8.11 Culto dei santi


I santi hanno un culto praticato all’interno dei mausolei a loro dedicati, gestiti da confraternite religiose rigorosamente maschili, che però lasciano spazio alla religiosità femminile. Una religiosità che ricorre spesso all’uso del corpo con danze ritmate e stati di trance.[1] E’ possibile infatti ricevere dagli indumenti e dalle cose possedute dai santi, la barakàh, la “benedizione”, un misterioso e benefico fluido.[2] Vi sono anche molte donne sante, infatti il musulmano subordina la donna all’uomo nella vita familiare e sociale, ma ne afferma la parità in quanto credenti. Afferma il sufismo: “Nell’unione dell’anima con dio, sono una cosa sola io e Tu, amante e Amato. Come potrebbero dunque sopravvivere le categorie di uomo e donna?”.[3] La donna santa più esemplare è indubbiamente Rabi’ah al-‘Adawiyyah, morta a Bassora nel 801 ultraottantenne. Rifiutava ogni regalo e piangeva spesso, svenendo se le si nominava l’inferno. Diceva di non aver bisogno degli oggetti di questo mondo e aveva sempre innanzi a sé il suo sudario. Era stata schiava e suonatrice di flauto, ottenuta la libertà grazie proprio ai suoi doni spirituali fu eremita nel deserto e poi visse a Bassora in assoluta povertà. Non si sposò mai. E’ autrice di numerose poesie, questa è la più famosa: “Ti amo con due amori, l’uno interessato, l’altro degno di Te: Il primo sta nel dedicare i miei pensieri a Te solo, ogni altro escluso. L’altro amore, che vuol darti quello di cui sei degno, sta nel desiderio che i tuoi veli cadano e che io Ti veda. Nessuna lode a me per l’uno o per l’altro a Te la lode per ambedue.”. Si dice che una volta fu vista correre con un secchio pieno d’acqua e con una torcia in mano e a chi le chiese dove stesse correndo rispose che stava andando a spegnere l’inferno e a bruciare il paradiso perché gli uomini potessero amare Dio senza sperare ricompense o temere castighi.[4]

Da quanto emerso finora appare chiaro come la santità nell’Islam sia estremamente sfaccettata e soprattutto sia profondamente legata alla religione, ne è in qualche modo l’anima. I caratteri della santità islamica, se ci rifacciamo alle differenziazioni operate da Festugière, sono tali da inglobarle tutte e tre. Infatti essa esprime sia una relazione estrinseca con il divino che intrinseca: la possibilità di intercessione. E inoltre è indice di un comportamento morale virtuoso, anche nel caso del santo malamati, seppur in maniera paradossale è proprio l’umiltà a essere esaltata e messa in rilievo.


[1] PACE E., Sociologia dell’Islam, …, p. 106.

[2] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, p. 17.

[3] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, p. 103.

[4] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, pp. 105-106.

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