9.12 Intercessione dei santi


Da un punto di vista esteriore, nelle rappresentazioni rese dalle arti figurative, oggi i martiri si distinguono perché hanno una palma tra le mani, anticamente invece portavano un abito di gloria e facevano omaggio a Cristo della loro corona di gloria. L’aureola invece, tipica del santo, sembra quasi abbia seguito lo stesso cammino del termine sanctus, infatti era usata per ornare il capo delle divinità pagane e degli imperatori. Poi col tempo, in maniera impercettibile, passò a distinguere quegli uomini che si staccavano al di sopra dell’umanità e così fu usata dagli artisti cristiani, senza pensarci molto, sia per Cristo che per gli angeli che per i santi.[1]

La prima canonizzazione formale di cui la storia abbia conservato il ricordo avvenne nel 995 aRoma, sotto il pontificato di Giovanni XV, nel palazzo del Laterano.[2] L’attuale procedimento di canonizzazione invece fu codificato da Urbano VIII e fino ad oggi non ha subito sostanziali modifiche.[3]

Arrivati a questo punto cerchiamo di tirare le fila del nostro discorso. Abbiamo visto com’è cambiato l’uso del termine sanctus nel tempo e come si è modificato il suo senso. Cerchiamo ora di vedere chi è il santo per il cristianesimo. Egli è il servitore di Dio ed è l’oggetto di un culto pubblico. Onorando il santo si onora la sua santità. E’ l’uomo di Dio, è l’amico di Dio perché le sue virtù lo rendono degno della compiacenza divina. Il primo amico di Dio è il martire e poi anche tutti i giusti sono, in qualche modo, amici di Dio. Tra loro però ve ne sono alcuni destinati alla predilezione divina. Lo stesso vangelo cita due differenti tipi di uomini che rendono onore a Dio: quelli che osservano tutti i comandamenti e quelli che si superano nel servizio del Maestro, aprendosi e accettando un invito speciale. Questi ultimi è come se fossero morti alla vita terrena. Solo il corpo abita tra noi, ma la loro anima, il loro spirito è già con Dio. Essi sono consacrati a Dio per il vantaggio dell’intera umanità. Così come l’uomo si inchina di fronte al genio nel campo dell’intelligenza e venera gli eroi nel campo della volontà e della forza materiale, il cristiano venera ed ammira colui che vuole vivere una vita superiore nel servizio di Dio.[4]

Il fedele nel rivolgersi al santo dimostra tutto l’intimo coinvolgimento come con un compagno invisibile. Gli si rivolge così come in precedenza si rivolgeva a quelle figure non umane che erano gli angeli o i daimones. Si usano le stesse espressioni, il santo non è solo l’intercessore, ma quasi il custode dell’identità del fedele e a tratti la personificazione di questa identità.[5] Non a caso si diffuse l’usanza di dare nomi cristiani, perché essi legavano l’identità dell’individuo a un santo. Questo implicava una nuova identità, una nuova nascita. Era come se il battessimo cancellasse l’influenza delle altre forze precedenti la cristianità (le stelle, i daimones) e desse  un nuovo spirito protettore, il santo.[6] Oltretutto il fedele essendo del suo santo protettore non apparteneva ad alcun altro e questo concetto poneva sotto una nuova luce le connessioni tra potere, clemenza e giustizia.[7] Sant’Agostino nel X libro della Città di Dio ridefinì il ruolo e l’identità dei vari intermediari tra Dio e gli uomini. I martiri, i santi, erano veri intermediari perché collegavano gli uomini a Dio essendo servi di quest’ultimo, perciò compagni di servitù degli uomini, ma incaricati di portare il messaggio di Dio tra di loro. La gerarchia tradizionale dell’universo veniva invertita. I martiri erano uomini che, proprio in quanto tali, erano intermediari più capaci degli stessi angeli, essi potevano superare tutta quella stratificazione di categorie angeliche che stava tra l’uomo e Dio e che ne ricordava l’imperfezione, perché in qualche modo avevano colmato quella stessa imperfezione. E il fatto che il santo fosse un essere umano permetteva una totale comprensione da parte del fedele, così ben presto, sul finire del IV secolo, il santo patrono acquistò un profilo ben preciso anche nell’arte cristiana.[8] Tutto questo rende ancora più chiaro quanto dicevamo all’inizio di questo capitolo. Il santo è l’eroe cristiano, perché è eroe nell’ordine morale e religioso, in quell’ordine di cose che rende il cristiano perfetto, ed egli è il cristiano perfetto. Il santo è sempre rappresentato come colui che è del tutto distaccato da questo mondo, è sottratto alla schiavitù dei sensi e vive in un’atmosfera soprannaturale. Suo modello è Cristo, la santità incarnata, il Santo che ha abitato tra noi e che, nella sua persona, ha realizzato tutte le virtù. L’ideale della santità è Cristo e consiste in un insieme armonioso di virtù cristiane praticate a un grado così elevato che solo pochi eletti possono raggiungere.[9]


[1] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 159-160.

[2] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 185.

[3] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 189.

[4] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 233-235.

[5] BROWN P., Il Culto dei Santi, …, pp. 80-81.

[6] BROWN P., Il Culto dei Santi, …, p. 83.

[7] BROWN P., Il Culto dei Santi, …, pp. 89-90.

[8] BROWN P., Il Culto dei Santi, …, pp. 86-87.

[9] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 239-240.

 

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