3.9 Il Faraone santo


Avevamo visto come, nella società mesopotamica, fosse il re l’unico punto di contatto, di mediazione, col mondo divino e anche in Egitto sembra accadere lo stesso, ma la figura del faraone è molto diversa. Il re mesopotamico veniva divinizzato ed era specchio tra gli uomini degli dèi e tra gli dèi degli uomini, mentre il faraone non fu mai divinizzato in quanto egli era già un dio. Egli trascendeva la condizione umana. Aveva a sua disposizione forze che potevano modificare anche il corso degli eventi naturali. Era di essenza divina, generato da un dio, come è mostrato dai rilievi nei templi e indicato da tutti i testi di tutti i periodi.[1] Se poi andiamo ad esaminare il destino che lo aspettava dopo la morte scopriamo che i Testi delle Piramidi descrivono l’aldilà celeste come abitato solo da dèi, cui il sovrano va ad aggiungersi quale dio incarnato. Anche al re mesopotamico spettava un posto accanto agli dèi nell’aldilà, ma in quanto loro collaboratore. Inoltre non si fa menzione di altri defunti come i componenti della casa reale o i nobili o i dignitari del re.[2] Di conseguenza era naturale che il faraone avesse l’incarico esclusivo di tenere i rapporti tra gli uomini e il soprannaturale, perché era il soprannaturale in terra. Anche nei riti quotidiani, in tutti i templi del paese, il sacerdote officiante si autoconferiva legittimità all’inizio delle cerimonie pronunciando questa frase:” Sono il sacerdote. Il re mi ha inviato a contemplare il dio”.[3]

Nelle cerimonie solenni l’elemento divino non era solo incorporato nella statua del dio oggetto dei riti, ma era anche presente nel re che li celebrava per conto della comunità. L’abisso tra l’umano e il divino, che in Mesopotamia veniva avvicinato con infinite precauzioni, in Egitto era spostato, e quindi era stato colmato: non era l’umanità ad essere separata dagli dèi, ma gli uomini normali dal sovrano divino.[4]

Ecco che allora santo è indubbiamente il faraone, ma in che senso lo è? Nello stesso senso in cui può esserlo un dio, la santità gli spettava come epiteto relativo alla divinità. Santo in quanto sacro e quindi intoccabile, così come sacro era il suo volere. Anche il faraone ha lo stesso ruolo di garante che aveva il sovrano mesopotamico, egli garantisce la piena funzionalità e correttezza del sistema di culto, ovvero del modo in cui l’egiziano poteva rivolgersi agli dèi e onorarli accattivandosene il favore. Passa quindi in secondo piano il ruolo di mediatore, che in una certa misura è presumibile egli avesse, visto che, in quanto dio poteva rivolgersi agli altri dèi in maniera privilegiata. Il suo ruolo di garante è per gli egizi più importante perché permette ai singoli il culto personale e collettivo.

 


[1] FRANKFORT H., Il dio che muore, mito e cultura nel mondo preclassico,La Nuova Italia, Firenze 1992,

p. 80.

[2] DAVOLI P., L’egitto antico, a cura di Pernigotti S., …, p. 141.

[3] FRANKFORT H., Il dio che muore, mito e cultura nel mondo preclassico, …, p. 80.

[4] FRANKFORT H., Il dio che muore, mito e cultura nel mondo preclassico, …, p. 83.

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