Vangeli e Storia parte IV


Ed eccoci arrivati all’ultima parte dell’analisi di questa ennesima opinione, priva di qualunque fondamento storico e spacciata come verità, che circola in rete.

Non semplici sviste ma errori gravi si riscontrano in continuazione nei testi sacri durante il corso evolutivo di un mito, inizialmente diverso, le cui varianti hanno richiesto secoli per celare le vicende sanguinose imposte dal fondamentalismo nazionalista giudaico in guerra contro la dominazione romana della terra d’Israele.

Abbiamo visto come in tanti casi l’errore sia solo una delle possibili spiegazioni, spesso non la più probabile. Oltretutto proprio per il grande numero di manoscritti che abbiamo dei Vangeli è abbastanza semplice individuare l’errore o l’aggiunta a posteriori. Le altre considerazioni sono semplicemente le opinioni personali dell’autore.

Gli attributi e le qualifiche dei protagonisti teologali, ripresi dai vangeli originali primitivi, richiesero un intervento “correttivo” da parte degli scribi cristiani quando la Chiesa ne comprese il vero significato.

Questa è una frase che, sinceramente, fatico a capire proprio nel suo significato italiano. Ne do quindi una mia interpretazione immaginando voglia dire che inizialmente i protagonisti dei Vangeli (Gesù e gli apostoli) erano descritti in un modo (secondo l’autore il modo reale), ma quando la Chiesa capì cosa questo significava allora fece degli interventi per correggere la cosa. Anche in questo caso il tutto mi sembra abbastanza incredibile da credere sulla base della pura logica perché questo implicherebbe:

– Che qualcuno abbia messo per iscritto le gesta di un gruppo di rivoluzionari (Gesù e i suoi discepoli), ma non una sola volta bensì più di una volta con accenti molto diversi fra di loro
– Che questo gruppo di rivoluzionari o i testi che parlavano di loro venissero ad un certo punto presi come punto di riferimento religioso
– Che tra i primi fedeli non si capisse che si trattava di rivoluzionari perché non si conosceva il vero significato di alcuni termini
– Che quando si è capito il significato di questi termini si è cercato di modificarli.
Insomma si vede chiaramente che si presuppone un processo estremamente assurdo e illogico nel suo sviluppo, al di là del fatto che non ci siano prove storiche a fondamento di tutto ciò chi lo sostiene dovrebbe prima di tutto spiegare come questo processo sarebbe potuto avvenire e perché, solo allora avrebbe senso cercare delle prove storiche. Prove che, allo stato attuale, rimangono del tutto assenti.

Un esempio di come sia stata eseguita la falsificazione di “Simone”, per trasformarlo in “Pietro figlio di Giona” (san Pietro), lo troviamo nei due “Novum Testamentum Graece et Latine” su riferiti, di cui riproduciamo copia:

dove possiamo notare, nel testo centrale in greco a destra (Mt 16,17), il vocabolo “Barionà” riferito a Simone – un aggettivo qualificativo che in aramaico significa “latitante, ricercato” – in greco non viene tradotto ma traslato con la lettera maiuscola in modo da farlo apparire un nome di persona: “Simon Barionà”. “Barionà”, come nome proprio di persona, nell’aramaico antico non è mai esistito, tanto meno in greco o latino, e la falsificazione diventa addirittura ridicola attraverso la comparazione delle traduzioni.
Infatti, a sinistra, nella versione latina, risalente almeno un paio di secoli dopo quella greca arcaica, successivamente fu diviso in “Bar Iona” con l’accento tolto sulla “a” finale; pertanto “Barionà” (latitante) diventa: Bar (“figlio di” in aramaico) Iona … filius Iona … figlio di Giona. βαριωνα’ (il “latitante” aramaico diventa Βαρ Ιωνα “figlio di”), quindi Bar Iona, infine, lo scriba, per non modificare ulteriormente il vocabolo originale, non può evitare un latino indeclinato errato, “filius Iona”, tradotto in italiano “figlio di Giona”.
Se “Iona” fosse stato veramente il nome di una persona avremmo dovuto trovarlo, sin dall’inizio, sempre separato da “bar” minuscolo, come per “filius” latino o “uios” ύιος greco; vocaboli usati spesso e senza problemi nei Vangeli … tranne in questo caso. Nel testo del 1861, in basso a destra in latino, “Pietro” non esiste: solo Simon Bar-Jona; e a sinistra, in greco, riporta Bar staccato. Nelle lingue latina e greca “Bar” e Βαρ non sussistono; allora sia nel testo latino che in quello greco Bar – Βαρ, come in aramaico, vorrebbero apparire “figlio”, ma, essendo traduzioni a suo tempo destinate a fedeli di lingua greca o latina, è assurdo tentare di farli passare come tali sapendo che in latino si dicono “filius” e in greco ύιος (ùios).
Un esempio lampante di quanto sostenevo prima, se questo è l’esempio che si ha di una manipolazione si vede come in realtà non ci fu nessuna manipolazione dal momento che è possibile risalire a tutti i passaggi e vedere com’era il testo in originale. Inoltre le affermazioni dell’autore oltre a non dimostrare nessun complotto, anzi mostrano il contrario, dimostrano anche come non ci sia alcun fondamento storico a quanto sostiene. Infatti “Bariona” col significato di fuorilegge appare solo nel VI secolo d. C. all’interno del Talmud babilonese e un’interessante studio sul termine si può trovare intorno a pagina 24 dell’opera “la favola di Cascioli” del biblista don Silvio Barbaglia. (http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf) che mostra anche quali sono i criteri di una seria ricerca storica.
In alto a destra, nel testo (Ioh= Gv 1,42), poiché il vocabolo “Cephas” in latino non esiste, si dice che deve (sic!) essere “interpretato Pietro”; anche nel greco antico, in alto a sinistra, “Kefaz” (Κηφας) non può ricorrere in tale idioma: è aramaico (sasso, pietra), ma ci viene imposto che … “significa Pietro”. In latino pietra = lapis, saxum; in greco =lithos, petra (minuscolo e mai “kefaz”).
Mi sembra banale, proprio perché nel testo viene usata una parola che nella lingua in cui è scritto il testo non esiste, invece di essere tradotta ne viene scritto a fianco il significato. Inoltre il Vangelo ci dice che è Gesù a cambiare il nome di Simone in Pietro e non perché è massiccio. Inoltre in nessun manoscritto risulta che ci sia stata un’aggiunta o una manomissione di questi passi quindi è l’autore che scrive così e che se voleva cambiare il nome per nascondere qualcosa poteva farlo direttamente. Cosa che non è stata fatta.
Le tre parole originali in aramaico erano Simon, kefaz, barionà che tradotte vogliono dire: Simone detto Kefaz (pietra, nel senso di “duro, massiccio”), latitante ricercato.
Quindi Simone detto Pietra (nel senso di “duro, massiccio” è un’interpretazione dell’autore) e “latitante ricercato” sarebbe la traduzione di “Bariona” di cui però non c’è alcuna attestazione storica prima del VI secolo d. C. In pratica due terzi del nome concordano con quanto dicono i Vangeli e a un terzo l’autore da un significato che conferma la sua tesi, ma la cui sostenibilità storica, alla luce dei dati che abbiamo, non è possibile.
Nella realtà Simone era uno dei fratelli zeloti già ricercato dai Romani sin da quando “Gesù” era ancora in vita e la sua identificazione era facilitata dalla vistosa corporatura massiccia. Fu un capo zelota e, come tale, consapevole di condurre una lotta integralista sino alla estrema conseguenza del martirio; di fatto avvenuto assieme al fratello Giacomo, tramite crocefissione, dopo la cattura per opera del Procuratore Tiberio Alessandro nel 46 d.C.
La mescolanza delle lingue e la manipolazione dei vocaboli tradotti furono, nel tempo, sfruttati volutamente, per travisarne il senso, da scribi professionisti consapevoli di trattare con ingenui credenti.
Questa è l’opinione dell’autore, legittima come ogni opinione, ma del tutto arbitraria dal punto di vita storico dal momento che, come abbiamo visto, fino ad ora non ha una sola prova a supporto.
Queste “tecniche” di traduzione sono soltanto uno dei modi con cui si può falsare il significato della vita di una persona e, se la Chiesa ha fatto “carte false” per trasformare “barionà” sino a farlo sparire nei Vangeli moderni, ciò sta a dimostrare che il significato di “latitante ricercato”, espresso dal testo originale, è reale, pertanto Essa lo considera veramente pericoloso e in contrasto alla nuova dottrina evolutasi nei secoli futuri da quella giudaica originale.
Ma il termine “barionà” non è sparito dai Vangeli moderni è ancora lì, tanto è vero che chiunque legge il testo originale (disponibile a tutti) se ne accorge. Il punto che non esistono motivi storici per tradurlo come vorrebbe l’autore. E la tecnica di continuare a ripetere una cosa senza spiegarne le motivazioni è una delle tecniche usate da chi non ha argomenti per le proprie tesi se non le proprie convinzioni.

Pertanto, nella consapevolezza che “Simone detto Kefaz” ci consente di scoprire in “san Simone Pietro” il capo zelota ricercato dai Romani, nessun prete, durante la messa, osa narrare dal pulpito la illuminante parabola della “regola” cui si atteneva il successore di Cristo dopo la Sua crocefissione, riferita in “Atti degli Apostoli”:

“Un uomo di nome Ananìa con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per se una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse:«Ananìa, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All’udire queste parole, Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano.
Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Si, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose” (At 5,1/11).
Che questo passo non venga letto in chiesa non è completamente vero, ad esempio http://www.liturgiagiovane.it/new_lg/contenitore.asp?nf=lg00008_amb.asp&l0=2&l1=2&l2=-1&c1=At%205&p1=0 è il link al calendario liturgico Ambrosiano che permette la ricerca per brani dal quale si scopre che il brano in questione è letto il Venerdì della II settimana di Pasqua. Nella liturgia romana è vero che non viene letto, ma il passo è conosciuto, letto e commentato in diverse occasioni catechetiche.

Gli Zeloti erano Farisei rivoluzionari fuori legge, di conseguenza i sacerdoti appartenenti al Movimento di Liberazione Nazionale (lo stesso valeva per gli Esseni) non avevano la possibilità di riscuotere le decime dei raccolti (Ant. XX 181) spettanti per diritto ai sacerdoti Sadducei e Farisei conservatori filoromani.
Sarebbe interessante capire se questa considerazione è anch’essa un’opinione o se è supportata da fonti storiche, perché non tutti gli Zeloti erano conosciuti come tali, di conseguenze nulla vietava che eventuali sacerdoti Farisei che erano Zeloti in segreto riscuotessero le decime previste.

La scelta ideologica di condurre una lotta armata contro Roma indusse gli Zeloti, per finanziarsi, ad imporre tributi agli Ebrei possidenti adottando metodi persuasivi violenti. Alla guerriglia contro i “kittim” invasori, la maggioranza degli Esseni privilegiò la propaganda religiosa avvalendosi delle Profezie della Legge ancestrale per incitare le masse, mentre, per il loro sostentamento, si erano organizzati in comunità produttive, soprattutto agricole.

La Chiesa è sempre stata consapevole delle qualifiche rivoluzionarie di alcuni apostoli (quelli con nomi giudaici) e, ovviamente, ha tentato di reinterpretare il loro significato come ha fatto con i “boanerghès” Giovanni e Giacomo i quali, lo abbiamo visto sopra, da “figli dell’ira” (di Dio) sono stati declassati a “figli del tuono”. Nel merito, leggiamo come ha commentato il pontefice “teologo”, Benedetto XVI, ai fedeli, durante la Udienza Generale in Piazza San Pietro dell’11 Ottobre 2006, riguardo l’apostolo Simone:

“Luca lo definisce zelota … è ben possibile che Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina …” .

Queste frasi, sibilline e incerte, rappresentano tutt’oggi la posizione ufficiale della Chiesa: una “testimonianza” reticente in antitesi con la verità storica e con gli stessi vangeli.
In realtà di “sibillino e incerto” non c’è nulla nelle parole di Benedetto XVI, se c’è semplicemente la consapevolezza che i temi storici non si possono trattare con assoluti. E l’uomo che i Vangeli ci presentano come Simone, detto Pietro, mostra i tratti di una persona ricca di ardente zelo, non i tratti di un appartenente al movimento degli Zeloti. Per modificare questo bisognerebbe modificare tutto il Vangelo, non un solo termine.
Una sorta di “alibi” che può essere supportato solo dalla “buona fede” e dall’ignoranza di credenti – tenuti appositamente all’oscuro sui fatti realmente accaduti – ai quali viene detto, in sostanza, che Simone zelota, non era uno zelota … nonostante sui vangeli è scritto “zelota”.

Non è detto questo, ma viene semplicemente data un’interpretazione del termine legato al momento storico e al contesto in cui il testo è scritto. Facciamo un esempio, oggi come oggi il termine “compagno” indica una persona con cui si ha una relazione stabile, ma che non si vuole o non si può ufficializzare, cinquant’anni fa il termine “compagno” indicava un membro del Partito Comunista. Ora se qualcuno che non conosce il contesto legge il termine “compagno” senza nessuno che glielo contestualizzi e glielo interpreti rischia di prendere davvero fischi per fiaschi.
Infatti, basta scorrere l’Antico Testamento per accertarsi che “la Legge divina”, rammentata dal Papa, consisteva nella “Ira di Dio” che comandava la strage di qualsiasi pagano, donne e bambini compresi, avesse osato calpestare la Terra Promessa da Yahweh al suo popolo.
Ed esattamente da quali passi scaturisce questa uguaglianza? La Legge divina è qualcosa che è dato da Dio e l’uomo segue, l’Ira di Dio è lo sdegno personale di Dio verso il peccato. Due cose estremamente diverse. Naturalmente se ci sono passi che attestano quanto afferma l’autore li potremmo anche esaminare e valutare, ma detto così questo è l’ennesimo passaggio privo di alcun fondamento.
Ma, dal 6 d.C., data di fondazione del Movimento Nazionalista degli Zeloti, per loro mano la “Ira di Dio” si scagliò anche contro gli stessi connazionali. Questa “Legge divina” veniva imposta, come regola cruenta e con”ardente zelo”, da Simone Pietro agli adepti della sua comunità per finanziare la guerriglia zelota.
Questa è solo l’opinione dell’autore priva della benché minima prova storica. Abbiamo visto ampiamente come non ci sia alcuna prova che permetta di collegare Simon Pietro con gli zeloti, quindi ancor meno che questi imponesse regole cruente per finanziare chissà quale guerriglia.

La prima finalità della Chiesa di creare gli “Apostoli” fu dettata dalla necessità, messa in atto da ignoranti in storia e cultura giudaica, di nascondere nel “mucchio” i cinque fratelli zeloti e si ricollega alla necessità di replicare più “Marie”, apparentate come “sorelle” e “cognate” di Maria loro madre, per farli diventare “cugini”… ma in maniera scoordinata e contraddittoria fra gli stessi vangeli. Tale incoerenza, riscontrata nei testi “sacri”, dimostra il tentativo fallito degli autori di inventare nomi falsi poiché impossibilitati a fornire una base storica documentabile.
Gli Apostoli furono una creazione letteraria resasi necessaria, anche, per far apparire che il “cristianesimo”, diffuso da loro, era presente sin dal I secolo al fine di “dimostrare” che Gesù era venuto e si era sacrificato per salvare gli uomini dalla morte.
Tutto questo concetto è estremamente confuso e difficile da seguire. A prescindere dall’anticlericalismo anche dichiarato dell’autore, se volessimo comprendere come, storicamente, si sarebbe verificato il fenomeno che l’autore sostiene non ci si riesce. In sostanza si afferma che si volevano nascondere i nomi di cinque zeloti e quindi si replicano i nomi, se ne aggiungano altri, ma non era più semplice modificarli del tutto e basta? E poi dove si fanno queste falsificazioni? Su un testo già presente e che racconta imprese zelote (e allora i resti di quelle imprese dovevano rimanere in maniera molto evidente) o si crea un testo ex-novo ( e allora perché lasciare tutti questi riferimenti, stando a quanto sostiene l’autore?) ? Insomma questa teoria fa acqua da tutte le parti, almeno presentata così.
“Chiamati a sé i dodici apostoli, Gesù diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattia e di infermità” (Mt 10,1).

Secondo quanto riferito in “Atti” di Luca, i seguaci della dottrina cristiana, in soli tre decenni, si erano moltiplicati e diffusi, prima nelle province mediterranee dell’Impero poi ancora oltre, grazie alle dimostrazioni di miracoli straordinari fatti dagli “Apostoli”… dei cui nomi, come delle meravigliose sovrumane gesta ad essi accreditate, non esiste traccia in alcun documento degli storici d’epoca.
Se questa spropositata divulgazione, così come viene attestata in “Atti” – riconfermata ed ulteriormente esagerata da Eusebio di Cesarea “La dottrina di Cristo si diffuse nel mondo intero in breve tempo” (HEc. II 3) – fosse veramente avvenuta … proprio in virtù delle mirabolanti imprese ostentate pubblicamente dagli Apostoli come una sbalorditiva
“grazia divina”, tutti gli scribi dell’epoca ne avrebbero riportato le cronache.

La rapida espansione del cristianesimo è ancora oggi motivo di studio e in parte impossibile da spiegare del tutto, al contrario di quanto è possibile fare con altre religioni. Segno che non furono fattori sociali o culturali a provocarla. L’ipotesi più verosimile rimane quella della testimonianza personale di chi dava anche la vita per questa fede. E in questo caso, le conversioni o le testimonianze di fede fino al martirio erano i più straordinari dei miracoli.

In realtà la “documentazione” sull’esistenza degli “Apostoli” proviene solo da asceti cristiani, Padri Fondatori della Fede da essi propugnata, e da Episcopi Venerabilissimi, tutti “testimoni” della “veridicità” della propria dottrina, i cui manoscritti sono copie edite secoli dopo di loro, pertanto, anch’esse epurate ideologicamente.
Come dimostrano anche gli studi seguenti, ad iniziare da Paolo di Tarso, gli Apostoli degli scritti neotestamentari, semplicemente, non sono mai esistiti.
Gli studi seguenti non li abbiamo letti e vista la qualità di quanto prodotto fino ad ora e soprattutto vista la mancanza di ogni fondamento storico, avendo tante altre cose da fare e di meglio da leggere non credo che mi cimenterò. Il modo di procedere è chiaro e gli errori evidenti. Finisco solo dicendo che moltissimi degli autori antichi ci sono giunti grazie ai manoscritti copiati da uomini di Chiesa, che piaccia oppure no, di conseguenza dovremmo dubitare di tutti loro?

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