8.9 Il santo sufi


Il sufismo, sebbene fosse sempre animato da un’intensa ricerca intellettuale, non aveva come scopo quello di arricchire la dottrina islamica. Esso proponeva una morale e un metodo di approccio a Dio e di unificazione con lui attraverso tre vie: ascetica, spirituale e intellettuale. In realtà però la dogmatica islamica ne fu segnata parecchio ed ecco perché le riforme del sunnismo sono tese a tornare alle originarie fonti islamiche.[1] Le vie sufi, col tempo, si sono strutturate e hanno creato un codice interno molto rigido, perfezionando alcune tecniche di ascesi per raggiungere l’annullamento interiore, premessa per il contatto diretto col sacro. L’intera esperienza profonda ed intima della divinità deve essere guidata e deve seguire tempi e tappe precisi.[2] Il sufismo non trovò nel Corano una dottrina della santità, ma la confortante promessa che :”Per gli amici di Dio nessun timore, nessuna tristezza” (X, 62). Allora la parola wali, “vicino, amico, protetto”, divenne per la religiosità mussulmana la definizione di ogni grado e forma di santità. Così iniziò a delinearsi, nella prima metà del II secolo islamico, la figura del santo, in termini poetici e vaghi.[3]

I devoti di quest’epoca cercavano rifugio in una rigorosa ascesi. Odiavano il mondo e vivevano in una volontaria povertà tra i poveri. Recitavano lunghe preghiere e si sottoponevano a severe mortificazioni, traendo dal Corano, che recitavano e meditavano a lungo, tesori spirituali e paurose ammonizioni.[4] Uno dei più noti esponenti di questo gruppo è stato Al-Hasan al-Basri, nato nel 643 e morto nel 738, da giovane visse il periodo che vide l’uccisione del califfo ‘Othman e del califfo ‘Ali. Si mantenne neutrale durante la guerra civile e morì da combattente nella guerra santa. Anche se la sua dottrina ascetica si fondava sul distacco dal mondo seppe sempre vivere e operare nel mondo con coraggio. Il suo ideale era l’unità della comunità islamica. Era dominato dal timore, quasi che l’Inferno fosse stato creato solo per lui. Alcuni dei suoi detti più famosi sono: “Se vedi in tuo figlio una cosa che ti dispiace, sappi che proviene da te e emendati”; “Non comprare l’affetto di mille uomini al prezzo dell’inimicizia di un uomo solo”; “Il peccato seguito da pentimento avvicina l’uomo a Dio, e questo può avvenire più di una volta”; ”una delle condizioni dell’umiltà è che tu esca di casa, e tutti quelli che incontri li consideri migliori di te”; “E’ un obbligo voler bene a tutti quelli che obbediscono a Dio, perché amando un uomo buono, amiamo lui”.[5]

All’origine di un gruppo sufi c’è un individuo, portatore di carisma, riconosciuto come santo o dotato di poteri spirituali speciali. Da questo primo individuo iniziava una linea di trasmissione di valori e insegnamenti e di tecniche di meditazione che poi i suoi successori, i discepoli, organizzavano e sistemavano dandogli una struttura organizzata.[6]

Il maestro non deve insegnare la verità, ma una tecnica per risvegliare nel discepolo i significati ultimi della vita che si erano persi. Egli insegna come “ricordarsi” di Dio e il centro della spiritualità è quindi imparare. Il maestro è portatore di una baraka speciale, ha un suo potere carismatico o di intercessione ed ecco allora che, se pure le vie sufi ricordano gli ordini monastici cristiani, essi sono profondamente diversi, in quanto l’autorità non è solo un direttore spirituale, ma un portatore effettivo di carisma personale.[7] La povertà e l’astinenza a cui si rifanno i sufi vengono fatte risalire agli stessi profeti, così come l’abitudine di indossare abiti di lana.[8] Nel sufismo Dio ti fa morire a te stesso e ti fa vivere in lui. Il morire a se stessi non è una cessazione nel vero senso della parola, ma è come se la sua individualità venisse perfezionata e resa eterna tramite Dio e in Dio.[9]


[1] TOUFIC F., L’Islam in Storia delle religioni, …, Vol. 9, p. 144.

[2] PACE E., Sociologia dell’Islam, …, p. 108.

[3] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, p. 11.

[4] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, p. 51.

[5] VACCA V., Vite e detti di santi musulmani, …, pp. 54-56.

[6] PACE E., Sociologia dell’Islam, …, p. 133.

[7] PACE E., Sociologia dell’Islam, …, pp. 134-136.

[8] ARBERRY A., Introduzione alla mistica dell’Islam, Marietti, Genova 1986, p. 28.

[9] ARBERRY A., Introduzione alla mistica dell’Islam, …, pp. 45-46.

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