4.2 Il clero vedico


La maggior parte degli inni del Ŗgveda è legato al sacrificio del soma, il succo vitale che bevuto dagli uomini e dalle divinità li lega in un rapporto inscindibile.[1] Il soma non garantisce l’immortalità, ma rafforza le energie vitali di chi lo beve.[2] Il rapporto tra dèi e uomini è biunivoco. I deva forniscono all’uomo ricchezza, bestiame o vittoria, ma hanno bisogno delle offerte dei fedeli e dell’energia che il sacrificio sprigiona.[3]

Il clero vedico è molto articolato, d’altra parte lo stesso carattere fondamentale della religione vedica è sacerdotale.[4] L’agnidh è “colui che accende il fuoco” del sacrificio. I ŗtvij sono i sacerdoti che, collettivamente, compiono il rito. Il brahmano è colui che recita le formule più importanti ed ha il grado più alto tra gli officianti.[5] L’assenza di un culto pubblico spiega anche la mancanza di templi. Ogni indiano vedico aspirava a poter diventare Yajamana, il “sacrificante”, per poter far ciò doveva poter erigere su un suo terreno i tre fuochi: uno rotondo a ovest, uno quadrato a est e uno a forma di crescente a sud. Accanto ai fuochi c’era l’altare, il vedi, che era il punto attorno al quale si radunavano gli dèi invocati. Solo i sacerdoti potevano celebrare questi riti e per farlo dovevano essere pagati, ecco quindi che non tutti potevano permetterseli. C’erano feste comuni in alcuni periodi dell’anno, ma erano celebrate, seppure contemporaneamente, singolarmente nelle case di ogni officiante.

Altri due concetti importanti per la religione vedica, oltre al tapas di cui abbiamo già detto, sono il brahman e l’atman. Il primo riempie gli dèi, conferisce loro forza e li fa crescere. E’ la base dell’esistenza, è il materiale di cui sono fatti cielo e terra, è ciò che conferisce forza alle formule rituali e si manifesta sopratutto nei brahmani, ovvero in coloro che eseguono i riti.

L’atman, invece, è il “soffio vitale” che sostiene ogni essere vivente e che, attraverso la mediazione sacerdotale, diviene l’essenza stessa delle cose.

Nella visione del mondo Vedica c’è un’alternanza tra la maggior importanza data al rito, poiché è il rito che fornisce brahman agli dèi, e il valore del tapas e dell’atman che portano ad una forte interiorizzazione della religione.

Dèi e uomini sono coinvolti nel samsara (ciclo dell’esistenza) e soggetti alla legge del karman, ovvero alle conseguenze di ogni singola azione. Allora non uomini e dèi contrapposti, ma uomini e dèi di fronte all’universo che ha un’unica essenza immutabile. Scopo dell’uomo è di realizzare la propria identità, sottraendosi, per quanto possibile, al samsara.[6]


[1] AA. VV. s. v. Vedismo in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[2] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, p. 195.

[3] AA. VV. s. v. Vedismo in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[4] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 192-193.

[5] AA. VV. s. v. Vedismo in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[6] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 199-201.

 

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