L’eroe a Roma


6.4 Orazio Coclite e Muzio Scevola

Una caratteristica tipica della religione romana è di rinunciare alle genealogie mitiche per caratterizzare le proprie figure divine potenziando così il culto pubblico. Allo stesso modo mette da parte genealogie eroiche per caratterizzare i propri antenati potenziando così la capacità di predire il comportamento dei discendenti e le loro caratteristiche sociali dai loro antenati, dai maiores.[1] Non si tratta di una religione che non ha saputo creare dei miti, ma è una religione che non ha voluto avere miti, che li ha eliminati storicizzandoli.[2] Si pensi ad esempio ai fatti relativi a Orazio Coclite o Muzio Scevola, lo stesso L. Anneo Floro, epitomatore di Livio, afferma che se non se ne trovasse traccia negli annales, sembrerebbero delle favole. Georges Dumézil studiando proprio questi episodi, vede nei due personaggi un duplice tipo di eroe salvatore, uno guercio, l’altro monco, espressioni della sovranità magica e di quella giuridica. Sarebbero la trasposizione storica di quelle figure che in Scandinavia trovavano posto nei miti, come Odhinn e Tyr, mantenendo inoltre quel collegamento con le radici indoeuropee di cui abbiamo già accennato.[3] In realtà Brelich affrontando la stessa vicenda di Orazio Coclite ha dimostrato come esso potesse localizzarsi nell’ambito di un modello mitico comune al mondo greco-etrusco-italico, quindi più vicino alla storia di Roma di quanto non lo sia la preistoria indo-europea. Il “tipo-Cocles” era il corrispondente romano dell’italico Cacculus (fondatore di Praeneste), dell’etrusco Caus e del greco kyklops. Tutti avevano come caratteristiche comuni un difetto agli occhi, una correlazione col fuoco e con Volcanos-Hephaistos.[4] Invece la figura di Muzio Scevola sembra essere strettamente legata alla sua caratterizzazione giuridica, infatti egli sacrifica la mano destra per prestare garanzia di un patto che coinvolge un’intera comunità, inoltre l’unico colle di Roma che non era nominato col nome di un dio, ma con quello di un nomen gentilizio era il collis Mucialis sulla cui sommità esisteva il tempio di Dius Fidius.[5] I tre flamines maiores, quelli di Giove, Marte e Quirino, officiavano insieme il rito a Fides con la mano destra albo velata panno.[6]

Ecco che allora i periodi quasi totalmente leggendari in cui operano queste figure acquistano un valore essenziale per comprendere quei sistemi che presiedettero alla elaborazione della struttura dello stato, anche le mutilazioni qualificanti divengono espressive di qualità eccezionali nei personaggi che ne sono colpiti.[7] Tutto questo ci dimostra come gli eroi della religione romana si confondano con le figure che hanno fatto la storia della res publica.


[1] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, p. 37.

[2] SABBATUCCI D., Da Osiride a Quirino, …, p. 15.

[3] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 70-71.

[4] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 72-73.

[5] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 76-77.

[6] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, …, p. 67.

[7] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, …, pp. 82-83.

 

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