3.5 Compiti sacerdotali e ruolo della magia


Ogni carica sacerdotale coincideva con precise funzioni: ad esempio i medici erano sacerdoti di Sekhmet e gli artisti sacerdoti di Ptah. Il ruolo di sacerdote era ereditario e ciò creò una vera e propria casta chiusa, ma i veri pilastri e signori di ogni tempo erano i profeti, ovvero i servitori della divinità. C’erano poi gli stolisti che si occupavano delle vesti del dio e i kherheb ovvero i “saggi”, coloro che scrivevano il Libro Divino e coloro che, durante le cerimonie, recitavano le antiche formule. I we’b erano invece i sacerdoti addetti al controllo della purezza delle offerte ed erano coadiuvati dai pastofori. Nei tempi più antichi anche le donne avevano accesso alle cariche sacerdotali, successivamente il loro ruolo si ridusse a quello di cantanti o suonatrici.[1]

Esisteva poi una religione di carattere popolare che onorava gli stessi dèi della religione ufficiale, ma ne aveva una concezione meno aristocratica, meno complicata, meno solenne.[2] E in questa religiosità, di tipo familiare, le donne avevano un ruolo vitale. Esse veneravano e si rivolgevano ad alcune divinità femminili legate alla risoluzione di problemi quotidiani come il parto, il desiderio di maternità, le malattie dei bambini e così via. L’egizio si sentiva immerso in un mondo “religioso”, denso di forze a volte ostili, create dalla malevolenza di altri uomini, da morti pericolosi, da divinità o da demoni emissari di divinità. Questa “negatività” si poteva però cercare di esorcizzare con l’uso di preghiere, di minacce o con talismani e lusinghe, ovvero con la magia.

Il nome dato al potere della magia era heka, che indicava l’energia attiva dell’universo che impregnava gli dèi stessi. L’uso della magia era un dono fatto dagli dèi all’umanità. Il faraone aveva a corte dei maghi. Come la magia era strettamente legata agli ambiti di vita quotidiana, così la medicina era strettamente legata alla magia. Le pozioni e le ricette mediche, seppur fortemente guaritive per i loro contenuti erano sempre rinforzate da incantesimi e formule magiche che identificavano il malato con un personaggio mitologico. Spesso il mago era un sacerdote lettore, ovvero colui che durante le cerimonie funebri leggeva e salmodiava le formule che assicuravano la sopravvivenza del defunto, ma era sufficiente conoscere le formule e utilizzarle nel modo giusto perché avessero effetto. Il mago era anche indovino e interprete di sogni. L’aspetto magico, comunque, divenne prevalente e assunse una notevole importanza durante il periodo del Nuovo Regno (dal 1610 a. C. in poi) quando il ruolo del faraone perse molta della sua immanenza divina per diventare un’immagine divina. Ovvero quando il popolo cercò un altro modo per raggiungere la divinità che non fu più vista come immanente.[3]

In sostanza l’essenza stessa della religione egizia è basata sul culto anziché sul dogma. Non era una religione rivelata alla quale il credente doveva aderire senza riserve, condensata in un credo che ne costituisce il compendio, ma una religione puramente liturgica. I libri sacri furono, in sostanza, compilazioni di formulari pratici di liturgia funeraria che apparvero e scomparvero nel tempo sotto la spinta di mutamenti sociali, politici e dinastici che ne rendevano utile l’adozione o l’abolizione. Quando una proposizione teologica si dimostrava superata non veniva sostituita, ma a quella esistente se ne andava a sovrapporre un’altra ritenuta più rispondente ai bisogni del momento.[4]


[1] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[2] CIMMINO F.,Vita quotidiana degli egizi, Rusconi, Milano 1985, p. 79.

 

[3] BRESCIANI E., Testi religiosi dell’antico Egitto,  Mondadori, Milano 2001, pp. 283-290.

 

[4] CIMMINO F.,Vita quotidiana degli egizi, …, pp. 77-78.

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