Il santo nell’India Vedica


4.7 Il samsara e il karman

 

Le prospettive che la religione Vedica propone al credente sono assai diverse da quelle incontrate sin qui. E’ vero che come in Egitto e in Mesopotamia, ci troviamo di fronte a un pantheon molto ricco, forse addirittura più ricco, ma nella religione dei Veda gli dèi chiedono agli uomini una sola cosa: il sacrificio, l’oblazione,  perché da esso traggono la loro forza vitale e conservano così la loro immortalità.[1]

Non è assente la preghiera personale, il rapporto intimo con la divinità, ma esso ha solo un ruolo secondario e se è vero che la religione ha un carattere prevalentemente domestico, non è personale, in quanto ha le stesse finalità sostanziali dappertutto. Non parliamo più di forme di culto legate al governo, di re divinizzati o di teologie politiche, ma di un ambito strettamente connesso alle singole case, ai nuclei familiari, una teologia che, per la nostra ricerca, ci pone dei quesiti molto interessanti. Se anche gli dèi, come gli uomini, partecipano all’Unico cosa possono offrire all’uomo? E in una religione in cui dèi e uomini sono coinvolti nel samsara (ciclo dell’esistenza) e soggetti alla legge del karman qual è il ruolo dell’uomo santo? O meglio, c’è, all’interno del vedismo, spazio per un ruolo di mediazione?

Per rispondere dobbiamo prima approfondire il concetto di samsara e di karman e le conseguenze che questo tipo di pensiero comporta. Abbiamo già visto come il mondo degli uomini e quello degli dèi non siano contrapposti, ma si pongano entrambi di fronte all’universo che ha un’unica essenza immutabile. Scopo dell’uomo è di realizzare la propria identità, sottraendosi, per quanto possibile, al samsara, mentre la legge del karman vuole che ognuno paghi il prezzo o goda la ricompensa di qualsiasi azione abbia compiuto.[2] I sapienti, “Coloro che sanno”, i santi aspirano alla liberazione, ovvero a raggiungere uno stadio spirituale che trascenda la dialettica spirito-materia. Uno dei metodi per arrivare a fare ciò è l’ascesi.[3] Attraverso l’ascesi, l’ardore interiore creativo, il tapas, si pensava di potersi elevare al di sopra degli stati e delle capacità umane per raggiungere, anche grazie ad azioni rituali, i traguardi desiderati ottenendo la rivelazione di una sapienza segreta e il contatto con gli dèi.[4]

I grandi veggenti antichi erano chiamati Ŗsi ed erano mediatori tra la verità eterna e l’umanità, intrattenevano relazioni con gli dèi e con gli antenati defunti. Attraverso sapere e conoscenza ci si eleva al di sopra del male e del peccato, così come accade se si è una cosa sola con l’atman.[5]

 


[1] VARENNE J., Religione vedica e induismo, …, p. 28.

 

[2] DELLA CASA C., Corso di storia delle religioni, A. A. 1983/84, Unicopli, Milano 1984, p. 67.

[3] VARENNE J., Religione vedica e induismo, …, pp. 45-46.

[4] GONDA J., Le religioni dell’India: Veda e antico induismo, …, p. 247.

[5] PANIKKAR R., I Veda, …, pp. 681-682.

 

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