Conclusioni


Siamo giunti alla fine del nostro itinerario attraverso la storia e attraverso le religioni a noi più vicine alla ricerca delle tracce lasciate dalle figure di santi ed eroi. Abbiamo visto innanzitutto l’origine e l’uso del termine santo e di come esso sia variato nel tempo. Parallelamente abbiamo presentato le varie tipologie dell’eroe che non è sempre e solo colui che è forte e riporta le sue vittorie in battaglia.

L’eroe può essere anche il civilizzatore e allora si chiama eroe culturale, ovvero colui che porta alla sua gente le prime leggi o i primi usi e costumi civili o ne permette la sopravvivenza di solito traghettando il popolo cui appartiene da un tempo mitologico a un tempo storico. Oppure l’eroe può fare più affidamento sulla sua astuzia che sulla sua forza per risolvere le prove che gli si presentano. Non deve essere per forza un Ercole, un Achille, ma può essere benissimo un Ulisse.

Ha quasi sempre un rapporto diretto col divino, ma non di rado questo rapporto è anche di scontro. Non si preoccupa di sfidare gli dèi, anzi a volte sembra che questo faccia proprio parte del suo retaggio (Unas, Prometeo). Altre volte invece è proprio la sua devozione agli dèi a permettergli di salvare l’intera umanità (Atrahasis, Noé, Yama). L’eroe inoltre, soprattutto nel mondo greco-romano, ma anche in quello egizio e mesopotamico sebbene in misura minore, è protagonista di terribili eccessi. Il suo appetito, la sua rabbia, la sua carica sessuale vanno ben oltre quelli di un uomo normale ed è come se in questo modo compensasse le sue gesta eroiche, quasi fosse un tributo oscuro da pagare alle forze che reggono il mondo.

Contemporaneamente abbiamo osservato la presenza dell’elemento santo nelle stesse religioni. C’è sempre stato un elemento di mediazione tra il mondo umano e il mondo divino, elemento diverso da quello di rottura dell’eroe. Nel mondo egiziano e in quello mesopotamico il ruolo del santo era proprio rispettivamente del faraone e del re. Il loro era un ruolo di santi/garanti, ovvero erano i custodi del perfetto funzionamento dei rapporti tra gli dèi e gli uomini, sebbene con alcune differenze tra le due figure dovute al fatto che il faraone era ritenuto una divinità in tutto e per tutto, mentre il re mesopotamico un rappresentante degli dèi. Mancava la funzione di mediatore del santo e analizzando il perché scopriamo che essa è dovuta alla concezione particolare del male e della morte dove non c’è posto per un mediatore. In Mesopotamia era sufficiente eseguire le preghiere e i culti rituali per garantirsi l’allontanamento del male e accadeva lo stesso in Egitto dove, anche nella credenza della pesatura del cuore del defunto, manca del tutto la figura di un avvocato. Le azioni parlano da sole, l’unica cosa necessaria era che le regole fossero garantite e questo era il compito del sovrano. Con il mondo dell’India Vedica si comincia invece ad avere una visione diversa del santo, infatti egli aveva la conoscenza che portava alla salvezza e seguendone l’esempio la si poteva imparare, quasi come accadeva in Grecia, mutata mutandis, dove l’uomo santo era in realtà il sofos aner: l’uomo saggio. Solo l’uomo saggio sapeva onorare gli dèi come era necessario e sapeva quando farlo, sapeva rispettare la sfera del sacro. Socrate era, in questo senso, l’esempio massimo dell’uomo santo greco.

Nelle religioni monoteiste abbiamo invece osservato il presentarsi di un fenomeno nuovo: la continua contaminazione tra le due figure. Diventa quasi impossibile trovare un esempio di eroe che non abbia forti elementi di santità nell’ebraismo e anche nell’islam. Le figure puramente eroiche in realtà sono figure storiche diventate leggendarie, ma che potrebbero rientrare nella categoria del santo. Il culmine di questo processo si ha nel cristianesimo che fonde irrimediabilmente i due termini tanto da parlare di virtù eroiche per coloro che giudica santi e da annoverare tra i suoi santi figure non solo di asceti, martiri o mistici, ma anche di guerrieri e paladini.

La figura eroica perde allora quella componente di eccessi che l’aveva caratterizzata soprattutto nel mondo ellenistico o meglio quegli eccessi, che erano visti in negativo, si trasformano, diventano eccessi in positivo. Sono la castità, il digiuno, la mitezza le nuove virtù che fanno di un santo un eroe e questo non solo nel cristianesimo che, creando un vero e proprio processo di canonizzazione con delle regole ben precise, da vita a una vera e propria scienza della santità. Tutto questo accade anche nell’ebraismo e nell’islamismo anche se il riconoscimento di santità è lasciato alla devozione popolare invece che a una decisione dall’alto.

Infine un altro aspetto che appare evidente dall’osservazione della figura del santo e dell’eroe alla fine di tutto questo processo storico è che l’eroe è tale in virtù di singole gesta che compie, ma non è tenuto ad avere un vita particolare, mentre per il santo è completamente diverso. Egli è tenuto a un comportamento perseverante e continuativo in ognuno dei casi che abbiamo esaminato. L’uomo santo, in tutte le sue varianti, è sempre in gioco, non può permettersi momenti di pausa perché o da lui dipende un intero sistema sociale o egli deve essere da esempio continuo per chi gli si rivolge. Se lo fa, se si lascia andare, rischia di perdere il suo ruolo.

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