Il Santo nella religione Babilonese


2.11 Peccato e preghiera

Dalla presentazione della religiosità babilonese appare evidente come non esistesse un concetto di santità simile a quello che intendiamo, comunemente, oggi. Il rapporto dei fedeli con i loro dèi, tutto improntato a sottolineare la distanza tra i due mondi, quello umano e quello divino, non lasciava spazio ad una figura di mediatore che interagisse direttamente col piano soprannaturale. Gli dèi erano presenti, con le loro rappresentazioni, nella vita di tutti i giorni e il cittadino vi si rivolgeva per suppliche di vario tipo, ma sempre in una maniera regolamentata.

Il comportamento religioso esigeva certi obblighi che però non erano di tipo morale (abbiamo già accennato a come la religione della Mesopotamia non si curasse molto del peccato di tipo morale), ma di tipo giuridico, ovvero legato alla corretta osservanza delle norme. Tutti i divieti o i tabù che la religione imponeva avevano lo stesso valore perché provenivano direttamente dalla volontà degli dèi.[1] Era equivalente, sul piano religioso, strappare fili d’erba nella steppa e assassinare il proprio amico perché si trattava sempre di una violazione di una norma imposta dagli dèi.  Anche la preghiera, abbiamo già sottolineato, rientrava in una categoria ben definita con regole proprie. Esistevano formule già pronte a cui non si faceva altro che cambiare i nomi di riferimento e gli intenti finali.[2]

Vediamone qualche esempio, di seguito alcune preghiere rivolte al dio Nabù e alla dea Gatumdu:

 

le mie malattie, stregonerie, siano scacciate,

   allontanate di 3600 miglia dal mio corpo.

 

  Chi mi vede sia indotto a esaltare la tua divinità,

   nell’adunanza sia ascoltato il mio parlare.

 

  Dio e genio Lamassu, richiesta e grazia,

  quotidianamente mi vengano dietro.

O signora Gatumdu, porgi a me

  la tua nobile mano, proprio la tua destra.

 

  Andrò alla città, l’augurio sia per me favorevole;

  al monte che si eleva dall’acqua, a Nina,

 

  il tuo Udug, genio grazioso, mi preceda,

  la tua Lamassu graziosa mi segua.[3]

Si noti quanto si diceva prima, ovvero che le preghiere sono codificate e pronte all’uso per la necessità del momento. Da sottolineare, inoltre,  che accanto all’invocazione alla divinità vi è quella a un genio benefico, una sorta di angelo secondo i nostri termini. La figura dell’angelo, o del genio protettore, era il contraltare di quella del demone di cui abbiamo già accennato. Figure a metà strada tra il mondo divino e quello umano che servivano a giustificare alcuni eventi che altrimenti rischiavano di non poter essere catalogati. Inizialmente agivano per la loro natura innata, ma poi sono diventati messaggeri del volere degli dèi.


[1] BOTTÉRO J., Mesopotamia, traduzione di Matthiae C., Einaudi,  Torino 1991, p. 250.

[2] NOUGAYROL J., s. v. Da Babilonia a Zoroastro in Storia delle religioni Vol. II, …, p. 23.

 

[3] PETTINATO G., Angeli e demoni a Babilonia, Mondadori, Milano 2001, pp. 107-108.

 

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