Il santo a Roma


6.7 Etimologia e tradizione della parola santo nell’antichità latina

Di come fosse usata la parola santo nel mondo Latino abbiamo già parlato all’inizio del nostro lavoro, ma riportiamo qui anche quelle considerazioni perché ci sono utili.

Il termine latino sanctus è il participio passato di sancio che significa: “render sacro, inviolabile, sanzionare”. Differisce da sacer perché implica un rito religioso.[1]

La parola sanctus veniva di volta in volta usata come qualificativa di cose, di uomini e di dei. Si applicava a tutto quello che era consacrato alla divinità o che stava nei pressi del culto, come i templi o le immagini divine: sanctissima templa, sanctissima sacella e simulacra sanctissima di cui Verre non ha l’audacia di impadronirsi, e in generale tutto quello che è sotto la tutela della religione.

Antiche superstizioni giustificano espressioni come arbor sancta, sanctae stirpes, sancti sententia montis, sancti custos Soractis; sancti fontes; flumen sanctum senza contare i luci sanctissimi frequentemente menzionati dagli scrittori. L’idea di rispetto religioso traspare chiaramente. Meno antica è la concezione che chiama santo tutto quello che è protetto per autorità e dichiarato inviolabile. Sanctum est quod ab iniuria hominum defensum atque munitum est, e i giureconsulti citano come esempi di res sanctae le mura e le porte della città. Né ci si stupisca per voler applicare a un bene pubblico un qualificativo che implica essenzialmente rispetto. Così impiegato, sanctus non esclude necessariamente la sfumatura religiosa. Tra i giureconsulti, Gaio parlando della distinzione tra il diritto divino e il diritto umano, attribuisce alla prima categoria le res sacrae et religiosae, e aggiunge:  sanctae quoque res, veluti muri et portae, quodammodo divini iuris sunt.  Per Ulpiano è santo ciò che si pone a metà strada tra il sacro e il profano: proprie dicimus sancta quae neque sacra neque profana sunt sed sanctione quadam confirmata.

La protezione più alta che si possa garantire alla proprietà o al diritto è quella della divinità. Il modo più efficace di assicurarne il rispetto è di investirla di una sorta di carattere sacro: sancire autem, dice Servius, proprie est sanctum aliquid, id est consecratum, facere fuso sanguine hostiae, et dictum sanctum quasi sanguine consecratum. Qualunque cosa si possa pensare di questa etimologia, ci permette di cogliere l’elemento religioso inseparabile dal termine SANCTUS impiegato nel senso giuridico che è inviolabilmente guardato. E’ del tutto naturale che lo stesso termine serva ad indicare le persone che hanno il privilegio dell’inviolabilità. Ad esempio gli ambasciatori, i tribuni, i censori o i re.

Sanctus di frequente indicava una vita irreprensibile e dai costumi puri. Ritroviamo diversi epitaffi sulle tombe della via Nomentana, ad esempio, dove il termine celebra l’innocenza e la virginità:

 

NORTINAE ANIMAE

SANCTISSIMAE ET

DULCISSIMAE VIXIT AN

NIS II DIEB. XVII[2]

VIRGINI SANCTISSIMAE[3]

 

E se ne potrebbero citare davvero molti, riferiti a persone completamente diverse per età e condizione sociale, in cui il termine sanctus viene usato per mettere in risalto la perfezione morale. Questa integrità di costumi portava con sé un naturale rispetto verso il soggetto di tale epiteto e gli dava, automaticamente, una certa autorità. Sono rari i casi in cui sanctus è associato a sacerdos, questo perché sanctus non implicava, necessariamente, presso i Romani una qualche relazione particolare dell’uomo con la divinità, anche se con l’appellativo di “santità” veniva definita la pietas verso gli dèi.[4] E qualità primaria dell’eroe protagonista del poema nazionale del mondo latino era appunto la pietas, non la forza, né l’ira o l’astuzia, parliamo ovviamente dell’Eneide.[5] La pietas è sempre seguita dalla fides, questo ci dicono Virgilio e Orazio. In Stazio la pietas è invocata come dea suprema e in Sallustio la ritroviamo ad ornare i templi degli dèi. Cicerone dice che la pietas è verso gli amici, i parenti, la patria, ma soprattutto verso gli dèi.[6] Santi erano chiamati gli uomini ispirati dagli dèi, come la Sibilla. Sanctus era anche appellativo degli dèi e sia Properzio che Fedro chiamano santo Ercole, l’eroe per eccellenza.[7]


[1] OLIVIERI D., s. v. Sancire in Dizionario Etimologico Italiano, Casa Editrice Ceschina, Milano pp. 610-611.

 

[2] Si veda CIL. VI, 7923.

[3] Si veda CIL. VI, 17224, 23823.

[4] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 3-8.

[5] DE LUCA G., Introduzione alla storia della pietà, Ed. di Storia e Letteratura, Roma 1962, p. 14.

[6] DE LUCA G., Introduzione alla storia della pietà, …, pp. 17-18.

[7] Delehaye H., Sanctus. Essai sur le culte des saints dans l’antiquité, …, pp. 3-8.

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Una Risposta to “Il santo a Roma”

  1. silvio valenti e widerschaun Says:

    UNA VOLTA TANTO I CATTOLICI, IN QUESTA SOCIETA’ IN PECCATO MORTALE ALL’ORLO DELLA PERDIZIONE, PREDICANO BENE E CON RISPETTO DELLA TRADIZIONE, PERFINO DELLA VENERANDA CIVILTA’ ROMANA DA LORO SATANIZZATA IN PASSATO .
    PECCATO CHE SI SCALDINO ALLE FIAMME DELL’INCENDIO DIALOGANDO CON LE FORZE DEL MALE SOLO IN VISTA DI SUDICIO PROFITTO.

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