9.13 L’asceta, il mistico e l’uomo d’azione


Le virtù però sono molte e nessuno può praticarle tutte con la medesima intensità. Secondo le circostanze, anche temporali, e del proprio temperamento si verranno a creare delle diverse tipologie di santità. Chi si distingue per la forza con cui evita gli ostacoli alla perfezione e lotta contro la natura perversa diverrà l’asceta. Chi sarà intenso e continuativo nel suo rapporto con Dio diventerà il mistico e chi si interesserà soprattutto del suo prossimo, con zelo ed ardore fuori dal comune, sarà l’uomo d’azione. Questa è per forza di cose una classificazione schematica perché, man mano che la comunità cristiana si è andata sviluppando e organizzando sono molte le categorie di santità che sono emerse, ma mantenendo la suddivisione appena fatta tra l’asceta, il mistico e l’uomo d’azione possiamo trovare un parallelismo tra il santo monaco, il santo abate e il santo vescovo. Volendo si potrebbe semplificare ancora e sostenere che l’ascetismo è il modello di santità preferito nei primi temi della cristianità, il misticismo nel medioevo, mentre oggi la santità più apprezzata è l’attività caritatevole.[1]

Nello stabilire se un fedele fosse degno degli onori pubblici, e quindi della santità, all’inizio i miracoli non erano una delle condizioni richieste, però le folle apprezzavano molto di più questi segni: favori straordinari e poteri miracolosi rispetto ai doni della grazia i cui effetti erano meno facilmente visibili. E’ sempre stato così, anche nei resoconti del Vangelo. Questo ha portato a creare un legame indissolubile tra la santità e gli eventi soprannaturali che in realtà non sono né una condizione di santità, né una conseguenza della santità, ma attirano l’attenzione delle folle su chi li pratica.[2]  I miracoli che avvenivano nei pressi delle tombe erano come se rendessero visibile il godimento invisibile dei santi, erano la rappresentazione terrena del paradiso, almeno nelle prime comunità cristiane. Era come se la pace promessa nel paradiso già si manifestasse nel sonno delle loro ossa.[3] In realtà oggi i miracoli non sono richiesti per il processo di canonizzazione nel solo caso del martirio. La canonizzazione prevede prima una beatificazione e poi il passaggio alla santità e le indagini per appurare se l’onore è meritato si basano sull’ortodossia degli scritti, sull’esercizio eroico delle virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) e cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza) e sui miracoli ottenuti per intercessione. Questo almeno nella Chiesa Cattolica.[4]


[1] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 240-241.

[2] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 243-246.

[3] BROWN P., Il Culto dei Santi, …, pp. 107-108.

[4] GERARDI R., s. v. santo in Dizionario Teologico Enciclopedico, Ed. Piemme, Casale Monferrato 1997. Come abbiamo già visto le prime testimonianze di un intervento papale nel processo di santificazione risalgono al 995 con Giovanni XV. Le prime procedure di canonizzazione sono legate ai nomi di Sisto V (1588), Urbano VIII(1642) e di Benedetto XIV(1738). La procedura attuale, dopo il Concilio Vaticano II, è regolata dalla Divinus Perfectionis Magister di Giovanni Paolo II (1983). Teologicamente, nel contesto cattolico romano, si è convinti che nel processo di canonizzazione vi sia un atto di magistero infallibile e irreformabile del Pontefice.

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