Talpiot Fatti Essenziali – Ossari


Ossuaries
 
It’s rather bizarre that one of the major sources of information about the life of ancient peoples comes to us through the remains of the dead. It goes without saying that archaeologists spend a lot of time puzzling over the meaning of various burial practices. Do they suggest a fear of the deceased? Do they imply a highly advanced culture or a barbaric one? Do they indicate ancestor worship and by extension reverence for elders? And how did these burial practices related to the Jesus tomb?
 
Archaeologists do not agree on the meaning of ossuary use, a form of burial, practiced as far back as the Zoroastrians. Some say it suggests a belief in the afterlife. Others, that it indicates over-population and a lack of land for cemetery purposes.
 
An ossuary can take many forms: a deep well, a building, such as a charnel house, a small stone chest, or any other place where bones of the dead are placed after the flesh has been removed. It can hold the remains of one, several, or many individuals.
 
For about a hundred years, from 30 BCE to 70 CE, people in the Jerusalem area practiced a specific form of secondary burial involving small limestone ossuaries. When someone died first the family members wrapped the body in a shroud and placed it in a tomb carved out of the rock. After a year or so, they returned, gathered the bones, and placed them in the bone box. They placed this ossuary in a niche within the tomb.
 
These ossuaries were measured precisely to accommodate the longest bone in the body, the femur, and they were fitted with a stone lid, sometimes flat, sometimes rounded.
 
Ossuaries could be completely unadorned or boast sensational carvings. Decorations were usually limited to one side of the box only, and were most often of rosettes, vines, lilies, and geometric patterns. Archaeologists have long attempted to decode such signs, symbols, and designs, but are often playing a guessing game. Rosettes, they know, were symbols of royalty, as a wreath or laurel like the one worn by the Caesars.
 
Thousands of ossuaries have been found throughout Jerusalem, from hundreds of tombs. About 20% of these ossuaries bear inscriptions: the name of the deceased, perhaps his function in society, perhaps his father’s name–or his brother’s. These inscriptions were usually done by family members, not professional engravers and are at times barely legible.
 
Intriguingly, some ossuaries have actually been linked to figures in the Gospels. For example, the ossuary of the High Priest Caiaphas is on exhibit at the Israel Museum and is the most highly decorated of any found in Israel. The ossuary of Simon of Cyrene, who carried the cross of Jesus, has also been found. Not to mention the James, son of Joseph, brother of Jesus ossuary. 
 

Although ossuary use ended in Jerusalem with the destruction of the city by the Romans in 70 CE, it seems to have migrated at that time to the area of the Galilee and eventually became a practice favored by the Catholic Church.

Ossari
È piuttosto bizzarro che una delle maggiori fonti di informazione sulla vita dei popoli antichi ci giunga attraverso i resti dei morti. Va da sè che gli archeologi passino molto del loro tempo interrogandosi sul significato delle varie pratiche di sepoltura. Suggeriscono una paura dei defunti? Implicano una cultura altamente avanzata o barbara? Indicano un culto degli antenati e per estensione un rispetto per gli anziani? E come queste pratiche funerarie si relazionano alla tomba di Gesù?
 
Gli archeologi non concordano sul significato dell’uso degli ossari, una forma di sepoltura, praticata già ai tempi di Zoroastro. Alcuni dicono che suggerisce la credenza in una vita dopo la morte. Altri che indica una sovrappopolazione e una carenza di terra per i cimiteri.
 
Un ossario può avere diverse forme: un pozzo profondo, una costruzione, tipo un ossario, un piccolo contenitore di pietra, o un qualunque altro luogo dove le ossa dei morti sono messe dopo che la carne è stata rimossa. Può contenere di uno, alcuni, o molti individui.
 
Per circa un centinaio d’anni, dal 30 a. C. Al 70 d. C. Le persone nella zona di Gerusalemme hanno praticato una specifica forma di seconda sepoltura che prevedeva l’uso di piccoli ossari di calcare. Quando qualcuno moriva, dapprima i membri della famiglia ne avvolgevano il corpo in un sudario e lo ponevano in una tomba scavata nella roccia. Dopo un anno, più o meno, tornavano, radunavano le ossa, e le ponevano in un contenitore per ossa. Ponevano questo ossario in una nicchia all’interno della tomba.
 
Questi ossari erano misurati esattamente per contenere l’osso più lungo del corpo, il femore, ed erano chiusi da un coperchio di pietra, talvolta piatto, talvolta arrotondato.
 
Gli ossari potevano essere del tutto disadorni o vantare sensazionali incisioni. Le decorazioni, di solito, si limitavano solo a un lato dell’ossario, ed erano molto spesso rosette, viti, gigli e motivi geometrici. Gli archeologi hanno a lungo cercato di decifrare questi segni, simboli e disegni, ma si sono spesso trovati di fronte a un rompicapo. Le rosette, lo sanno, erano simboli di regalitá, come la corona o l’alloro indossato dai Cesari.
 
Migliaia di ossari sono stati trovati in tutta Gerusalemme, da centinaia di tombe. Circa il 20% di questi ossari avevano delle iscrizioni: il nome del defunto, a volte la sua funzione nella societá, a volte il nome del padre o del fratello. Queste iscrizioni era fatte, di solito, dai familiari, non da incisori provetti, e quindi talvolta sono difficilmente leggibili.
 
È intrigante che alcuni ossari sono stati collegati a figure presenti nei Vangeli. Per esempio, l’ossario del Gran Sacerdote Caifa è in mostra all’Israel Museum ed è quello maggiormente decorato tra tutti quelli rinvenuti in Israele. Anche l’ossario di Simone di Cirene, che ha portato la croce di Cristo è stato trovato. Per non parlare di quello di Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù.
 

Benchè l’uso degli ossari terminò a Gerusalemme con la distruzione della cittá da parte dei Romani da parte dei Romani nel 70 d. C., sembrò spostarsi a quell’epoca nella zona della Galilea e divenne una pratica favorita dalla Chiesa Cattolica.

 
 
Quanto viene qui affermato è sostanzialmente corretto, ma vorrei soffermarmi su alcune cose in particolare. Innanzitutto che sono stati trovati migliaia di ossari nella zona di Gerusalemme, sarà infatti poi molto interessante vedere se ci sono altri casi di scoperte simili a quelle avvenute a Talpiot o se queste sono davvero un caso unico. Poi è interessante soffermarsi anche sul fatto che si siano trovati alcuni ossari che confermano l’esistenza dei personaggi citati nei Vangeli. Il primo è l’ossario di Caifa (al riguardo rimando a un link di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Caifa . La pagina a cui faccio riferimento l’ho visitata il 27/06/2012. Per chi vuole approfondire maggiormente aggiungo anche http://it.cathopedia.org/wiki/Caifa molto più completa)  e il secondo è quello di Simone di Cirene, comunemente conosciuto come il Cireneo (http://it.wikipedia.org/wiki/Simone_di_Cirene è il link alla pagina italiana di wikipedia, consultata il 27/06/2012, e http://www.gesustorico.it/htm/archeologia/simonecirene.asp che ne presenta una trattazione più ampia e completa). Invece l’ossario di Giacomo è dichiaratamente un falso (ecco la pagina di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Ossario_di_Giacomo consultata il 27/06/2012, ma ne potete trovare molte altre che riportano le stesse informazioni), ma di questo ossario torneremo ancora a parlare in seguito.
Queste notizie sono importanti perché confermano, ancora una volta, l’attendibilità storica dei testi evangelici, ma in più ci danno altri dettagli interessanti sugli ossari che sarà bene tenere a mente per riprenderli successivamente. Il primo é che all’interno dell’ossario vi potevano essere ossa di più persone (come accaduto in quello di Caifa) e che se chi era sepolto nell’ossario non era del luogo, come il Cireneo, si tendeva a scriverlo sull’ossario stesso perchè anche questo diventava un identificativo della persona sepolta, un po’ come il patronimico.

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