Amoris Laetitia I dubia 5


Dubbio numero 1: Si chiede se, a seguito di quanto affermato in “Amoris laetitia” nn. 300-305, sia divenuto ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e quindi ammettere alla Santa Eucaristia una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive “more uxorio” con un’altra, senza che siano adempiute le condizioni previste da “Familiaris consortio” n. 84 e poi ribadite da “Reconciliatio et paenitentia” n. 34 e da “Sacramentum caritatis” n. 29. L’espressione “in certi casi” della nota 351 (n. 305) dell’esortazione “Amoris laetitia” può essere applicata a divorziati in nuova unione, che continuano a vivere “more uxorio”? La prima domanda fa particolare riferimento ad “Amoris laetitia” n. 305 e alla nota 351 a piè di pagina. La nota 351, mentre parla specificatamente dei sacramenti della penitenza e della comunione, non menziona i divorziati risposati civilmente in questo contesto e neppure lo fa il testo principale. Il n. 84 dell’esortazione apostolica “Familiaris consortio” di Papa Giovanni Paolo II contemplava già la possibilità di ammettere i divorziati risposati civilmente ai sacramenti. Esso menziona tre condizioni: – Le persone interessate non possono separarsi senza commettere una nuova ingiustizia (per esempio, essi potrebbero essere responsabili per l’educazione dei loro figli); – Essi prendono l’impegno di vivere secondo la verità della loro situazione, cessando di vivere insieme come se fossero marito e moglie (“more uxorio”), astenendosi dagli atti che sono propri degli sposi; – Essi evitano di dare scandalo (cioè, essi evitano l’apparenza del peccato per evitare il rischio di guidare altri a peccare). Le condizioni menzionate da “Familiaris consortio” n. 84 e dai successivi documenti richiamati appariranno immediatamente ragionevoli una volta che si ricorda che l’unione coniugale non è basata solo sulla mutua affezione e che gli atti sessuali non sono solo un’attività tra le altre che la coppia compie. Le relazioni sessuali sono per l’amore coniugale. Esse sono qualcosa di così importante, così buono e così prezioso, da richiedere un particolare contesto: il contesto dell’amore coniugale. Quindi, non solo i divorziati che vivono in una nuova unione devono astenersi, ma anche chiunque non è sposato. Per la Chiesa, il sesto comandamento “non commettere adulterio” ha sempre coperto ogni esercizio della sessualità umana che non sia coniugale, cioè, ogni tipo di atto sessuale al di fuori di quello compiuto col proprio legittimo sposo. Sembra che, se ammettesse alla comunione i fedeli che si sono separati o divorziati dal proprio legittimo coniuge e che sono entrati in una nuova unione nella quale vivono come se fossero marito e moglie, la Chiesa insegnerebbe, tramite questa pratica di ammissione, una delle seguenti affermazioni riguardo il matrimonio, la sessualità umana e la natura dei sacramenti: – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono, a certe condizioni, compiere legittimamente atti di intimità sessuale. – Un divorzio dissolve il vincolo matrimoniale. Le persone che non sono sposate non possono realizzare legittimamente atti sessuali. I divorziati e risposati sono legittimamente sposi e i loro atti sessuali sono lecitamente atti coniugali. – Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Le persone che non sono sposate non possono compiere atti sessuali. Perciò i divorziati risposati civilmente vivono in una situazione di peccato abituale, pubblico, oggettivo e grave. Tuttavia, ammettere persone all’Eucarestia non significa per la Chiesa approvare il loro stato di vita pubblico; il fedele può accostarsi alla mensa eucaristica anche con la coscienza di peccato grave. Per ricevere l’assoluzione nel sacramento della penitenza non è sempre necessario il proposito di cambiare la vita. I sacramenti, quindi, sono staccati dalla vita: i riti cristiani e il culto sono in una sfera differente rispetto alla vita morale cristiana. *
Di seguito il mio pensiero

I cardinali prendono il primo dei “Dubia” e lo esplicitano meglio facendo anche riferimento  a precedenti documenti del Magistero. Quindi il primo dubbio riguarda Amoris Laetitia 305 e la nota 351. Andiamo a vedere cosa dicono questi due punti:

AL 305 Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».[349]In questa medesima linea si è pronunciata la Commissione Teologica Internazionale: «La legge naturale non può dunque essere presentata come un insieme già costituito di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è una fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione».[350] A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa.[351] Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà».[352] La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.

 

E la nota 351: [351] In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039).

Che cosa sta dicendo qui il Papa? Che chi vive in situazioni “irregolari” (il tema sono le coppie e quindi parla di coppie, ma credo che se anche ci mettessimo i singoli la parole del Papa avrebbero senso comunque) non deve essere “lapidato” dalla legge morale. Gesù di fronte all’adultera (Giovanni 8, 1-11) che è adultera, non ci sono dubbi, e che la legge di Mosè, quindi LA LEGGE, diceva di lapidare non dice di fare come dice la legge, ma neanche di non fare come dice la legge. Cambia la prospettiva, non risponde sì o no, dice: “Tu, sei davvero così in regola? Se sì procedi pure…” che vuol dire chiedere a chi ascolta di guardare la propria vita e quella di chi si sta giudicando e vedere in che tipo di relazione si è tra di noi. Alla donna poi Gesù cosa dice? “Nessuno ti ha condannata e neanche io ti condanno”. E poi le dice di andare, non di rimanere lì e la donna non chiede di rimanere con lui, e infine le dice di non peccare più. Ma sappiamo noi se quella donna davvero non ha più peccato? No, sappiamo che non è stata condannata. Sappiamo che la misericordia è più grande della legge, ma non che la donna non abbia più peccato.

Ma torniamo al Papa che poi dice come anche in una situazione oggettivamente di peccato, cioè dice che quella situazione è un peccato, non è una cosa bella, anzi, ma anche lì se non c’è una piena colpa soggettiva, può essere che ci sia la grazia di Dio e che in questa grazia si possa crescere con l’aiuto della Chiesa. E’ possibile questo? Certo il Vangelo lo dice di continuo, l’adultera di cui sopra è solo uno dei casi, la parabola del figliol prodigo (o del Padre misericordioso) parla di un figlio che perde del tutto la bussola, non si pente eppure viene accolto e amato ancora più di prima. E la Chiesa deve aiutare in questo cammino di discernimento, non condannare, non tagliare le gambe, ma far vedere quanto bello e importante sia anche un piccolo passo. E la nota? La nota dice che alle volte anche i sacramenti possono aiutare in questo e ne cita due: la confessione e l’eucarestia. Questo è quello che dice Papa Francesco.

I cardinali citano San Giovanni Paolo II e la Familiaris Consortio al n. 84.

Andiamo a vedere cosa dice esattamente questo documento, perché i cardinali lo riassumono schematizzandolo, ma forse il testo originale è un po’ ricco di norme su cosa si può o non può fare.

e) I divorziati risposati

L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.

La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.

La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).

Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.

Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.

Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.

Mi sembra intanto, come dicevo prima, che i cardinali non solo abbiano semplificato questo punto, ma lo abbiano proprio schematizzato troppo. A me sembra che San Giovanni Paolo II non volesse limitarsi a dare una serie di regole, ma metta al centro la persona che vive una situazione di sofferenza.

Poi qui viene detta la stessa cosa detta da Papa Francesco, anzi sottolineo questa frase: “Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.

Infine viene detto chiaramente che i divorziati risposati possono accedere alla comunione se rispettano quelle condizioni, tra cui il non avere gli atteggiamenti tipici degli sposi, ovvero fare l’amore. Ora ci rendiamo conto che per due persone che vivono insieme e si vogliono bene questo è estremamente difficile. Anche ai religiosi che fanno voto o promessa di castità si evita di farli vivere insieme a persone dell’altro sesso (si è provato in passato a forme conventuali miste, ma si creavano ovvi problemi). Proviamo a immaginare un caso concreto, supponiamo che due persone vivano insieme in questa situazione, sono divorziati risposati e prendono il fermo proponimento di non vivere “more uxorio”. Chiedono aiuto alla preghiera e ce la fanno, loro possono accedere alla comunione. Ora scendiamo ancora più nel concreto e supponiamo che capiti una volta, per umana debolezza, che i due cadano. Un momento di gioia, una notizia bella, una carezza in più e i due non riescono a tenere fede al loro proposito. Poi si confessano, ribadiscono il loro fermo proposito e vengono assolti e possono fare la comunione o sbaglio?  E questa situazione si può presentare più di una volta in una vita insieme che magari dura 20, 30 anni…

E in ogni caso supponiamo anche che i due non cadano mai in tentazione e vadano sempre a fare la comunione, cosa penserà la gente? Sono due divorziati risposati che fanno la comunione, danno scandalo? No, il Magistero dice di no. Allora dobbiamo mettergli un cartello che dica: Attenti questi sono divorziati, risposati, ma possono accedere all’Eucarestia perché non fanno gli atti propri del marito e della moglie?

Mi sembra di dilungarmi troppo, ma non riesco a vedere differenza tra ciò che dicono i due Papi. Papa Francesco sottolinea la necessità di cambiare la prospettiva, senza cambiare nulla della legge, esattamente come fa Gesù con l’adultera. Chiede che lo sguardo passi dalla norma alla persona reale, concreta non a una persona generale, ideale, finta… ma non dice ciò che si può o non si può fare (è già stato detto) dice di accogliere, accompagnare, aiutare a crescere…

Ma allora dell’esemplificazione finale dei cardinali quale delle tre è quella corretta?

A mio avviso nessuna delle tre perché tutte e tre dimenticano l’uomo, io proporrei questa:

Un divorzio non dissolve il vincolo matrimoniale, e i partner della nuova unione non sono sposati. Tuttavia, le persone che non sono sposate possono (non nel senso che sia loro lecito, ma nel senso che è possibile che capiti), perché essere umani, compiere atti di intimità sessuale, che sono peccato oggettivamente, ma di questo non averne soggettivamente coscienza. Compito della Chiesa è aiutarli a crescere nel prendere coscienza di questo. L’accesso all’Eucarestia non è consentito per queste persone, se non in certe particolari condizioni (ad esempio se li aiutasse a vivere la castità nella loro situazione), a un certo momento, dopo un ben preciso percorso che li porti a quanto enunciato da Papa Giovanni Paolo II potrebbe essere possibile. Ben sapendo che il proposito di una vita casta non significa l’effettiva riuscita sempre.

Forse ora mi è più chiaro perché il Papa non risponde, perché se la risposta deve essere solo Sì o No sembra semplicemente un giudizio di condanna sulla vita di tanti che invece avrebbero bisogno di essere accolte e accompagnati….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: