Il santo nell’Ebraismo


7.10 Qadosh

Nei testi ugaritici troviamo spesso El, che dimora in luoghi remoti e inaccessibili, intervenire nelle vicende umane attraverso i suoi angeli che sono intermediatori e messaggeri.[1] Gli indovini e i veggenti erano in grado di predire il futuro o scoprire le cose nascoste o ignote tramite un invasamento o una possessione personale. Si tratta di una forma divinatoria quasi sicuramente con origini cananee che si accompagna a quella oracolare sacerdotale.[2] Nell’ebraismo il santo per eccellenza è JHWH. La parola usata per santità è qadosh, dalla radice della parola “separato”, “separare” e quindi la condizione di santità indica l’essere separato dal profano. Secondo un’altra corrente di studio la radice di qadosh è la stessa che in accadico esprime luminosità, brillantezza, ma le due ipotesi sono complementari in quanto nell’ideologia ebraica della santità c’è una forte relazione con la “gloria” e con tutti gli aspetti luminosi della manifestazione divina. Qadosh indica così tutto quell’aspetto terribile che  rende JHWH inavvicinabile e sublime, essa è indipendente da valori morali, come si evince dall’episodio dell’Arca e del sacerdote Uzza: durante il trasporto dell’Arca santa, essa vacillò e rischiava di cadere dal carro, il sacerdote Uzza che era al seguito allungò la mano per sorreggerla, ma venne fulminato sul posto dalla collera divina.

La santità allora per gli ebrei era un valore ambivalente, legata ad alcuni oggetti che testimoniavano la presenza di Dio: l’Arca, il Tempio e gli oggetti del Tempio, nonché poi anche le vesti sacerdotali. Diventarono sante anche le offerte, i cieli e la terra promessa, sempre con un accento che sembra ricordare aspetti magici molto antichi, mentre nei testi dei profeti la santità perde questo aspetto di magia per indicare il rapporto tra JHWH e il popolo di Israele, la presenza reale di Dio nella storia. JHWH facendo di Israele il suo popolo santifica se stesso, ovvero mostra tutta la sua potenza, è il santo in mezzo ai suoi figli, è qedosh Israel, risultato di questo è che Israele diventa santo perché consacrato a Dio.[3]


[1] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 13.

[2] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, p. 46.

[3] Di NOLA A., Ebraismo e giudaismo, …, pp. 61-63.

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