La Tomba – Yeshua bar Yosef


Ossuary 80/503 “Yeshua bar Yosef ” “Jesus, Son of Joseph”

It is the plainest of the ten ossuaries found in the tomb, a modest coffin, perhaps made in haste. Alarmingly, there is a large cross mark right next to the name “Jesus.” A cross, deliberately carved. The archaeologists, however, immediately and ever since, dismissed this as a mason’s mark. Besides, they say, Christians didn’t use crosses until the time of Constantine in the 4th century. This “Jesus, Son of Joseph” ossuary couldn’t belong to that Jesus, son of Joseph.

Back in 1926, another “Jesus, son of Joseph” ossuary was discovered languishing in the basement of what is now the Rockefeller Museum”by none other that Eleazer Sukenik, the archaeologist famous for his 1948 discovery of the Dead Sea Scrolls. The HebrewUniversity professor did not publicize his astonishing find until 1931 at a conference in Berlin. The news made headlines around the world. And then the world forgot all about it.

Today, that same ossuary is on display at the IsraelMuseum. It is in no way connected with Jesus of Nazareth but instead is on display to send a message: don’t get excited if you find archaeological mention of any “Jesus.” The name is common.

Ossario 80/503 “Yeshua bar Yosef” Gesù, figlio di Giuseppe.

E’ il più semplice dei dieci ossari trovati nella tomba, una bara modesta, forse fatta in fretta. Allarmante è che ci sia un grosso segno a forma di croce vicino al nome “Gesù”. Una croce scolpita di proposito. Gli archeologi, comunque, subito e sin da allora, esclusero che fosse un segno del costruttore. D’altra parte, dicono, che i Cristiani non usavano le croci fino al tempo di Costantino nel quarto secolo. Questo ossario di “Gesù, figlio di Giuseppe” non potrebbe appartenere a quel Gesù, figlio di Giuseppe.

Nel 1926, un altro ossario di “Gesù, figlio di Giuseppe” fu scoperto languire nel basamento di quello che è ora il Museo Rockfeller da nessun altro che Eleazer Sukenik, , l’archeologo famoso per la scoperta, nel 1948, dei manoscritti del Mar Morto. Il professore della Hebrew University non publicizzò la sua stupefacente scoperta fino ad una conferenza a Berlino nel 1931. Le notizie occuparono i titoli di testa di tutto il mondo. E poi il mondo se ne dimenticò del tutto.

Oggi, lo stesso ossario è in mostra al Museo di Israele. Non è in alcun modo collegato a Gesù di Nazareth, ma invece è in mostra per mandare un messaggio: non eccitarti se trovi una qualunque prova archeologica che menziona Gesù. Il nome è un nome comune.

Questo piccolo paragrafo sembra molto chiaro, e sopratutto nella seconda parte non sembra necessiti di particolari attenzioni, sarebbe sufficiente soffermarsi sul fatto che il nome Gesù all’epoca in cui Gesù visse era un nome comune ed è bene sempre tenerlo presente, in particolare quando si parla proprio della Tomba di Talpiot.

In realtà è doveroso soffermarsi anche, e abbastanza approfonditamente, sulla prima parte. Siamo davvero sicuri che l’iscrizione sull’ossario sia “Yeshua bar Yosef”? E lo strano simbolo di cui si parla, è davvero una croce?

Cerchiamo di capirlo insieme.

Dell’iscrizione in sé ne avevamo già parlato, ma visto che mi sembra pertinente riporto qui le stesse considerazioni fatto nel capitolo su “Talpiot Fatti Essenziali – la prima scoperta”.

L’iscrizione è in Aramaico (un antico dialetto ebraico) e la maggior parte degli studiosi che hanno affrontato l’argomento ritengono dica: Yeshua bar Yosef che tradotto è: Gesù figlio di Giuseppe. Non tutti però, infatti il Dottor Stephen Pfann e il Dottor Craig Evans la pensano diversamente.

Il primo è il preside dell’universitá della Terra Santa di Gerusalemme ed esperto di lingue semitiche e come si può verificare qui (http://news.nationalgeographic.com/news/2007/02/070228-jesus-tomb_2.html) dopo aver osservato l’inscrizione in un’immagine ad alta risoluzione ha affermato che non crede ci sia scritto Yehoshua (Gesù), ma Hanun o qualcosa di simile. Il secondo, professore di Nuovo Testamento in Canada, con più di sessanta pubblicazioni all’attivo esprime tutti suoi dubbi, sul suo sito (http://www.craigaevans.com/tombofjesus.htm), dubbi che si possono riassumere con una frase “vedo le parole “figlio di Giuseppe” ma non riesco a vedere la parola Yeshua (Gesù)”.

Cerchiamo ora di entrare ancora di più nel dettaglio, per quanto possibile, per provare a capire ancora meglio.

Ecco qui l’immagine dell’iscrizione come si presenta

Questa è invece l’iscrizione a cui sono state sovraimpressi i caratteri ebraici, in blu, nella parte finale dell’inscrizione. Come vedete la forma delle lettere è simile e ci permette di leggere la parte finale dell’iscrizione (gli ebrei, ancora oggi, scrivono da destra a sinistra) che è bar Yehosef “figlio di Giuseppe”.

Qui, invece vediamo la stessa iscrizione, ma con evidenziate, in rosso le lettere che dovrebbero comporre il nome di Gesù.

Di solito il nome Gesù, in ebraico, è composto da Yod, Shin, Wav e , ‘Ayin.

Nel caso dell’iscrizione sull’ossario di Talpiot abbiamo, da destra verso sinistra, Yod e Shin che sono unite tra di loro e la Wav assente.

Levi Yizhaq Rahmani, un archeologo israeliano, curatore capo del Dipartimento Israeliano dell’Antichità e famoso sopratutto per i suoi lavori sulle tombe e gli ossari nel periodo del secondo Tempio (gli ossari sono di solito catalogati come “Rahmani n. ” secondo la numerazione presente nel catalogo Rahmani del 1994) ha messo un punto di domanda accanto alla traduzione “Gesù (Yeshua)” per indicare un’incertezza. È quindi possibile che Wav sia unita o sovrascritta al primo tratto della lettera successiva, é però altrettanto possibile che l’ultimo tratto dell’ultima lettera unita a un’altra lettera che si chiama Yod. Se fosse così avremo il nome ebraico “Yish’i” che in italiano diventa “Isei” (è un nome che nella Bibbia ricorre alcune volte, si veda ad esempio il secondo libro delle Cronache capitolo 2, verso 31). Quindi l’interpretazione di questa iscrizione è tutt’altro che univoca.

A  questo punto facciamo qualche considerazione logica.

Il fulcro di tutta la predicazione di e su Gesù era che lui fosse sì morto, ma che poi fosse risorto, quindi perché la sua famiglia (se ammettiamo, per assurdo, che quella fosse la sua tomba di famiglia), i suoi seguaci (cioè i suoi discepoli) avrebbero dovuto, in ogni caso, darsi da fare per costruire un ossario con il suo nome sopra?

Se Cristo non fosse risorto e si voleva comunque darà riposo alle sue ossa, ma nel frattempo spargere l’idea della sua resurrezione che senso aveva fargli un ossario con il suo nome sopra? Avrebbe sconfessato immediatamente la resurrezione. E in ogni caso perché non farlo più bello, più chiaro, più sontuoso? Sepellire il corpo di una persona, poi metterne le ossa in un ossario, scrivere il nome della persona sull’ossario, aggiungendo pure dei simboli che aumentassero la riconoscibilità dello stesso e poi andare a predicare che questa persona non è morta, ma risorta mettendo in gioco anche la propria vita mi sembra proprio privo di alcun senso logico…

Così, tanto per renderci conto di quello che stiamo dicendo vi propongo le altre iscrizioni trovate negli ossari che riportano il nome di Gesù (accanto trovate le lettere ebraiche che aiutano a comprendere le iscrizioni).

Ossario Rahmani n. 9

Tomba_11_0001Tomba_11_0002

Ossario Rahmani n. 121

Tomba_11_0003

Ossario Rahmani n. 63

Tomba_11_0004

Ossario Rahmani n. 140

Tomba_11_0005

Ossario Rahmani n. 702

Tomba_11_0006

Come possiamo vedere da questo breve excursus in tutti gli altri casi si hanno iscrizioni molto più chiare e definite.

Rimane un ultimo punto da analizzare, quello che riguarda il grosso segno a forma di croce. Innanzitutto è vero che i cristiani hanno adottato il simbolo della croce molto più tardi e che per gli ebrei la croce era un simbolo di estrema negatività, ma allora quel segno su quel sarcofago, cosa altro potrebbe essere se non una croce?

Il punto è che secondo Rahmani e Kloner (Il rapporto di Amos Kloner  si basava sugli appunti di Yosef Gat, il capo archeologo che scoprì la tomba, che morì circa un anno dopo la scoperta senza aver scritto nulla al riguardo. Il lavoro di Kloner fu invece pubblicato nel 1996 dall’IAA come ‘Atiquot (XXIX, 1996). E’ in ebraico, ma ne esiste un Abstract in inglese con alcune immagini che potete visionare qui: http://zwingliusredivivus.wordpress.com/2013/01/09/amos-kloners-essay-on-talpiot/ ) Gli artigiani erano soliti apporre dei segni sul coperchio e sull’ossario per essere sicuri che il coperchio si chiudesse correttamente. Secondo Rahmani almeno il 40% degli ossari presenta questo tipo di segni e qui di seguito vi faccio vedere alcune immagini per rendere l’idea.

Tomba_12_0002

Quindi è probabile che quel segno, una X sia proprio un segno usato da chi ha fatto l’ossario, ma possiamo affermarlo con sicurezza? Sì, se leggiamo il catalogo di Rahmani a pag. 223 dove c’è la descrizione dell’ossario in questione, infatti descrivendo l’iscrizione dice che si trova “sul lato stretto, sotto il bordo” e che la X è integrata da un segno che ricorda un asterisco e un segno più grande “sul coperchio, sul lato stretto). Quindi se si vede il sarcofago nel suo complesso, intero e col coperchio, quel segno diventa semplicemente un segno usato dai carpentieri che lo hanno costruito, non una croce con un significato religioso.

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6 Risposte to “La Tomba – Yeshua bar Yosef”

  1. franco Says:

    Grazie Davide per questi contributi alla verità! Sono un aiuto per dissipare i dubbi per chi magari, un po’ fragile, percepisce un disagio nell’apprendere queste false scoperte. A tal proposito voglio condividere qui, brevemente, la bella esperienza fatta da un gruppo di pellegrini (tra i quali Paola ed io) accompagnati da don Marco Bozzola. Abbiamo potuto visitare nei giorni scorsi, più luoghi in cui si sono verificati vari miracoli eucaristici: Orvieto, Bolsena, Lanciano, ecc., toccando anche Manoppello, piccolo centro nell’Abruzzo. Qui è conservato un piccolo telo su cui è impressa l’immagine di Cristo. Si tratta del “telo della Veronica” che nel 1600 scomparve da San Pietro in Roma, e qui riapparve dopo varie peripezie. In realtà veronica non sarebbe quindi una donna, come poi la fantasia popolare ricostruì e che noi ricordiamo nel pio esercizio della “Via Crucis”, bensì non sarebbe che la contrazione della definizione di “Vera icona” . Analisi fatte da esperti, anche non credenti, testimoniano che non vi è trucco: non è un dipinto! E cosa ancor più sorprendente corrisponde in tutto al volto impresso nella Sindone.
    Franco

    • Davide Galati Says:

      Grazie a te Franco, e se vuoi scrivere due righe sul vostro viaggio, sulle vostre suggestioni, sulle reliquie che avete incontrato o anche sugli aspetti scientifici legati alle stesse io poi lo pubblico su questo blog.

  2. Giangius Says:

    per capire che era un nome comune [oltre i vari cataloghi di nominativi negli scavi archeologici, mi pare si ritrovarono una decina di Gesù] basterebbe ricordare che anche nel N.T. ci sono altri Gesù:
    – il carcerato Barabba, in alcuni manoscritti è chiamato Gesù bar Abba(s) (che alcuni utilizzano anche per ricostruzioni/traduzioni mitizzanti o poco logiche, come con il caso Pantera)
    – il mago (Elimas) Bar-Iesus, anche se alle volte traslitterato diversamente quindi viene meno l’assonanza con il nome Gesù.

    cmq ottimo lavoro di traduzione Davide, è sempre interessante leggere di tali argomenti.

    • Davide Galati Says:

      Grazie a te per le giuste integrazioni. Mi dispiace solo di non avere più tempo per sviscerare bene questi argomenti, ma cerco di fare quello che posso privilegiando sempre la chiarezza e la semplicità.

      • Giangius Says:

        Si fa quello che si può, anche solo divulgare tali informazioni in modo chiaro e semplice ha molto valore. 🙂

        Già che ci sono appunto un altro nome, in Colossesi 4,11 c’è un altro Gesù, chiamato Giusto collaboratore di Paolo.

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