4.10 Agni unico mediatore


Il santo allora non è mediatore con gli dèi, ma è mediatore con la conoscenza. Egli indica la strada e permette a chi vuole di seguirlo. L’Uno, verso cui sia gli uomini che gli dèi tendono, è intangibile, può essere raggiunto, compreso, toccato solo per una grazia che, in ultima analisi deriva unicamente dalla volontà di quell’Uno. Ecco perché non vi è una determinata via perfetta, esauriente che escluda tutte le altre, le opinioni non hanno valore assoluto e non possono esistere né dogmi né eresie.[1] La via dell’ascesi è solo una, ma non l’unica come dimostrano i luoghi santi, divenuti tali perché eroi, esseri divini o santi hanno soggiornato nelle loro vicinanze e questi luoghi hanno la capacità di cancellare il cattivo karman di chi li visita in pellegrinaggio.[2] Quindi è del tutto assente il ruolo del mediatore tra il mondo divino e quello umano nell’India Vedica? No, un ruolo di mediazione è  proprio del dio Agni.

Egli è visto come un inviato sia tra gli dèi che fra questi e gli uomini. E’ il sacerdote degli dèi, la loro lingua e il portavoce degli uomini presso di loro. Agni è generato dagli dèi ed è da loro posto sulla terra come loro amico. Egli, a sua volta, invita gli dèi al luogo del sacrificio e li adora, intercede per gli uomini e chiede il favore degli dèi. Agni ha diverse caratteristiche particolari: è uno dei simboli maggiormente antropomorfizzati, con più nascite descritte nei Veda e con molti caratteri umani, ma egli è anche il triplice fuoco sacrificale, è il sacerdote dei due mondi, quello degli dèi e quello degli uomini. La sua fiamma che brucia nel sacrificio può anche consumare peccati, debolezze, demoni e nemici.[3]

Dunque possiamo concludere dicendo che, proprio a causa della particolare visione teologica che sta alla base del pensiero vedico, la figura di santo qui presente sembra diversificarsi da quella che abbiamo prospettato all’inizio del nostro lavoro: egli è colui che riesce a distaccarsi dal ciclo delle esistenze. In realtà la differenza è solo apparente, perché è vero che egli non presenta la componente di tramite, di mediazione, ma è sempre, comunque, colui che indica la strada, colui che compie gesta miracolose e che quindi si pone molto al di là dell’umano pur rimanendo umano. Non è “l’amico di dio” se pensiamo all’Uno, ma arriva alla conoscenza di quell’Uno ed è spesso alla pari, se non più potente degli dèi stessi. Egli è santo, ma di quella santità che indica l’eroismo morale dell’individuo, quindi, del secondo tipo di santità secondo lo schema di Festugière. Oltretutto in una religione come quella Vedica prima e Induista poi non è facile isolare una figura di questo tipo perché spesso essa tende ad essere divinizzata. In India i confini tra il divino e l’umano sono sempre stati estremamente labili, le divinità si incarnano con facilità assumendo anche forma umana e, viceversa, uomini particolarmente dotati assurgono al rango di divinità. Fenomeno questo che, per diversi aspetti, ricorda quanto già abbiamo visto accadere in Egitto.


[1] DELLA CASA C., Corso di storia delle religioni, A. A. 1983/84, …, pp. 59-60.

[2] GONDA J., Le religioni dell’India: Veda e antico induismo, …, p. 409.

[3] PANIKKAR R., I Veda, …, pp. 437-440.

 

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