Posts Tagged ‘Gerusalemme’

Il leone

marzo 30, 2017

Ed ecco la seconda puntata sul leone: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/leone/

Il cammello

marzo 28, 2017

Vi segnalo questo link da cui potete vedere la prima puntata degli Animali nella Bibbia, dedicata al cammello: http://www.telepaceverona.it/in-evidenza/cammello/

Animali nella Bibbia

marzo 10, 2017

Animali nella Bibbia

Ogni sabato sera su Telepace Verona verrà trasmessa una puntata di questo programma (mentre nelle altre date indicate sarà replicata) che ho ideato e che vede la collaborazione del Parco Natura Viva, in particolare del suo direttore il dottor Cesare Avesani Zaborra e dello Zoo Biblico di Gerusalemme e del suo direttore Shai Doron. E’ un modo, credo nuovo, di vedere gli animali citati nella Bibbia perché dopo averli visti al Parco Natura Viva, andremo a scovarli rappresentati nelle chiese di Verona e a scoprire il loro valore simbolico/artistico/religioso, infine ci spostiamo a Gerusalemme per vedere come vivono oggi, in Terra Santa, gli animali di cui parla la Bibbia. Seguite il programma e fatemi sapere cosa ne pensate.

La Tomba – Yeshua bar Yosef

agosto 29, 2013

Ossuary 80/503 “Yeshua bar Yosef ” “Jesus, Son of Joseph”

It is the plainest of the ten ossuaries found in the tomb, a modest coffin, perhaps made in haste. Alarmingly, there is a large cross mark right next to the name “Jesus.” A cross, deliberately carved. The archaeologists, however, immediately and ever since, dismissed this as a mason’s mark. Besides, they say, Christians didn’t use crosses until the time of Constantine in the 4th century. This “Jesus, Son of Joseph” ossuary couldn’t belong to that Jesus, son of Joseph.

Back in 1926, another “Jesus, son of Joseph” ossuary was discovered languishing in the basement of what is now the Rockefeller Museum”by none other that Eleazer Sukenik, the archaeologist famous for his 1948 discovery of the Dead Sea Scrolls. The HebrewUniversity professor did not publicize his astonishing find until 1931 at a conference in Berlin. The news made headlines around the world. And then the world forgot all about it.

Today, that same ossuary is on display at the IsraelMuseum. It is in no way connected with Jesus of Nazareth but instead is on display to send a message: don’t get excited if you find archaeological mention of any “Jesus.” The name is common.

Ossario 80/503 “Yeshua bar Yosef” Gesù, figlio di Giuseppe.

E’ il più semplice dei dieci ossari trovati nella tomba, una bara modesta, forse fatta in fretta. Allarmante è che ci sia un grosso segno a forma di croce vicino al nome “Gesù”. Una croce scolpita di proposito. Gli archeologi, comunque, subito e sin da allora, esclusero che fosse un segno del costruttore. D’altra parte, dicono, che i Cristiani non usavano le croci fino al tempo di Costantino nel quarto secolo. Questo ossario di “Gesù, figlio di Giuseppe” non potrebbe appartenere a quel Gesù, figlio di Giuseppe.

Nel 1926, un altro ossario di “Gesù, figlio di Giuseppe” fu scoperto languire nel basamento di quello che è ora il Museo Rockfeller da nessun altro che Eleazer Sukenik, , l’archeologo famoso per la scoperta, nel 1948, dei manoscritti del Mar Morto. Il professore della Hebrew University non publicizzò la sua stupefacente scoperta fino ad una conferenza a Berlino nel 1931. Le notizie occuparono i titoli di testa di tutto il mondo. E poi il mondo se ne dimenticò del tutto.

Oggi, lo stesso ossario è in mostra al Museo di Israele. Non è in alcun modo collegato a Gesù di Nazareth, ma invece è in mostra per mandare un messaggio: non eccitarti se trovi una qualunque prova archeologica che menziona Gesù. Il nome è un nome comune.

Questo piccolo paragrafo sembra molto chiaro, e sopratutto nella seconda parte non sembra necessiti di particolari attenzioni, sarebbe sufficiente soffermarsi sul fatto che il nome Gesù all’epoca in cui Gesù visse era un nome comune ed è bene sempre tenerlo presente, in particolare quando si parla proprio della Tomba di Talpiot.

In realtà è doveroso soffermarsi anche, e abbastanza approfonditamente, sulla prima parte. Siamo davvero sicuri che l’iscrizione sull’ossario sia “Yeshua bar Yosef”? E lo strano simbolo di cui si parla, è davvero una croce?

Cerchiamo di capirlo insieme.

Dell’iscrizione in sé ne avevamo già parlato, ma visto che mi sembra pertinente riporto qui le stesse considerazioni fatto nel capitolo su “Talpiot Fatti Essenziali – la prima scoperta”.

L’iscrizione è in Aramaico (un antico dialetto ebraico) e la maggior parte degli studiosi che hanno affrontato l’argomento ritengono dica: Yeshua bar Yosef che tradotto è: Gesù figlio di Giuseppe. Non tutti però, infatti il Dottor Stephen Pfann e il Dottor Craig Evans la pensano diversamente.

Il primo è il preside dell’universitá della Terra Santa di Gerusalemme ed esperto di lingue semitiche e come si può verificare qui (http://news.nationalgeographic.com/news/2007/02/070228-jesus-tomb_2.html) dopo aver osservato l’inscrizione in un’immagine ad alta risoluzione ha affermato che non crede ci sia scritto Yehoshua (Gesù), ma Hanun o qualcosa di simile. Il secondo, professore di Nuovo Testamento in Canada, con più di sessanta pubblicazioni all’attivo esprime tutti suoi dubbi, sul suo sito (http://www.craigaevans.com/tombofjesus.htm), dubbi che si possono riassumere con una frase “vedo le parole “figlio di Giuseppe” ma non riesco a vedere la parola Yeshua (Gesù)”.

Cerchiamo ora di entrare ancora di più nel dettaglio, per quanto possibile, per provare a capire ancora meglio.

Ecco qui l’immagine dell’iscrizione come si presenta

Questa è invece l’iscrizione a cui sono state sovraimpressi i caratteri ebraici, in blu, nella parte finale dell’inscrizione. Come vedete la forma delle lettere è simile e ci permette di leggere la parte finale dell’iscrizione (gli ebrei, ancora oggi, scrivono da destra a sinistra) che è bar Yehosef “figlio di Giuseppe”.

Qui, invece vediamo la stessa iscrizione, ma con evidenziate, in rosso le lettere che dovrebbero comporre il nome di Gesù.

Di solito il nome Gesù, in ebraico, è composto da Yod, Shin, Wav e , ‘Ayin.

Nel caso dell’iscrizione sull’ossario di Talpiot abbiamo, da destra verso sinistra, Yod e Shin che sono unite tra di loro e la Wav assente.

Levi Yizhaq Rahmani, un archeologo israeliano, curatore capo del Dipartimento Israeliano dell’Antichità e famoso sopratutto per i suoi lavori sulle tombe e gli ossari nel periodo del secondo Tempio (gli ossari sono di solito catalogati come “Rahmani n. ” secondo la numerazione presente nel catalogo Rahmani del 1994) ha messo un punto di domanda accanto alla traduzione “Gesù (Yeshua)” per indicare un’incertezza. È quindi possibile che Wav sia unita o sovrascritta al primo tratto della lettera successiva, é però altrettanto possibile che l’ultimo tratto dell’ultima lettera unita a un’altra lettera che si chiama Yod. Se fosse così avremo il nome ebraico “Yish’i” che in italiano diventa “Isei” (è un nome che nella Bibbia ricorre alcune volte, si veda ad esempio il secondo libro delle Cronache capitolo 2, verso 31). Quindi l’interpretazione di questa iscrizione è tutt’altro che univoca.

A  questo punto facciamo qualche considerazione logica.

Il fulcro di tutta la predicazione di e su Gesù era che lui fosse sì morto, ma che poi fosse risorto, quindi perché la sua famiglia (se ammettiamo, per assurdo, che quella fosse la sua tomba di famiglia), i suoi seguaci (cioè i suoi discepoli) avrebbero dovuto, in ogni caso, darsi da fare per costruire un ossario con il suo nome sopra?

Se Cristo non fosse risorto e si voleva comunque darà riposo alle sue ossa, ma nel frattempo spargere l’idea della sua resurrezione che senso aveva fargli un ossario con il suo nome sopra? Avrebbe sconfessato immediatamente la resurrezione. E in ogni caso perché non farlo più bello, più chiaro, più sontuoso? Sepellire il corpo di una persona, poi metterne le ossa in un ossario, scrivere il nome della persona sull’ossario, aggiungendo pure dei simboli che aumentassero la riconoscibilità dello stesso e poi andare a predicare che questa persona non è morta, ma risorta mettendo in gioco anche la propria vita mi sembra proprio privo di alcun senso logico…

Così, tanto per renderci conto di quello che stiamo dicendo vi propongo le altre iscrizioni trovate negli ossari che riportano il nome di Gesù (accanto trovate le lettere ebraiche che aiutano a comprendere le iscrizioni).

Ossario Rahmani n. 9

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Ossario Rahmani n. 121

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Ossario Rahmani n. 63

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Ossario Rahmani n. 140

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Ossario Rahmani n. 702

Tomba_11_0006

Come possiamo vedere da questo breve excursus in tutti gli altri casi si hanno iscrizioni molto più chiare e definite.

Rimane un ultimo punto da analizzare, quello che riguarda il grosso segno a forma di croce. Innanzitutto è vero che i cristiani hanno adottato il simbolo della croce molto più tardi e che per gli ebrei la croce era un simbolo di estrema negatività, ma allora quel segno su quel sarcofago, cosa altro potrebbe essere se non una croce?

Il punto è che secondo Rahmani e Kloner (Il rapporto di Amos Kloner  si basava sugli appunti di Yosef Gat, il capo archeologo che scoprì la tomba, che morì circa un anno dopo la scoperta senza aver scritto nulla al riguardo. Il lavoro di Kloner fu invece pubblicato nel 1996 dall’IAA come ‘Atiquot (XXIX, 1996). E’ in ebraico, ma ne esiste un Abstract in inglese con alcune immagini che potete visionare qui: http://zwingliusredivivus.wordpress.com/2013/01/09/amos-kloners-essay-on-talpiot/ ) Gli artigiani erano soliti apporre dei segni sul coperchio e sull’ossario per essere sicuri che il coperchio si chiudesse correttamente. Secondo Rahmani almeno il 40% degli ossari presenta questo tipo di segni e qui di seguito vi faccio vedere alcune immagini per rendere l’idea.

Tomba_12_0002

Quindi è probabile che quel segno, una X sia proprio un segno usato da chi ha fatto l’ossario, ma possiamo affermarlo con sicurezza? Sì, se leggiamo il catalogo di Rahmani a pag. 223 dove c’è la descrizione dell’ossario in questione, infatti descrivendo l’iscrizione dice che si trova “sul lato stretto, sotto il bordo” e che la X è integrata da un segno che ricorda un asterisco e un segno più grande “sul coperchio, sul lato stretto). Quindi se si vede il sarcofago nel suo complesso, intero e col coperchio, quel segno diventa semplicemente un segno usato dai carpentieri che lo hanno costruito, non una croce con un significato religioso.

Festival Biblico – 2012 L’assedio di Gerusalemme ad opera di Sennacherib, sovrano assiro: storia e archeologia

aprile 24, 2013

Intervento di Simonetta Ponchia[1]

 

Vicenza – 25 maggio 2012

Simonetta Ponchia apre un’interessante pagina di storia.

Il quadro storico:

  • La storia ricorda il potente regno Assiro nelle sue tre dimensioni:
    • dal 1950 al 1365 a.C. detto anche Antico Impero o Paleoassiro
    • dal 1365 al 932 a.C. detto anche Medio Impero o Medioassiro
    • dal 911 al 612 a.C. detto anche Nuovo Impero o Neoassiro
  • Nel secondo periodo l’Assiria butta le basi della sua espansione quando, nel 1115 a.C. Tiglat-Pileser I (1115-1076 a.C.) attraversa l’Eufrate e conquista Mushki (l’antica Meshech menzionata nel Salmo 120,5), avanza verso est e verso ovest conquistando e distruggendo tutto quello che incontrava sul suo cammino;
  • Nel terzo periodo, un suo discendente, Tiglat-Pileser III (re dal 745 al 727 a.C.), impossessatosi del potere e rafforzati i confini del suo impero, occupa la Filistea, invade Israele e impone pesanti tributi ai popoli che aveva assoggettato;
  • Un nuovo monarca, Sargon II (re dal 721 al 705 a. C.) regna in Assiria: invade la Samaria, dando inizio alla diaspora, distrugge di fatto il regno del nord d’Israele e invade la Giudea, impossessandosi di Gerusalemme. Nel 705 a.C. Sargon fu ucciso in battaglia;
  • Un nuovo personaggio prende il potere: Sennacherib, figlio di Sargon II, re di Assiria dal 705 al 681 a.C.

Inquadrato così il periodo di cui vuole trattare, Simonetta Ponchia si sofferma sulla figura di Sennacherib e sull’assedio di Grusalemme.

Quello che la storia ha ricostruito può essere così riassunto:

Sennacherib, appena salito al trono, non riceve il tributo che il Regno di Giuda gli versava a seguito del vassallaggio concordato fra Sargon II re d’Assiria e Ahaz re di Giuda. Non solo, ma Ezechia di Giuda, succeduto al padre Ahaz, forma un’alleanza con Sethos faraone d’Egitto, contro l’Assiria. Nel 701 a.C. Sennacherib organizza una campagna contro i suoi nemici, conquista la Giudea, distrugge 46 città sul suo cammino,  muove verso Gerusalemme che pone sotto assedio imponendo pesanti tributi a tutto il territorio.

La guerra di Sennacherib contro Ezechia e Sethos ci viene confermata da:

  • diverse stele biografiche di Tirhaka in Nubia che testimoniano che re Sennacherib di Assiria aveva condotto due campagne contro Ezechia di Giuda;
  • alcuni passi delle Storie di Erodoto (2:141) in cui si accenna ad un’epidemia causata dai topi che avrebbe colpito l’esercito assiro;
  • alcuni passi ricavati da reperti archeologici assiri (il “Prisma di Taylor” ora presso il British Museum) secondo cui Sennacherib dopo aver vinto le sue battaglie avrebbe cinto d’Assedio Gerusalemme che avrebbe negoziano la pace pagando forti tributi per non essere distrutta;
  • dalla Bibbia, e particolarmente:
  • 2Re capitoli 18 e 19;
  • 2Cr capitol 32;
  • 2Macc 8:19; 15:22;
  • Sir 48:18-21;
  • Is 30:1-4 e capitoli 36 e 37.

Secondo i brani della Bibbia, dopo la ribellione di re Ezechia, il re assiro Sennacherib invase tutta la Giudea e cinse d’assedio Gerusalemme. Nonostante un ripensamento da parte di re Ezechia che pagò un forte tributo di vassallaggio, Sennacherib mantenne l’assedio attorno a Gerusalemme: re Ezechia, strappatosi le vesti, consigliato dal profeta Isaia, chiese aiuto al Signore pregandolo nel Tempio. Il Signore prestò ascolto alla preghiera: l’ “angelo del Signore” intervenne e colpì 185.000 soldati assiri. Così fallì l’assedio e Sennacherib tornò nella sua città di Ninive, dove fu ucciso dai suoi stessi figli.

Simonetta Ponchia si sofferma in particolare sui passi della Bibbia confrontandoli sui ritrovamenti archeologici e le fonti extrabibliche:

  • i nomi delle città e dei partecipanti generalmente concordano in tutte le fonti;
  • da quanto è stato trovato si può ragionevolmente affermare che non fu veramente cinta da uno stretto assedio anche se ci sono le prove che le strade di accesso furono bloccate;
  • un bassorilievo trovato a Ninive dall’archeologo britannico Austen Henry Layard, mostra re Sennacherib che cinge d’assedio la città di Lachish (Tell el Duweir);
  • in un secondo bassorielievo, sempre proveniente da Ninive, notiamo re Sennacherib che riceve il pagamento dei tributi da parte di alcuni inviati semiti

La presentazione si conclude con la proiezione di alcune diapositive che mostrano i vari scavi e i reperti archeologici da cui gli esperti hanno rintracciato notevoli concordanze con il testo biblico.

© Ricerca e redazione a cura di Gennaro Stammati

 


[1] Simonetta Ponchia ha conseguito la laurea in Lettere nel 1982 presso l’Università degli Studi di Padova e il dottorato di ricerca nel 1992 presso l’Istituto Orientale di Napoli. Nel 1990 ha  ottenuto una Fellowship by courtesy presso la Johns Hopkins University di Baltimora. Dal 2001 è professore associato di Storia del Vicino Oriente antico presso l’Università degli Studi di Verona. Ha svolto attività didattica nell’ambito di progetti Erasmus nel 2008 presso l’Institut für Assyriologie und Hethitologie dell’Università di Monaco, nel 2012 presso la Bilkent University di Ankara. Dal 2001 al 2005 ha cooperato, sulla base di una convenzione tra l’Università di Verona e l’Università di Udine, alla ricerca archeologica sul sito dell’antica Qatna, in Siria. Dal 2004 al 2009 a un’attività di ricerca storico-archeologica in Turchia centrale, nell’ambito di un progetto internazionale coordinato dal Prof. K. Strobel (Università di Klagenfurt). Fa parte dei comitati scientifici che curano l’edizione delle riviste internazionali Kaskal: Rivista di storia, ambienti e culture del Vicino Oriente antico  e State Archive of Assyria Bulletin, e della serie Acta Sileni.

La battaglia si infiamma – E’ davvero la Sua Tomba?

marzo 26, 2013

The Battle Rages – Is The Tomb Really His?

As with all controversial subjects, there are strong opinions on both sides of the equation. It is no different when it comes to the Jesus Family Tomb issue as to whether the archeological dig in Talpiot, a suburb of Jerusalem, was really the burial place of Jesus of Nazareth and his family. As of this time, the dig is not active; however, dialogue is very much alive.

One of the chief proponents of the Jesus Family Tomb is Dr. James Tabor, Professor and Chair of the Department of Religious Studies at the University of North Carolina at Charlotte. In spite of the fact that interest in the Jesus Family Tomb has taken a decided downturn in the wake of some very unfavorable responses to the film, Dr. Tabor continues to defend the thesis of the film and the idea that Jesus, the man, was married and had a son and that he did not resurrect, as most of Christianity believes.

Dr. Tabor’s Take

Dr. Tabor has written his theory in a recent book entitled, The Jesus Dynasty: The Hidden History of Jesus, His Royal Family, and the Birth of Christianity. Essentially, his thoughts reject the virgin birth of Jesus, establish that Jesus was a royal messiah and John the Baptist (Jesus’ cousin) a priestly messiah. The focus, rather than being on Jesus and his purpose on earth, was that both Jesus and John taught a return to Torah and the kingdom of God. He further says that Jesus, after facing off with the Pharisees in Jerusalem, expected that God would save his mission, but he ended up crucified instead. He claims Jesus did not rise from the dead, but the idea of a resurrection was something that was added later on to the story. Since Jesus and all of his brothers were of the Davidic line, they would form the new Davidic Dynasty and after Jesus’ death, his brother Joseph took the helm to be followed later by James. According to Dr. Tabor’s thought, orthodox Christianity as it is known was really developed by Paul in opposition to why Jesus and his brothers taught.

Many Scholars Have Changed Their Minds

Interestingly, many of the scholars who responded to the initial find and the subsequent film in terms of it being of monumental significance have since backed away from the issue. Much of the information and theory surrounding what was touted as fact, has turned out to be assumption. There are a number of archeologists who are interested in furthering the dig and finding more information but the interest has definitely waned over time.

At this point in time, there seems to be more weight on the side of those who do not believe the tomb is that of Jesus. The debate continues.

 La battaglia si infiamma – La tomba è veramente la Sua?

 

Come con tutti i soggetti controversi, ci sono forti opinioni su entrambi i lati dell’equazione. E lo stesso capita quando si finisce col parlare della Tomba di Famiglia di Gesù cosí come se lo scavo archeologico a Talpiot, un quartiere di Gerusalemme, sia davvero il luogo di sepoltura di Gesú di Nazareth e della sua famiglia. Ad oggi lo scavo non é attivo, ma il dialogo é molto vivo.

Uno dei principali sostenitori della Tomba di famiglia di Gesú é il dottor James Tabor, professore e capo del Dipartimento di Studi Religiosi all’Universitá della North Carolina a Charlotte. Nonostante il fatto che l’interesse nella Tomba di Famiglia di Gesú é andato scemando dopo alcuni commenti molto sfavorevoli al film, il Dottor Tabor continua a sostenere la tesi del film e l’idea che Gesú, l’uomo, fosse sposato avesse un figlio e non risorse, come credono molti Cristiani.
 

La posizione del Dottor Tabor

 
Il dottor Tabor ha scritto la sua teoria in un recente libro intitolato “The Jesus Dynasty: the hidden history of Jesus, his royal family, and the Birth of Christianity” (La dinastia di Gesù: la storia segreta di Gesù, la sua famiglia reale e la nascita della cristianitá). Essenzialmente egli rifiuta la nascita virginale di Gesù, stabilisce che Gesù era il messia regale e Giovanni il Battista (cugino di Gesù) ilmmessia sacerdote. L’obiettivo, invece di essere su Gesù e il suo scopo sulla terra, era che entrambi, Gesù e Giovanni insegnavano un ritorno alla Torah e al Regno di Dio. Egli dice inoltre che Gesù, dopo essersi confrontato coi Farisei a Gerusalemme, si aspettava che Dio salvasse la sua missione, ma finí con l’essere crocifisso. Egli sostiene che Gesù non risorse, ma l’idea della resurrezione é qualcosa che fu aggiunto dopo alla storia. Dal momento che Gesù e tutti i suoi fratelli erano della linea Davidica, avrebbero formato la nuova dinastia di Davide e dopo la morte di Gesú, suo fratello Giuseppe prese il timone per essere seguito, successivamente da Giacomo. Secondo il pensiero del Dr. Tabor, la Cristianitá ortodossa come é conosciuta oggi fu sviluppata da Paolo in opposizione a ció che che Gesú e i suoi fratelli insegnavano.
 

Molti studiosi hanno cambiato idea

È interessante che molti degli studiosi che avevano risposto alla scoperta iniziale e al susseguente film in termini che essa fosse di un significato monumentale si sono tirati indietro sull’argomento. Molte delle informazioni e delle teorie che circondavano quello che era propagandato come un fatto, finirono col diventare ipotesi. C’erano un certo numero di archeologi che erano interessati nello scavare piú a fondo e trovare piú informazioni, ma l’interesse é definitivamente scemato col tempo.

A questo punto, sembra ci sia molto piú peso dalla parte di quelli che non credono che la tomba sia quella di Gesú. Il dibattito continua.

Credo ci sia poco da aggiungere. Il dottor Tabor ha la sua idea, ma non trova conforto nei suoi colleghi accademici che anzi, dopo un primo entusiasmo (molto probabilmente dopo aver esaminato i fatti e non le ipotesi e la loro spettacolarizzazione, ma questa è una mia opinione), ritengono l’intera vicenda, cioé che quella sia la tomba di famiglia di Gesú, priva di qualunque fondamento.

Il Gallone e il Cerchio

dicembre 18, 2012

Passiamo ora a un’altra sezione del sito, quella dedicata al simbolo che appare sulla tomba e che viene chiamata “Chevron” (Gallone,  distintivo).
 
 

The Chevron and the Circle

East Talpiot, Jerusalem. March 30, 1980. The Tomb of the Ten Ossuaries. Excavation Day One.

Upon their arrival, the first thing archaeologists Josef Gat, Amos Kloner and Shimon Gibson noted was the strange symbol over the door to the Jesus tomb, on the south face of the antechamber. They had never seen another like it: a decorative V- or Y-shaped gable or chevron over a prominent circle. It measured more than a meter wide, a quite beautifully rendered stone relief sculpture. All three archaeologists knew that the splendor of the facade, especially in a tomb with no other decorative features, was extremely rare.

Bones had been placed in the antechamber directly underneath the chevron symbol, possibly deliberately. This too was decidedly not typical. In ancient Jerusalem, the dead were placed inside tombs; in tombs, the dead were placed inside ossuaries. What were human bones doing under the symbol? Whose bones were they? Were they connected with the unprecedented symbol over the passage into the tomb?

Symbols are shifty things. A fish, for example, can represent Christianity, depict the sign of Pisces, or stand for a manufacturer’s brand of frozen seafood. So it is with the chevron and the circle found on the “Tomb of the Ten Ossuaries.” We can look for other symbols that pre- and post-date it to try to pinpoint influence. We can say what it is like. But we cannot say for sure. That job is for some future historian.

The symbol in question has no precedent, but it is in use today, a diacritical mark used by modern typographers. No connection there. It is used astrologically to represent something called quadruplicity, or the quality of cardinality. And though astrology is ancient “more than 6 000 years old” the symbol of quadruplicity was not used until at least the Middle Ages. No help there either.

Il gallone e il cerchio

Talpiot est, Gerusalemme. 30 Marzo 1980. La tomba dei dieci ossari. Primo giorno di scavi.

Al momento del loro arrivo, la prima cosa che gli archeologi Josef Gat, Amos Kloner e Shimon Gibson notarono fu lo strano simbolo sopra la porta della tomba di Gesù, sulla facciata sud dell’anticamera. Non ne avevano mai visto uno simile: un timpano o un gallone decorativo a forma di V o di Y sopra un grande cerchio. Misurava più di un metro di larghezza, una sufficientemente bella scultura in pietra in rilievo. Tutti e tre gli archeologi sapevano che lo splendore della facciata, specialmente in una tomba con nessun altro oggetto decorativo era estremamente raro.

Ossa sono state poste nell’anticamera, direttamente sotto il gallone simbolo, possibilmente deliberatamente. Questo fu anche, decisamente, atipico. Nell’antica Gerusalemme, il morto era posto dentro una tomba; nelle tombe i morti erano messi dentro ossari. Cosa ci facevano delle ossa umane sotto il simbolo? Di chi erano quelle ossa? Erano collegate col simbolo senza precedenti sopra il passaggio nella tomba?

I simboli sono cose mutevoli. Un pesce, per esempio, può rappresentare la Cristianità, indicare il segno dei Pesci o indicare il marchio di un produttore di pesce surgelato. Così è per il gallone e il cerchio trovati sulla Tomba dei Dieci Ossari. Possiamo cercare altri simboli che predatino o postdatino per cercare di localizzarne l’influenza. Noi possiamo dire a cosa assomiglia, cosa rappresenta. Ma non possiamo dirlo per certo. Questo è un lavoro per storici futuri.

Il simbolo in questione non ha precedenti, ma è in uso oggi, un segno diacritico usato dai tipografi moderni. Nessuna connessione qui. È usato astrologicamente per rappresentare qualcosa chiamato quadruplicitá, o la qualità della cardinalitá. E benchè l’astrologia sia antica, più di 6000 anni, il simbolo della quadruplicità non è stato usato fino al Medio evo. Nessun aiuto neanche qui.

È vero, sull’entrata della tomba c’è un simbolo, eccolo qui:

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ma è davvero un simbolo così particolare da essere unico?

Assolutamente no, ci sono diversi ossari, tutti catalogati da Rahmani che hanno la stessa struttura (ad esempio gli ossari numero 251, 408, 473, 596, 597) e più che un simbolo si trattava di una presa per sollevare il coperchio dell’ossario.

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È quindi probabile che si sia voluta riportare sulla facciata della tomba un simbolo che ricordasse gli ossari, a indicare che quella era proprio una tomba di ossari.

Un’altra possibile teoria riguardo a questo simbolo è data dal Dottor Kirk Kilpatrick che nota come esso ricordi un particolare del tempio che si trova anche su le monete erodiate che si riferiscono al tempio di Gerusalemme.

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Questo potrebbe indicare che all’interno della tomba fossero sepolti ebrei devoti.

Quindi nessun mistero particolare, ma sono molto interessanti, e corrette, le considerazioni finali perchè mettono in evidenza come, proprio perchè i simboli hanno significati mutevoli, non si può utilizzare il significato che un simbolo ha al di fuori del suo contesto storico e culturale.

L’eroe nell’Islam

aprile 19, 2012

8.4 La leggenda di Saladino

Parlare dell’eroe nell’Islam può risultare facile, ma al tempo stesso difficile. Facile perché come abbiamo visto dalla presentazione della religione, l’islamismo accetta tutta la storia e la mitologia ebraica addirittura completandola con episodi ancora più eccezionali. Allora sarebbe bastato rifarci all’analisi di Noè per inquadrare quali sono le caratteristiche dell’eroe nell’Islam. D’altra parte cercando eroi tipici dell’Islam ci si imbatte in figure di santi che riportano tratti eroici, fenomeno questo che abbiamo visto caratterizzare le religioni monoteiste. E’ però possibile trovare alcune figure storiche che hanno assunto aspetti leggendari soprattutto grazie ai racconti degli avversari.

Una di queste figure su cui ci siamo concentrati è quella di  Saladino, sul quale abbiamo molti racconti, i più fantasiosi dei quali sono di narratori o storici occidentali. Secondo alcuni di questi, basati sulle narrazioni orientali, le origini di Saladino sarebbero state umili, si sarebbe introdotto alla corte di Norandino e sarebbe divenuto l’amante della moglie di costui. Una volta ottenuto il favore del sultano lo avrebbe poi fatto avvelenare e ne avrebbe messo a morte il suo unico figlio, divenendo padrone di sette reami e mettendosi a combattere i cristiani. Questo è uno dei pochi ritratti del Saladino negativo ed è comunque esagerato. Saladino e la moglie di Norandino si sposarono, ma solo dopo la morte di quest’ultimo, il cui figlio fu esiliato, non messo a morte, inoltre nessuno lo accusò mai di aver avvelenato il sultano. Secondo un’altra tradizione occidentale egli sarebbe di nascita equivoca, ma suo zio era Savarius, comandante dell’armata che conquistò l’Egitto per conto di Norandino. Nella Cronaca di Ernoul è il nipote di un ricco signore di Damasco che aveva guerreggiato in Egitto contro il re Amauri di Gerusalemme, suo alleato. Morto lo zio, Saladino si ritrova a capo dell’esercito e prende la città del Cairo con l’astuzia. Fa dire a chi era a capo della città che andrà a chiedergli la pace. In realtà si presenta col suo seguito avanzando a quattro zampe, con un basto sul dorso, ma nel momento di baciargli il piede estrae un pugnale e lo colpisce al cuore. Altrettanto fa il suo seguito con chi aveva intorno e così egli si ritrova padrone del castello. In seguito, morto Norandino, ne sposa la vedova e prende possesso di tutto il suo impero.

Molto più numerosi sono i racconti che ne esaltano le virtù e ne raccontano le gesta leggendarie. Addirittura si cerca di avvicinarlo alla cavalleria cristiana fino al punto di fargli professare la fede di Cristo, anche se in segreto. Infatti una delle leggende più antiche sostiene che egli, ammirando la cavalleria, si fece armare cavaliere da Ugo di Tabarin, uno dei personaggi principali del regno di Gerusalemme, fatto prigioniero da Saladino nel 1178. Nei racconti più antichi questo onore spetta invece a Onofrio di Toron, conestabile del regno di Gerusalemme. Leggendaria era anche la sua generosità che, nel medioevo, era considerata la virtù dei principi. Si racconta che accordò a Ugo di Tabarin la libertà di dieci prigionieri cristiani, ma obbligandolo a pagare centomila bisanti. Per raccogliere la somma gli concesse, sulla parola, un anno di libertà condizionale, ma quando a Ugo mancarono tredicimila bisanti che alcuni emiri avevano promesso, ma non ancora dato, è lo stesso Saladino ad anticiparli. In un’altra occasione liberò un prigioniero francese facendogli dono di 200 marchi, ma il tesoriere che doveva scrivere il rapporto sbagliò e segnò 300 marchi. Saladino allora disse: “Metti 400, non sarà detto che la tua penna sarà più liberale di me”. Tutte le volte che viene in contatto con la religione cristiana e le sue forme di culto si assiste ad un fenomeno insolito. Da una parte è l’occasione per lodare la fede cristiana da cui anche Saladino rimane colpito, ma dall’altra parte egli sottolinea sempre, con accento critico e manifesto, le storture che lo allontanano da essa. Spesso si tratta del comportamento del clero o delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche di semplici fedeli che non si pongono alcun problema a gozzovigliare e calpestare arredi su cui è dipinta la croce.

Il suo ingegno militare, la tolleranza e l’umanità che spesso dimostrò, causarono l’ammirazione dei crociati francesi ed inglesi nei suoi confronti e fecero fiorire ancor di più le leggende sul suo conto. Alcune di queste cercarono di far risalire i suoi natali alla Francia o almeno a dargli una parte di sangue francese nelle vene. Esistono anche dei racconti che lo vedono in viaggio in Europa, solitamente in incognito. In uno di questi giunge in occidente per il desiderio di vedere la nobiltà e il modo di vivere dei cristiani. Si fa accompagnare da suo zio e da Ugo di Tabaria. Sbarca a Brindisi, passa per Roma, attraversala Lombardiae giunge a Parigi. Il Re Filippo non c’è, ma c’è la regina a cui fa un’ottima impressione. Il gruppo si sposta a Saint-Omer dove risiede il re e lì Saladino difende con valore l’innocenza di una giovane fanciulla, della famiglia dei conti di Pontieu.  A Cambrai partecipa a un grande torneo e ne risulta vincitore, sconfiggendo lo stesso Riccardo d’Inghilterra.

Oltretutto la sua abilità sul campo è pari alla sua nobiltà d’animo e la regina è ormai invaghita di lui. I due si dichiarano reciprocamente e lei lo ama pur sapendo chi è lui in realtà. Alla fine Saladino torna in Siria, ma non passa molto tempo che riparte per l’Europa, questa volta con un’immensa flotta, deciso a conquistare la Francia. Inrealtà Ugo di Tabarin e Giovanni di Pontieu riescono a stornare l’invasione sull’Inghilterra che poi si salverà grazie al valore dei cavalieri francesi. Leggendari, come già si poteva comprendere, erano anche i suoi amori. Semplici paesane o splendide regine difficilmente riuscivano a sottrarsi al suo fascino con gravi rischi anche diplomatici. Grandiose sono le sue imprese sul campo di battaglia. Divenuto padrone di Damasco, dell’Egitto e della Persia cattura in un combattimento alle fontane di Seforia il re Baldovino, ma presto lo rimette in libertà. Non passa molto tempo che decide di marciare su Gerusalemme e davanti alle sue mura si scatena la grande e decisiva battaglia. Baldovino di Sebourc è ucciso e la Città Santa è riconquistata dall’Islam. Saladino compie imprese così valorose da sembrare miracolose e contemporaneamente mostra una grande generosità, tanto che sono i suoi stessi uomini a scandalizzarsi. Alla fine Gerusalemme cade e i caduti sul campo di battaglia non sono poi molti. Anche le altre sue conquiste furono seguite da atti di valore, ma dopo la guerra ci fu un periodo di dieci anni di pace.[1]


[1] Tutte le notizie sulla leggenda di Saladino sono state tratte da: GASTON P., La leggenda di Saladino, Salerno, Roma 1999.

7.4 Principali festività

febbraio 9, 2012

Dai tempi più antichi gli ebrei dividevano il tempo in settimane e consideravano festivo il sabato.[1] I motivi per rispettare il sabato erano tre: perché era il giorno in cui Dio si era riposato dopo la creazione, perché era il segno del legame perenne tra il Signore e il suo popolo e perché ricordava l’esodo dall’Egitto. Durante il sabato erano proibiti i lavori che davano vita a realtà destinate a sussistere anche quando fosse cessata l’azione che le aveva prodotte. Ad esempio si poteva leggere e discutere la Torah, ma non scrivere.[2]

Tutte le feste ebraiche si possono suddividere in due grandi categorie, quelle che hanno un fondamento biblico e quelle che si basano solo sulla tradizione orale. Le prime hanno più o meno gli stessi divieti del sabato. Una delle feste più importanti è quella della Pasqua che ha il suo culmine nella celebrazione della cena che si svolge la prima sera. C’è una precisa ritualità di gesti da compiere e poi bisogna leggere l’Haggadà Shel Pesach, la narrazione della Pasqua. Il tutto ricorda molto un simposio classico e sembra rammentare la liberazione dall’Egitto, ma anche prefigurare il prossimo riscatto messianico.[3] Sette settimane dopo la Pasqua si celebra la Shavu’ot, diventata in greco Pentecoste che ricorda il dono della Torah ricevuto sul monte Sinai. All’inizio del settimo mese si festeggia il capodanno (Rosh ha-Shanà) contraddistinto da un suono di tromba.[4] I dieci giorni seguenti sono chiamati “giorni terribili” e sono caratterizzati da lunghe preghiere penitenziali che devono preparare l’anima al giorno del Kippur, il giorno in cui si espiano i peccati di Israele. Cinque giorni dopo Kippur inizia la festa di Sukkot (“Capanne”) ed è la festa della gioia, che cade al termine del raccolto e della vendemmia. La capanna simbolo della festa era inizialmente legata allo sfondo agricolo, ma presto è divenuta simbolo delle tende elevate nel deserto per quarant’anni durante l’esodo.[5] La circoncisione è un momento molto importante nella vita di ogni ebreo che vi è sottoposto non appena ha otto giorni, segna il momento dell’ingresso nel patto stabilito con Dio da Abramo. Non c’è quindi una ragione igienica o pratica, ma solo un motivo strettamente religioso.[6]

Altre due feste importanti sono Chanukkà e Purim. La prima ricorda la nuova consacrazione del tempio di Gerusalemme avvenuta dopo la profanazione da parte di Antioco IV Epifane, la seconda è una festa trasgressiva, della tipologia del carnevale, che rievoca i fatti narrati nel libro di Ester.[7] Si nota comunque sempre quella che è la particolarità della cultura ebraica, quei riti che nelle culture vicine riflettono degli eventi mitici, in Israele divengono commemorazioni storiche perché mancano i presupposti per una ripetizione di tipo mitico.[8]


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …,  pp. 308-322.

[2] STEFANI P., Gli ebrei, …, pp. 46-47.

[3] STEFANI P., Gli ebrei, …, pp. 49-51.

[4] STEFANI P., Gli ebrei, …, pp. 52-53.

[5] STEFANI P., Gli ebrei, …, pp. 54-57.

[6] STEFANI P., Gli ebrei, …, p. 62.

[7] STEFANI P., Gli ebrei, …, pp. 59-60.

[8] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 185.

Verona Minor Hierusalem

settembre 13, 2011

Scusatemi se interrompo la pubblicazione della mia tesi per segnalarvi questo libro-guida “Verona Minor Hierusalem – Alla riscoperta di un antico percorso” curato da me, con le splendide foto di Marta Scandola e l’introduzione di don Martino Signoretto. E’ un libro che nasce dalla collaborazione di più persone e che vuole riscoprire e riproporre ai veronesi un antico percorso che vede alcuni luoghi della nostra città richiamare altrettanti luoghi della Terra Santa.

Qui di seguito copio il comunicato stampa ufficiale e la copertina del libro.

Il libro sarà presentato il 16 sera alle 18 alla Loggia di Fra’ Giocondo a Verona e siete tutti invitati, poi sarà disponibile in tutte le librerie anche on-line. Poi ne approfitto per ricordarvi Oddwars il mio romanzo di fantascienza che è acquistabile su laFeltrinelli.it o in tutte le librerie Feltrinelli semplicemente richiedendolo.

Verona Minor Hierusalem (Alla riscoperta di un antico percorso), al Primo Festival della Dottrina Sociale

Chi l’avrebbe detto?! Verona come Gerusalemme! Un cammino di fede attraverso le chiese della città che non rappresentano solo il semplice “Credo”, ma un qualcosa di più, che va oltre e diventa “tolleranza”, “unione”, voglia di “accoglienza”. Verona Minor Hierusalem di Davide Galati, Marta Scandola, Martino Signoretto, edito da Gabrielli editori (pp. 72, € 12), offre una visione diversa della Verona che tutti conosciamo, o meglio, ne riscopre l’aspetto umano, quello ospitale che l’ha caratterizzata sin dai primi secoli dopo Cristo. Nulla di fantasioso dunque in questo libro che non vuole essere né saggio, né romanzo, ma una semplice cronaca di come un tempo i cristiani ospitavano i pellegrini, si prendevano cura dei poveri, dei malati, in luoghi adiacenti alle chiese. Ecco dunque che la chiesa di Santa Maria è legata a Nazaret, che San Zeno in Monte equivale a Betlemme. Che sostare a Santa Maria in Organo equivale ad entrare a Gerusalemme. Non si tratta di ipotesi azzardate, o di una ricostruzione “fantastica” della storia dei primi cristiani, bensì, come scrive Galati, del ripartire dal termine “pellegrino” che significa “colui che va attraverso paesi altrui”, e quindi riscoprire grazie alla storia come il pellegrinaggio di fede abbia radici ataviche che si lega alla ricerca di luoghi ritenuti sacri. Anche a quel tempo Verona era crocevia d’Europa, quasi, se non di più di oggi che è inserita nei “corridoi 5 e 3” voluti per rafforzare il commercio da un angolo all’altro del continente. Al tempo era al centro di tre vie importanti: la Gallica, la Postumia e la Claudia Augusta. Addirittura nel proemio del 1405 degli Statuti Veronesi si vuole Verona, fondata da Sem, uno dei figli di Noé proprio come Minor Hierusalem. E sono tantissimi i documenti citati, le fonti indicate. Di questo libro, che ridà memoria ad una parte della vita della città andata perduta nel corso dei secoli, se ne discuterà al Primo Festival della Dottrina Sociale nel corso dell’incontro che si terrà in Piazza dei Signori alla Loggia di Fra’ Giocondo venerdì 16 settembre alle ore 18, dove sarà anche inaugurata una mostra fotografica sulla Terra Santa realizzata dall’associazione “Il deserto fiorirà”. L’evento si è concretizzato grazie anche al contributo dell’assessorato alle politiche giovanili di Verona.

Davide Galati è laureato in filosofia, con specializzazione in storia delle religioni, sceneggiatore di fumetti e scrittore (suo il romanzo fantasy/fantascientifico Oddwars distribuito da Feltrinelli) e curatore di un blog sulla religione (umbradei.wordpress.com) molto seguito e diventato luogo di dialogo anche tra fedi e culture diverse; Marta Scandola è insegnante di religione cattolica, con studi presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Pietro Martire” di Verona e successivi corsi di archeologia biblica presso lo Studio Biblico Francescano a Gerusalemme; Martino Signoretto è docente di Antico Testamento presso lo Studio Teologico San Zeno e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della diocesi di Verona. E’ guida per pellegrinaggi in Terra Santa e tiene corsi sulle “Terre bibliche” alla Facoltà Teologica del Triveneto di Padova. L’ultimo suo libro Tra Dio e l’umanità. Intercessione e Missione, Paoline 2011.

Caifa e Pilato

maggio 13, 2011

Oggi vorrei parlarvi di alcune scoperte archeologiche che confermano l’attendibilità storica dei Vangeli. L’attendibilità storica dei Vangeli è ormai provata da tempo, ma ogni tanto c’è sempre qualcuno che prova a depistarci sull’argomento, così può essere utili sapere notizie come queste. E’ però importante avere anche chiaro che questo non prova la resurrezione di Cristo da un punto di vista storico, ma prova che i Vangeli non stanno raccontando una favola inventata, che non sono stati scritti molto dopo gli anni in cui sono successi i fatti perché sono inseriti in un contesto storico verificabile. La resurrezione di Gesù rimane, comunque, un fatto di fede.

I Vangeli parlano di un sommo sacerdote chiamato Caifa. Nel 1990 fu scoperta la tomba di Caifa dall’archeologo israeliano Zvi Greenhut che ne parla così: “Era un giorno freddo, alla fine di novembre, quando ricevetti notizia dall’Autorità per le Antichità, della scoperta di un’antica grotta… Quando sono arrivato ho notato che il soffitto della grotta era crollato. Ma perfino dall’esterno, potevo vedere quattro ossari o casse di pietra, nelle camere centrali della grotta. Per un archeologo era una chiara indicazione che si trattasse di una grotta ebrea a scopi sepolcrali… Così è stato che abbiamo scoperto il luogo dell’ultimo riposo della famiglia di Caifa, uno dei membri sacerdotali che presiedette al processo di Gesù”. (“Grotta del sepolcro della Famiglia di Caifa” Biblical Archaeological Review, Settembre-Ottobre 1992, pp. 29-30). Due delle 12 casse di pietra trovate avevano il nome Caifa inciso sul fianco, ed una conteneva la dicitura completa “Giuseppe figlio di Caifa”.

L’archeologo Ronny Reich aggiunge: “L’ossario più elaboratamene decorato trovato in questa grotta contiene due iscrizioni relative a Caifa… L’uomo più anziano seppellito negli ossari riccamente decorati era apparentemente Giuseppe. Fu probabilmente il capostipite che acquistò questo soprannome (Caifa sembra essere un soprannome che significa “cesto” probabilmente da “creatori di cesti.”) ”

Una persone di nome Giuseppe con il soprannome di Caifa fu sommo sacerdote a Gerusalemme tra il 18 ed il 36 d.C.

Il Nuovo Testamento indica solo il suo soprannome nella forma greca: Caiaphas. Flavio Giuseppe [storico ebreo del I secolo] parla di Joseph Caiaphas, o di “Jospeh che era chiamato Caiaphas dell’alto sacerdozio”, cioè ci conferma che Caiaphas era un soprannome.

Gli archeologi hanno così confermato l’esistenza di questa importante figura del Nuovo Testamento.

Hanno anche provato l’esistenza di un altro personaggio importante citato dai Vangeli: Pilato.

Per secoli Pilato è stato conosciuto sostanzialmente solo grazie ai Vangeli, quindi c’è stato anche chi ha ipotizzato, volendo attaccare i Vangeli, che fosse un personaggio inventato. Finché nel 1961, è stata trovata a Cesarea, porto romano e capitale della Giudea ai tempi di Cristo una lastra di pietra incisa con il nome ed il titolo di Pilato. La lastra sembra sia stata incisa per la costruzione e la dedica a Pilato di un un tempio per l’adorazione di Cesare Tiberio, imperatore romano nel corso del governo di Pilato sulla Giudea. L’iscrizione di quattro righe dice: “Ponzio Pilato, prefetto di Giudea” usando un titolo molto simile a quello dei Vangeli (Luca 3:1). Questo oltre a provare il valore storico dei Vangeli prova anche come essi sapessero usare bene i termini ufficiali del gergo romano, testimoniando che probabilmente nacquero in epoca contemporanea a Cristo, altrimenti un certo uso di un gergo specifico si sarebbe facilmente perso

Terra Santa

ottobre 25, 2010

Sono appena tornato da un bellissimo viaggio in Terra Santa che abbiamo organizzato io e mia moglie per i nostri genitori e un paio di amici. E’ stata un’esperienza splendida, per me è la quinta volta che visito quei luoghi, tutto è andato bene e il Signore ci ha sempre sorriso.

Se qualcuno di voi che legge è stato in Terra Santa e vuole condividere le sue esperienze e impressioni è il benvenuto.