9.9 Il culto dei santi


Inizialmente il titolo di martire dava diritto ai più alti elogi e li riassumeva in sé, ma ben presto fu il termine santo a divenire un titolo riservato, il titolo d’onore per eccellenza, assegnato solo a coloro cui la Chiesa dedicava un culto pubblico.[1] Facciamo una piccola digressione per capire cosa intendiamo con la parola culto. Si tratta dell’onore reso alla memoria di un uomo ritenuto venerabile e può essere reso da una chiesa particolare, da un raggruppamento ecclesiastico o dall’intera comunità dei fedeli sparsa in tutto il mondo, ma solo quando è la Chiesa, nella sua totalità, ad associarsi a esso allora il titolo è dovuto.[2]

 Studiando l’epigrafia e la letteratura si nota comunque che questo termine, nell’uso ecclesiastico, non sempre ha avuto un significato ben definito. C’è voluto parecchio tempo perché venisse usato come titolo onorifico insieme al nome. Al termine di questo percorso evolutivo esso ha assunto un significato carico di tutte le sfumature che aveva già avuto nel corso del tempo, sia in campo profano che religioso. Riservato dalla chiesa ai suoi grandi morti, implica da una parte l’appartenenza a Dio, ma dall’altra anche l’eccellenza morale. Nella lingua cristiana esistono poi due usi del termine: uno cerimoniale e uno religioso. L’uso religioso riguarda qualcosa o qualcuno che è sottratto alla condizione comune per essere consacrato a Dio, per appartenere totalmente a lui. Nel diventare il titolo ufficiale dei martiri e poi dei morti illustri, ha fuso i due usi, quello cerimoniale e quello religioso. Ed è da questo momento che acquista un significato preciso che prima non aveva. Il martire è, per eccellenza, degno di massimo rispetto dai fedeli e segno di questo rispetto è il culto pubblico. Da quel momento “santo” e “oggetto di culto” diventeranno sinonimi e “santo” perderà qualunque altro significato.[3] Alla fine del IV secolo abbiamo diversi testi in cui viene usato il termine dominus come equivalente di sanctus, ma ben presto cade in disuso.[4]

Anche il termine beato era inizialmente associato ai martiri e ai confessori della fede, ma ci fu un periodo in cui beato e santo vennero usati in maniera equivalente e li ritroviamo sovente nello stesso testo, riferiti allo stesso personaggio, si pensi ad esempio a Gregorio di Tours nel suo libro sui miracoli di San Martino. Egli non solo usa indifferentemente i due termini, ma li alterna con dominus.[5] Un altro titolo usato più di recente è quello di venerabile, titolo ufficiale dei servi di Dio la cui beatificazione è introdotta dalla curia di Roma.[6]

Le occasioni principali di culto sono quelle che riguardano l’anniversario della morte e vengono celebrate dalla comunità. Se è possibile si celebrano i santi misteri intorno alla tomba del martire o del santo, ma l’importante è l’aver fissato la festa del santo nel giorno dovuto.[7] L’istituzione della festa del santo ne implica anche la canonizzazione.[8] Nei primi tempi le commemorazioni avevano un carattere strettamente locale e il comunicare alle altre chiese le feste della propria segnò un’importante svolta nella pratica del culto.[9] Alle volte si eseguiva il rito del refrigerium, un’antica pratica che riprendeva quella dei pasti funerari. Un’usanza che la chiesa, un po’ per condiscendenza, un po’ per la debolezza dei primi convertiti, cercò di cristianizzare.[10] La chiesa primitiva era anche solita recitare le passiones, le storie delle sofferenze dei santi, che avevano uno stile ripetitivo e melodrammatico, ma abolivano il tempo. O meglio, introducevano nel tempo dell’ascoltatore le gesta del martire o del confessore e tramite loro la potenza divina narrata nei Vangeli. Era come se si aprisse una breccia nel muro che separava il presente e il passato. Spesso la lettura coincideva col punto culminante della festa ed era come se il santo fosse realmente presente, c’era chi diceva di sentire dolci profumi e chi gridava di sentirne il potere guaritore. Era un vero e proprio psicodramma che rinnovava negli ascoltatori le fantasie di disintegrazione e reintegrazione.[11] Molte chiese erano in principio chiamate col nome del proprio fondatore, ma successivamente presero il nome di un santo e quello del fondatore andò del tutto perso.[12]


[1] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 45.

[2] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 123.

[3] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 57-59.

[4] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 61-64.

[5] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp.66-69.

[6] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 73.

[7] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp.123-124.

[8] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 162.

[9] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 127.

[10] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 137-138.

[11] BROWN P., Il Culto dei Santi, Einaudi, Torino 1983, pp. 113-115.

[12] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, p. 149-150.

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