2.13 I maghi


Leggermente diverso il discorso per quanto riguarda i maghi/streghe che potevano fare uso di magia nera o bianca; la prima era molto temuta e considerata alla stessa stregua del male portato dai demoni, contro il quale interveniva sempre il sacerdote/esorcista. In ogni caso il potere del mago derivava da dentro di sé, ma si appoggiava sempre e comunque su un rituale e una simbologia ben specifica. Ad esempio per colpire una persona, il fattucchiere modellava  una figura di creta o di un altro materiale che finiva col rappresentare il malcapitato e su di essa stillava il veleno in corrispondenza della parte del corpo che voleva colpire.[1]

Da quanto detto fin’ora emerge chiaramente che, nella religione babilonese siamo di fronte ad un’imponente e funzionale apparato burocratico del sovrannaturale, in cui ogni cosa aveva il suo posto e il suo ruolo e non vi era posto per interventi fuori dagli schemi, particolari e personali. Naturale frutto questo della mentalità di un popolo che amava catalogare e classificare ogni cosa, come si può facilmente vedere se estendessimo le nostre osservazioni al sistema di governo o alla vita quotidiana della città. Comunque anche solo limitandoci al culto, alla religione e alle annesse pratiche magiche, tutto ciò risulta evidente, tanto più se si pensa che esistevano specifici scongiuri contro il male provocato da errori nel rituale.

Cercando di comprendere ancora meglio il ruolo che avevano le pratiche magiche ed esorcistiche, e di riflesso, la preghiera, si rende necessario sottolineare come compito di chi pronunciava queste formule non fosse di agire direttamente sulle presunte cause dei mali (non si scacciava realmente il male), ma si offriva agli dèi un contesto nel quale essi potessero intervenire dopo aver ascoltato le formule esorcistiche. Tali pratiche avevano il doppio effetto di confondersi con la preghiera stessa e di non essere legate ad un “potere”, una capacità particolare dell’individuo che le recitava, che non fosse quella di aver accesso ai testi codificati e di averli potuti studiare ed imparare. Ed è forse sbagliato chiamare alcune pratiche magia, anche se per noi è più facile comprenderle così, infatti sarebbe più corretto denominarle semplicemente esorcismi, teurgia o culto sacramentale.


[1] PETTINATO G., Angeli e demoni a Babilonia, …, pp. 158-159.

 

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