2.5 I demoni e la morte


L’uso del termine demone è nostro, nella loro lingua si usavano nomi specifici che mettevano in risalto l’aspetto negativo della creatura. Senza addentrarci troppo nell’esame diciamo solo che mentre all’inizio queste figure sembravano agire per conto loro in base ad una fantasia e ad una malvagità innata, successivamente, quando agli dèi vennero attribuite tutte le regole della vita sociale, i demoni divennero gli esecutori della volontà divina. Ovvero coloro che punivano i torti fatti alle divinità e così il male fisico venne giustificato come una mancanza verso gli dèi stessi. La morte, a meno che non fosse prematura o eccessivamente atroce, non era considerata un male, ma il comune destino dell’uomo.[1]

Conosciamo i demoni per la vasta documentazione presente sulle molte tavolette cuneiformi che ci sono giunte. Il loro carattere divino è rimarcato dal fatto che sono chiamati “seme di An” e si dice siano partoriti dalla madre “terra”, sono “impalpabili”, “insensibili”, sono spiriti continuamente all’opera per creare problemi agli uomini. Sono sette e provengono dall’Abzu, ognuno di loro è caratterizzato dal modo in cui si manifesta e dal suo campo d’azione: Asag cattivo si manifesta come un vento del sud e agisce sulla gola, Namtar appare come drago e agisce sulla gola, Udug cattivo si rivela come pantera e colpisce alla nuca, Ala cattivo appare quale vipera e il suo campo d’azione è il petto, Gidim cattivo si manifesta come leone e colpisce alla pancia, Galla è un mulinello quando appare e attacca le mani, infine Dingir cattivo nasce come uragano e colpisce i piedi.[2]

Dopo la morte non c’era il nulla, ma, mentre i corpi tornavano alla polvere di cui erano composti, un doppio spirituale si separava dal defunto al momento del suo trapasso. Questo fantasma doveva raggiungere il luogo del suo eterno soggiorno di cui la tomba costituiva l’entrata. La sua dimora si trovava negli inferi che potevano essere raggiunti anche tramite la misteriosa apertura posta all’estremità occidentale del mondo. Il reame infernale era visto come un’imprendibile cittadella fortificata in cui tutte le ombre dei morti avevano lo stesso destino.[3] L’unica eccezione era costituita dal re, egli, anche dopo morto, continuava ad avere un ruolo particolare. Non diventava una divinità, ma manteneva il suo ruolo di signore e proseguiva la sua opera di collaborazione con gli dèi. Così come da vivo aveva amministrato i suoi possedimenti per conto degli dèi, ora da morto manteneva quasi tutte le sue prerogative, ma con un potere maggiorato anche se sempre inferiore a quello degli dèi.[4]


[1] BOTTÉRO J., Uomini e dèi della Mesopotamia, …, pp. 64-65.

[2] PETTINATO G., Angeli e demoni a Babilonia, Mondadori, Milano 2001, pp. 115-117.

[3] BOTTÉRO J., Uomini e dèi della Mesopotamia, …, pp. 66-67.

[4] JESTIN R., s. v. Egiziani e Sumeri in Storia delle religioni Vol. I, …, p. 188.

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