6.8 Sacer ed Augustus


Esistevano poi i due termini: sacer ed augustus. Augustus era usato per designare quelle persone o quegli oggetti che erano ripieni di potere mistico, ma man mano che gli auguri e la loro arte venivano ad avere sempre più una funzione consultiva il termine augustus fu ben presto sostituito dalle parole augur ed auguria, smettendo di appartenere al linguaggio religioso. E’ ritornato poi in auge con Ottaviano che se ne riappropriò per farne un uso diverso. La radice della parola è AUG, che significa forza e sempre da ricollegare alla stessa radice è, oltre al termine augure, anche auctoritas. Quindi augustus ha una triplice valenza, avendo in sé la fusione di tre concetti diversi: AUG, forza, augur, sacerdote, auctoritas, sorta di quasi sacralità. Sacer invece indicava ciò che era riservato e tenuto da parte per gli dèi sia dalla natura o dagli uomini. Nel sacri-ficium la vittima destinata veniva rimossa dal suo uso normale ed era destinata a qualcuno di invisibile, anche se poi parte di essa veniva consumata dagli uomini. Chi violava alcune regole o alcuni luoghi o anche le Vestali che rompevano il voto di castità erano, per la loro colpa, consacrati.[1] Ad esempio erano condannati duramente coloro che spostavano i termini, i confini di un campo, insieme ai loro buoi. Il colpevole era dichiarato sacer e messo al bando come rifiuto della società, poteva essere ucciso da chiunque senza che ciò fosse considerato omicidio.[2]

La frase sacer esto, nei tempi primitivi non era riferita ad alcun dio particolare, ma a tutto il mondo divino nei suoi rapporti col mondo umano. Successivamente sono sorte alcune distinzioni e colorazioni diverse sull’uso del termine e dei suoi sinonimi, assegnando ai tre ambiti, quello puramente divino, quello militare e quello sotterraneo, i tre termini: res sacrae, res sanctae e res religiosae. Le res sacrae sono quelle quae diis superis consecratae sunt, mentre le res religiosae quelle quae diis manibus relictae sunt. Le sanctae quoque res, velut muri et portae, quodammodo divini iuris sunt.[3] In definitiva notiamo come i latini usassero il termine sanctus sia per le persone che per le cose e se anche alle volte sembra che vi sia una sostanziale differenza col termine sacer, che indicherebbe il sacro per forza interna, in realtà l’analisi dei testi non ci permette di formulare questa contrapposizione. In molti casi, col passare del tempo la sfera semantica di sanctus si sovrappone a quella di sacer.[4]

A differenza di quanto abbiamo fatto per le altre religioni, a eccezione di quella greca, non abbiamo portato esempi di uomini santi, ma ci siamo soffermati sull’uso del termine santo. E’ stata una scelta necessaria per mettere in risalto come all’interno della cultura romana santo era colui che era inviolabile o che avesse dei costumi puri e una vita morale irreprensibile. Traducendo questo nel mondo romano e tenendo presente quanto abbiamo presentato complessivamente è facile dedurre come l’inviolabilità del sanctus è sempre legata a un elemento religioso e il romano migliore, sia in guerra che in pace era colui che conservava puri i costumi degli antenati, colui della cui vita si poteva dire che fosse irreprensibile. Era l’uomo che sapeva usare pietas verso gli dèi e verso la civitas. Come era tipico di Roma anche questo aspetto viene a essere legato alla realtà storica della res publica.

E’ quindi una santità quella romana storicizzata come l’eroismo, non ci sono fatti straordinari o sconvolgimenti dell’ordine, ma anzi è proprio un conservare l’ordine antico, i mores dei padri. C’è un rapporto estrinseco col divino nell’inviolabilità e c’è il riconoscimento della virtuosità del comportamento morale, quindi i primi due punti indicati da Festugière, ma non c’è alcuna relazione intrinseca, personale, non c’è mediazione tra il mondo degli dèi e quello degli uomini.


[1] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, pp. 129-130.

[2] PICCALUGA G., Terminus, …, pp. 112-113.

[3] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, p. 131.

[4] MILANI C., Lat. Locus sanctus, loca sancta, ebr. Maqom haqqodes, maqom qados, in Santuari e politica nel mondo antico a cura di Marta Sordi, Vita e Pensiero, Milano 1983, pp. 34-47.

 

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