4.3 Sacrificio e oltretomba


Tutto il culto vedico era organizzato intorno al concetto di ospitalità: gli dèi sono invitati al banchetto sacrificale, sono serviti per primi e gli altri si dividono ciò che essi lasciano dei piatti loro offerti e poi si congedano. Durante il rito le offerte erano bruciate, esistevano sì alcune offerte che venivano lanciate in aria o gettate a terra, ma non erano per gli dèi, bensì per i Mani e i geni atmosferici (esisteva una gran massa, estremamente fitta e quindi difficile da distinguere, di geni e dèmoni, figure inferiori agli dèi, ma superiori agli uomini).

Quando inizia il sacrificio e si accende il fuoco è Agni che corre a chiamare gli dèi che, giunti, si siedono sulla panca preparata per loro. L’offerta posta sul fuoco, consumata dalla fiamma, si crede venga portata da Agni stesso alla divinità cui è stata dedicata. Quindi senza il fuoco sacrificale non è possibile fare alcun sacrificio che è l’unica cosa richiesta dagli dèi. Ecco perché dovere fondamentale di ogni Ario era quello di conservare il fuoco domestico, padre di tutti gli altri fuochi impiegati sia nel culto privato che in quello solenne.[1]

Per quanto riguarda l’oltretomba ci si trova di fronte a concezioni diverse di epoche diverse che, con una certa difficoltà, coesistono insieme. Secondo il ŖigVeda, alla morte tutti gli elementi costitutivi dell’individuo tornano ai loro archetipi universali. D’altra parte l’uomo vedico è amante più della vita che della morte.

Sono due i vocaboli che indicano lo spirito: l’asu, è il principio della vita, il respiro, il prana; il manas, che è l’organo mentale che permette la conoscenza dell’esperienza sensibile. Il manas ha la caratteristica di poter abbandonare temporaneamente il corpo, durante il sogno o una condizione di incoscienza, per poi farvi ritorno senza conseguenze per l’individuo, invece se l’asu lascia il corpo c’è un unico significato: la morte.

Al defunto si augura di ricongiungersi con il suo corpo che, trasfigurato dal fuoco, salirà in cielo per ricostituire l’individuo. Ecco perché i testi sono molto precisi sulle norme con cui il corpo deve essere salvaguardato da ogni danneggiamento. La sede dei morti è posta in cielo e ci si arriva attraverso la via scoperta per primo da Yama. Yama è il re del regno dei morti (un re, non un dio) e lì aspetta i buoni destinati a godere delle gioie dell’aldilà. La vita celeste è una versione migliorata della vita terrestre.

Un ruolo importante lo gioca il sacrificio agli dèi e l’offerta ai defunti, perché da lì essi traggono il loro nutrimento e mediatore dell’offerta è il sacerdote.

L’inferno è pensato proprio come contrario del cielo: è in un abisso, vi sono solo tenebre e vi sprofondano i cattivi ed i nemici. Non è eterno, perché non solo da esso si può fuggire (infatti c’è un dio guardiano),  ma non è mai detto che non vi sia ritorno, è più visto come una sorta di purgatorio. Su tutta la concezione della morte predomina l’idea del samsara che termina nel karman, ovvero il ciclo delle esistenze le cui condizioni sono determinate dalle azioni compiute nelle vite precedenti. Allora anche il soggiorno nel regno dell’oltretomba finisce quando finisce l’effetto del karman, l’anima trasmigra e inizia una nuova vita conforme alle sue azioni precedenti.

Non c’è o non ci è arrivata nessuna forma di giudizio dopo la morte, contano invece i desideri e i pensieri in punto di morte, determinanti per la sorte futura. Importante anche se non determinante il luogo in cui si muore (il più ambito è la riva del Gange).

Tra le forme di funerale non c’era solo l’incinerazione, ma anche l’inumazione.[2]


[1] VARENNE J., Religione vedica e induismo, …, p. 28.

[2] DELLA CASA C., L’aldilà nella fede dei popoli, Unicopli, Milano 1985, pp. 34-44.

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