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In memoria di Dario Fo

ottobre 13, 2016

Ho appena appreso che è morto Dario Fo. Era un ateo convinto, dichiarato. Leggo sul Corriere del suo rapporto con Dio e ci sono alcune passaggi molto belli, li riporto qui di seguito perché credo aiutino a riflettere… tutti…

Forse resterete sorpresi come lui quando a volte — dice — cammina in un bosco o guarda la meraviglia del cielo: «No che non esiste. Non ci credo. Però…».

Papa Frabcesco «nega di essere comunista e dice che l’amore per i poveri è una bandiera del Vangelo prima che del marxismo, e sarà anche vero, però chi se lo ricordava più?».

La Natura un «prodigio che manda in crisi anche un ateo convinto come me».

«Se Dio non c’è chi è questo essere così geniale che in ogni momento ti lascia a bocca aperta?». Un’invenzione? Può darsi: anzi «la più grande invenzione della storia, come diceva Voltaire». Ma «uno così, beh, o ci fai uno sghignazzo» o alla fine «ti siedi davanti a Lui e gli dici: adesso parliamone».

Gesù che svuota l’Inferno: «Il che non vuol dire che il Male la fa franca. Chi fa il male vive male, la sua pena la sconta già qui».

«l’idea di una fine eterna, sparire per sempre, è insostenibile per la mente umana. Sappiamo che sarà così. Siamo polvere, mi dice la ragione. Ma poi… la fantasia, l’estro, la follia mi danno altre visioni. Che dire? Spero di venir sorpreso».

E sulla preghiera dice «Da bambino lo facevo. Da ateo non mi parrebbe corretto». Poi tira fuori una definizione che è uguale quella di Sant’Ignazio: «La preghiera è dialogo». E l’uomo ne ha bisogno fin dall’inizio dei tempi. «Io — confida, ed è uno dei due squarci più belli del libro — parlo con mia madre. Che faceva lo stesso con la sua». E racconta di quella volta in cui l’ateissima madre, quando l’altro suo figlio Fulvio era caduto in un pozzo sperduto ed era praticamente morto, prese a «invocare disperatamente proprio mia nonna, a sua volta morta da tempo: “Salvamelo! Salvamelo!”. E dalla notte spuntò una moto. Il medico. Mai saputo come mai passava di lì. Ma Fulvio fu salvo».

7.6 La morte e la salvezza

febbraio 23, 2012

Il rapporto con la divinità è decisamente personale, il dio adorato e servito è il dio di ciascuno che poi diviene quello dei padri, come risulta chiaro dal rapporto tra Dio e Abramo dove tale rapporto si estende su tutta la sua discendenza.[1] Sulla morte gli ebrei avevano due diverse prospettive. Nella prima essa era vista come il momento in cui veniva meno il respiro e il principio spirituale. Questo perché l’uomo è composto da diversi elementi che, al momento della morte, si scompongono. La carne torna alla polvere e così diventa impensabile la ricostituzione dell’individuo, la morte è allora un ritorno allo stato di caos originario. La seconda prospettiva vede l’uomo sopravvivere come un’ombra per un certo periodo, sempre con la forma umana e la capacità di provare dolore. Si tratta in pratica di forze vitali ridotte che abitano nello sceol, il regno dei morti.[2] In diversi testi sembra che il potere di JHWH si fermi nello sceol, in altri però una tale limitazione appare del tutto superata, anche se mai, in nessun testo, si parla di una creazione dello sceol da parte di Dio.[3] E’ possibile l’evocazione di morti dallo sceol, come viene narrato nel libro di Samuele, ma si tratta di eventi eccezionali, estremamente pericolosi, compiuti da persone in contrasto con la legge e che seguivano credenze molto arcaiche probabilmente di origine cananea o egizia.[4]

La redenzione nell’ebraismo è stata sempre pensata come un evento pubblico, non  privato, che si compie sulla scena della storia e nel cuore della comunità. E’ un qualcosa di impensabile al di fuori di una sua manifestazione nel mondo visibile, non è in alcun modo un evento interiore che si produce nell’animo del singolo.[5] D’altra parte l’idea messianica si è costituita sotto influenze storiche ben precise, non intorno a un astratto concetto di speranza per l’uomo.[6]


[1] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 8.

[2] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, pp. 94-95.

[3] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, pp. 96-97.

[4] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 99.

[5] SCHOLEM G., Concetti fondamentali dell’ebraismo, Marietti, Genova 1986, p. 107.

[6] SCHOLEM G., Concetti fondamentali dell’ebraismo, …, p. 111.

5.4La morte e la sepoltura

novembre 10, 2011

Nel momento della morte qualcosa abbandona l’uomo e si reca nella dimora di Hades, così ci dice Omero. E’ la psyché, che non è anima, ma respiro. E’ il primo segno della morte. Quando la psyché lascia l’uomo diventa eidolon, immagine, visione, fantasma. La dimora di Hades è sotterranea, sulla sua geografia sappiamo poco, se non che, una volta varcata la grande porta non si può più tornare indietro. La psyché, la dimora di Hades sotterranea, sono concetti che indicano come si voglia separare nettamente ciò che è morto da ciò che è vivo. Non vi è un tribunale dei morti, ma vi sono delle punizioni. Ad esempio le Erinni puniscono nell’aldilà gli uomini che abbiano spergiurato perché la loro punizone era implicita nel giuramento. In contrapposizione alla dimora di Ade ci sono i campi Elisi dove vengono trasportati alcuni personaggi meritevoli che così evitano la morte.[1] Anche i defunti, come gli dèi, hanno un loro culto che prevede dei banchetti sacri e dei sacrifici che coinvolgono l’intera comunità e anche qui si hanno eventi particolari quali la guarigione dei malati, la mantica e l’epifania.[2]

Importante il momento di sepoltura del morto perché, come ci ricordano alcuni celebri esempi (l’Archita di Orazio o il Palinuro di Virgilio), senza sepoltura il morto non poteva entrare nel regno dell’oltretomba e sarebbe restato a tormentare i vivi finché le cerimonie non fossero state fatte.[3] Il morto spesso era cremato e poi posto nella tomba insieme agli oggetti che potevano servirgli. Sulla tomba veniva eretto un monumento, di solito una stele che rappresentava il morto circondato dai familiari. Egli lasciava così l’esistenza reale ed entrava in un altro mondo. Nei riti funebri gli dèi non hanno alcun ruolo. In nessuna città greca esisteva un culto di Hades.[4]


[1] BURKERT W., I greci, …,  pp. 287-291.

[2] BURKERT W., I greci, …,  pp. 292-293.

[3] CILENTO V., Comprensione della religione antica, …, p. 153.

[4] BRELICH A., I Greci e gli dèi, …, pp. 77-78.

3.12 Il giudizio dopola morte

ottobre 17, 2011

Prima di trarre le nostre conclusioni sulla figura del santo in Egitto ci rimane da parlare, brevemente, di cosa aspettasse il defunto dopo la morte. L’egizio non credeva assolutamente fosse possibile liberarsi delle proprie colpe o dei propri peccati tramite un rito di purificazione o magico. Egli ambiva a vivere il più possibile in purezza e innocenza, perché era credenza che, dopo la morte, il tribunale dei morti avrebbe giudicato la sua vita. E in quel caso, se la sua vita fosse stata sostanzialmente retta allora gli sarebbero stati perdonati tutti i peccati rimastigli a carico inconsapevolmente, ma questo sarebbe accaduto solo se il singolo avesse vissuto in previsione di quel momento.

Senza dilungarsi troppo nel trattare il rito della pesatura del cuore per non rischiare di divagare oltre ciò che ci interessa, basti dire che colui che si attiene alle leggi del tribunale dei morti sarà ammesso nel regno di Osiride e sulla barca solare, chi le viola non si attira solo una pena, ma l’impossibilità della vita dopo la morte ed ecco allora che la colpa diventa peccato. C’è da dire che l’idea della discolpa è strettamente legata all’imbalsamazione e alla mummificazione, perché colpe, accuse, inimicizie sono trattate come forme di impurità e di decomposizione che devono essere rimosse per mettere il defunto in una condizione, il più possibile, di purezza. Quando il lavoro degli imbalsamatori sul cadavere è concluso, subentrano i sacerdoti ed estendono l’opera di purificazione e conservazione alla totalità della persona. La violazione delle norme degli dèi, il cattivo comportamento in vita, generano la colpa e la presenza di colpa porta alla violazione di un patto con gli dèi, quello della vita dopo la morte, e quindi al peccato. Questo perché quando in nome della ma’at sono fatte promesse di salvezza in una vita dopo la morte anche gli dèi egizi si assumono impegni a cui sono vincolati. Il concetto del peccato è comunque ancora labile e, per l’Egitto, si dovrà sempre e comunque parlare di cultura della colpa, non del peccato, anche se già si vedono i prodromi di un possibile passaggio.

Prima del Nuovo Regno non c’erano regole scritte da rispettare in vita per non essere accusati poi da morti e quindi il morto, davanti al tribunale poteva aspettarsi qualsiasi accusa da parte di chiunque. Successivamente vennero codificati una serie di precetti su cosa fare e cosa non fare che resero decisamente più semplice sperare di soddisfare i giudici dei morti. Quello che importa è sottolineare la mancanza di un avvocato del defunto, l’accusato si difendeva da solo. Ascoltava le accuse e poi sperava non tanto di giustificarsi quanto di intenerire i giudici, infatti ciò che poteva cambiare non era il cuore del peccatore (che è già stato pesato), ma quello della divinità giudicante. E’ lei che può mostrarsi conciliante e perdonare,[1] ma manca un mediatore, un avvocato a cui il defunto possa rivolgersi. E’assente una figura che sia punto d’incontro con il divino senza essere divinità essa stessa, ovvero l’assenza dell’”amico di dio”, l’assenza del santo. Assenza non della santità, perché il faraone è, indubbiamente, santo in quanto dio, ma del santo in quanto uomo intermediario tra gli dèi e l’umanità. Quindi assenza del terzo tipo di santità di cui parla Festugière, e presenza atipica dei primi due tipi. Il faraone esprime sì una relazione estrinseca con il divino, ma egli è divino. Inoltre i personaggi storici divinizzati, come Gedhor, ad esempio, sembrano essere investiti di quella santità che designa l’eccezionalità di un comportamento individuale, ma esso non è quasi mai l’eroismo morale, ma è spesso eroismo di altro tipo.


[1] ASSMANN J., La memoria culturale: scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche,

…, p. 167.

3.3 Il momento della morte

settembre 28, 2011

Importantissimo è il momento della morte. La cultura e la religione egiziana sono caratterizzate da una grandiosa letteratura e architettura funebre: monumenti sepolcrali, sarcofagi, le piramidi, i testi su questi monumenti, i papiri ritrovati nelle tombe costituiscono un corpus vastissimo e variegato.[1] La tomba veniva approntata quando ancora l’interessato era in vita e veniva decorata con scene artistiche scelte e adeguate al rango sociale.[2] Era sempre presente l’offerta alimentare al morto e sopra la camera funeraria vera e propria, di solito, era allestito un luogo di culto in cui, alla statua del defunto, veniva attribuito un culto analogo a quello della statua divina nei templi.

Venivano distinti due tipi di anime: il Ka (la “forza vitale”), trasferito ritualmente nella statua funeraria, e il Ba, indipendente dal corpo. Quest’ultimo poteva salire in  cielo e accompagnare Ra nel suo viaggio, di giorno in cielo e di notte negli inferi, ma per risalire dagli inferi doveva combattere ogni volta col mostruoso serpente Apofi.[3] Il Ba è spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana ed è il fattore che assicura l’individualità di un qualsiasi essere umano. Il Ka, invece, è la forza creatrice, il nucleo centrale dell’anima che deriva ad ogni uomo dai suoi antenati e viene da lui trasmesso ai suoi discendenti. E’ la matrice del carattere e della personalità individuali e, come abbiamo visto, sopravvive al defunto andando nelle statue e nelle immagini dei morti.

E’ per il Ka che sono i cibi che si trovano nelle tombe. Ed è sempre per la credenza che il Ka restasse unito all’uomo finché il suo corpo non scompariva che gli egizi svilupparono ed adottarono delle tecniche avanzatissime per la conservazione dei cadaveri.[4] Inoltre, a maggior protezione delle tombe era uso iscrivere delle formule di avvertimento sugli ingressi. Queste formule erano in pratica delle maledizioni, varie nella forma, ma identiche nella sostanza.[5] Esisteva poi anche l’Akh raffigurata anch’essa di solito come un uccello, era la terza componente dell’anima che raggiungeva la pienezza solo dopo la morte a tal punto da identificare il defunto con questa forza.[6] Dal libro dei morti apprendiamo che il defunto è immortale e divino in quanto identificato con l’immortale dio morto, Osiride. Questa è, indubbiamente, una soluzione al problema della morte specificatamente egizia. E’ possibile che, inizialmente, questa “immortalità” post mortem fosse riservata solo ai re, ma che successivamente sia stata estesa a tutti.


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 178-179.

[2] DE RACHEWILTZ B.,Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana,  Edizioni Mediterranee, Roma 1987, p. 81.

[3] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, p. 179.

[4] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[5] DE RACHEWILTZ B.,Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana,  …, p. 88.

[6] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

2.5 I demoni e la morte

settembre 5, 2011

L’uso del termine demone è nostro, nella loro lingua si usavano nomi specifici che mettevano in risalto l’aspetto negativo della creatura. Senza addentrarci troppo nell’esame diciamo solo che mentre all’inizio queste figure sembravano agire per conto loro in base ad una fantasia e ad una malvagità innata, successivamente, quando agli dèi vennero attribuite tutte le regole della vita sociale, i demoni divennero gli esecutori della volontà divina. Ovvero coloro che punivano i torti fatti alle divinità e così il male fisico venne giustificato come una mancanza verso gli dèi stessi. La morte, a meno che non fosse prematura o eccessivamente atroce, non era considerata un male, ma il comune destino dell’uomo.[1]

Conosciamo i demoni per la vasta documentazione presente sulle molte tavolette cuneiformi che ci sono giunte. Il loro carattere divino è rimarcato dal fatto che sono chiamati “seme di An” e si dice siano partoriti dalla madre “terra”, sono “impalpabili”, “insensibili”, sono spiriti continuamente all’opera per creare problemi agli uomini. Sono sette e provengono dall’Abzu, ognuno di loro è caratterizzato dal modo in cui si manifesta e dal suo campo d’azione: Asag cattivo si manifesta come un vento del sud e agisce sulla gola, Namtar appare come drago e agisce sulla gola, Udug cattivo si rivela come pantera e colpisce alla nuca, Ala cattivo appare quale vipera e il suo campo d’azione è il petto, Gidim cattivo si manifesta come leone e colpisce alla pancia, Galla è un mulinello quando appare e attacca le mani, infine Dingir cattivo nasce come uragano e colpisce i piedi.[2]

Dopo la morte non c’era il nulla, ma, mentre i corpi tornavano alla polvere di cui erano composti, un doppio spirituale si separava dal defunto al momento del suo trapasso. Questo fantasma doveva raggiungere il luogo del suo eterno soggiorno di cui la tomba costituiva l’entrata. La sua dimora si trovava negli inferi che potevano essere raggiunti anche tramite la misteriosa apertura posta all’estremità occidentale del mondo. Il reame infernale era visto come un’imprendibile cittadella fortificata in cui tutte le ombre dei morti avevano lo stesso destino.[3] L’unica eccezione era costituita dal re, egli, anche dopo morto, continuava ad avere un ruolo particolare. Non diventava una divinità, ma manteneva il suo ruolo di signore e proseguiva la sua opera di collaborazione con gli dèi. Così come da vivo aveva amministrato i suoi possedimenti per conto degli dèi, ora da morto manteneva quasi tutte le sue prerogative, ma con un potere maggiorato anche se sempre inferiore a quello degli dèi.[4]


[1] BOTTÉRO J., Uomini e dèi della Mesopotamia, …, pp. 64-65.

[2] PETTINATO G., Angeli e demoni a Babilonia, Mondadori, Milano 2001, pp. 115-117.

[3] BOTTÉRO J., Uomini e dèi della Mesopotamia, …, pp. 66-67.

[4] JESTIN R., s. v. Egiziani e Sumeri in Storia delle religioni Vol. I, …, p. 188.

Venerdì Santo

aprile 2, 2010

Oggi commemoriamo la crocifissione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo. E’ un momento molto importante e di riflessione per tutti i cristiani.

BUONA PASQUA 2009

aprile 10, 2009

Vorrei augurare a tutti che questa Pasqua 2009 sia davvero un momento di resurrezione, un  momento in cui la morte, il peccato che portiamo nel cuore sia vinto per sempre e ci apriamo alla speranza della vita eterna, una vita piena, totale, felice, già oggi, qui, su questa terra…

Col blog conto di riprendere a scrivere con regolarità da lunedì 20 (il 19 sono a un ritiro spirituale sui Dieci Comandamenti), intanto vi mando un forte abbraccio e vi invito a visitare un po’ tutte le pagine di questo blog e segnalarlo in giro se vi piace.

Cristo ha vinto la morte! Buona Pasqua!

L’inferno esiste veramente e com’è?

novembre 3, 2008

Sì, l’inferno esiste veramente secondo il magistero cattolico che in più di un documento ha codificato che esso è un luogo reale e inizia subito dopo la morte (DS 72; 76; 801; 852; 858; 1002; 1306; 1351; 1539;1575), inoltre non ha un tempo di scadenza, ma è eterno (DS 411). E qui iniziano già i primi, apparenti problemi, come è possibile che un Dio di amore infinito preveda un luogo di dolore eterno? Va bene che tu sia punito, ci direbbe la nostra ragione, ma questa punizione deve comunque avere un termine altrimenti rischia di diventare una tortura e basta. In realtà una risposta, molto chiara, ce la dà già Sant’Agostino che definisce il male come l’allontanamento da Dio, quindi l’inferno che noi possiamo immaginare (e nell’immaginario collettivo è spesso rappresentato così) è il luogo dove regna solo il male, il luogo in cui si è completamente e assolutamente lontani da Dio, quindi dall’Amore. Abbiamo già visto che Amore è sinonimo di Libertà e che in Dio vi è il massimo Amore e la massima Libertà, questo in concreto vuol dire che deve essere possibile per l’uomo accettare totalmente l’Amore di Dio, ma anche di rifiutarlo totalmente ecco perché la dannazione deve essere eterna, perché altrimenti non sarebbe libero l’Amore che Dio dona all’uomo. Se l’uomo rifiuta completamente Dio allora egli sceglie un inferno eterno. Il Magistero non specifica nulla sulla realtà dell’inferno, in senso concreto (cioè dove si trovi, come è suddiviso e così via), ma precisa che le pene non sono identiche per ogni dannato (DS 858; 1306) e che vi è la perdita della visione di Dio (già questa da sola è un inferno), ma anche una pena dei sensi, cioè una sofferenza sensibile (DS 780). Quindi l’inferno non è una situazione voluta da Dio, ma provocata dall’uomo e spesso inizia già su questa terra. Gesù col suo sacrificio ha salvato tutti gli uomini, ma ogni uomo deve accettare questa salvezza, esserne cioè parte attiva, questo mette in risalto e sottolinea quanto sia importante la vita concreta, storica, il vivere di ogni giorno dell’uomo cristiano per la determinazione del suo destino eterno. L’uomo non vive la sua quotidianità estraneo al mondo, ma vive nel mondo con un obiettivo che è fuori dal mondo. Ciò che vuole Dio è che noi realizziamo pienamente il nostro potenziale d’amore e l’inferno è proprio il fallimento di tutto questo, un fallimento totale e completo. Spesso è stato usato e viene usato per spaventare sperando così di indirizzare l’uomo verso il bene, può essere anche questo un sistema per scuotere le persone e far sì che si accorgano che stanno percorrendo la strada sbagliata. In ogni caso è giusto parlare dell’inferno, uno stato di dannazione, di fallimento eterno, perché l’uomo abbia davanti a sé ben chiare tutte le sue alternative e ciò a cui va incontro. Non è solo il Magistero a parlarne, ma anche le Sacre Scritture che parlano prima di Sheol, la dimora dei defunti e poi di Ben o Ge Hinnon (Geenna) che era una valle a sud di Gerusalemme dove in epoca pagana si facevano sacrifici umani e poi, con l’arrivo di Israele era diventato il luogo dove si bruciavano i rifiuti e quindi coperta da un fuoco perenne.

Marco 9:43-49 Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Perché ciascuno sarà salato con il fuoco.

Il crocevia delle molte strade era famoso in tutta la regione perché da lì si potevano raggiungere un po’ tutte le località del regno. Nel crocevia si incrociavano otto sentieri e qualunque si seguisse si sapeva che da lì a poco si sarebbe biforcato e poi biforcato di nuovo e così via, per permettere di andare in qualunque direzione si desiderasse. Era un crocevia importante, ma anche pericoloso, perché se non si conosceva la strada si rischiava facilmente di perdersi e viaggiare di notte, da soli, non sempre era piacevole oppure scoprire di essere ben lontani da dove si voleva arrivare poteva demoralizzare anche gli animi più forti.

Seduto, al centro del crocevia stava un vecchio. Era lì da molto, molto tempo, da così tanto tempo che nessuno sapeva ormai da quanto. Non parlava quasi mai, ogni tanto qualcuno si recava da lui e gli lasciava qualcosa da mangiare o da bere. Il vecchio accettava con gratitudine il dono e si limitava a dare qualche consiglio a chi glielo chiedesse. Le sue, rare, parole erano diventate leggendarie, si diceva che sapesse colpire direttamente nei cuori, che leggesse il futuro e che avesse poteri divini. Naturalmente non era vero, si trattava solo di un uomo che aveva deciso di fermarsi per guardare la gente che passava e che aveva imparato dalla vita una saggezza che tutti possedevano, ma che quasi tutti avevano dimenticato.

La donna stava da parecchio ferma, seduta sotto l’albero il volto nascosto tra le braccia, le ginocchia rannicchiate contro il seno. Ogni tanto sussultava quando un singhiozzo la scuoteva. Il vecchio la osservava di tanto in tanto e quando il sole cominciò a calare si alzò e andò a sederle vicino. Lei non se ne accorse neanche, lui rimase in attesa, ma poi ruppe il silenzio: – Ciao è tutto il pomeriggio che sei lì seduta a piangere, che succede?

La donna alzò la testa smarrita e il suo sguardo incrociò quello del vecchio. I suoi occhi erano rossi, gonfi di un pianto profondo. Titubò un po’, quasi volesse capire se fidarsi o meno, poi sembrò decidere che non era importante e rispose: – Succede che sono all’inferno… ecco cosa succede…

Il vecchio si guardò intorno sorpreso, il sole al tramonto diffondeva ovunque un caldo colore rossiccio: – A me a dire il vero non sembra, perché se fosse così ci sarei anche io, no? E poi non dovrebbe esserci caldo e fuoco e fiamme e magari anche qualche diavolo?

– Come se l’inferno fosse solo un luogo fisico! – sbottò la donna, la voce ancora rotta dal pianto, ma carica di amarezza – Un giorno forse arriverò anche a quello, ma l’inferno più brutto è quello che mi porto dentro… è terribile… mi ammazza ogni istante… è solo dolore… solo dolore… cosa ci può essere di peggio?

– Cosa è successo?

– Mia madre è morta… ma non è solo quello…. erano anni che non la vedevo né le parlavo… l’ultima volta che ci eravamo visti avevamo litigato, le avevo detto delle cose brutte… molto brutte… io… io non volevo finisse così… in realtà da quel momento non è passato giorno che non desiderassi sistemare le cose… chiederle scusa, tornare a parlarle… ma non ce l’ho mai fatta… mai…

– Come mai?

– Mah… alle volte era l’orgoglio a frenarmi, altre volte la paura di affrontarla… certe volte invece mancava proprio il tempo o rimandavo pensando ci sarebbe stata un’occasione migliore e adesso… adesso invece non c’è più nessuna occasione… – tirò su col naso asciugandosi una lacrima col polso.

– E ora cosa provi?

– Cosa provo? Cosa vuole che provi? Una tristezza infinita… un dolore che neanche riesco a descrivere.. come se qualcuno mi stringesse il cuore e lo svuotasse di ogni cosa e intanto un freddo glaciale risale lungo le vene… è una tortura… mi sento male… se questo non è l’inferno, cosa lo è allora?

– Quello che stai vivendo adesso è sicuramente un inferno, ma non credo sia L’Inferno

– In che senso?

– Nel senso che se esiste un luogo di dannazione eterna che ci attende dopo la morte non è quello che stai provando adesso

– Come fa a dirlo? Mi sembra un po’ presuntuosa come affermazione…

– Perché, per quanto doloroso possa essere ciò che stai vivendo, e credimi anche se non appieno capisco quanto lo sia, tu hai ancora la possibilità di mitigarlo, di fartene una ragione, di superarlo. In un luogo di dannazione eterna la pena non finisce mai

– Sì, forse ha ragione, ma io non riesco proprio a vedere come andare oltre, nn credo lo supererò mai…

– Questo è possibile, ma dipende tutto da te. Finché viviamo siamo noi a poter scegliere, è vero che le cose sembrano capitare al di là della nostra volontà e oltre la nostra possibilità di interferire, ma noi possiamo scegliere come affrontarle, come reagire

– Accade così nelle favole. Alle volte sono cose così grandi che non c’è modo di affrontarle o di reagire, ti schiacciano soltanto!

Il vecchio saggio rimase in silenzio, fissando lo sguardo della donna, poi disse bonario: – Tu credi davvero all’Inferno?

– Lo sto vivendo, come potrei non crederci?

– Allora perché non credi a colui che è morto su una croce per liberarti da quell’inferno?

La ragazza rimase a fissare il vecchio muta, finché questi non proseguì: – Con la sua morte ha dimostrato, nei fatti, che TU vali il suo sangue allora perché non prendi tutto il dolore che hai dentro e glielo affidi? Finché sei viva hai ancora il tempo di farlo, puoi ancora scegliere, poi… – il vecchio abbassò la testa – …non so, non credo dipenda più da noi, anche se alla sua misericordia non c’è limite

La ragazza rimase in silenzio, il sole tramontò quasi del tutto. Sospirò profondamente e si alzò, appoggiò una mano sulla spalla del vecchio e gli sussurrò: – Ci proverò, questa volta prometto che ci proverò senza aspettare… grazie – e così dicendo si allontanò lentamente, stringendosi le braccia intorno al busto per ripararsi dal freddo della sera.

Il vecchio la guardò finché non scomparve nella notte e poi tornò a guardare il crocevia.

Perché Dio ha creato la morte e perché ne abbiamo così paura?

agosto 3, 2008


In un certo senso questa domanda si potrebbe ridurre a quella sul perché esiste il male nel mondo, infatti spesso tendiamo a identificare il male con la morte, ma non è proprio così. La morte fisica è un qualcosa che, prima o poi, raggiunge ogni esistenza, sia essa un essere umano, una pianta, o addirittura una stella. Ogni cosa ha la sua fine e questa fine è stata creata da Dio, ma perché?

Per lo stesso motivo per cui Dio crea ogni cosa: per Amore. La morte è il momento in cui diciamo addio a questa vita per passare a un altro tipo di vita, di esistenza, di cui non sappiamo nulla o meglio di cui abbiamo solo “testimonianze di seconda mano” di cui raramente ci fidiamo.

Proviamo, per un attimo, a ragionare per assurdo e immaginiamo di poter vivere una vita immortale, cosa succederebbe? Potremmo fare tutte le cose che vogliamo, tanto se una cosa non la facciamo oggi, la potremo fare domani. Questo però annullerebbe il valore di ciò che facciamo. Tutto diventerebbe indifferente. Nella realtà ogni nostra scelta è anche la rinuncia a qualcos’altro e questo fa sì che le nostre scelte definiscano anche una scala di valori. Se scegliamo di sposarci rinunciamo ad alcune cose, se scegliamo di dedicarci agli amici o al lavoro ne rinunciamo ad altre e così via, cosa accadrebbe invece se non dovessimo scegliere? Se potessimo fare tutto? Immediatamente ci può sembrare una cosa bellissima, ma se ci fermiamo un attimo a pensare seriamente vedremo che è una cosa terribile, significa che ogni cosa è uguale all’altra, una cosa vale l’altra. Alla fine sarebbe l’inferno in terra, non un inferno di fiamme e demoni, ma un inferno interiore fatto di mancanza di senso, di stimoli, di volontà. Quindi la morte oltre ad essere un passaggio per un al di là dove incontreremo Dio e il Suo Amore è anche la bilancia, il metro di misura della nostra vita delle nostre scelte. Il motivo per cui ogni scelta importante ci provoca dubbi, angosce, timori, ma poi anche gioia, euforia, soddisfazione è proprio perché quella scelta è unica, non ripetibile e discriminante rispetto ad altre cose, perché sappiamo che il nostro tempo non è illimitato.

Se vi capita di leggere il Silmarillion di J. R. R. Tolkien vedrete che lì viene detto che Ainu, il creatore, aveva fatto agli uomini il dono più grande di tutti: la morte. Ma questo dono venne poi corrotto da Melkor (una specie di Satana) e gli uomini finirono con l’averne paura. Anche noi abbiamo paura della morte, ma perché? Un po’ perché non siamo sicuri di cosa ci aspetta dopo e dobbiamo affidarci alla fede, l’ignoto ci porta sempre ad avere paura, ma anche quando partiamo per un viaggio non siamo sicurissimi di cosa ci aspetta dopo, eppure non abbiamo lo stesso tipo di paura. Infatti secondo me la nostra paura della morte nasce dalla consapevolezza di quanto essa sia importante e di come essa sia la misura della nostra vita. Abbiamo paura della morte perché ci rendiamo conto di non aver vissuto una vita vera, nel senso di non aver permesso al nostro potenziale di realizzarsi, ci siamo adagiati sulle consuetudini, sulle abitudini, ci siamo fatti fregare dalla paura di ciò che potevano pensare gli altri e abbiamo soffocato la bellezza del nostro essere, abbiamo messo in gabbia ciò che ci rendeva unici, magari anche vergognandocene per uniformarci a ciò che tutti volevano da noi. Ecco cosa ci spaventa della morte e ci spaventa tanto, il fatto che sia un sigillo, un sigillo che non possiamo più spezzare, su quella che è stata la nostra vita. Finché non moriamo abbiamo la speranza di poter fare domani quello che non abbiamo avuto il coraggio di fare oggi, ma quando la morte avrà sigillato la pergamena della nostra vita non ci sarà più alcuna speranza, ciò che abbiamo fatto abbiamo fatto. Ma se invece abbiamo vissuto bene, in armonia con noi stessi e con gli altri, se abbiamo vissuto davvero l’Amore di Cristo, se abbiamo capito che ognuno di noi (e noi per primi) valiamo il Sangue di Dio allora la morte non ci farà alcuna paura perché sigillerà un qualcosa di cui saremo soddisfatti e allora anch’essa sarà un grande dono di Dio, come diceva San Francesco che ringraziava il Signore anche per sorella morte.

Apocalisse 21:3 Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

Il crocevia delle molte strade era famoso in tutta la regione perché da lì si potevano raggiungere un po’ tutte le località del regno. Nel crocevia si incrociavano otto sentieri e qualunque si seguisse si sapeva che da lì a poco si sarebbe biforcato e poi biforcato di nuovo e così via, per permettere di andare in qualunque direzione si desiderasse. Era un crocevia importante, ma anche pericoloso, perché se non si conosceva la strada si rischiava facilmente di perdersi e viaggiare di notte, da soli, non sempre era piacevole oppure scoprire di essere ben lontani da dove si voleva arrivare poteva demoralizzare anche gli animi più forti.

Seduto, al centro del crocevia stava un vecchio. Era lì da molto, molto tempo, da così tanto tempo che nessuno sapeva ormai da quanto. Non parlava quasi mai, ogni tanto qualcuno si recava da lui e gli lasciava qualcosa da mangiare o da bere. Il vecchio accettava con gratitudine il dono e si limitava a dare qualche consiglio a chi glielo chiedesse. Le sue, rare, parole erano diventate leggendarie, si diceva che sapesse colpire direttamente nei cuori, che leggesse il futuro e che avesse poteri divini. Naturalmente non era vero, si trattava solo di un uomo che aveva deciso di fermarsi per guardare la gente che passava e che aveva imparato dalla vita una saggezza che tutti possedevano, ma che quasi tutti avevano dimenticato.

La donna avanzava lentamente appoggiandosi a un bastone e ogni tanto fermandosi per guardarsi intorno e parlottando tra sé e sé.

– E’ proprio bello qui… – disse quando fu vicina al vecchio saggio

– Sì indubbiamente, ma è la prima volta che viene?

– Già, me lo ha consigliato mia nipote, io non ero mai stata qui, ma ne valeva la pena

– Le ha dato un buon consiglio sua nipote, magari qualche volta verrete insieme

– Sarà difficile, si è spenta la settimana scorsa, in un letto d’ospedale, per una brutta e lunga malattia e, in quanto a me, non credo mi manchi molto per raggiungerla

– Mi dispiace, non era mia intenzione…

– Non si preoccupi non ha nulla da dispiacersi, mia nipote se ne è andata dopo un lungo calvario, ma, glielo assicuro, non era per nulla triste

– Faccio fatica a crederlo, penso che la morte porti sempre con se un po’ di tristezza, se non altro perché si lasciano delle persone che si amano

– E’ vero quello che dice, lo pensavo anche io, ma è anche vero che mia nipote mi ha dimostrato che può essere diverso – il vecchio saggio la guardò dubbiosa e l’anziana donna proseguì – In ogni momento della sua malattia, anzi della sua vita, è sempre stata attenta a chi le stava attorno, si è presa cura di se stessa, ma anche di chiunque incontrava. ha avuto sempre una parola gentile, non l’ho mai vista rabbuiarsi… cercava sempre di capire, di comprendere, di accogliere… potrei raccontare decine di fatti veri, ma anche quando si è spenta era serena, radiosa, col suo solito sorriso…

– Una ragazza straordinaria

– L’ho pensato anche io e gliel’ho detto, sapete cosa mi ha risposto?

– No…

– Mi ha risposto che non era per nulla straordinaria e che semplicemente non c’era alcun motivo per essere tristi: ” La vita è bella, nonna, ma lo è anche la morte perché della vita fa parte” e poi, vedendo che non capivo, mi consigliò di venire qui

– Davvero?

– Già, ma qui riesco a vedere solo la bellezza della vita, quella sì che la vedo, non vi vedo altro

– Capisco, ma forse ora capisco meglio cosa intendeva vostra nipote. Qui vedete la vita e la vita è unica, meravigliosa, bella, ma una vita vissuta pienamente non ha paura della morte anzi la accoglie con un sorriso perché essa sigilla la bellezza e la pienezza che si sono vissute fino lì

– Sì, avete ragione, probabilmente avete ragione, ma è difficile sapete…

– Lo so – rispose mesto il vecchio.

– Io ho paura di morire, non ce la faccio ad essere come mia nipote…

– Anche io, ma abbiamo ancora tempo

– Dite?

– Sì, ogni attimo della vita vale quanto un’eternità

la vecchia chinò il capo in senso di assenso, ma una lacrima le rigò il viso, poi non aggiunse altro e proseguì il suo cammino, continuando a guardarsi intorno ogni tanto, per ammirare la vita.

Il vecchio la guardò allontanarsi, poi tornò a fissare il crocevia.

Perché Gesù ha permesso che lo uccidessero?

giugno 29, 2008

(Apro questa piccola parentesi per segnalarvi che è uscito il mio primo romanzo, trovate tutto su http://oddwars.roxer.com è un libro divertente per l’estate, ordinabile solo via Internet, aiutatemi a farlo conoscere)

Sono pienamente convinto, e con questi scritti cerco di mostrarlo, che il cristianesimo non sia una religione lontana dalla realtà, ma che sia anzi estremamente concreta e legata a filo doppio con la quotidianità della nostra vita. Proprio per questo, nel cercare di rispondere a questo quesito, desidero prima di tutto richiamarmi all’esperienza di ognuno di noi. Nella vita tutto ciò che conta, tutto ciò che è importante, costa fatica. Pensiamo ad esempio al raggiungimento degli obiettivi scolastici, alla ricerca di un lavoro, alla ricerca di una compagna o compagno per la vita, all’attesa, alla nascita e alla crescita di un figlio e così via. Non c’è nulla nella nostra vita che sia importante e che non costi fatica.

Ora, sappiamo che Cristo si è incarnato per vivere in tutto e per tutto la stessa vita degli uomini, ma in più egli è nato per riscattarci tutti col suo sangue. L’uomo poteva fare due cose: accettare Cristo e seguirlo in pieno o rifiutarlo. Purtroppo lo ha rifiutato e così il cammino di Cristo è diventato quello del sacrificio. Per ottenere la sua più grande vittoria, per riscattarci tutti, per sconfiggere la morte Egli doveva morire, ucciso da coloro che avevano rifiutato il suo messaggio di amore e di salvezza personale. Doveva morire per salvare tutti, sia coloro che lo avevano accettato sia coloro, la maggior parte, che non lo avevano fatto. Esattamente come il chicco di grano che deve morire per portare frutto.

Quindi Cristo si è lasciato uccidere per ottenere qualcosa che, secondo Lui, ovvero secondo Dio, valeva tantissimo: la nostra salvezza. La nostra salvezza valeva e vale, per Dio, la sua morte in croce, questo vuol dire che ognuno di noi vale il Suo sangue… il sangue di Cristo, il sangue di Dio. Cosa vale di più? Questo ci dice Cristo: Io mi sono fatto uccidere per amore tuo, quindi tu vali il sangue mio. Tu vali il sangue di Dio.

1Giovanni 4:10 In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati.

Il crocevia delle molte strade era famoso in tutta la regione perché da lì si potevano raggiungere un po’ tutte le località del regno. Nel crocevia si incrociavano otto sentieri e qualunque si seguisse si sapeva che da lì a poco si sarebbe biforcato e poi biforcato di nuovo e così via, per permettere di andare in qualunque direzione si desiderasse. Era un crocevia importante, ma anche pericoloso, perché se non si conosceva la strada si rischiava facilmente di perdersi e viaggiare di notte, da soli, non sempre era piacevole oppure scoprire di essere ben lontani da dove si voleva arrivare poteva demoralizzare anche gli animi più forti.

Seduto, al centro del crocevia stava un vecchio. Era lì da molto, molto tempo, da così tanto tempo che nessuno sapeva ormai da quanto. Non parlava quasi mai, ogni tanto qualcuno si recava da lui e gli lasciava qualcosa da mangiare o da bere. Il vecchio accettava con gratitudine il dono e si limitava a dare qualche consiglio a chi glielo chiedesse. Le sue, rare, parole erano diventate leggendarie, si diceva che sapesse colpire direttamente nei cuori, che leggesse il futuro e che avesse poteri divini. Naturalmente non era vero, si trattava solo di un uomo che aveva deciso di fermarsi per guardare la gente che passava e che aveva imparato dalla vita una saggezza che tutti possedevano, ma che quasi tutti avevano dimenticato.

La donna arrivò di sera, con la testa quasi sempre rivolta verso l’alto a guardar le stelle. Era già un po’ avanti con l’età, ma si vedeva che aveva ancora parecchia energia nel corpo robusto. Quando fu vicina al vecchio questi le fece segno di avvicinarsi ancora di più e le chiese: – Per caso, è suo questo?

La donna osservò con attenzione il piccolo ciondolo che l’uomo le mostrava. Dapprima non capì bene di che si trattava, ma poi lo riconobbe ed esclamò quasi ridendo: – Ah non credo proprio! Un crocifisso? No mio di sicuro non è

– Mi scusi allora, ma ne sembra quasi contenta, come mai?

– Può dirlo forte, io con quello preferisco non avere nulla a che fare. E’ un simbolo di morte, un cadavere appeso a una croce

– Per qualcuno invece è un simbolo di vita

– Lo so, ma il mondo è pieno di folli. Quello è un morto, punto e basta, questi sono i fatti

– Capisco… i fatti… se non sbaglio prima stava ammirando le stelle…

– Sì, stasera si vedono molto bene, poi è un po’ una deformazione professionale per me, vede sono un’astrofisica

– Sembra interessante, quindi le stelle le conosce bene

– Abbastanza, anche se non bene come vorrei – sorrise la donna.

– Io ho pochi ricordi di scuola, ma se non sbaglio anche il nostro sole è una stella, vero?

– Sì esatto, è la stella a noi più vicina

– Ed è grazie alla sua energia che dobbiamo la vita sulla terra…

– Esatto! Spiegarle adesso tutto il ciclo sarebbe lungo, ma è sicuramente così

– Il sole allora sì che lo accetterebbe come simbolo di vita?

La donna ci pensò un attimo poi concluse decisa: – Sicuramente! Il sole è vita

– Ma, mi scusi se mi approfitto delle sue conoscenze, sono curioso, come si produce l’energia nel sole?

– Oh non si preoccupi è una domanda molto semplice, si produce grazie ai processi di fusione nucleare che avvengono al suo interno

– Capisco, ma cos’è un processo di fusione nucleare? Mi perdoni, ma i miei ricordi di fisica non vanno così in là e la prego, nello spiegarmelo tenga conto che sono davvero ignorante

– Cercherò di essere il più semplice possibile- sorrise l’astrofisica contenta di poter parlare di ciò che conosceva – In pratica succede che, all’interno del sole, atomi diversi si scontrino e si fondano insieme generando energia

– Interessante… allora vediamo se ho capito bene – il vecchio indugiò un po’ – All’interno del sole gli atomi si scontrano e nel fare questo liberano energia e questa energia poi il sole la manda verso la terra ed è questa energia che permette la vita sul nostro pianeta?

– Sì esatto, è una spiegazione un po’ semplificata, ma sostanzialmente corretta

– Ma quando gli atomi si scontrano e liberano energia, poi ci sono ancora?

– No, gli atomi che si sono fusi non esistono più – rispose la donna.

– Quindi potremmo dire che è come se gli atomi morissero?

– Se vuole sì – era un po’ titubante – non è che fossero vivi prima, però in effetti cessano di essere quello che erano prima…

-… e si trasformano in energia, cioè in vita – concluse il vecchio sorridendo.

– Sì, ma non capisco perché sorride, c’è qualcosa che vuole sottintendere?

– No, nulla, stavo solo riflettendo sul fatto che, allora, un uomo crocifisso come simbolo di vita non è poi così assurdo…

La donna bisbigliò qualcosa a denti stretti, poi voltò le spalle al vecchio e si allontanò per la via da cui era venuta senza più badare alle stelle.

Il vecchio tornò a guardare il crocevia.