6.2 Storia e mito


La religione romana appare sin dall’inizio aperta alle innovazioni, ma allo stesso tempo, straordinariamente conservatrice.[1] Di alcune delle divinità più antiche i romani non conoscevano neppure il sesso e la cosa non li turbava per nulla, nel Campidoglio era conservato uno scudo che riportava l’iscrizione: Genio Romae, sive mas sive femina.[2] I signa che gli dèi inviavano erano un avvertimento che la pax con la città era compromessa, non si trattava di profezie. Appena possibile bisognava ripristinare la  condizione precedente con degli appropriati riti espiatori.

E’ il collegio sacerdotale, organo pubblico, a stabilire quali devono essere ed è lo stato a officiarli e a finanziarli, ognuno di questi riti era registrato negli annali pontificali. Infatti è Roma l’unica, vera, interlocutrice delle divinità. Gli dèi sono pienamente partecipi delle vicende della città. Si ritrova così a Roma, un fenomeno quasi unico, perché l’elemento divino interagisce con quello umano nell’ambito dello stesso tempo storico, si crea una fusione col tempo mitico. Le origini di Roma assumono la forma di un atto cosmogonico e i personaggi coinvolti nelle prime vicissitudini della città presentano tratti tipicamente mitici anche se hanno nomi di gentes storiche. A differenza di ciò che accadde in Grecia o in India, dove le origini del mondo e di ogni cosa dentro e fuori di esso erano state narrate e organizzate in immagini grandiose, i romani hanno descritto i loro inizi con la semplicità dei verbali, raccontando dei re che credevano avessero fondato la città, ma collocandoli in un tempo più vicino. Questi racconti romani però, svolgevano lo stesso ruolo di quelli delle altre mitologie e non erano meno fittizi, principalmente giustificavano e autentificavano i rituali, le leggi, i costumi, gli ideali e tutte le componenti della società romana.[3] I Romani pensavano storicamente, legati alla propria nazione e alla pragmaticità mentre gli indiani e i greci pensavano sotto forma di favole, cosmicamente e filosoficamente.[4] Si tratta di una commensurabilità tra “storia” ed “epopea”, vengono rimossi gli sfondi mitici, le lontananze e spesso il tutto si risolve in una tensione dialettica tra due nuclei: Romani e Sabini, patrizi e plebei. Mentre, sullo sfondo la città-Stato passa da una fase ancora protostorica a quella civitas portatrice dell’idea di res publica. Diventa allora “leggendaria” l’intera produzione annalistica, non perché irreale, ma perché con caratteristiche tipiche del mito, ancora più evidenti se si pensa che la fonte narrativa è religiosa: il collegio pontificale.[5] I pontefici distinguevano le loro sfere di competenza in base a due coppie di opposti estremamente chiari: sacer/profanus, publicus/privatus.[6]


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …,  pp. 216-229.

[2] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, p. 39.

[3] MONTANARI E., Mito e storia nell’annalistica romana delle origini, Ed. dell’Ateneo, Roma 1990, pp. 35-36.

[4] DUMÉZIL G., Archaic Roman Religion, …, pp.116-117.

[5] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, Ed. dell’Ateneo, Roma 1988, pp. 52-53.

[6] MONTANARI E., Identità culturale e conflitti religiosi nella Roma repubblicana, …, p. 55.

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