa chili di sovrappeso, gli acciacchi dell’età, i soldi che sono sempre lì tirati… e temo che, più o meno, come me non ci possano stare molti altri, a meno di affannarsi a cercare di diventare qualcosa che non si è e non si sarà mai…

A me però un giorno è stato proposto un altro senso per la mia vita che è l’Amore e cioè che io esisto per Amare (non per fare sesso o per innamorarmi un giorno sì e l’altro pure e andare dove mi porta il cuore). Amare con quello che sono, col mio corpo, come sono, con ciò che so, con la mia intelligenza, con ciò che sento, con la mia anima, con ciò che ho, con i miei beni. E allora non importa se sono calvo o in sovrappeso, se sono alto o sono basso, se sono laureato o analfabeta, se ho cinque case o vivo per strada, se sono immobile a letto o faccio l’atleta perché, comunque sono, ovunque sono io posso AMARE. E Amare cosa vuol dire? Vuol dire farti capire che ti voglio bene, vuol dire soffrire perché tu possa vivere, vuol dire sacrificarsi, cioè sacer facere ovvero rendere SACRO ciò che fai…

Allora io ho scelto questo senso della vita, il secondo, sapete perché?

Perché ha più senso, è più logico, perché? Davvero non lo avete ancora capito?

Perché in una vita così ci stanno tutti, anche il bambino Down, anche il tetraplegico, l’anziano anche io… anche tu… Tutti.

 

Amoris Laetitia I Dubia 8

agosto 8, 2017

E siamo arrivati alla fine, sono passati quasi due mesi dall’ultima volta che ho scritto dei Dubia, ma il tempo che posso dedicare a questo blog è sempre meno… e mi dispiace… Comunque proseguiamo… ecco il testo dell’ultimo dei Dubia

Dubbio numero 5: Dopo “Amoris laetitia” n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?

Amoris laetitia” n. 303 afferma che “la coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio“. I “dubia” chiedono una chiarificazione di queste affermazioni, dato che essi sono suscettibili di divergenti interpretazioni. Per quanti propongono l’idea di coscienza creativa, i precetti della legge di Dio e la norma della coscienza individuale possono essere in tensione o anche in opposizione, mentre la parola finale dovrebbe sempre andare alla coscienza, che ultimamente decide a riguardo del bene e del male. Secondo “Veritatis splendor” n. 56, “su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette ‘pastorali’ contrarie agli insegnamenti del Magistero e di giustificare un’ermeneutica ‘creatrice’, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare”. In questa prospettiva, non sarà mai sufficiente per la coscienza morale sapere che “questo è adulterio”, “questo è omicidio” per sapere se si tratta di qualcosa che non può e non deve essere fatto. Piuttosto, si dovrebbe anche guardare alle circostanze e alle intenzioni per sapere se questo atto non potrebbe, dopo tutto, essere scusabile o anche obbligatorio (cfr. la domanda 4 dei “dubia”). Per queste teorie, la coscienza potrebbe infatti legittimamente decidere che, in un certo caso, la volontà di Dio per me consiste in un atto in cui io trasgredisco uno dei suoi comandamenti. “Non commettere adulterio” sarebbe visto appena come una norma generale. Qua e ora, e date le mie buone intenzioni, commettere adulterio sarebbe ciò che Dio realmente richiede da me. In questi termini, casi di adulterio virtuoso, di omicidio legale e di spergiuro obbligatorio sarebbero quanto meno ipotizzabili. Questo significherebbe concepire la coscienza come una facoltà per decidere autonomamente a riguardo del bene e del male e la legge di Dio come un fardello che è arbitrariamente imposto e che potrebbe a un certo punto essere opposto alla nostra vera felicità. Però, la coscienza non decide del bene e del male. L’idea di “decisione di coscienza” è ingannevole. L’atto proprio della coscienza è di giudicare e non di decidere. Essa dice, “questo è bene”, “questo è cattivo”. Questa bontà o cattiveria non dipende da essa. Essa accetta e riconosce la bontà o cattiveria di un’azione e per fare ciò, cioè per giudicare, la coscienza necessita di criteri; essa è interamente dipendente dalla verità. I comandamenti di Dio sono un gradito aiuto offerto alla coscienza per cogliere la verità e così giudicare secondo verità. I comandamenti di Dio sono espressione della verità sul bene, sul nostro essere più profondo, dischiudendo qualcosa di cruciale a riguardo di come vivere bene. Anche Papa Francesco si esprime negli stessi termini in “Amoris laetitia” n. 295: “Anche la legge è dono di Dio che indica la strada, dono per tutti senza eccezione”.

In realtà, anche qui, non è che ci siano molti dubbi, la paura è forse che le parole del Papa siano fraintese e usate, come scusa, per dire altro, ma di per sé sono molto chiare. In nessun modo Amoris Laetitia legittima un comportamento contrario alla legge di Dio, quello che dice è che, in particolari situazioni, avendo ben chiaro qual è l’obiettivo da raggiungere, la coscienza può, in tutta onestà, affermare che quello che riesce a fare, in quel preciso momento e situazione, è il massimo che può fare. Oltretutto il paragrafo 303 di Amoris Laetitia si conclude proprio dicendo che questo discernimento deve essere dinamico e quindi aperto a nuove tappe e nuove decisioni che permettano di realizzare a pieno l’ideale cristiano. Quindi, lo ribadisco, anche in questo caso, non mi sembra ci siano problemi a livello dottrinale e reali dubbi, ma allora perché far emergere questi Dubia, dal momento che abbiamo visto come nessuno dei punti sollevati, in realtà, crei problemi? Esattamente non lo so, ma credo che l’atteggiamento pastorale del Papa che parla di un discernimento per ogni singola persona crei paura. Perché? Un’idea ce l’ho, non so se sia corretta o meno, ma ne vorrei parlare prossimamente….

Io sono Charlie Gard

luglio 14, 2017

Sono in ferie con la mia famiglia e leggo di questa assurda storia. Prego e penso. Se sei un genitore e vuoi liberarti di tuo figlio prima che venga alla luce la legge te lo permette, puoi abortire. Ma se vuoi tentare anche l’improbabile per salvarlo la legge ti dice no. Non mi stupisce che chi, come me è cattolico, si batta per Charlie mi stupisce non lo faccia chi si riempie la bocca di parole come “autodeterminminazio e chiede leggi per il suicidio assistito. I genitori di Charlie non vogliono smettere di sperare, vogliono tentare anche l’impossibile, perchè questo da fastidio? A chi da fastidio? Perchè per questi signori va bene se un padre decide di spegnere la figlia non più in grado di comunicare con lui e non va bene se un padre e una madre decidono di sperare contro ogni possibilita?

IPOCRITI!

Amoris Laetitia I dubia 7

maggio 24, 2017

Riprendiamo, dopo una lunga pausa di cui mi scuso…

Dubbio numero 3:

Dopo “Amoris laetitia” n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

Nel paragrafo 301 “Amoris laetitia” ricorda che “la Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti”. E conclude che “per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante”. Nella Dichiarazione del 24 giugno del 2000 il Pontificio consiglio per i testi legislativi mirava a chiarire il canone 915 del Codice di Diritto Canonico, che afferma che quanti “ostinatamente persistono in peccato grave manifesto, non devono essere ammessi alla Santa Comunione”. La Dichiarazione del Pontificio consiglio afferma che questo canone è applicabile anche ai fedeli che sono divorziati e risposati civilmente. Essa chiarisce che il “peccato grave” dev’essere compreso oggettivamente, dato che il ministro dell’Eucarestia non ha mezzi per giudicare l’imputabilità soggettiva della persona. Così, per la Dichiarazione, la questione dell’ammissione ai sacramenti riguarda il giudizio della situazione di vita oggettiva della persona e non il giudizio che questa persona si trova in stato di peccato mortale. Infatti soggettivamente potrebbe non essere pienamente imputabile, o non esserlo per nulla. Lungo la stessa linea, nella sua enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, n. 37, San Giovanni Paolo II ricorda che “il giudizio sullo stato di grazia di una persona riguarda ovviamente solo la persona coinvolta, dal momento che è questione di esaminare la coscienza”. Quindi, la distinzione riferita da “Amoris laetitia” tra la situazione soggettiva di peccato mortale e la situazione oggettiva di peccato grave è ben stabilita nell’insegnamento della Chiesa. Giovanni Paolo II, tuttavia, continua a insistere che “in caso di condotta pubblica che è seriamente, chiaramente e stabilmente contraria alla norma morale, la Chiesa, nella sua preoccupazione pastorale per il buon ordine della comunità e per il rispetto dei sacramenti, non può fallire nel sentirsi direttamente implicata”. Egli così riafferma l’insegnamento del canone 915 sopra menzionato. La questione 3 dei “dubia” vorrebbe così chiarire se, anche dopo “Amoris laetitia”, è ancora possibile dire che le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale, anche se, per qualche ragione, non è certo che essi siano soggettivamente imputabili per la loro abituale trasgressione. *

 

Anche qui faccio, sinceramente, fatica a capire dove sta il problema. Il paragrafo 301 inizia dicendo: “[…] mai si pensi di ridurre le esigenze del Vangelo”.

Quindi la risposta è chiaramente sì, ma tutto il discorso del Papa è sulla responsabilità soggettiva, in piena conformità con la tradizione della Chiesa citata. Tanto è vero che alla fine gli stessi cardinali dicono che c’è un concetto generale “le persone che abitualmente vivono in contraddizione al comandamento della legge di Dio vivono in oggettiva situazione di grave peccato abituale” e concludono però “anche se, per qualche ragione, non è certo che essi siano soggettivamente imputabili per la loro abituale trasgressione”. Cioè vivono in peccato, ma, può capitare che, per qualche ragione non si possa imputare loro quel peccato… che è esattamente quello che dice il Papa… quindi o io non ho capito (il che può essere benissimo) o questo dubbio non ha molta ragione di essere…

Questo discorso però mi fa riflettere, proprio su quanto affermato dai cardinali e che ho già segnalato. La Chiesa prevede, lo abbiamo già visto, la possibilità per due conviventi (divorziati e risposati o meno) la possibilità di accedere ai sacramenti se scelgono di vivere in castità, cioè non compiendo gli atti propri degli sposi. Bene, ma se due persone si trovano in questa situazione (possibile secondo la Chiesa) come fa il ministro dell’Eucarestia e/o la gente che partecipa all’Eucarestia a saperlo? Anzi, essendo una questione intima, pochi dovrebbero saperlo, solo il confessore e il Padre Spirituale, ma chi guarda vede due conviventi o due divorziati risposati che accedono alla comunione, e lo fanno avendone pieno diritto (perché vivono in castità), ma rischiando di dare scandalo a chi osserva e non sa (e non è previsto che sappia). Questo è un dubbio mio, chissà se c’è una risposta…

Guardate gli uccelli del cielo

maggio 8, 2017

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Siete tutti invitati e per saperne qualcosa in più...

Il leone

marzo 30, 2017

Ed ecco la seconda puntata sul leone: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/leone/

Il cammello

marzo 28, 2017

Vi segnalo questo link da cui potete vedere la prima puntata degli Animali nella Bibbia, dedicata al cammello: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/cammello/

Animali nella Bibbia

marzo 10, 2017

Animali nella Bibbia

Ogni sabato sera su Telepace Verona verrà trasmessa una puntata di questo programma (mentre nelle altre date indicate sarà replicata) che ho ideato e che vede la collaborazione del Parco Natura Viva, in particolare del suo direttore il dottor Cesare Avesani Zaborra e dello Zoo Biblico di Gerusalemme e del suo direttore Shai Doron. E’ un modo, credo nuovo, di vedere gli animali citati nella Bibbia perché dopo averli visti al Parco Natura Viva, andremo a scovarli rappresentati nelle chiese di Verona e a scoprire il loro valore simbolico/artistico/religioso, infine ci spostiamo a Gerusalemme per vedere come vivono oggi, in Terra Santa, gli animali di cui parla la Bibbia. Seguite il programma e fatemi sapere cosa ne pensate.

Della vita e della morte…

febbraio 28, 2017

Lo so, sono rimasto un po’ indietro col discorso sui Dubia, e oggi pensavo di riprenderlo, ma in questi giorni ho letto ancora una volta di qualcuno che voleva morire e tutti a stracciarsi le vesti perché lo Stato non glielo ha permesso… poi comunque questo qualcuno è morto, esattamente come voleva, in barba allo Stato… le cose che vorrei dire sarebbero molte, ma mi concentro solo su due… la prima è Saviano. Ma cosa c’entra? Da quando Roberto Saviano è un’autorità morale da ascoltare su questioni come queste? Secondo me è anche sopravvalutato come scrittore e di certi temi è capace di parlare solo se non ha contraddittorio, salvo piegarsi poi alla politica (come ha fatto dando, nel programma che faceva con Fazio diritto di replica a Maroni, ma non agli altri)… vabbè prendiamo atto di questa “novità”…

La seconda è che quest’uomo, che ha ritenuto di morire perché non ce la faceva più, e ha quindi ritenuto la sua vita inutile è riuscito a smuovere un’incredibile grancassa mediatica scegliendo la morte! Ma qualcuno lo conosceva prima? Non lo so, ora sicuramente lo conoscono molti di più…

E se avesse scelto la vita? Che cosa poteva combinare un uomo come questo!

E  i giornali e le associazioni che lo hanno sostenuto e gli hanno fatto da cassa di risonanza? Se tutti loro avessero scelto la vita e avessero messo le stesse energie nel cercare di migliorare la vita di chi vive questa situazione? Pensate cosa avrebbero potuto fare! Che movimento d’opinione, economico, politico avrebbero potuto generare da cui tutti coloro che vivono una vita con queste fatiche avrebbero potuto trarre coraggio, forza, determinazione, speranza, amore…

Invece è stata scelta la morte. Peccato!

Amoris Laetitia I dubia 6

febbraio 4, 2017

  • Dubbio numero 2:

    Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale “Amoris laetitia” (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

    La seconda domanda riguarda l’esistenza dei così detti atti intrinsecamente cattivi. Il n. 79 dell’enciclica “Veritatis splendor” di Giovanni Paolo sostiene che è possibile “qualificare come moralmente cattiva secondo la sua specie […] la scelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendo dall’intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenze prevedibili di quell’atto per tutte le persone interessate”.

    Così, l’enciclica insegna che ci sono atti che sono sempre cattivi, che sono vietati dalle norme morali che obbligano senza eccezione (“assoluti morali”). Questi assoluti morali sono sempre negativi, cioè, essi ci dicono che cosa non dovremmo fare. “Non uccidere”. “Non commettere adulterio”. Solo norme negative possono obbligare senza eccezione.

    Secondo “Veritatis splendor”, nel caso di atti intrinsecamente cattivi nessun discernimento delle circostanze o intenzioni è necessario. Anche se un agente segreto potesse strappare delle informazioni preziose dalla moglie del terrorista commettendo con essa un adulterio, così da salvare la patria (ciò che suona come un esempio tratto da un film di James Bond è stato già contemplato da San Tommaso d’Aquino nel “De Malo”, q. 15, a. 1). Giovanni Paolo II sostiene che l’intenzione (qui “salvare la patria”) non cambia la specie dell’atto (“commettere adulterio”) e che è sufficiente sapere la specie dell’atto (“adulterio”) per sapere che non va fatto.

    *

Che cosa dice il paragrafo 304 di Amoris Laetitia?

Ecco: 304. È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare».[347] È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione.[348]

Non so se è chiaro l’oggetto su cui si discute, provo a riassumerlo.

I cardinali dicono, se Giovanni Paolo II ha detto che le cose sbagliate sono sbagliate indipendentemente dall’intenzione con cui vengono fatte (e per dire questo citano anche San Tommaso d’Aquino) allora questo è in contrasto con quanto affermato dal paragrafo 304 di Amoris Laetitia dove sembrerebbe che ci possano essere delle eccezioni?

A mio avviso sembra proprio di no, non ci vedo alcuna contraddizione tra i due paragrafi, anzi molta somiglianza, tra l’altro anche Amoris Laetitia cita San Tommaso e sottolinea come la norma generale presenta un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma quello su cui il Papa mette qui l’accento è di nuovo il cambio di prospettiva, non di norma. La norma non può essere misura dell’uomo, bensì un aiuto all’uomo e il caso particolare non è un’eccezione alla norma, non ci sono eccezioni alla norma (ripeto: mai disattendere né trascurare), ma di fronte alla norma c’è l’uomo e la norma è lì per aiutarlo, non per giudicarlo, sotterrarlo, ammazzarlo bensì per accoglierlo, amarlo, accompagnarlo… Quindi no, non è cambiato nulla, si chiede solo di non dimenticare la norma, ma di guardare all’uomo, sempre e comunque.

Amoris Laetitia I dubia 5

gennaio 20, 2017

Dubbio numero 1: Si chiede se, a seguito di quanto affermato in “Amoris laetitia” nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive “more uxorio” con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da “Familiaris consortio” n. 84 e poi ribadite da “Reconciliatio et paenitentia” n. 34 e da “Sacramentum caritatis” n. 29. L’espressione “in certi casi” della nota 351 (n. 305) dell’esortazione “Amoris laetitia” può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere “more uxorio”? La prima domanda fa particolare riferimento ad “Amoris laetitia” n. 305 e alla nota 351 a piè di pagina. La nota 351, mentre parla specificatamente dei sacramenti della penitenza e della comunione, non menziona i divorziati risposati civilmente in questo contesto e neppure lo fa il testo principale. Il n. 84 dell’esortazione apostolica “Familiaris consortio” di Papa Giovanni Paolo II contemplava già la possibilità di ammettere i divorziati risposati civilmente ai sacramenti. Esso menziona tre condizioni: – Le persone interessate non possono separarsi senza commettere una nuova ingiustizia (per esempio, essi potrebbero essere responsabili per l’educazione dei loro figli); – Essi prendono l’impegno di vivere secondo la verità della loro situazione, cessando di vivere insieme come se fossero marito e moglie (“more uxorio”), astenendosi dagli atti che sono propri degli sposi; – Essi evitano di dare scandalo (cioè, essi evitano l’apparenza del peccato per evitare il rischio di guidare altri a peccare). Le condizioni menzionate da “Familiaris consortio” n. 84 e dai successivi documenti richiamati appariranno immediatamente ragionevoli una volta che si ricorda che l’unione coniugale non è basata solo sulla mutua affezione e che gli atti sessuali non sono solo un’attività tra le altre che la coppia compie. Le relazioni sessuali sono per l’amore coniugale. Esse sono qualcosa di così importante, così buono e così prezioso, da richiedere un particolare contesto: il contesto dell’amore coniugale. Quindi, non solo i divorziati che vivono in una nuova unione devono astenersi, ma anche chiunque non è sposato. Per la Chiesa, il sesto comandamento “non commettere adulterio” ha sempre coperto ogni esercizio della sessualità umana che non sia coniugale, cioè, ogni tipo di atto sessuale al di fuori di quello compiuto col proprio legittimo sposo. Sembra che, se ammettesse alla comunione i fedeli che si sono separati o divorziati dal proprio legittimo coniuge e che sono entrati in una nuova unione nella quale vivono come se fossero marito e moglie, la Chiesa insegnerebbe, tramite questa pratica di ammissione, una delle seguenti affermazioni riguardo il matrimonio, la sessualità umana e la natura dei sacramenti: – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono, a certe condizioni, compiere legittimamente atti di intimità sessuale. – Un divorzio dissolve il vincolo matrimoniale. Le persone che non sono sposate non possono realizzare legittimamente atti sessuali. I divorziati e risposati sono legittimamente sposi e i loro atti sessuali sono lecitamente atti coniugali. – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Le persone che non sono sposate non possono compiere atti sessuali. Perciò i divorziati risposati civilmente vivono in una situazione di peccato abituale, pubblico, oggettivo e grave. Tuttavia, ammettere persone all’Eucarestia non significa per la Chiesa approvare il loro stato di vita pubblico; il fedele può accostarsi alla mensa eucaristica anche con la coscienza di peccato grave. Per ricevere l’assoluzione nel sacramento della penitenza non è sempre necessario il proposito di cambiare la vita. I sacramenti, quindi, sono staccati dalla vita: i riti cristiani e il culto sono in una sfera differente rispetto alla vita morale cristiana. *
Di seguito il mio pensiero

I cardinali prendono il primo dei “Dubia” e lo esplicitano meglio facendo anche riferimento  a precedenti documenti del Magistero. Quindi il primo dubbio riguarda Amoris Laetitia 305 e la nota 351. Andiamo a vedere cosa dicono questi due punti:

AL 305 Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».[349]In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».[350] A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.[351] Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».[352] La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.

 

E la nota 351: [351] In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).

Che cosa sta dicendo qui il Papa? Che chi vive in situazioni “irregolari” (il tema sono le coppie e quindi parla di coppie, ma credo che se anche ci mettessimo i singoli la parole del Papa avrebbero senso comunque) non deve essere “lapidato” dalla legge morale. Gesù di fronte all’adultera (Giovanni 8, 1-11) che è adultera, non ci sono dubbi, e che la legge di Mosè, quindi LA LEGGE, diceva di lapidare non dice di fare come dice la legge, ma neanche di non fare come dice la legge. Cambia la prospettiva, non risponde sì o no, dice: “Tu, sei davvero così in regola? Se sì procedi pure…” che vuol dire chiedere a chi ascolta di guardare la propria vita e quella di chi si sta giudicando e vedere in che tipo di relazione si è tra di noi. Alla donna poi Gesù cosa dice? “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno”. E poi le dice di andare, non di rimanere lì e la donna non chiede di rimanere con lui, e infine le dice di non peccare più. Ma sappiamo noi se quella donna davvero non ha più peccato? No, sappiamo che non è stata condannata. Sappiamo che la misericordia è più grande della legge, ma non che la donna non abbia più peccato.

Ma torniamo al Papa che poi dice come anche in una situazione oggettivamente di peccato, cioè dice che quella situazione è un peccato, non è una cosa bella, anzi, ma anche lì se non c’è una piena colpa soggettiva, può essere che ci sia la grazia di Dio e che in questa grazia si possa crescere con l’aiuto della Chiesa. E’ possibile questo? Certo il Vangelo lo dice di continuo, l’adultera di cui sopra è solo uno dei casi, la parabola del figliol prodigo (o del Padre misericordioso) parla di un figlio che perde del tutto la bussola, non si pente eppure viene accolto e amato ancora più di prima. E la Chiesa deve aiutare in questo cammino di discernimento, non condannare, non tagliare le gambe, ma far vedere quanto bello e importante sia anche un piccolo passo. E la nota? La nota dice che alle volte anche i sacramenti possono aiutare in questo e ne cita due: la confessione e l’eucarestia. Questo è quello che dice Papa Francesco.

I cardinali citano San Giovanni Paolo II e la Familiaris Consortio al n. 84.

Andiamo a vedere cosa dice esattamente questo documento, perché i cardinali lo riassumono schematizzandolo, ma forse il testo originale è un po’ ricco di norme su cosa si può o non può fare.

e) I divorziati risposati

L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.

Mi sembra intanto, come dicevo prima, che i cardinali non solo abbiano semplificato questo punto, ma lo abbiano proprio schematizzato troppo. A me sembra che San Giovanni Paolo II non volesse limitarsi a dare una serie di regole, ma metta al centro la persona che vive una situazione di sofferenza.

Poi qui viene detta la stessa cosa detta da Papa Francesco, anzi sottolineo questa frase: “Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Infine viene detto chiaramente che i divorziati risposati possono accedere alla comunione se rispettano quelle condizioni, tra cui il non avere gli atteggiamenti tipici degli sposi, ovvero fare l’amore. Ora ci rendiamo conto che per due persone che vivono insieme e si vogliono bene questo è estremamente difficile. Anche ai religiosi che fanno voto o promessa di castità si evita di farli vivere insieme a persone dell’altro sesso (si è provato in passato a forme conventuali miste, ma si creavano ovvi problemi). Proviamo a immaginare un caso concreto, supponiamo che due persone vivano insieme in questa situazione, sono divorziati risposati e prendono il fermo proponimento di non vivere “more uxorio”. Chiedono aiuto alla preghiera e ce la fanno, loro possono accedere alla comunione. Ora scendiamo ancora più nel concreto e supponiamo che capiti una volta, per umana debolezza, che i due cadano. Un momento di gioia, una notizia bella, una carezza in più e i due non riescono a tenere fede al loro proposito. Poi si confessano, ribadiscono il loro fermo proposito e vengono assolti e possono fare la comunione o sbaglio?  E questa situazione si può presentare più di una volta in una vita insieme che magari dura 20, 30 anni…

E in ogni caso supponiamo anche che i due non cadano mai in tentazione e vadano sempre a fare la comunione, cosa penserà la gente? Sono due divorziati risposati che fanno la comunione, danno scandalo? No, il Magistero dice di no. Allora dobbiamo mettergli un cartello che dica: Attenti questi sono divorziati, risposati, ma possono accedere all’Eucarestia perché non fanno gli atti propri del marito e della moglie?

Mi sembra di dilungarmi troppo, ma non riesco a vedere differenza tra ciò che dicono i due Papi. Papa Francesco sottolinea la necessità di cambiare la prospettiva, senza cambiare nulla della legge, esattamente come fa Gesù con l’adultera. Chiede che lo sguardo passi dalla norma alla persona reale, concreta non a una persona generale, ideale, finta… ma non dice ciò che si può o non si può fare (è già stato detto) dice di accogliere, accompagnare, aiutare a crescere…

Ma allora dell’esemplificazione finale dei cardinali quale delle tre è quella corretta?

A mio avviso nessuna delle tre perché tutte e tre dimenticano l’uomo, io proporrei questa:

Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono (non nel senso che sia loro lecito, ma nel senso che è possibile che capiti), perché essere umani, compiere atti di intimità sessuale, che sono peccato oggettivamente, ma di questo non averne soggettivamente coscienza. Compito della Chiesa è aiutarli a crescere nel prendere coscienza di questo. L’accesso all’Eucarestia non è consentito per queste persone, se non in certe particolari condizioni (ad esempio se li aiutasse a vivere la castità nella loro situazione), a un certo momento, dopo un ben preciso percorso che li porti a quanto enunciato da Papa Giovanni Paolo II potrebbe essere possibile. Ben sapendo che il proposito di una vita casta non significa l’effettiva riuscita sempre.

Forse ora mi è più chiaro perché il Papa non risponde, perché se la risposta deve essere solo Sì o No sembra semplicemente un giudizio di condanna sulla vita di tanti che invece avrebbero bisogno di essere accolte e accompagnati….

Amoris Laetitia, i Dubia 4

gennaio 13, 2017

  1. Nota esplicativa a cura dei quattro cardinaliIL CONTESTO

    I “dubia” (dal latino: “dubbi”) sono questioni formali poste al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo chiarificazioni circa particolari temi concernenti la dottrina o la pratica.

    Ciò che è particolare a riguardo di queste richieste è che esse sono formulate in modo da richiedere come risposta “sì” o “no”, senza argomentazione teologica. Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.

    Veniamo alla concreta posta in gioco.

    Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica postsinodale “Amoris laetitia” sull’amore nella famiglia, si è sollevato un ampio dibattito, in particolare attorno al capitolo ottavo. Nello specifico, i paragrafi 300-305 sono stati oggetto di divergenti interpretazioni.

    Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.

    Animati da una preoccupazione pastorale per i fedeli, quattro cardinali hanno inviato una lettera al Santo Padre sotto forma di “dubia”, sperando di ricevere chiarezza, dato che il dubbio e l’incertezza sono sempre altamente detrimenti alla cura pastorale.

    Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana. In questo senso, ciò che è in gioco in “Amoris laetitia” non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.

    Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.

    Così, mentre la prima questione dei “dubia” concerne un tema pratico riguardante i divorziati risposati civilmente, le altre quattro questioni riguardano temi fondamentali della vita cristiana.

 

Inizia qui una parte molto interessante che, onestamente, non ho capito se fa parte della lettera originariamente inviata al Papa o se è stata aggiunta dopo nel momento in cui i Dubia sono stati resi pubblici, in modo da poter essere meglio compresi da tutti. In ogni caso, prima di procedere, mi permetto di sottolineare alcuni aspetti di quello che dicono i quattro cardinali (le parole in grassetto sono mie):

  • “Non è nostra invenzione questa modalità di rivolgersi alla Sede Apostolica; è una prassi secolare.” Quindi questo non è il primo Papa le cui parole suscitano dubbi interpretativi, anzi sembra che questa sia una prassi, se non consueta, almeno normale per la Chiesa.
  • “Per molti – vescovi, parroci, fedeli – questi paragrafi alludono o anche esplicitamente insegnano un cambio nella disciplina della Chiesa rispetto ai divorziati che vivono in una nuova unione, mentre altri, ammettendo la mancanza di chiarezza o anche l’ambiguità dei passaggi in questione, nondimeno argomentano che queste stesse pagine possono essere lette in continuità col precedente magistero e non contengono una modifica nella pratica e nell’insegnamento della Chiesa.” Quindi molti sostengono una posizione, ma non tutti perché altri sostengono esattamente il contrario.
  • “Il fatto che gli interpreti giungano a differenti conclusioni è dovuto anche a divergenti vie di comprendere la vita cristiana.” Quindi non è solo colpa delle parole del Papa che non sono chiare.

“In questo senso, ciò che è in gioco in “Amoris laetitia” non è solo la questione se i divorziati che sono entrati in una nuova unione – sotto certe circostanze – possano o meno essere riammessi ai sacramenti.
Piuttosto, l’interpretazione del documento implica anche differenti, contrastanti approcci allo stile di vita cristiano.”

Questo è molto interessante, alla fine quei cinque paragrafi mettono in discussione più che altro l’approccio allo stile di vita cristiano, ovvero come deve vivere un cristiano… cose non da poco insomma…

Amoris Laetitia, i Dubia 3

gennaio 3, 2017

1.    Si chiede se, a seguito di quanto affermato in “Amoris laetitia” nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive “more uxorio” con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da “Familiaris consortio” n. 84 e poi ribadite da “Reconciliatio et paenitentia” n. 34 e da “Sacramentum caritatis” n. 29. L’espressione “in certi casi” della nota 351 (n. 305) dell’esortazione “Amoris laetitia” può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere “more uxorio”?

2.    Continua ad essere valido, dopo l’esortazione postsinodale “Amoris laetitia” (cfr. n. 304), l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 79, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi?

3.    Dopo “Amoris laetitia” n. 301 è ancora possibile affermare che una persona che vive abitualmente in contraddizione con un comandamento della legge di Dio, come ad esempio quello che proibisce l’adulterio (cfr. Mt 19, 3-9), si trova in situazione oggettiva di peccato grave abituale (cfr. Pontificio consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000)?

4.    Dopo le affermazioni di “Amoris laetitia” n. 302 sulle “circostanze attenuanti la responsabilità morale”, si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 81, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, secondo cui: “le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta”?

5.    Dopo “Amoris laetitia” n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II “Veritatis splendor” n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?
Ed ecco i  “Dubia” posti dai Cardinali in maniera il più semplice possibile, facendo riferimento ad altri documenti del Magistero. E’ mia intenzione affrontarli uno a uno, ma non subito perché gli stessi cardinali, nella loro lettera, aggiungono una spiegazione sui motivi dei loro dubbi e su ogni singola domanda. In attesa di arrivare a questa parte, vi suggerisco, se ne avete voglia di prendere l’Amoris Laetitia e leggere le parti che i cardinali citano e poi gli altri documenti e cominciare a vedere da soli di cosa si sta parlando e farvi una prima idea vostra. Tutti questo documenti si trovano facilmente e gratuitamente in rete.