3.3 Il momento della morte


Importantissimo è il momento della morte. La cultura e la religione egiziana sono caratterizzate da una grandiosa letteratura e architettura funebre: monumenti sepolcrali, sarcofagi, le piramidi, i testi su questi monumenti, i papiri ritrovati nelle tombe costituiscono un corpus vastissimo e variegato.[1] La tomba veniva approntata quando ancora l’interessato era in vita e veniva decorata con scene artistiche scelte e adeguate al rango sociale.[2] Era sempre presente l’offerta alimentare al morto e sopra la camera funeraria vera e propria, di solito, era allestito un luogo di culto in cui, alla statua del defunto, veniva attribuito un culto analogo a quello della statua divina nei templi.

Venivano distinti due tipi di anime: il Ka (la “forza vitale”), trasferito ritualmente nella statua funeraria, e il Ba, indipendente dal corpo. Quest’ultimo poteva salire in  cielo e accompagnare Ra nel suo viaggio, di giorno in cielo e di notte negli inferi, ma per risalire dagli inferi doveva combattere ogni volta col mostruoso serpente Apofi.[3] Il Ba è spesso rappresentato come un uccello dalla testa umana ed è il fattore che assicura l’individualità di un qualsiasi essere umano. Il Ka, invece, è la forza creatrice, il nucleo centrale dell’anima che deriva ad ogni uomo dai suoi antenati e viene da lui trasmesso ai suoi discendenti. E’ la matrice del carattere e della personalità individuali e, come abbiamo visto, sopravvive al defunto andando nelle statue e nelle immagini dei morti.

E’ per il Ka che sono i cibi che si trovano nelle tombe. Ed è sempre per la credenza che il Ka restasse unito all’uomo finché il suo corpo non scompariva che gli egizi svilupparono ed adottarono delle tecniche avanzatissime per la conservazione dei cadaveri.[4] Inoltre, a maggior protezione delle tombe era uso iscrivere delle formule di avvertimento sugli ingressi. Queste formule erano in pratica delle maledizioni, varie nella forma, ma identiche nella sostanza.[5] Esisteva poi anche l’Akh raffigurata anch’essa di solito come un uccello, era la terza componente dell’anima che raggiungeva la pienezza solo dopo la morte a tal punto da identificare il defunto con questa forza.[6] Dal libro dei morti apprendiamo che il defunto è immortale e divino in quanto identificato con l’immortale dio morto, Osiride. Questa è, indubbiamente, una soluzione al problema della morte specificatamente egizia. E’ possibile che, inizialmente, questa “immortalità” post mortem fosse riservata solo ai re, ma che successivamente sia stata estesa a tutti.


[1] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, pp. 178-179.

[2] DE RACHEWILTZ B.,Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana,  Edizioni Mediterranee, Roma 1987, p. 81.

[3] BRELICH A., Introduzione alla storia delle religioni, …, p. 179.

[4] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

[5] DE RACHEWILTZ B.,Gli antichi egizi, immagini, scene e documenti di vita quotidiana,  …, p. 88.

[6] AA. VV. s. v. Egizi, religione degli in Enciclopedia delle religioni, Garzanti, Milano 1997.

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