Il santo nella religione egizia


3.8 La divinizzazione difigure storiche.

 

Potrebbe sembrare, ad una prima osservazione, che vi sia una sostanziale uguaglianza tra la religione egizia e quella mesopotamica. Divinità del re, ritualità accentuata, ricco pantheon sono alcuni degli aspetti che, superficialmente, potrebbero dare questa impressione, ma è evidente a un’analisi approfondita che non è così. E’ importante sottolinearlo per mettere in evidenza come l’assenza, anche nella religione egizia, di una figura specifica di santo non sia però riconducibile agli stessi motivi che abbiamo visto per la religione mesopotamica. O meglio i motivi di fondo sono sostanzialmente simili, ma essi nascono da una struttura religiosa decisamente diversa. Innanzitutto è necessario comprendere che la Mesopotamia, a causa del suo bilinguismo interno, dei rivolgimenti nei rapporti di potere, della diffusione della scrittura, della religione, della cultura anche presso altri popoli si pone proprio all’opposto rispetto alla monolitica società egizia. Il pluralismo interno ha portato in Mesopotamia al consolidamento, anche scritto, della tradizione, in una maniera decisamente più intensa di quanto avvenuto nella società egizia.[1] In Egitto è nata una religiosità popolare, distante anche dal culto ufficiale e l’adorazione di alcune figure storiche importanti.

Non di rado personaggi umani del passato venivano adorati dalla popolazione. Era un processo tipico della Bassa Epoca (515-378), riportiamo di seguito un esempio che ci illustra come ciò avvenisse. Al Museo del Cairo è conservata la statua guaritrice di Gedhor. Scoperta ad Atribi, nel Delta, è ricoperta di iscrizioni che celebrano i meriti prodigiosi del personaggio. L’epoca è quella della XXX dinastia, ed ecco il testo che si trova sulla statua per la parte che a noi interessa, inizia con un appello ai posteri da pare dello stesso Gedhor:

“(…) O voi tutti, sacerdoti, scribi, sapienti, che vedrete questa (statua) guaritrice (…), che leggerete i suoi scritti e conoscerete le sue formule e pronunciate le parole dell’Offerta che il re dà di migliaia di cose buone e pure per l’anima di questo “Guaritore” il cui nome è collegato al (nome divino di) Horo il Guaritore!

Ho aggiunto al (mio) nome il suo (di Horo) come soprannome: ged-Hor-il-Guaritore, per far che il mio soprannome sia durevole nella provincia di Atribi, siccome ho fatto del bene a tutti gli abitanti del nòmo atribita e a chiunque passava per la strada, per liberarli dal veleno di serpenti maschi e femmine e di ogni tipo di rettile. Ho fatto lo stesso per tutti gli abitanti del dominio della necropoli, per tenere in vita i morti e per liberarli da ogni serpente mordace.

Adorate dio (chiamandomi) col mio soprannome al cospetto del Signore degli dèi, ogni giorno, a causa di quello che ho fatto per tenervi in vita.

Non si stanchino le vostre bocche di dire cose buone (nei miei riguardi), e non vi sfugga niente!

La ricompensa che mi ha dato il Signore degli dèi per questo: mi ha fatto un notabile nella sua città, uno stimato nella sua provincia, mi ha messo nel favore di Khentikheti signore di Atribi, il sovrano degli dèi, eternamente e per sempre”.

Il testo prosegue poi ripetendo i meriti di Gedhor e dando voce ai sacerdoti che hanno fatto la statua. Gedhor fu deificato e adorato come una divinità, la sua statua è composta da uno zoccolo che forma un bacino dove si raccoglie l’acqua che, scorrendo sugli incantesimi incisi sulla statua, diventa miracolosa.[2]

Non siamo però in presenza di una figura di santo, in quanto manca del tutto l’attività di mediatore. Gedhor è stato favorito dal dio, ha fatto del bene in vita, ma egli, ora che è morto non è “l’amico di dio”, non ha alcuna funzione di mediazione, anzi egli stesso è divinizzato. Ci si rivolgerà a lui per ottenerne il favore personale, non per un’intercessione, il culto mette in evidenza non le qualità morali di Gedheor, ma la sua capacità guaritrice. In ogni caso, questo della divinizzazione di figure storiche è un processo che in Egitto prende piede molto tardi e proprio quando quel dio in mezzo agli uomini che è il faraone diventa solo immagine divina e non più dio egli stesso.


[1] ASSMANN J., La memoria culturale: scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche,

…, p. 133.

 

[2] BRESCIANI E., Testi religiosi dell’antico Egitto, Mondadori, Milano 2001, pp. 339-341.

 

 

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