Vangeli e Storia parte III


Proseguiamo con la disanima di questa teoria sull’origine dei Vangeli che si può facilmente trovare in rete (nelle parti precedenti che ho già pubblicato dovrei aver messo anche il link diretto al sito).

Parte III

Si tratta di testimonianze riguardanti la vita e la morte di cinque uominicon i nomi dei fratelli di “Gesù“, uguali a quelli dei figli di Giuda il Galileo. Uomini che lottarono, sino al martirio, per l’ideale in cui credettero.
Questi fratelli furono separati, in altri brani evangelici, volutamente – ma in modo talmente scoordinato al punto da dimostrarne le manomissioni – ed assegnati a padri inesistenti sposati a svariate “Marie”, fra cui una è addirittura citata come “sorella della madre di Gesù”, col suo stesso nome “Maria moglie di Cleofa”:

“Presso la croce di Gesù stavano sua madre (Maria) la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria di Màgdala” (Gv 19,25).
Tranne la “Maddalena”, queste “Marie” (sono 6 nei Vangeli e in “Atti”) risultano avere tutte figli con nomi (quelli di stretta osservanza giudaica) uguali fra loro, e uguali a quelli dei figli di Giuda, il potente Dottore della Legge, Signore di Gàmala … e fra poco lo accerteremo.

Aspettiamo di vedere come verrà accertato, sperando però che questa volta il procedimento sia più logico e rigoroso di quanto visto fino ad ora. Sottolineo solo questo continuo ripetere, come un mantra, che i Vangeli furono manomessi volutamente, ma in maniera tale che uno se ne poteva e se ne può accorgere facilmente. Quindi in pratica, perdonatemi l’espressione, secondo questa logica chi ha fatto la manomissione era un’idiota.

Per quanto concerne il mancato patronimico di (san) “Giuseppe”, questi non esisteva nei vangeli primitivi ma lo troviamo solo nella finta “Natività” e nel brano di Luca “… non é figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22): un interrogativo sciocco posto da paesani che avrebbero sicuramente saputo chi fosse il padre di “Gesù” dal momento che ne conoscevano la madre;

In realtà si tratta di quella che comunemente viene chiamata domanda retorica, cioè una domanda di cui si sa già la risposta e se si legge per intero il brano di Luca si capisce che la domanda denota stupore e incredulità. Inoltre non è solo Luca che dice Gesù figlio di Giuseppe, almeno per la gente, ma anche Matteo in tutto il capitolo 1 del suo Vangelo parla di Giuseppe come del padre ufficialmente riconosciuto di Gesù.

infatti l’amanuense non fece rispondere “Gesù” a questa domanda per evitarGli di mentire.

 

Che senso ha questa affermazione? Se davvero l’amanuense ha fatto quanto affermato dall’autore viene da chiedersi perché non togliere del tutto la domanda… cioè l’amanuense (chi sarà poi…) prima scrive una domanda che può mettere il suo personaggio in difficoltà, ma poi fa sì che egli non risponda così non deve mentire… molto contorta la cosa e oltretutto per persone che ci vengono presentate come dei manipolatori e mentitori patentati tutta questa remora per una bugia mi sembra eccessiva… insomma la considerazione non sta proprio in piedi, ma senza scomodare nessuna esegesi semplicemente usando la logica.
Gli scribi cristiani erano consapevoli che rivelando il vero padre di “Gesù”, Giuda il Galileo, fondatore del movimento nazionalista rivoluzionario degli Zeloti, non avrebbero potuto giustificare la dottrina della salvezza dell’Agnus Dei.

Qui siamo chiaramente ed evidentemente nel campo delle illazioni personali che non ha alcuna prova a sostegno a meno che una tale prova non venga mostrata più avanti.
Il mito del condottiero davidico, Salvatore del popolo di Israele dal dominio pagano, si evolse, successivamente, in un Messia universale estraneo all’integralismo ebraico violento, e fu proposto come docile “Agnello di Dio” da sacrificarsi a modo di una “Hostia” pagana, offerta – tramite il “prodigio” della transunstanziazionecreato in una frazione di pane –

quale pasto teofagico per la “vita eterna” degli adepti fra gli stessi “Gentili” convertiti. In contrasto con la nuova dottrina cristiana riguardante le gesta dei reali protagonisti, ebrei zeloti e martiri … quel mito doveva essere modificato.

Tutta questa è un’opinione personale dell’autore che fino a questo momento non è stata supportata da nessuna prova. Libero l’autore di credere in ciò che ritiene meglio, ma non è corretto proporre questo come un assoluto provato.

* Secondo i Cattolici e buona parte degli Ortodossi, cioè quasi tutta la cristianità: conversione della “Hostia” latina “vittima sacrificata alla divinità”, nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo presente nell’Eucaristia. Dai Cattolici è contenuto in un sottile disco di farina impastata, per gli Ortodossi in una frazione di pane intriso di vino.

Il rituale eucaristico con l’offerta del proprio corpo e sangue fu istituito da Cristo nell’ultima cena. Ma, a nessun Profeta dell’Antico Testamento, Dio “Yahweh” aveva mai “rivelato” l’Avvento di un Messia che si sarebbe fatto sacrificare e dividere in tante particole da far inghiottire ai “beati poveri di spirito” per la loro “salvezza eterna”. Siamo di fronte all’innesto di un rituale pagano nella religione ebraica tramite la riforma del leggendario, ancestrale, Messia davidico.

In realtà siamo di fronte a un’interpretazione del tutto personale dell’autore dell’eucarestia, come sempre legittima, ma del tutto lontana dal senso e dalla realtà dell’eucarestia stessa. Se poi volete capire qualcosa in più su cosa è, per un cristiano, l’eucarestia vi segnalo questo link di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Eucaristia
Ormai in contrasto con la nuova dottrina cristiana per le gesta dei veri protagonisti, martiri zeloti per la causa giudaica, quel mito doveva essere modificato.

Si fa davvero fatica a seguire la logica interna di certi ragionamenti. Ora l’autore ci sta dicendo che c’è un mito (quale? Quello di Cristo? Supponiamo intenda quello… noi non crediamo sia un mito, ma lui sì e quindi supponiamo intenda quello) che deve essere modificato perché in contrasto con la nuova dottrina cristiana (ma se la dottrina ha origine dal mito, secondo l’autore, perché modificarlo? Perché c’è un contrasto tra una dottrina e un mito inventato?) a causa delle gesta dei veri protagonisti che sono martiri zeloti (ah ecco, ma i conti non tornano lo stesso perché o il mito è mito o il mito parla di questi “veri protagonisti” e se è così perché usarlo per fondare il cristianesimo?). Insomma il tutto proprio non ha senso… o almeno io non riesco a vedercelo.

Infatti, come si può dimostrare col dettagliato esame pubblicato più avanti, anche le difformi “Natività di Gesù” furono riprese dalle “Immacolate Concezioni” politeiste orientali – inventando così “san Giuseppe, Maria Vergine e Gesù bambino” – ed aggiunte nei soli vangeli di Luca e Matteo in un periodo futuro.

 

Aspettiamo di vedere questo dettagliato esame, ma già, sul mio sito ho analizzato affermazioni di questo tipo dimostrandone tutta l’infondatezza.
I nomi dei fratelli corrispondono a quelli di alcuni “apostoli” ai quali manca “Giuseppe” poiché, ripetiamo, ultimo di loro era ancora troppo giovane all’epoca di “Gesù” per essere riconosciuto, come Profeta condottiero, da uomini pronti a dare la vita per una causa nazionalista.

Si continua a ripetere un concetto che, abbiamo visto, non ha alcun fondamento prendere solo ciò che interessa per dimostrare la propria tesi ignorando ciò che cozza con essa è sempre possibile farlo, ma non dimostra nulla. Anche qui, se la tesi dell’autore fosse corretta, la motivazione per cui manca il nome Giuseppe non ha senso, oltretutto dal momento che questo Giuseppe, dice l’autore successivamente diventerà importante e quindi sarebbe poi stato degno di essere in questo elenco vuol dire che i testi dei Vangeli sono stati scritti quasi a ridosso degli avvenimenti descritti, altrimenti si sarebbe potuto modificarli successivamente.

Giuseppe, soprannominato Menhaem, nel 66 d.C., a capo degli Zeloti attaccherà i Romani riuscendo a conquistare il potere ed insediarsi sul trono come Re dei Giudei.

“Fu allora che un certo Menhaem, figlio di Giuda detto il Galileo, un Dottore (della Legge) assai pericoloso che già ai tempi di Quirinio aveva rimproverato ai Giudei di riconoscere la Signoria dei Romani quando già avevano Dio come Signore …” (La Guerra Giudaica II 433; cap.17,8).
Per inciso, la dimostrazione che “Menhaem” corrisponde a Giuseppe, l’ultimo dei figli di Giuda il Galileo, sarà semplice come “l’uovo di Colombo”.

Aspettiamo allora di vedere questa semplice dimostrazione perché fino ad ora non abbiamo visto una sola dimostrazione che sia tale e anche adesso si dice che Giuseppe era soprannominato Menhaem come fosse un dato di fatto, ma in realtà non è così e infatti si dice che poi verrà dimostrato… vedremo…
Apostoli con qualifiche aggiunte come: “Zelota” o “Cananeo”, “Iscariota”, “Barionà” e “Boanerghès”, che significano “fanatico nazionalista”, “sicario”, “latitante, ricercato” e “figli dell’ira” o “figli della collera”.

Non è esattamente così. Uno dei discepoli di Gesù, Simone, non Pietro, viene detto nel Vangelo di Luca come soprannominato lo Zelota e nei Vangeli di Marco e Matteo come il Cananeo. In realtà sembra che il vocabolo originario usato in Marco e Matteo sia un termine che non indica la provenienza da Cana di Galilea bensì si ricollega al movimento degli Zeloti, quindi una sorta di sinonimo di Zelota. Ma chi erano gli Zeloti? In sostanza dei terroristi per i romani, ma per gli ebrei erano un gruppo di nazionalisti. Potete dare un’occhiata qui per farvi un’idea http://it.wikipedia.org/wiki/Zelota

Riguardo all’etimologia di “Iscariota” che è molto dubbia vi rimando qui http://it.wikipedia.org/wiki/Giuda_Iscariota#Etimologia_di_.22Giuda_Iscariota.22

Il termine Bariona è invece normalmente tradotto come figlio di Giona, riferito a Simon Pietro, la lettura come latitante, ricercato è solo nel Talmud nel VII secolo d. C. e quindi molto tarda.

Sul termine Boanerghes è sufficiente leggersi questa breve pagina di Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes

Insomma si presentano come dati di fatto delle semplici ipotesi personali e si mettono insieme dati molto distanti tra di loro per sostenere la propria tesi. Un comportamento non proprio scientifico.
Simone Pietro e lo stesso “Gesù” vengono accusati di essere “Galilei” nel vangelo di Matteo (Mt 26,69) “Anche tu(Simone Pietro) eri con Gesù il Galileo, pur sapendo che san Pietro era nativo di Betsàida (Gv 1,44) in Gaulanitidenon in Galilea.

 

Due semplici osservazioni:

  • Proprio il passo citato mostra come a Pietro non viene detto di essere Galileo, ma di accomagnarsi a Gesù il Galileo, una cosa ben diversa;
  • Betsaida è a nord del lago di Tiberiade (http://it.wikipedia.org/wiki/Betsaida) vicina alla Galilea e sappiamo che Pietro abitava a Cafarnao con la sua famiglia, quindi se anche fosse stato appellato come Galileo questo non sarebbe stato tanto insolito.

Lo storico giudeo Giuseppe attesta che i Galilei” erano gli ebrei più focosi e nazionalisti, pronti a ribellarsi; inoltre è importante sottolineare che “Galileo” era la qualifica che distingueva “Giuda il Galileo“, il quale, anche lui, non era nativo della Galilea ma della città di Gàmala (sempre in Gaulanitide) le cui rovine, ribadiamo, sono conformi alla Nazaret descritta nei vangeli. Pertanto “Galileo”, oltre indicare la regione di appartenenza era considerato anche sinonimo di “estremista ebreo”.

 

Sono tutte speculazioni che partono dall’assunto di voler dimostrare la tesi finale e non al contrario, non si possono assimilare due persone semplicemente perché entrambi erano detti Galilei, dal momento che molte altre persone erano, evidentemente, dette così. Oltretutto per far tornare i conti sembra che sia anche necessario spostare il luogo di nascita di Gesù da Nazareth a Gamala (che non è in Galilea come dice l’autore). Insomma il tutto è davvero troppo contorto e si basa su troppe ipotesi e nessuna prova concreta per poter essere reale.
I Galilei erano famosi per il coraggio con cui affrontavano la morte e il filosofo stoico Epitteto, alla fine del I secolo così li rappresenta: “Anche per follia uno può resistere a quelle cose (i supplizi), o per tradizione, come i Galilei  da “Dissertazioni del discepolo Arriano” (Digestae IV 6,6). Lo stesso discepolo di Epitteto, Arriano, in “Digestae II 9,19-21” precisa che si tratta di “Giudei“.
Gli storici genuflessi odierni, ben coordinati fra loro per dare maggior peso alle menzogne, dichiarano sfrontatamente che Epittèto per “galilei” intendeva “cristiani seguaci di Gesù”. Dunque, in virtù della “fede”, i loro occhi stravedono e traducono Γαλιλαιοι (Galilei) e Ιουδαιοι (Giudei) con “Cristiani gesuiti”, pertanto considerano Epittèto una “sicura fonte extra cristiana”. E Wikipedia gli fà opportuna “eco” promuovendo una capillare “opera di apostolato”.

Cerchiamo di non soffermarci sulle provocazioni dell’autore, ma di ragionare invece sulla frase di Epitteto. E’ vero che la maggior parte degli storici ritiene che con “Galilei” qui Epitteto si riferisca ai Cristiani, ma è anche vero che la prova certa di questo non c’è, infatti se si va a vedere nei testi più antichi non troviamo un collegamento diretto “Cristiani/Galilei” ne troviamo molti in epoca successiva. Però se si prende l’intero periodo di Epitteto e non una sola frase si capisce che Epitteto intende i Cristiani. G. Jossa nel libro “I Cristiani e l’impero romano”, ed. Carocci, rist. 2006, pp. 97-102, traduce sempre il termine εθος con “abitudine” (non “ostinazione” o “tradizione” come fa l’autore). E nell’interpretare questo passaggio inquadra in generale il pensiero filosofico di Epittèto. Infatti Epitteto parla di disinteresse per moglie, figli, patrimonio (e qui si potrebbe anche pensare a gruppi simili agli Esseni o agli Esseni stessi), ma soprattutto di disinteresse per il corpo (το σωμα), cioè per il vivere o il morire. Jossa ritiene quindi che qui si parli dei Cristiani che non avevano paura della morte. Inoltre fa riferimento al clima di tensione del periodo e alla vocazione per il martirio. Tuttavia anche lui, tuttavia, non riesce a citare alcuna fonte antica a sostegno di una identificazione certa, univoca e veramente soddisfacente dei Cristiani con i Galilei e si limita a scrivere: “Nonostante le obiezioni spesso avanzate dagli studiosi, questi Galilei sono quasi certamente i Cristiani” (op. cit., p. 100).

Quindi ci sono ottimi motivi per questa identificazione che però non è certo e non è vero che gli storici sono come li descrive l’autore tanto è vero che lo stesso Jossa cita le obiezioni degli studiosi a questa interpretazioni. Quando si fa un lavoro di ricerca basato più sulle proprie convinzioni anticlericali che su fondamenti storici si rischia proprio questo.

Il movimento zelota fondato da Giuda il “Galileo” viene descritto da Giuseppe Flavio ancor più efficacemente:

“Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni…la maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione in tali circostanze che non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare lindifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene (Ant. XVIII cap. 1° 24).

Comprendiamo che i Romani, dal loro punto di vista, avevano forti motivi per catturare e uccidere gli Zeloti in quantofanatici nazionalisti si opponevano al dominio pagano, e questo valeva anche per i “fratelli di Gesù” i quali, come stiamo per verificare, corrispondono tutti ai figli di Giuda il Galileo.

 

Questo è da dimostrare, vediamo se ciò verrà fatto e come perché per quello che abbiamo visto fino ad ora non c’è alcun fondamento storico, ma solo le opinioni dell’autore.

Inoltre, sempre osservando la tabella degli “Apostoli”, si capisce che il Simone, qualificato come zelota, cananeo e sicario, é replicato.

Non è vero, la tabella non mostra questo, questo è il risultato che vede chi lo vuole ottenere. La tabella mostra, chiaramente, due apostoli di nome Simone con attributi diversi. Ora se questi attributi ci permettono di identificarli come lo stesso apostolo questo va dimostrato. E in ogni caso dobbiamo sempre chiederci perché si sarebbe dovuto storpiare un apostolo. Per nascondere qualcosa? Ma allora perché mantenergli lo stesso nome, non era più semplice cambiargli completamente nome? Comunque proseguiamo nella lettura e vediamo se arriva qualche prova che ci chiarisce il mistero.

E’ lo stesso Simone Pietro detto “Kefaz” in lingua semita, (evangelizzato in “Cefa”) che vuol dire “pietra”, indicato altresì come “barionà” che, sempre in aramaico, significa “latitante ricercato”: un sicario Zelota, una volta individuato, non poteva che darsi alla màcchia per non essere catturato e ucciso dai Romani.

“Evangelizzato”, in questo contesto, non vuol dire molto, i Vangeli sono scritti in greco e l’aramaico Kefa diventa Cefa in greco. Riguardo “Bariona” che normalmente è tradotto come “Figlio di Iona” cioè comunemente letto “Bar Iona”. L’attestazione di “bariona” col significato negativo dato dall’autore è molto più tarda, intorno all’VI secolo e quindi non può essere neanche un indizio che nei Vangeli fosse usato con quel significato. Sulla questione vi segnalo questo interessante testo: http://www.lanuovaregaldi.it/doc/evento/Cascioli.pdf

L’unico “apostolo” col nome di autentica tradizione giudaica, non appartenente alla cerchia dei fratelli, è Matteo.

Questo è una deduzione che l’autore cala qui dall’alto senza spiegarci su quali fonti e su quali basi sostiene una cosa del genere.

Esso viene chiamato anche Levi, con un impossibile doppio nome ebreo, indicato come “Pubblicano” e designato a testimoniare dal vero le vicende di Cristo sin dalla nascita.

In realtà se leggiamo Marco 2, 14 o Luca 5, 27 vediamo come il suo primo nome era Levi. Ora non si capisce perché l’autore sostiene che un doppio nome ebreo era impossibile, invece era solito il cambio di nome negli ebrei per indicare un cambiamento di vita. Pensiamo a quanto visto poco sopra con Simone detto Pietro, Saulo che diventa Paolo o pensiamo all’episodio di Sara ed Abramo dell’Antico Testamento quando anche a Sara viene cambiato il nome, quindi l’uso di un doppio nome non era cosa inusuale per gli ebrei.

Ma nella tabella notiamo che “Matteo Levi non esiste nel vangelo di Giovanni: é impossibile, non ha senso. Se fosse stato uno dei “dodici apostoli” avrebbe dovuto riferirlo anche “Giovanni”, a maggior ragione poiché gli scribi cristiani li fanno apparire entrambi “colleghi” redattori di vangeli.

Posta così la questione è fuorviante, quello che è necessario sottolineare è che Marco, Matteo e Luca fanno un elenco degli apostoli, mentre Giovanni no. Giovanni menziona alcuni apostoli quando ciò è coerente con ciò che sta narrando. Quindi il fatto che Matteo non appaia mai nel Vangelo di Giovanni (e non è l’unico apostolo) è una cosa possibilissima, perché i criteri seguiti dall’autore del Vangelo secondo Giovanni sono diversi da quelli seguiti dagli autori degli altri tre Vangeli. E nel metterli a confronto bisogna tenerne conto non ignorarlo per poter sostenere la tesi che più piace.
Nel vangelo di Matteo (lui stesso) si dichiara “Pubblicano”: altra assurdità. I Pubblicani erano gli esattori che riscuotevano i tributi dovuti all’Imperatore previa effettuazione di un censimento, pertanto, gli altri “apostoli” Zeloti e sicari, aderenti alla quarta filosofia zelota contro la tassazione di Roma lo avrebbero ucciso senza ripensamenti essendo un nemico ideologico da eliminare, come postulato dallo stesso Giuda il Galileo quando capeggiò la guerra contro il censimento decretato da Cesare Augusto:

Giuda si gettò nel partito della ribellione gridando che «questo censimento mirava a mettere in totale servitù» e incitava la Nazione ad un tentativo di indipendenza. I fanatici nazionalisti (gli Zeloti) «…non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà essere necessario, e la Divinità (Yahweh) ne avrebbe favorito l’impresa fino al successo»” (Ant. XVIII cap. 1° 5,6).

Questa non è un’assurdità. Infatti da un lato il fatto che nei Vangeli si trovino molti esempi di fatti imbarazzanti per i protagonisti (in effetti essere un pubblicano non era cosa di cui vantarsi) non fa altro che dimostrarne l’autenticità (se i testi fossero stati inventati certi particolari imbarazzanti sarebbero stati eliminati), dall’altro non si capisce perché il fatto che tra i dodici ci fosse un pubblicano dovrebbe avere come corollario l’assurdità, infatti un’ipotesi ben più fondata dovrebbe forse far pensare che allora il gruppo dei dodici non era una banda di zeloti come l’autore si è convinto a credere e come cerca di far credere anche a noi, ma senza nessuna prova storica se non le sue opinioni.

Matteo è un falso protagonista. Lo scriba cristiano che ideò quel nome, molto tempo dopo i fatti descritti, operò al solo scopo di rendere più credibile la propria “testimonianza” facendolo apparire un attore ebreo di quelle vicende.

Dire che è falso ciò che non coincide con le proprie ipotesi non è un modo corretto di procedere nell’analisi di un qualsivoglia documento. Ragionando così possiamo sempre dimostrare tutto e il contrario di tutto.
In realtà, il redattore di questo vangelo in greco, ripreso da un vangelo primitivo originale che fu tradotto, non poteva essere un giudeo, padrone dell’aramaico, perché non comprese il significato di “cananeo” e lo trascrisse in forma ellenizzata riferito a “Simone” (“qanana” in aramaico). L’accostamento prospettico, nella tabella, con “Simone Zelota” del vangelo di Luca non lascia dubbi.

Queste sono tutte supposizioni dell’autore che non si basano su un fondamento documentale o almeno se questo fondamento c’è non lo mostra, ma sembrano basarsi, più che altro, sulla volontà dell’autore di dimostrare la propria tesi.
Il vangelo di “Giovanni” riporta “Iscariota”, ma Giuseppe Flavio, in “Guerra Giudaica” riferisce, approfonditamente, nel cap. 8° del VII libro (par. 253/255), attraverso un ricordo lontano nel tempo, che i Sicari erano il braccio armato degli Zeloti, i seguaci della “quarta filosofia” fondata da Giuda il Galileo, ed agivano contro i propri connazionali filo romani a partire dal 6 d.C..

In realtà è abbastanza semplice verificare che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi e quindi l’aggettivo Iscariota riferito a Giuda non può intendersi come Sicario. Il vero significato di questo nome è ancora un mistero, ci sono diverse ipotesi sulle quali ancora oggi si sta lavorando. Per un interessante studio sull’argomento e anche per la dimostrazione che i Sicari agivano dal 50 d. C. in poi vi segnalo questo bel lavoro storico http://digilander.libero.it/Hard_Rain/ISCARIOTA.pdf che mostra oltretutto come si dovrebbe procedere nello studio dei manoscritti antichi. Comunque per riassumere brevemente la questione in Bell., 2.256, Giuseppe Flavio afferma che la prima azione compiuta dai sicari fu l’assassinio del sommo sacerdote Gionata, figlio di Anano, successore di Giuseppe “Caifa” dei vangeli. “Caifa” fu deposto assieme a Pilato, verso il 36 d.C.L’assassinio di Gionata fu commesso al tempo del regno di Nerone (54-68 d.C.) e quando era procuratore

Felice (52-60 d.C.) quindi restringendo gli anni possibili tra il 54 e il 60 d.C.

Che lo scriba evangelista con lo pseudonimo “Matteo” non sia stato un ebreo, né mai vissuto in Giudea, è dimostrato in altri molteplici passaggi del suo Vangelo, ad iniziare da quello riguardante l’insieme dei fratelli di “Gesù” indicati col nome della madre anziché col patronimico; inoltre, sulla “Natività” (come verifichiamo nel successivo studio), dimostra di non conoscere i luoghi, la storia giudaica dell’epoca di Cristo e l’Antico Testamento, cadendo, peraltro, in contraddizione grave con la sua qualifica di funzionario esattore “Pubblicano”.

In realtà al momento non c’è nessuna contraddizione, a meno che non venga dimostrato il contrario, chi scrive il Vangelo secondo Matteo dimostra una buona conoscenza dei luoghi e delle usanze ebraiche, se così non è bisognerebbe dimostrarlo non semplicemente dirlo. Il fatto che fosse un ebreo e un esattore delle tasse “Pubblicano” non è in contraddizione, anche Zaccheo nei Vangeli viene definito Pubblicano e se vi interessa capire cos’era un pubblicano leggete qui http://it.wikipedia.org/wiki/Pubblicano

Giuda detto Theudas era un Profeta “sobillatore”, fratello di Giacomo, a sua volta fratello di Simone che, insieme a Giovanni e Giuseppe (l’ultimo), costituiscono la cerchia di fratelli evangelici tutti con nomi di tradizione giudaica.

Un attimo, l’uguaglianza Theudas-Giuda non è stata dimostrata, anzi sembrerebbe proprio il contrario fino ad ora. Inoltre si stanno semplicemente prendendo dei nomi che in effetti sono uguali dicendo che allora anche le persone sono le stesse. Servono un po’ più di prove, al momento l’unica cosa che sembra dimostrare tutto questo discorso è che i nomi al tempo di Gesù erano più o meno sempre quelli (ecco il motivo di usare patronimici o attributi che distinguessero le persone) e che se si ignorano le prove storiche, ma ci si basa solo sull’analogia si può sostenere tutto e il contrario di tutto.

Solo questi nomi, autenticamente ebraici – dalla lettura del “Novum Testamentum” A. Merk S.I., Roma, Pontificio Ist. Biblico, Anno 1933; e, “Novum Testamentum” H. Kaine, Paris, Edit. Ambrogio F. Didot, Anno 1861 – risultano accompagnati da qualifiche e attributi, quindi da atti, conformi allo stesso Profeta “sobillatore” Giuda Theudas ucciso da Cuspio Fado nel 45 d.C.:
Zeloti” che, dall’interpretazione in greco di Giuseppe Flavio, indica i “fanatici nazionalisti”; “barionà”, in aramaico, vuol dire “latitante fuorilegge”; “Iskarioth” forma omofona grecizzata del latino “sicarius” (sicariota), l’attentatore armato di “sica”, un tipo di lungo pugnale ricurvo in uso all’epoca; “boanerghès” *, significa “figli dell’ira” o “figli della collera”; “cananeo” da “qanana” in aramaico, equivalente a “zelota”, e “galilei”, come “fuorilegge”.
Erano tutti figli di Giuda, ideatore dello zelotismo antiromano, detto “il Galileo”.

Abbiamo visto e mostrato in precedenza come ciascuno di questi attributi non significhi assolutamente quanto qui è affermato, ma supponiamo, ammesso e non concesso che l’autore abbia ragione in tutto il suo ragionamento, avremo quindi qualcuno o un gruppo che tenta di falsificare la storia di un gruppo di fuorilegge facendoli passare per dei santi, ma lasciando intatti tutti i nomi o soprannomi che avrebbero permesso di identificarli come fuorilegge. Che senso ha? L’intera ipotesi dell’autore oltre al fatto che non ha alcun fondamento storico, cade proprio nella fallacia logica.

* L’amanuense cristiano, con lo pseudonimo di “Giovanni detto anche Marco” – che trascrisse in greco un vangelo aramaico primitivo – nel versetto (Mc 3,17) riportò il vocabolo “βοανῆργε’ς” (leggi “Boanerghès”) e lo tradusse con la espressione Υἱòι βροντῆς (leggi “Uiòi Brontés”) che vuol dire “Figli del Tuono”. Egli intese, volutamente, documentare la voce come se quel concetto fosse testimoniato da un cittadino ellenico dell’epoca.
E’ oggi accertato che nessun greco di allora avrebbe mai detto o scritto “βοανῆργε’ς” (Boanerghès) per significare “Figli del Tuono” ma si sarebbe limitato a dire o scrivere Υἱòι βροντῆς.
Infatti, in tutta la letteratura greca classica, “βοανῆργε’ς”, citato nel vangelo, è lunico caso ove ricorre tale vocabolo; ne consegue che la parola non può avvalersi di alcuna etimologia, pur se scritta in tale lingua, ed è quanto risulta nei vocabolari.

Infatti la parola è di origine aramaica trascritta in caratteri greci, ma questo lo dice qualunque dizionario biblico. Non ha senso supporre chissà quale complotto che, anche se fosse, avrebbe avuto miglior esito cambiando del tutto il nome invece di tentare di dargli significati che, all’epoca, sarebbero stati subito smascherati da chi li ascoltava.
In realtà la fonetica è di origine ebraica, non greca, e il suo etimo lo ritroviamo in due sezioni del lemma: il primo, “boan e”, un modo di “bèn e” che significa “figli di”; il secondo, “rghès” la cui radice semitica indica “ira” o “collera”.
In ebraico antico, la lingua usata dai Dottori della Legge (Rabbini), בנירגש “benereghèsh” significa “figli dell’ira”. Pertanto“βοανῆργε’ς” (“Boanerghès”) vuol dire “Figli dell’ira” o “Figli della collera”. L’unica “ira” o “collera” cui richiamarsi nella società teocratica israelita, con la Terra Santa profanata dai pagani, era LIra di Yahweh, il Padre (Abba) del “popolo eletto” i cui figli prediletti, discendenti di Davide, non potevano che essere gli Zeloti. 

Sarebbe interessante avere delle fonti per queste affermazioni, io vi segnalo Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Boanerghes che dice tutt’altro. Ora io non ho preclusioni di sorta, anche quanto affermato dall’autore potrebbe andare bene se fosse motivato citando delle fonti altrimenti diventa solo una storia (bella o brutta che sia)

  
Dunque la proposizione “Figli del Tuono”, secondo il progetto dello scriba cristiano che lo riferì, esprime un concetto riduttivo e fuorviante rispetto all’originale vocabolo ebraico il quale, effettivamente, rivela il medesimo intento ribelle nazionalista degli altri fratelli Zeloti.
Troviamo infine conferma, al brano di Marco appena citato, nel vangelo di Luca (Lc 9,53) ove Giovanni e Giacomo, i fratelli apostoli “Boanerghés”, intendono incendiare un villaggio della Samaria ma … vengono fermati da “Gesù”; nel contempo la storia ci insegna che i Giudei erano nemici dei Samaritani e in guerra tra loro, all’epoca di Cristo.

Perfetto quindi da una parte si vuole fuorviare modificando il senso di una parola mentre dall’altra si lascia integro un episodio che è piuttosto imbarazzante, infatti Gesù stesso ferma i suoi stessi discepoli. Senza andare in cerca del significato dei termini è proprio la logica che sta alla base di questo complotto che non regge lo vediamo in continuazione. Se si voleva davvero falsificare si poteva falsificare molto meglio.

E’ d’obbligo evidenziare che tali qualifiche rivoluzionarie sono riferite solo ad “apostoli fratelli che hanno lo stesso nome, di stretta osservanza giudaica, dei fratelli di “Gesù“. Al contrario, gli apostoli con nomi greci,senza alcuna designazione ribelle, vengono tutti cancellati dalla storia come dimostriamo ad iniziare da “Filippo” nello studio successivo su “Paolo di Tarso“: entrambi inventati.

A parte che non c’è nessun fondamento storico per uguagliare gli apostoli ai fratelli di Gesù (anzi Gesù stesso dice che nessuno è profeta in patria propria quando i suoi familiari lo ritengono matto), ma se anche fosse supponendo vera l’ipotesi dell’autore quello che non viene spiegato è perché non cambiare semplicemente i nomi scomodi con altri, magari greci e senza attributi. Tutto questa ipotesi del complotto non ha proprio senso, non regge a una analisi banalmente logica.
Gli appellativi escogitati successivamente, tutt’oggi in uso, sono serviti, attraverso contraffazioni delle traduzioni nelle varie lingue e la manipolazione dei termini originali, sia a celare le vere identità dei fratelli Zeloti dietro “santi apostoli”, sia a “replicarli” fino a raggiungere il numero, significativo giudaico, di “Dodici”, come fecero dichiarare a Cristo nel vangelo:

“Siederete anche voi (gli apostoli) su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28).

Questa è una pura congettura che oltretutto e anche abbastanza deboluccia come contenuto, pensate che addirittura c’è chi sostiene che i dodici apostoli rappresentino i dodici segni zodiacali. Comunque ripeto se fosse stato come dice l’autore non si spiega perché avremmo una contraffazione solo di alcuni nomi e in maniera tale da poter essere rintracciati e altri nomi aggiunti così giusto per arrivare a 12. Era sufficiente scrivere dodici nomi, senza attributi alcuni.

In particolare troviamo replicati: Simone detto “Pietro il Galileo” con Simone lo Zelota o il Cananeo (alcuni manoscritti riportano “Cananite”); Giacomo il Maggiore con Giacomo il Minore (quest’ultimo, alter ego del primo, viene cancellato dalla storia come provato nel successivo studio); Giuda detto Thaddaeus (traduzione latina volutamente fuorviante di Theudas) con Giuda detto Thomà (san Tommaso) e con Giuda Iskarioth (sicariota), qualifica grecizzata del latino attentatore assassino “sicarius”. A questo punto i lettori si saranno accorti che la sovrapposizione di “Giuda Iscariota” con “Giuda non Iscariota” cancella il famoso “bacio di Giuda”, divenuto simbolo infamante dell’inganno più abbiètto nel mondo cristiano.

In realtà anche senza alcuna conoscenza storica basta leggere per rendersi conto che non c’è nessuna replica di nessun personaggio, ma semplicemente i nomi usati dagli ebrei erano pochi e sempre quelli quindi spesso era necessario usare degli attributi, degli aggettivi, per identificare le varie persone. Ripeto basta la logica perché se l’obiettivo fosse stato quello di duplicare alcuni apostoli con lo scopo, non si capisce bene perché, di raggiungere il numero di 12, sarebbe stato sufficiente inventarsi altri nomi, magari di origine greca, invece di usare sempre gli stessi cambiando solo gli attributi. Infine non si capisce dove, come e perché la “sovrapposizione” di Giuda, come la chiama l’autore, cancellerebbe il famoso “bacio di Giuda”.
Oltre a quanto sopra rilevato (dopo la tabella) sulle contradditorie parentele di Giuda, leggiamo cosa dicono i vangeli in merito all’apostolo rinnegato dopo che questi aveva tradito “Nostro Signore Gesù” per trenta denari.
In Atti (1,18) il “testimone oculare” san Pietro riferisce un episodio raccapricciante:

“Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto poi, precipitando in avanti, si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le viscere.
L’altro apostolo, “testimone oculare” anche lui, Matteo, invece, così la racconta:
“Giuda, gettate le monete dargento nel Tempio, si allontanò ed andò ad impiccarsi (Mt 27,5).
Mentre san Paolo, nella I Lettera ai Corinzi (15,4-5), ci informa che:
“Cristo fu sepolto e resuscitato, il terzo giorno apparve a Cefa (Kefaz, san Pietro) e ai dodici apostoli”.
Essendo “dodici” vuol dire che fra essi era presente anche Giuda “il traditore” sempre vivo, infatti, questo apostolo, all’evangelista Giovanni non risulta che si sia suicidato.

E’ evidente che tali incompatibili deposizioni non hanno alcun valore probatorio se non dimostrare la montatura di un “apostolo”, sfruttata, peraltro, con fini ideologici legati a un nome che identificava l’odiata etnia giudaica accusata di aver ucciso “Gesù” senza averlo riconosciuto come proprio Messia Salvatore.

Il testo della prima lettera ai Corinzi, nel passo citato dice una cosa un po’ diversa da quella riportata, cioè: “1Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
3A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che 4fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
5e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.”

La differenza sta nel fatto che come riportato dall’autore sembra che Cristo sia apparso il terzo giorno a tutti e Dodici i discepoli, nel testo corretto si vede che c’è solo una consequenza di tempi nelle apparizioni, ma senza specificare esattamente quando. Quindi si dice, Cristo risorge e appare prima Cefa, poi a Dodici e poi ad altri. Inoltre si noti come in entrambi i testi venga citato Cefa, cioè Pietro, e poi i Dodici. E’ chiaro che qui con “i Dodici” non si intende il numero di persone, ma la qualifica, cioè a quella cerchia di amici più intimi. Se così non fosse e fosse come sostiene l’autore avremmo Tredici discepoli e non Dodici poiché anche Cefa andrebbe contato in questo numero. E’ la stessa cosa che accade quando, dopo una partita di calcio si parla di undici giocatori anche se durante la partita magari uno è stato espulso e la squadra ha in realtà giocato in dieci.

Infine la considerazione per cui nell’ipotetica, quanto strampalata, ipotesi di complotto dell’autore si sarebbe scelto Giuda come nome cui dare il ruolo peggiore perché identificava l’intera etnia giudaica è del tutto priva di senso, anche qui logico, dal momento che lo stesso Gesù era della tribù di Giuda in quanto discendente di Davide, quindi in realtà Giuda sarebbe stato un nome da onorare non da vituperare.
Alcuni esegeti clericali, consapevoli di questa assurdità evangelica, provano a rimediare ricorrendo a ipotetiche, personali, “rivelazioni divine” per tentare di giustificare le contraddizioni connesse a questa morte immaginaria (destino macabro teatrale o semplice suicidio?; proprietario terriero o nullatenente?) … sino a reinterpretare le “Sacre Scritture”, modificandole di fatto.

Sarebbe utile qualche esempio per capire di cosa effettivamente stiamo parlando, fino ad ora abbiamo però visto come l’autore stesso riesca a modificare le scritture per far dir loro non quello che dicono, ma ciò che lui vuole che dicano.
In realtà, come già dimostrato, il vero Giuda, autentico zelota sicario, fu ucciso da Cuspio Fado.

In realtà non è stato dimostrato alcunché, non è che le cose basta dirle per dimostrarle.

Escludendo gli apostoli replicati, i nomi di stretta osservanza ebraica, riportati come fratelli, sono:
GiovanniGiuda, SimoneGiacomo, e Giuseppe. Ad iniziare da Giovanni, uno dopo l’altro furono giustiziati dai Romani come martiri irredentisti, tranne l’ultimo, Giuseppe, troppo giovane all’epoca per militare come capo Zelota sicario.

Questa è una conclusione a cui giunge l’autore del tutto priva di fondamento storico come ha dimostrato fino ad ora, si basa solo sulle sue personali convinzioni per cui si è giocato con i nomi fino a quando non si sono lasciati quelli che si voleva rimanessero.

In contrasto furono aggiunti apostoli con appellativi derivati da aggettivi come san “Bartolomeo“, nome inesistente in greco e latino nel I secolo, il quale, separato dall’usueto “bar” aramaico biblico, diventa “bar tolomeo” che vuol dire “figlio di Tolomeo”. Poichè Tolomeo era un nome greco che significava “Valoroso”, adottato da alcuni sovrani egizi ellenizzati, quindi “Bartolomeo” significa “Figlio del Valoroso”, ma … un apostolo che non viene testimoniato nel vangelo del suo “collega apostolo” Giovanni è un vuoto, talmente vistoso e banale, più che sufficiente a dimostrarne l’inesistenza.

I Vangeli sinottici parlano di Bartolomeo, mentre Giovanni parla di Natanaele, si tendono a identificare queste due figure per cui Giovanni chiamerebbe l’apostolo col suo nome mentre gli altri tre userebbero il patronimico. In ogni caso non tutti gli studiosi sono concordi su questa interpretazione. Il fatto che Giovanni non nomini Bartolomeo, da solo, non ci permette di dire che il personaggio fu un aggiunta inventata (perché, se così fosse stato, non aggiungerlo anche al Vangelo di Giovanni dal momento che lo si era già aggiunto agli altri tre?).
Altro apostolo, semplice aggettivo, solo citato in “Atti degli Apostoli” poi dimenticato e lasciato senza gesta che ne attestino l’esistenza, è Andrea, dall’epiteto greco “andreas” che vuol dire “vigoroso”, una caratteristica di Simone a lui “affratellata” così: “vigoroso, fratello di Simone”;

http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_apostolo questa è la pagina di Wikipedia, fonte non cattolica, dedicata all’apostolo Andrea. Se si leggono i passi dei Vangeli citati è chiaro come “Andrea” non può essere un semplice aggettivo di Simone, molte frasi non avrebbero proprio senso. Oltretutto non si capisce l’utilità di un’operazione di questo genere.

o, ancora, san Tommaso, dall’aramaico “thomà” che significa “gemello”, o dal greco “didymos” anch’esso equivalente a “gemello”, sino al punto di escogitare uno strano sostantivo composto da due aggettivi in due lingue diverse con le iniziali maiuscole “Tommaso detto anche Didimo” (Gv 11,16) che vuol dire “Gemello detto anche Gemello”, privo di significato e … molto buffo. Un nome così insensato non poteva appartenere a nessuno sulla faccia della terra; è solo un errore commesso da uno stupido scriba intento a manipolare la traduzione in greco di un testo senza essere padrone dell’aramaico.

In realtà Giovanni, che scrive per gente che parlava il Greco e non l’aramaico, dice “Tommaso chiamato Didimo” perché specifica a chi, come noi non sa l’aramaico (ma noi non sappiamo neanche il Greco) che Tommaso, vuol dire Gemello (Dydimos in greco). E’ come se dicesse: “Tommaso, che vuol dire Didimo”. Tutto qui, nessun nome senza senso, nessun complotto ma una cosa semplice semplice e terra terra. E anche qui nella teoria del complotto quella a vacillare è la logica, perché uno scriba che avesse voluto manipolare il testo senza conoscere l’aramaico come avrebbe atto ad azzeccare proprio il vocabolo Dydimo che in greco, guarda caso, è l’equivalente di Thoma in aramaico? Allora o conosceva l’aramaico e quindi si sarebbe reso conto di essere di fronte a un nome senza senso oppure non lo conosceva e allora non si capisce perché avrebbe scelto il vocabolo greco che traduceva esattamente quello aramaico… naturalmente la spiegazione più semplice e logica è che chi ha scritto conoscesse entrambe le lingue e volesse spiegare all’uditorio Greco il significato del nome aramaico.

Anche questo apostolo fuoriesce dalla storia poiché dal vangelo letto da Eusebio di Cesarea risulta che Giuda e Tommaso (“Thomà” in aramaico) sono la stessa persona:

«Dopo l’ascensione di Gesù, Giudadetto anche Tomaso, mandò ad Abgar l’Apostolo Thaddaeus»” (HEc. I 13,11).

Poiché la sovrapposizione Giuda-Tommaso cancella un apostolo, nella tabella ne rimarrebbero undici: fatto assurdo. Questa è la prova evidente che i vangeli furono ulteriormente modificati dopo Eusebio di Cesarea, ma noi abbiamo dimostrato sopra che Thaddaeus, in realtà, era Giuda Theudas. Si trattava di un sedicente Profeta zelota con due qualifiche aggiunte al vero appellativo semita: Giuda. La dottrina cristiana non poteva ammettere la violenta genesi zelota ebraica dei fratelli di Cristo senza coinvolgere anche Lui, pertanto questi furono celati nel “mucchio” di “Dodici Apostoli” dei quali alcuni nomi risultano consueti attributi aramaici traslati scorrettamente in lingua greca. Semplici aggettivi che, col trascorrere dei secoli, grazie all’ignoranza dei fedeli sul vero significato originario, furono accettati e adottati come nomi di persone.

In diversi testi, Tommaso è chiamato anche Giuda, non solo da Eusebio di Cesarea, infatti lo ritroviamo chiamato così anche nella Didaché, nel Vangelo di Tommaso e nelle opere di Tarziano il Siro. Ora che Giuda fosse il suo vero nome e Tommaso un soprannome è probabile, ma non ne abbiamo la prova d’altra parte affermare con sicurezza che poiché in Eusebio di Cesarea è chiamato Giuda Tommaso allora costui è Giuda Theudas è un salto privo di qualunque logica e prova. Il fatto che alcuni aggettivi siano poi diventati nomi o viceversa è una prassi normale che capita in tutte le culture, ad esempio il nome Beniamino oggi indica anche il preferito di un gruppo di persone, così come si usa Giuda per indicare un traditore, nessun complotto, normale evoluzione dei nomi.

Nella tabella degli apostoli, il solo vangelo di Giovanni, riporta “Natanaele” che in semitico “celestiale” voleva dire “Dono di Dio”: non era un appellativo usato dal popolo ebraico nel I secolo. Era un antico attributo biblico fatto passare per nome, a conferma, come già riferito, che gli scribi cristiani redattori dei vangeli non erano Giudei.

Cosa significa “semitico “celestiale””? Poi cosa significa che non era un nome usato dagli ebrei nel I secolo, ma era un antico attributo biblico? Antico quanto? Precedente al I secolo? E attributo di chi? Siamo sicuri che non sia stato mai riferito a una persona? E quindi i “falsari” non erano Giudei, ma hanno preso un antico attributo biblico in lingua semitica e l’hanno spacciato come nome? Come avrebbero potuto farlo se non fossero stati Giudei? Come facevano a conoscere la lingua semitica e addirittura un antico attributo biblico? Se davvero si fosse trattato di falsari non Giudei la cosa più semplice sarebbe stato l’utilizzo di un nome nella propria lingua, c’erano già diversi nomi greci. Anche qui nessun complotto semplicemente la narrazione che usa nomi del tempo, tutto qui.
Ovviamente, l’inesistente Natanaele viene ignorato dagli altri evangelisti mentre “Giovanni” riferisce che Natanaele riceve lannuncio dellAvvento di Gesù Cristo da parte di Filippo (Gv 1,45) …

Questo dovrebbe far riflettere, nell’ipotesi sostenuta dall’autore, ovvero di essere in presenza a dei falsi ben congegnati bisognerebbe dare una spiegazione sul perchè di queste differenze che invece potevano essere benissimo e senza alcuna difficoltà armonizzate a tavolino. Invece il fatto che ci siano tali differenze prova l’autenticità degli scritti evangelici, infatti ogni autore racconta la parte che gli interessa mettendo in risalto gli aspetti che lui ritiene importanti.

ma, nello studio successivo su “Paolo di Tarso”, dimostriamo, storia alla mano, che l’apostolo Filippo non è mai esistitodi conseguenza anche Natanaele è una finzione…come gli altri “Apostoli”.

Questa dimostrazione non l’ho letta per cui non posso giudicarne la bontà, certo è che se il livello della dimostrazione è pari a quanto visto fino ad ora siamo ben lontani dal dimostrare alcunché.

Una invenzione scollegata fra gli stessi evangelisti ed estremamente imbarazzante per la Chiesa al punto che, senza alcuna base o riferimento storico, evangelico, filologico, i Suoi esegeti azzardano che Natanaele viene comunemente(sic!) identificato con san Bartolomeo (Figlio del Valoroso)”. Solo un visionario mistico può intravedere una correlazione fra i nomi “Dono di Dio” e “Figlio del Valoroso”, affinché possano essere accomunati; pertanto ogni ulteriore commento diventa superfluo …

In realtà diventa superfluo commentare affermazioni di questo tipo dal momento che Bartolomeo è un patronimico e Natanaele un nome, è un po’ come il “Pelide Achille” dove Achille è il nome e Pelide vuol dire solo Figlio di Peleo, abbiamo visto più volte come essendo i nomi propri pochi e sempre quelli si usava spesso il patronimico. In ogni caso l’identificazione di Natanaele con Bartolomeo non è certo, è proposta da molti studiosi, ma non accettata da tutti, ma da qui a sostenere quanto sostiene l’autore ci vuole un salto di logica non indifferente e infatti neanche lui è in grado di spiegare come, anche all’interno della sua teoria del complotto, ciò sia possibile.

ad iniziare da quello sull’annuncio dell’Avvento di Gesù fatto “testimoniare” da un inesistente Filippo e della “rivelazione” del “Figlio di Dio” tuttuno con il “Padre”, come stabilito nel “Credo” dai Vescovi cristiani in vari Concili indetti nel corso del IV secolo (tre secoli dopo Cristo).

L’inesistenza di Filippo è tutta ancora da dimostrare. E’ vero che il Credo venne stabilito nel corso del IV secolo, ma ciò che nel Credo è affermato era già creduto da tempo seppur con alcune differenze interpretative o con differenti sfumature tra le varie Chiese, ecco che allora i Concili mettono ordine e rendono ufficiale il Credo.

“Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci? Credetimiio sono nel Padre e il Padre è in me” 
(Gv 14,9-11). “…questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea …” (Gv 12,21).

Gli amanuensi che “incollarono” in modo posticcio questo “Filippo” nei loro vangeli non avevano la reale conoscenza dei luoghi in cui decisero far muovere i loro fantasiosi personaggi al punto di ubicare Betsàida in Galilea anzichè in Gaulanitide dove essa era edificata e successivamente ingrandita, dopo la morte di Erode il Grande, da suo figlio il Tetrarca Erode Filippo, appartenendo al territorio da lui ereditato (Ant. XVIII cap. 2° 28).

Tenendo conto che l’attuale sito dove è stata identificata l’antica Betsaida è in effetti in Gaulanitide, ma dista meno di un paio di chilometri dal confine con la Galilea.

Che i confini della Galilea non è certo siano sempre stati così rigidi.

Che lo stesso Giuseppe Flavio parla di questa città come una citta della Gaulanitide inferiore, in Antichità Giudaiche, XVIII, 4 chiama un certo Giuda della Gaulanitide come “galileo” (come lo stesso autore ripete più sotto con altri intenti).

E’ quindi possibile che all’epoca Betsaida fosse una città definita a volte come Galilea e a volte no, nulla di misterioso quindi.
Lo stesso problema investe anche gli apostoli Andrea, Giacomo e san Pietro, tutti nativi in Galilea a Betsàida: “Filippo era di Betsàida, la città di Andrea Simone Pietro (Gv 1,44); in Galilea come il personaggio “Gesù”, evidenziando, di fatto, le concrete gèsta dei nazionalisti integralisti Galilei. Infatti, nei vangeli di Matteo e Luca, a noi pervenuti, si afferma che Simone Pietro e “Gesù” furono accusati di essere “Galilei“: “Anche tu, Simoneeri con Gesùil Galileo(Mt 26,71); “«In verità, anche questo (Simone Pietro) era con Lui (Gesù)è anche lui (Simone) un Galileo!»” (Lc 22,59).

Non potendo riconoscere il significato zelota di “Galileo” attribuito a Gesù e a Pietro, di fronte alla contraddizione geografica di una Betsàida erroneamente indicata in Galilea dall’evangelista, alcuni esegeti clericali odierni azzardano l’ipotesi di una seconda Betsàida sita in Galilea; altri si limitano, timidamente, a dichiararne incerta l’ubicazione fingendo di ignorare la collocazione precisa indicata da Giuseppe Flavio. L’errore geografico attinente a Betsàida, commesso dallo scriba cristiano, dimostra il rimaneggiamento dei vangeli originali al fine di sviare il significato del lemma “Galileo”, inteso come “ribelle”, per farlo sembrare “abitante nativo della Galilea”.

L’unica cosa che l’errore, se davvero di errore si tratta, prova è che chiunque può fare un errore. Infatti se supponiamo, nella logica dell’autore, che si volesse nascondere che con “Galileo” si intendeva un significato “zelota” perché usare il termine di continuo? Inoltre indicare la città di Betsaida in Gaulanitide avrebbe significato distanziare questi apostoli dalla Galilea ed era più semplice eliminare l’epiteto o modificarlo quando era citato altrove. In definitiva la logica dell’autore è decisamente contorta, la spiegazione più semplice è appunto quella dell’errore oppure quella di un confine che, vista la vicinanza, non fosse poi così stabile.

Poiché in quella regione era concentrato il maggior numero di Ebrei integralisti, lo abbiamo provato appena sopra, con il generico termine di “Galilei” gli storici indicavano tutti i Giudei fanatici nazionalisti, in lotta contro il dominio romano, votati al martirio e costretti a pene strazianti una volta individuati e catturati.

E’ vero che il termine “Galileo” era usato con una valenza dispregiativa perché comunque la Galilea era un regione disprezzata, sia perché era la regione in cui c’era una maggiore mescolanza di razze, sia perché in quella regione si trovavano gli ebrei più facinorosi. Ma se è vero che il termine “Galileo” aveva anche il valore di cui sopra è anche vero che aveva il valore, molto semplice di “proveniente dalla regione della Galilea”, come di fatto era Gesù. Quindi se molto probabilmente un ebreo facinoroso era chiamato “Galileo”, ciò non vuol dire che un abitante della Galilea fosse chiamato “Galileo” in quanto facinoroso.

La accezione comune del vocabolo “Galileo”, lo stesso attribuito a Giuda il Galileo (nativo di Gàmala in Gaulanitide, non in Galilea), ovviamente, valeva anche per i suoi veri figli: “Gesù” e “Simone Pietro”, entrambi accusati nei vangeli di essere “Galilei” sovversivi.

Ripetiamo, se uno era detto “Galileo” semplicemente perché nato in Galilea non automaticamente era anche un sovversivo. Quest’ultimo punto andrebbe provato e non solo affermato. Fino ad ora l’autore non ha provato nulla di tutto ciò, ma ha semplicemente presentato delle sue opinioni, valide come tante altre, ma prive di fondamento storico.

Per una migliore comprensione dei protagonisti evangelici, a riprova che in realtà erano capi ebrei Zeloti, si rende necessario rimarcare, ulteriormente, che la descrizione di Gàmala (la città di Giuda il Galileo), equivale alla rappresentazione della Nazaret riferita nei vangeli. Viceversa, come dimostriamo nel’apposito studio, la Nazaret odierna non ha niente in comune con la città di Cristo.
Pertanto la patria di Gesù e dei suoi fratelli era Gàmala, la roccaforte degli Zeloti, unica città a non essersi mai sottomessa al dominio romano sino agli inizi del 68 d.C., quando fu costretta a capitolare dopo tredici mesi di assedio da parte dell’esercito di Re Agrippa II cui si aggiunsero le legioni romane di Vespasiano e Tito che la rasero al suolo.

L’identificazione di Nazareth con Gamala è un’opinione dell’autore che parla anche di una dimostrazione che io non ho letto, ma se la qualità della dimostrazione è simile a quanto letto fino ad ora ci troviamo di fronte non ad una dimostrazione, ma a una semplice opinione che si sostiene collegando fra loro dati molto distanti tra di loro e che, al momento attuale, i documenti non ci permettono di collegare. Nulla fino ad ora dimostra la tesi dell’autore, l’unica cosa dimostrata è il desiderio dell’autore di crederci, desiderio che piega i dati storici alle proprio necessità.

Tag: , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: