3.4 Amenofi IV e le feste religiose


Come abbiamo già visto a proposito della religione mesopotamica, anche in quella egizia è presente il rischio di una continua teocrasia, ovvero di una fusione di divinità simili, ma in Egitto questa è stata la causa di un fenomeno insolito: la riforma “monoteistica” di Amenofi IV. Questi fu un faraone della 18° dinastia (1361-1340 cca.) che salì al trono nel momento di massimo splendore dell’Egitto. Si fece promotore del culto di Aton, dio solare, e ruppe totalmente col culto di Amun e quindi con i sacerdoti tebani. Cambiò il proprio nome in Ekhnaton (“Colui che piace ad Aton”) abbandonando quello precedente dove era presente il nome di Amun. In realtà non fu un vero monoteismo in quanto, lo stesso Ekhnaton, mantenne vivo il ricordo degli altri dèi e il popolo proseguì nei suoi culti quotidiani, fu più un fenomeno enoteistico accentratore con connotati anche politici non trascurabili.[1] Altra caratteristica importante della religione egizia, molto simile a quella mesopotamica, è che le divinità locali sono strettamente legate alla sorte del loro luogo di culto. Quando questo diventa politicamente dominante è certo che il dio locale assurge a divinità protettrice di tutto il regno oppure vengono costruiti dei rapporti genealogici molto stretti con le divinità maggiori del paese.[2]

Fondamento dell’etica egiziana è l’assioma “buono è ciò che dio ama, cattivo è ciò che dio odia”, che si articola in tre comandamenti capitali: onorare la divinità, operare secondo giustizia, fare del bene al prossimo. Al riguardo si può citare “Il trattato di teologia di Menfi” risalente probabilmente all’Antico Regno, ritrovato dal re Schabaka (716-701 a. C.) in un papiro nel tempio di Ptah e fatto incidere su una pietra. Da allora è conosciuto come Pietra di Schabaka. Le principali feste del calendario erano legate ai cicli di inondazione del Nilo, vi erano poi le feste regali, ad esempio Hebsed (“giubileo”), che commemorava i trent’anni dall’ascesa al trono del re. Importantissima poi la cerimonia di incoronazione di un nuovo sovrano. Infine vanno segnalate le festività legate alle singole divinità, durante le quali la statua del dio usciva dal suo sancta sanctorum e veniva condotta in processione. Ogni giorno venivano svolti i culti all’interno del tempio, ma nella parte più sacra dello stesso aveva libero accesso solo il sommo sacerdote, rappresentante del faraone.[3] Era solo lui che poteva aprire le porte del tabernacolo e richiamare, con gli appropriati riti, l’anima del dio nella statua, il simulacro che lo rappresentava. prima venivano rotti i legacci e il sigillo apposti alla porta, usando un’apposita formula. C’era poi un’altra formula che accompagnava l’apertura dei battenti e poi, di fronte alla statua, il sacerdote doveva premunirsi per non essere sopraffatto dalla potenza divina, prostrandosi e recitando la formula appropriata.[4] Il culto principale che veniva offerto al dio era quello che abbiamo già visto per la religione mesopotamica. Il sacerdote era il servitore del dio-padrone. La statua veniva lavata, rivestita, truccata e le venivano offerti cibi, canti e preghiere.


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 181-182.

[2] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[3] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

 

[4] DE RACHEWILTZ B.,Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana,  …, pp. 72-73.

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