4.9 Agastya e Bhagiratham


Si capisce ora che il ruolo mediatore del santo non può esserci nel sistema vedico, non ci può essere mediazione perché ognuno, uomini e dèi, deve seguire la via del samsara e sottostare alla legge del karman. Gli dèi possono anche perdonare i peccati passati, ma questo perdono influisce poco sulla legge del karman, perché è la conoscenza che permette di modellare il futuro e quindi permette di influire sul karman. Allora santo è colui che dice la verità e si attiene alla sua sacra parola e si suppone che egli sia libero dal legame delle rinascite. Santi sono i Ŗsi, i Veggenti, coloro che hanno realizzato la Conoscenza, che hanno udito la Tradizione e l’hanno tramandata attraverso i Veda e le Upanishad, ma santo è anche  colui che ha realizzato lo stato di coscienza pura, come ad esempio il Muni, un asceta che pratica il silenzio. Vediamo ora come questi valori emergano dalle storie di alcuni uomini considerati santi.

Uno dei più famosi è Agastya, descritto come un grande filosofo d’animo gentile e imbattibile nel tiro con l’arco. Nato, secondo i Veda, dai semi di Mitra e Varuna, compie diverse imprese straordinarie: umilia i monti Vindhya che, nella loro superbia, si erano innalzati a tal punto da eclissare il sole e impedirgli il cammino e lo fa solo col potere della sua volontà; divora e digerisce un demone che sembrava imbattibile e che portava morte tra gli uomini; ingoia l’oceano per difendere alcuni brahmani eremiti disturbati da una serie di demoni che vivevano nelle acque, ma le sue buone intenzioni provocano un grave disagio a tutta l’umanità.

Agastya cerca solo rendersi utile, ma il suo zelo eccessivo causa un male più grande di quello che risolve. E’ un altro santo, Bhagiratham rampollo di un’antica stirpe di re, a far ritornare l’acqua. Egli ha bisogno dell’acqua per i suoi sacrifici e così, tramite durissime pratiche ascetiche, accumula un’energia sovraumana che provoca l’ammirazione dello stesso Brahma il quale gli concede di esaudire un suo desiderio. Bhagiratam chiede di lasciare cadere sulla terra il Gange celeste, ma per far questo serve la collaborazione di Shiva. Bhagiratam riprende le sue pratiche ascetiche in modo ancora più duro finché non convince anche Siva ad aiutarlo e l’acqua torna sulla terra. Questo mito, nel suo nucleo originario riprende temi già presenti nell’antichità. In particolar modo la potenza della volontà dell’asceta che gli permette di accumulare un deposito di tapas tale da poter fondere qualunque resistenza.[1] Anche gli dèi si piegano di fronte al santo ed ecco allora che rispondiamo anche al nostro primo quesito, gli dèi non possono dare risposte né conoscenza, non possono dare una vera pace o una vera felicità, ma possono risolvere alcuni problemi pratici dell’uomo perché essi sono sì come gli uomini, ma più potenti.

 


[1] ZIMMER H., Miti e simboli dell’India, Adelphi, Milano 1997, pp. 105-108.

 

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