3.12 Il giudizio dopola morte


Prima di trarre le nostre conclusioni sulla figura del santo in Egitto ci rimane da parlare, brevemente, di cosa aspettasse il defunto dopo la morte. L’egizio non credeva assolutamente fosse possibile liberarsi delle proprie colpe o dei propri peccati tramite un rito di purificazione o magico. Egli ambiva a vivere il più possibile in purezza e innocenza, perché era credenza che, dopo la morte, il tribunale dei morti avrebbe giudicato la sua vita. E in quel caso, se la sua vita fosse stata sostanzialmente retta allora gli sarebbero stati perdonati tutti i peccati rimastigli a carico inconsapevolmente, ma questo sarebbe accaduto solo se il singolo avesse vissuto in previsione di quel momento.

Senza dilungarsi troppo nel trattare il rito della pesatura del cuore per non rischiare di divagare oltre ciò che ci interessa, basti dire che colui che si attiene alle leggi del tribunale dei morti sarà ammesso nel regno di Osiride e sulla barca solare, chi le viola non si attira solo una pena, ma l’impossibilità della vita dopo la morte ed ecco allora che la colpa diventa peccato. C’è da dire che l’idea della discolpa è strettamente legata all’imbalsamazione e alla mummificazione, perché colpe, accuse, inimicizie sono trattate come forme di impurità e di decomposizione che devono essere rimosse per mettere il defunto in una condizione, il più possibile, di purezza. Quando il lavoro degli imbalsamatori sul cadavere è concluso, subentrano i sacerdoti ed estendono l’opera di purificazione e conservazione alla totalità della persona. La violazione delle norme degli dèi, il cattivo comportamento in vita, generano la colpa e la presenza di colpa porta alla violazione di un patto con gli dèi, quello della vita dopo la morte, e quindi al peccato. Questo perché quando in nome della ma’at sono fatte promesse di salvezza in una vita dopo la morte anche gli dèi egizi si assumono impegni a cui sono vincolati. Il concetto del peccato è comunque ancora labile e, per l’Egitto, si dovrà sempre e comunque parlare di cultura della colpa, non del peccato, anche se già si vedono i prodromi di un possibile passaggio.

Prima del Nuovo Regno non c’erano regole scritte da rispettare in vita per non essere accusati poi da morti e quindi il morto, davanti al tribunale poteva aspettarsi qualsiasi accusa da parte di chiunque. Successivamente vennero codificati una serie di precetti su cosa fare e cosa non fare che resero decisamente più semplice sperare di soddisfare i giudici dei morti. Quello che importa è sottolineare la mancanza di un avvocato del defunto, l’accusato si difendeva da solo. Ascoltava le accuse e poi sperava non tanto di giustificarsi quanto di intenerire i giudici, infatti ciò che poteva cambiare non era il cuore del peccatore (che è già stato pesato), ma quello della divinità giudicante. E’ lei che può mostrarsi conciliante e perdonare,[1] ma manca un mediatore, un avvocato a cui il defunto possa rivolgersi. E’assente una figura che sia punto d’incontro con il divino senza essere divinità essa stessa, ovvero l’assenza dell’”amico di dio”, l’assenza del santo. Assenza non della santità, perché il faraone è, indubbiamente, santo in quanto dio, ma del santo in quanto uomo intermediario tra gli dèi e l’umanità. Quindi assenza del terzo tipo di santità di cui parla Festugière, e presenza atipica dei primi due tipi. Il faraone esprime sì una relazione estrinseca con il divino, ma egli è divino. Inoltre i personaggi storici divinizzati, come Gedhor, ad esempio, sembrano essere investiti di quella santità che designa l’eccezionalità di un comportamento individuale, ma esso non è quasi mai l’eroismo morale, ma è spesso eroismo di altro tipo.


[1] ASSMANN J., La memoria culturale: scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche,

…, p. 167.

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