Davanti al male


Ecco un secondo intervento di Gennaro Stammati che poi potrete ritrovare nella pagina “Il Portico di Salomone”, l’argomento questa volta è il male.

Qual è, o meglio, quale dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo davanti al male? Dalla panoramica che segue propongo alcuni brani di testi giuridici, religiosi e filosofico-letterari ed alcune espressioni “forti” di uomini illustri che possono guidarci su alcune riflessioni riguardo a:

  • male compiuto e pena applicabile;
  • giusta pena e pena di morte;
  • sanzione punitiva e recupero sociale del colpevole;
  • vendetta o perdono;
  • memoria storica e perdono.

TESTI GIURIDICI

Qualora un uomo cavi un occhio ad un altro, gli sia cavato un occhio.

Qualora un uomo rompa un osso ad un altro uomo, gli sia rotto un osso.

Codice di Hammurabi 196-197 [data incerta, circa 1780 a.C.]

Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto.

Se una persona mutila un’altra e non raggiunge un accordo con essa, sia applicata la legge del taglione.

 

Le Dodici Tavole – Tavola VIII [data incerta, circa 450 a.C.]

 

 

TESTI RELIGIOSI

Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.

Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso.

Esodo 21,23-25 [data incerta, stesura definitiva circa 1400 a.C.]

Chi percuote a morte un uomo dovrà essere messo a morte.

Chi percuote a morte un capo di bestiame lo pagherà: vita per vita.

Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro.

Levitico 24,17-20 [data incerta, stesura definitiva circa 1400 a.C.]

 

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Vangelo: Matteo 5,38-48 [data incerta, circa 80 d.C.]

 

Se ti parlano con durezza
fatti silenzioso come un gong spezzato;
non rivalersi è segno di libertà.

Dhammapada strofa 134 [data incerta, circa III secolo a.C.]

 

  • (Sono perdonati) coloro che, colpiti da una violenza, difendono se stessi; perché un male reclama come pagamento un male eguale. ma chiunque perdona e si riconcilia verrà ricompensato da Dio. in verità egli non ama i prevaricatori.
  • Un male ha per pagamento un male eguale. Ma chiunque perdona e si riconcilia verrà ricompensato da Dio. In Verità Egli non ama gli ingiusti.

Corano, Sura XLII “La consultazione” versetti 39-40 e 41-42 [VII secolo d.C.]

 

TESTI FILOSOFICI-LETTERARI

 

Il perdono è migliore della vendetta.

Pittaco (650 a.C.- 570 a.C.)

 

Chi subisce l’ingiustizia è migliore di chi la perpetua.

Socrate (469 a.C.- 399 a.C.) ne “Il Gorgia” di Platone [data incerta, circa 386 a.C.]

 

Homo homini lupus.

L’uomo si comporta da lupo verso il suo simile.

Plauto (254 a.C.-184 a.C.), Asinaria 495 [data incerta, circa 212 a.C.]

Thomas Hobbes (1588-1679), De Cive [1642]

 

Virtus sine adversario market.

Senza un avversario la virtù marcisce.

Seneca (4 a.C.-65 d.C.), De Providentia II [circa 64 d.C.]

 

È più soddisfacente assolvere un migliaio di individui colpevoli, piuttosto che condannare a morte un solo innocente.

 

Mosè Maimonide (1135-1204)

 

È meglio rischiare di salvare un colpevole che condannare un innocente

 

Voltaire (1694-1778) – Zadig ou la destinée

 

Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa deve essere eliminata per garantire la salvezza di tutta la comunità.

 

San Tommaso (1225-1274) – Summa theologiae II-II, 29, artt. 37-42

FRASI DI UOMINI CONTEMPORANEI

 

Uccidere chi ha ucciso è un castigo senza confronto maggiore del delitto stesso. L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco.

 

 Fëdor Dostoevskij [1821-1881] – L’Idiota

 

Occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco.

Mahatma Gandhi [1869-1948]

 

In nome di che cosa giudichiamo, noi che giudichiamo?

 

Albert Camus [1913-1960] – La caduta

 

Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è la peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare come una legge di civiltà.

Albert Camus [1913-1960] – Riflessioni sulla pena di morte:

 

Chi dimentica il proprio passato è condannato a riviverlo.

Primo Levi [1919-1987]

 

La pace si fa con i nemici.

Ytzhak Rabin [1922–1995]

 

La battaglia deve cominciare dalla nostra anima, tutto il resto si svilupperà da lì.

 

Siamo portati a considerare il bene e il male come due poli, due direzioni contrapposte… li si vede come appartenenti allo stesso piano dell’essere, consimili, ma mutuamente contraddittori. Se ci occupiamo non di astrazioni dell’etica, ma di stati essenziali dell’effettività umana, dobbiamo anzitutto sbarazzarci di questa convinzione riconoscendo la differenza fondamentale dei due secondo modalità, struttura e dinamica entro l’effettività umana.

Martin Buber [1878–1965] – Immagini del bene e del male

 

 

Le riflessioni che propongo spaziano dalla necessaria regolamentazione della vita civile e sociale all’identificazione della “giusta pena”, dalla necessità di distinguere fra punizione e riabilitazione al ricordo storico non solo di quanto patito ma anche di quanto avvenuto prima della nostra nascita, per toccare infine il difficile problema del perdono.

Soffermandoci sui primi documenti, alla base del diritto di tutte le nazioni, restiamo colpiti dalla durezza del dettato del Codice di Hammurabi, testo che contiene una regola comunemente chiamata “Legge del Taglione” (Lex Talionis). Contrariamente a quanto si possa pensare, la dura legge del taglione fu proclamata per ridurre l’arbitrarietà del singolo e le violenze che vedevano reazioni eccessive rispetto all’offesa ricevuta, impedire il nascere di faide e vendette, stabilire criteri validi per tutti.

La legge del taglione, lungi dal risolvere il problema del male, pone dunque l’uomo di fronte al rifiuto della catena di vendette e, attraverso la paradossale equiparazione di “occhio per occhio”, tenta di imporre un freno alla dilagante violenza di quei tempi lontani.

Sulla stessa linea del Codice di Hammurabi si pronunciano le XII Tavole, nucleo originale del diritto romano, che però suggeriscono di tentare una riconciliazione fra chi produce l’offesa e chi la subisce. Da queste iniziali affermazioni si è andata formando nel tempo la disciplina giuridica. Nata dalle considerazioni di filosofi e giuristi, essa ha dato forma alle prime grandi compilazioni della storia (dalle Leggi di Dracone alla Compilazione di Giustiniano), ai codici medioevali fino ad arrivare agli studi illuministici di Cesare Beccaria che con il suo “Dei delitti e delle pene” affrontò il problema del male sotto un’angolatura tutta nuova. Secondo Beccaria e tutti gli studiosi che hanno rielaborato le sue idee al riguardo, il male va affrontato assoggettando chi lo commette alla necessaria e conseguente pena ma evitando che la stessa sia solo punitiva e non anche riabilitativa. Siamo cioè di fronte ad un capovolgimento delle posizioni iniziali: il reo va punito per il male che ha cagionato, la pena deve essere commisurata all’offesa e deve servire come riparazione per quanto compiuto e monito per la gente, il castigo inoltre deve essere visto come espiazione e recupero del reo: per questo motivo la pena di morte, come massima punizione, va abolita e può essere contemplata solo in casi veramente eccezionali.

La Bibbia, che ha notevolmente contribuito alla formazione della scienza giuridica, riprende lo stesso concetto delle prime compilazioni che introducevano la legge del taglione, ma pone le basi per un elemento nuovo, come si può leggere nel Libro dell’Esodo dove si invita ad amare “i figli del tuo popolo” chiamati pertanto “il tuo prossimo”. Abbiamo quindi una visione più umana che embrionalmente cerca il recupero del reo attraverso il sentimento dell’amore che, per i credenti di quella nazione, diventa un comandamento della divinità.

Nel Vangelo di Matteo si invita il credente a fare un passo più avanti: non solo si estende il concetto di prossimo a tutti, ma si invita colui che subisce un torto, nel caso specifico uno schiaffo sulla guancia destra (il che implica il “manrovescio”, gesto sicuramente di maggior disprezzo), a porgere l’altra guancia, a lasciare tunica e mantello, a fare un miglio in più: si introduce cioè il concetto caro al Cristianesimo di amare il nostro nemico. Utopia, forse, ma certamente un mezzo per destabilizzare la violenza che l’offensore propone: non un atteggiamento masochistico, ma la proposta di una dimensione nuova che disorienta chi ci sta di fronte. Il rifiuto della violenza, cioè, elimina il nemico e l’odio che questi ha suscitato in noi. Con la proposta dell’amore l’insegnamento di Cristo cancella la sete di vendetta e priva di motivo i sentimenti violenti, come quelli espressi negli ultimi scandalosi versi del Salmo 136:

7 Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: «Distruggete, distruggete
anche le sue fondamenta».
8 Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
9 Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.

L’amore proposto dai Vangeli, togliendo la radice della violenza e dell’odio, va dunque ben oltre la reazione allo schiaffo, alla crudezza della legge del taglione, all’uccisione, non incoraggia la maledizione dell’offensore ma, al contrario, propone il perdono, la riconciliazione e uno spirito nuovo da ambo le parti.

Il testo evangelico, come ricorda il Manzoni nell’esortazione di fra Cristoforo a Renzo e Lucia di pregare per don Rodrigo, aggiunge all’umano una forte componente di fede: solo l’amore per l’offensore, offrendogli l’opportunità del pentimento, può aprirgli la porta del perdono da parte della divinità.

Qualche secolo prima della stesura dei Vangeli, i testi del Buddismo si ponevano sulla stessa linea: anche se non si spingevano fino all’amore del nemico, insegnavano a non reagire fisicamente e incoraggiavano il totale contenimento delle passioni. Una posizione di distacco passivo che mi sembra più difensiva, atta cioè a superare il dolore piuttosto che dettata da amore autentico.

Fra i vari testi religiosi non si può non soffermarsi su quelli islamici. Il Corano, i cui dettami vengono poi rielaborati e resi più duri dalla legge islamica della “Sharia”, afferma che la legittima difesa è giustificata perché ad un’offesa corrisponde un male uguale a quello subito, ma incoraggia il credente al perdono che è gradito alla divinità e a cui corrisponderà un premio nel trascendente.

Passando ai testi filosofico-letterari, possiamo notare la diversità delle affermazioni, spesso derivanti dal periodo storico in cui furono scritte, dalla profondità di pensiero dei loro autori e dalla loro particolare inclinazione d’animo.

Il primo che incontriamo è Pittaco, annoverato fra i sette sapienti; marito della sorella di Dracone, il legislatore ateniese del VII secolo a.C. che aveva promulgato leggi severissime, dette appunto “draconiane”. Di Pittaco si dice che avesse perdonato l’assassino del figlio e mostrato benevolenza al suo avversario politico, il poeta Alceo. A lui viene attribuita la nobile frase che il perdono è migliore della vendetta.

Su una linea parallela troviamo le parole di Socrate, che Platone riporta nel Gorgia, e che contengono valori morali che paragonando offensore ed offeso sottolineano la più alta levatura del secondo sul primo.

Amara è invece la frase di Plauto, ripresa poi da Hobbes: siamo di fronte a due intellettuali assai realisti che descrivono la situazione che vedono realizzarsi davanti ai loro occhi: nonostante le varie leggi, i vari insegnamenti religiosi e morali, l’uomo si comporta da lupo verso il suo simile.

Procedendo oltre, Seneca fa una considerazione di altra natura: non può esistere virtù se non c’è “l’altro”. La frase propone il concetto di relazione e sottolinea che “no man is an island”: senza l’altro non c’è vita né nel positivo né nel negativo.

Lo studioso e filosofo ebreo sefardita, Mosè Maimonide, occupandosi in modo specifico della pena di morte, afferma che nel dubbio è meglio assolvere molti possibili colpevoli che condannare un solo innocente. Siamo qui di fronte ad un quesito giuridico che ha tormentato per secoli, ed ancora tormenta, giuristi, legislatori e politici. Il male va punito, ma di fronte ad esso occorre mostrare sempre un senso di giustizia che sappia proteggere gli innocenti più che colpire i rei.

Secoli dopo Voltaire, filosofo e pensatore francese, riproporrà la stessa affermazione di Maimonide sottolineando la necessità di proteggere l’innocente anche a rischio di non perseguire il colpevole.

Con San Tommaso, che riprende le posizioni di Sant’Agostino, sembra che si faccia un passo indietro: la mela marcia va tolta dal canestro per la sicurezza di tutti. Viene pertanto giustificata la pena capitale (da lui chiamata “vindicatio”) anche se, nei suoi scritti, il “doctor angelicus” si riferisce al criminale incallito per il quale il recupero è impossibile. Frase certamente dura ma in linea con una situazione pratica: la società ha il dovere di estirpare l’erba cattiva. Il pensiero di San Tommaso si rivolgeva, ovviamente, a tutti coloro che erano responsabili dell’amministrazione della giustizia, stati, nazioni, autorità civili ed ecclesiastiche. Su questo punto ricordiamo che la maggior parte delle nazioni moderne ha abbandonato l’applicabilità della pena di morte come strumento punitivo e repressivo; restano tuttavia almeno una settantina di paesi (e fra essi alcuni stati degli USA) che non hanno ancora abrogato la pena capitale.La Chiesa, che per molti secoli non è stata solo una guida spirituale ma anche amministratrice di una realtà territoriale, si è trovata di fronte ad una difficile scelta, quella cioè di seguire dettami evangelici ed altisonanti concetti filosofici e morali, che troppo spesso stridono di fronte alla situazione concreta, oppure prendere atto della cruda realtà e giungere così fino all’estremo con l’applicazione della pena di morte. Non si vuole qui esprimere un giudizio critico-storico, si vuole solamente segnalare che questa difficile posizione, giustificata e mitigata da interpretazioni teologiche, farà compagnia alla Chiesa sino alla perdita del potere temporale.

Su questo tema c’è da ricordare il perdono chiesto da Giovanni Paolo II che, senza entrare nei dettagli, seguendo l’ammonizione dell’apostolo Paolo, “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rom 12,21), ha auspicato l’espiazione e la purificazione della Chiesa per tutti i mali da essa compiuta come costruzione umana nel corso della storia.

Questa non è la sede per approfondire il pensiero di San Tommaso, tuttavia al di là della legittimità e della necessità o meno della pena di morte, che comunque ripugna alla coscienza di noi moderni cittadini, il togliere dal cesto la mela marcia è qualcosa che dovrebbe comunque essere sempre ben presente ai legislatori di tutte le giurisdizioni, da quelle laiche di stati e nazioni a quelle ecclesiastiche di tutte le denominazioni.

Proprio su questo tema, nel pensiero moderno troviamo la posizione di Fëdor Dostoevskij che nel suo libro “L’Idiota” afferma che la pena di morte è una barbarie che degrada la società.

Nel mondo contemporaneo troviamo poi Gandhi, il padre del pacifismo che, riflettendo sull’originale dettato della legge del taglione, osserva amaramente che la sua applicazione porterebbe alla cecità completa del mondo intero.

Ci soffermiamo poi su Albert Camus, scrittore di grande sensibilità che nei sui tormenti ebbe a dire: “Non c’è amore per la vita senza disperazione di vivere“. Camus, prima di affrontare i problemi del male, si pone la domanda circa la base umana, morale e religiosa su cui poggia il diritto di giudicare: chi siamo noi per giudicare? E su che cosa basiamo il nostro giudizio?

La domanda provocatoria richiama alla coscienza dell’uomo le due frasi evangeliche “Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e non vedi la trave che è nel tuo?” (Luca 6,41) e “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Giovanni 8,7).

Per parte mia ritengo che questo sia un forte richiamo alla serenità, onestà intellettuale e indipendenza di chi è chiamato a giudicare: costui ha l’obbligo di non lasciarsi influenzare da idolatrie di nessuna natura.

Lo stesso Camus riprende poi il problema della pena di morte che giudica abominevole e che crea sofferenza spropositata nel reo che ha ucciso e che viene doppiamente punito, con la spasmodica attesa dell’esecuzione prima, e con la morte poi.

Primo Levi concentra invece il suo pensiero sulla terribile esperienza della Shoah che aveva vissuto personalmente nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e tocca un argomento nuovo: la conservazione della memoria di quanto è accaduto. Siamo di fronte ad una riflessione molto delicata che implica la coscienza della presenza del male, la sua ripetibilità, l’obbligo dell’istruzione così che le future generazioni non possano dimenticare ed infine i rapporti fra memoria e perdono. Il tutto proiettato sia nella sfera intima di ogni soggetto, sia nella coscienza non solo di tutto un popolo ma soprattutto di tutta l’umanità.

 

Una toccante e lapidaria affermazione ci viene proposta da Ytzhak Rabin che, qualche anno dopo lo storico passo avanti del Presidente Anwar Sadat, tentò la prima riconciliazione con i palestinesi con la firma degli accordi di Oslo. Rabin, che per primo strinse la mano al leader palestinese Yasser Arafat, ci ammonisce che la pace può essere fatta solo con quelli che consideriamo nostri nemici. Non conosciamo le motivazioni profonde che hanno animato il cuore di Rabin a compiere quel gesto: possiamo solo congetturare che, al di là delle questioni politiche, di prevalente praticità, di interesse anche economico, egli fosse convinto che la pace è l’unica componente che può scardinare odi ancestrali.

Su questo tema mi piace ricordare anche le parole di Papa Pio XII che, alla vigilia dello scoppio della seconda Guerra Mondiale, disse “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la Guerra”.

La breve rassegna che ho voluto presentare si chiude con due considerazioni dello scrittore e filosofo ebreo-austriaco Martin Buber: è da noi stessi che ha inizio il cambiamento! Anche il già ricordato Gandhi ripeteva: Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Buber nelle sue riflessioni va ben oltre e sottolinea che bene e male non sono sullo stesso piano e quindi non si tratta di una scelta su due posizioni paritarie ma di una radicale scelta di vita che ha il bene come fulcro e denominatore comune per tutta l’umanità.

Prima di terminare, ricordo al lettore il caso di Sabina Rossa che per me resta un esempio che supera le barriere della realtà contemporanea, le passioni, gli odi, il sangue versato e, con motivazioni che parlano solo di grande umanità, ha offerto riconciliazione e perdono con un gesto di grande coraggio. Sabina Rossa è la figlia di Guido Rossa, il sindacalista ucciso dalle Brigate Rosse nel 1979. Sabina non solo si è battuta per la scarcerazione di Vincenzo Guagliardo, il brigatista che sparò i primi colpi a suo padre e che per questo venne condannato all’ergastolo, ma è andata ben oltre incontrandolo in un colloquio privato durato tre ore.

E su questo tema come non ricordare l’incontro fra Papa Giovanni Paolo II e il suo attentatore, Ali Ağca, nel Natale del 1983? Di quell’incontro, carico di pathos e di carità, il Papa disse semplicemente: “Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui.”

La conclusione circa il comportamento da tenere davanti al male è che il male va comunque sanzionato: su questo punto sono convinto che tutti concordino. La pena tuttavia deve essere commisurata all’effettivo reato e deve valere “erga omnes” cioè senza distinzione di razza, rango sociale, lingua o credo religioso. In più, ove possibile, si deve tendere al recupero dell’individuo così che la sanzione non sia solamente punitiva: viene quindi richiesta durezza di cuore verso il male, non verso chi lo ha commesso a cui deve essere data la possibilità di riscatto e di cambio totale di vita. A chi ha fede in valori trascendenti o in alti valori morali viene poi anche consigliato il perdono come capacità di ristabilire una condizione che va ben oltre i sentimenti del cuore ed apre la strada ad una nuova realtà che chiamiamo redenzione. Memoria e perdono non sono termini in contraddizione ma si complementano se da ambo le parti c’è la volontà di superare qualunque tipo di violenza che troppo spesso si annida nel cuore di tutti noi.

Resta al lettore trarre le conclusioni e fare le considerazioni che i casi pratici e le citazioni riportate suggeriscono al suo cuore.

Gennaro Stammati

Londra – settembre 2011

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