2.14 Il re come santo/garante


Il potere reale trasposto nel mondo sovrannaturale non era una metafora, ma una vera e propria analogia, cioè un mezzo attraverso il quale era possibile la conoscenza. Gli dèi erano realmente i governanti dell’universo e di ognuno dei suoi membri, esattamente come i re erano i proprietari del territorio, di tutte le ricchezze che conteneva e dei propri sudditi.

Il compito degli esponenti della gerarchia sociale umana, che erano anche i responsabili del buon funzionamento della stessa, era di tenere i contatti con gli esseri superiori e per fare questo era sufficiente che svolgessero il proprio ruolo. Dovevano essere cioè servitori zelanti e collaboratori, con sentimenti ben diversi da quelli di un fanciullo che si trovi di fronte ad un padre. Ecco quindi che il sacrificio era nulla più che una forma di ossequio, non vi era né espiazione, né, tanto meno, l’idea del “capro espiatorio”. Tutto questo era più vero per i Sumeri che per gli Accadi i quali, in effetti, successivamente, diedero un’impronta più personale e affettiva, ma gli assunti di base rimasero sempre gli stessi. Se anche vi era una divinizzazione dei re, ad esempio nel rito delle nozze sacre, mancava l’idea di mediazione tra i due mondi perché una concezione di questo tipo può essere concepita solo da un credente che provi il sentimento del peccato, che si senta colpevole nei confronti della divinità e al contempo estremamente fragile per espiare da solo le sue colpe. Un credente, d’altro canto, che ponga il piano divino molto più in alto rispetto a lui e lo allontani del tutto dal proprio non potrà mai provare nulla di simile.

Abbiamo già detto, nell’introduzione, che funzione dell’elemento di mediazione, del santo nel nostro caso, è quella di riavvicinare la sfera dell’uomo e quella della divinità e come può farlo? Eliminando ciò che ne provoca l’allontanamento, eliminando l’elemento di disturbo e ristabilendo l’equilibrio, ovvero eliminando il peccato. Qui però abbiamo visto essere assente proprio questo, in virtù della mancanza di un elemento affettivo della religione, il che rende del tutto inutile la presenza di una figura santa.

Uno dei punti di contatto maggiori tra gli dèi e gli uomini è l’arte divinatoria, ma anch’essa come le altre forme di comunicazione col mondo superiore che abbiamo già visto è legata ad una corretta esecuzione delle modalità previste e a una giusta interpretazione del volere degli dèi, ma mai connessa alla particolarità della persona che compie l’atto.

Tuttavia, nonostante possa sembrare il contrario da quanto emerso finora, vi è un elemento di mediazione tra i due mondi, un elemento molto particolare, ed esso è il sovrano, il re. Egli è visto come colui che proietta il cielo in mezzo agli uomini e riflette la terra agli occhi degli dèi. E’ il rappresentante degli dèi e ne esegue la volontà. Non solo, nelle cerimonie ne prende il posto. Ad esempio, le nozze sacre tra due divinità, finiscono con l’unione carnale tra il sovrano e una delle sacerdotesse della divinità sposa. Egli è un dio per i suoi sudditi, ma contemporaneamente incarna i sudditi stessi e questo fa sì che il sovrano non sia mai, apertamente divinizzato. Vi è un motto che esprime bene questo concetto: “L’immagine del dio è l’Uomo, l’immagine dell’Uomo sono gli uomini. L’Uomo, cioè il re, specchio del dio”. In cielo e in terra dio e re compiono esattamente gli stessi gesti.[1] Ed ecco che allora il re è “santo”, anzi è suo dovere essere “santo”, ma in che modo va inteso questo termine? La “santità” del re è duplice, innanzitutto egli è santo per i suoi sudditi in quanto sacro, inviolabile. Alzare la mano contro il re equivaleva ad alzare la mano contro il dio. E’ poi santo in quanto egli è il garante di tutto il sistema religioso che permetteva, come abbiamo visto, il buon funzionamento dell’intera società umana. Egli conosce i modi giusti per rivolgersi agli dèi, o si dà per scontato che li conosca, egli è l’unico che, anche dopo la morte, continua la sua collaborazione con gli dèi.

E’ evidente che siamo lontani dalla figura di santo a cui siamo abituati, ma anche dove le due posizioni si avvicinano è necessario sottolineare una differenza profonda. La “divinizzazione” dei re sumerici si inscrive nel quadro di un Assoluto informe, di fronte al quale gli dèi conducono una vita che è appena più che una semplice amplificazione di quella degli uomini e quindi presenta difficoltà molto minori.[2] Il ruolo del re è quello di essere santo/garante più che santo/mediatore e questo è esattamente il primo elemento che caratterizza la santità secondo lo schema di Festugière che avevamo espresso in principio. La santità del re esprime una relazione estrinseca col divino, non intima, non personale e non legata a qualità morali.


[1] NOUGAYROL J., s. v. Da Babilonia a Zoroastro in Storia delle religioni Vol.II, … , pp. 40-41.

[2] JESTIN R., s. v. Egiziani e Sumeri in Storia delle religioni Vol. I, …, p. 188.

 

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