Gennaro Stammati


In questa pagina pubblicherò alcune riflessioni, scritti e pensieri di Gennaro Stammati un amico che ho avuto il piacere di conoscere prima solo via mail e poi anche di persona. Gennaro è una persona molto accogliente, capace di metterti subito a tuo agio e ricco di una spiritualità interiore rara perché capace di unire alla profondità spirituale un grande acume e una grande sensibilità, senza mai perdere  il suo caratteristico sense of humor.

Dall’individualità all’alterità

Il ponte di Mostar

Il ponte di Mostar, distrutto e ricostruito, che congiunge due realtà diverse

 

“Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze” – Paul Valery

In questo breve scorcio del 2008, contrariamente alle aspettative di molti che auspicavano un avvicinamento fra le diverse posizioni della politica, della religiosità, dei rapporti sociali … , assistiamo ad una radicalizzazione di principi, diversi credo, punti di vista etc. La cosa è ancora più preoccupante se consideriamo i risorgenti rigurgiti di razzismo in genere e antisemitismo in particolare.

Gli articoli “È cambiato qualcosa in questi 60 anni?” e “Antisemitismo, antisionismo”, rispettivamente di Anna Carbich e di Daniela Santus, recentemente pubblicati su l’Ideale, mettono drammaticamente a nudo uno dei problemi accennati più sopra. Ma i giornali sono pieni di cronache e opinioni velenose che racchiudono nella loro crudezza contrasti evidenti in tutti i campi. Dall’individualità siamo passati all’individualismo, recrudescenza e prevaricazione dell’ “io” sul tessuto sociale che a fatica, attraverso un percorso sempre più accidentato,  percorriamo da secoli.

Il nostro paese, giustamente sensibile alle questioni che hanno a che fare con la sicurezza e l’economia, sembra aver dimenticato il sociale e la questione morale. Non credo si possano etichettare come “bacchettoni” coloro che decisamente non riescono ad accettare situazioni come l’indecente “performance” di alcuni dei nostri politici al Parlamento, proprio nella “casa di tutti”; il linguaggio che sfiora l’osceno e che è ormai diventato di uso corrente e a cui forse ci siamo assuefatti; il “bullismo” imperante che colpisce incolumità e dignità delle persone; l’invadenza dei “media” che trova la ragione d’essere nella giustificazione “diamo al pubblico quello che il pubblico ci chiede”, dimenticando però che spesso proponendo invadenza non soddisfano i desideri della gente, al contrario li provocano ed accendono; la condizione della scuola e della sanità: continuando ad ignorare quelle esigenze distruggiamo sia le generazioni future, sia quelle contemporanee; la drammatica situazione di quelli che chiamiamo “diversi”, siano essi immigranti, diversamente abili o di diverso orientamento; l’intolleranza religiosa, razziale e giù giù fino alla spazzatura di Napoli e dintorni.

Mentre scrivo e rifletto su tutto ciò, risuonano nella mia mente le parole del coro del Nabucco: “… o mia Patria, sì bella e perduta …”. E da queste riflessioni emergono ricordi del passato: in particolare una lezione di storia (ma forse non era solo una lezione di storia) di un valente professore al terzo liceo classico molti, ma proprio molti anni fa. Si parlava dei valori e degli ideali della Rivoluzione Francese portati avanti sulle note della Marsigliese e sul filo della ghigliottina in quello che fu uno dei più drammatici bagni di sangue della storia di quel paese. Il professore commentava il motto rivoluzionario “Liberté Egalité Fraternité” e ci ammoniva che “Liberté” è un valore che si può far conoscere, ma non si può imporre, come poi tutta la Storia ci ha insegnato (o ci dovrebbe aver insegnato); anche “Egalité” è socialmente raggiungibile ma con i “caveat” di cui sopra; “Fraternité” è invece un valore che se non si porta dentro non esiste.

Dal concetto “fraternité” discende la sua utopia: ma che bella utopia! Se poi vogliamo fare un passo oltre l’utopia illuministica possiamo passare all’ ”agape”, sogno sempre più bello ma ancora più lontano. Però anche i sogni vanno analizzati: “Se un uomo sogna da solo, il sogno rimane un sogno. Se molti uomini sognano la stessa cosa, il sogno diventa realtà”. Sono le parole del Cardinale brasiliano Helder Camara precursore della “teologia della liberazione”, non in opposizione a Roma ma in aiuto dei poveri delle tante favelas dell’America del Sud. Se sogni ed utopie hanno anche soltanto un briciolo di possibilità per diventare realtà, allora spetta a noi portare innanzi l’idea. E qui risuona chiara e netta la proposta di Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace 2006: “Il mondo che ci circonda è il prodotto di quello che noi pensiamo del mondo: non è solo quello che osserviamo, ma ciò che noi abbiamo creato. Finchè non penseremo in modo diverso, le cose non andranno diversamente”.

Se ci troviamo di fronte alle difficoltà di un mondo che decisamente va in una direzione che non vogliamo o possiamo accettare, allora lasciarsi trascinare dalle onde dell’assuefazione vuol dire rinunciare. Proprio in questa luce il primo passo, secondo me, è quello di scoprire l’ “alterità” cioè la realtà che sta fuori di me, che mi è estranea, che non mi tocca più di un tanto proprio perché non fa parte del mio io,  e che è invece portatrice di situazioni nuove, di esperienze – anche dolorose – che sono patrimonio di tutti.

Rileggendo la Bibbia con occhi nuovi mi sono soffermato sull’episodio della Torre di Babele. Lasciando al teologo le spiegazioni trascendenti ho voluto vedere nella confusione delle lingue un patrimonio nuovo: l’arricchimento che si può ricevere dalla diversità. Penso che nell’autocoscienza della libertà individuale, che si autolimita quando viene in contatto con la libertà dell’altro, poggi il cardine della conoscenza dell’alterità, terreno fertile per uscire dall’isolamento dell’io e per costruire ponti che superino il divario dell’indifferenza e dell’ignoranza. E per me è proprio nella ricerca di questa alterità che si vedono gli “uomini di buona volontà”.

In questo contesto s’inserisce la visione cosmologica delle tribù pellerossa del Nord America. In quella spiritualità il mondo che ci circonda non è concepito in una visione piramidale, con l’uomo alla sommità. La loro visione assomiglia alla tela di ragno dove ogni settore è occupato da una specie: minerale, vegetale animale. La cultura Ojibway ammonisce: “All life must be honoured. The quality of life for one order depends upon another. Take life but not in anger. By honouring death, life itself is honoured. Animal beings deserve life. They deserve honour” [Tutte le forme di vita devono essere onorate. La qualità di vita per un ordine dipende da un’altro. Se prendi una vita fallo senza violenza. Onorando la morte la vita stessa viene onorata. La vita animale richiede vita. La vita animale richiede rispetto]. I “selvaggi” del Nord America avevano della vita un rispetto che la nostra sofisticata società occidentale ha perso!

Perfino nel mondo trascendente abbiamo creato i privilegi di un individualismo collettivo. In una isolata parrocchia canadese un celebrante al momento del sermone raccontò questa storiella: “Dopo il trapasso un uomo si presentò alle soglie del Paradiso e fu accolto con feste ed onori: era l’ “n” numero di quelli che bussavano a quella porta. Gli fu detto che per questa sua fortunata situazione poteva scegliere il posto che riteneva migliore per lui. Visitando il Paradiso vide un gruppo di persone in silenzio: erano i quaccheri che pregavano senza musica. Più in là vide i neri d’America che ballavano e cantavano Gospels e Spirituals. Più in là ancora c’erano ebrei e musulmani che onoravano lo stesso Dio pur chiamandolo diversamente. E così proseguì incontrando praticamente tutte le spiritualità della terra. Ad un certo punto si trovò di fronte ad un muro al di là del quale sentiva alcuni canti che gli sembravano familiari. Incuriosito chiese spiegazioni e la sua celeste guida disse semplicemente: «là dietro ci sono i cattolici che credono che il Paradiso sia solo per loro»”.

Tornando dunque alla situazione etico-socio-politica in un momento in cui tutto ci  crolla addosso, vedo nel desiderio del  dialogo fra uomini di buona volontà, l’unica via per porci di fronte all’altro considerando, per una volta, le necessità della collettività antecedenti ai nostri interessi individuali.

Sul piano pratico tuttavia il dialogo trova un limite alla sua proponibilità nel rifiuto, nel fanatismo, nel fondamentalismo, nell’oscurantismo. Lo stallo ci fa vacillare e mettere in dubbio l’esistenza degli uomini di buona volontà; avalla la facile critica di “buonista” che colpisce senza pietà chi è alla ricerca dell’alterità. Il limite però non deve essere né ostacolo né alibi: il coraggio del dialogo non è futile eroismo o inutile utopia, è parte integrante della ricerca, del ponte da costruire fra individualità e alterità. Nella ricerca costante ed appassionata del dialogo il limite è una sfida: nel nostro mondo finito, pur con tutte le contraddizioni, gli uomini di buona volontà tendono all’infinito con il passare delle generazioni. Nell’inarrestabile evoluzione della ricerca, alla fine è il limite stesso che trova il suo limite e riconosce la sua sterilità.

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